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Il Dogma delle ontologie parsimoniose

L’ontologia è un discorso spinoso all’interno del dibattito filosofico, non solo nell’ambito attuale, ma all’interno a tutta la storia della filosofia. Citando Achille Varzi: «Che esista tutto non si discute: esistere significa né più né meno che fare parte del tutto. Che cosa si intenda con “tutto” – quali cose si debbano includere in un “inventario completo” – resta da stabilire» (A. Varzi, Ontologia, Laterza Editore, p. 4). Ed è qui il punto di maggiore discordia: se dovessimo stilare i criteri per definire nella maniera più generale possibile una lista di cosa esiste nella realtà e cosa no, quali entità riterremo degne di essere menzionate?

Alcuni filosofi inserirebbero probabilmente i cosiddetti universali, entità non-fisiche (ciononostante realmente consistenti) che fungono da pietra di paragone o modello delle cose esperibili nella realtà (ad esempio la rossezza, l’essere un leone, ecc.). Altri e molto spesso buona parte dei metafisici, preferisce invece giocare al “ribasso”, cercando di formulare un inventario il più compatto possibile: il criterio fondamentale è il cosiddetto Rasoio di Ockham«Non moltiplicare gli elementi più del necessario»; in pratica, cercare di limitare il numero delle entità da considerare per risolvere un problema. Quest’ultima opzione, se non dominante, rappresenta uno dei più influenti approcci nell’ambiente accademico, quasi un dogma di fede ciecamente riconosciuto.

Willard van Orman Quine

W.O. Quine, uno dei massimi logici e filosofi del Novecento, fu tra coloro che diedero un’impronta piuttosto forte in questo senso. Contando che un terzo delle cattedre negli USA discende direttamente da Quine, non è difficile tirare le somme riguardo al successo delle sue teorie. Alcuni dei canoni che hanno delineato quello che qui chiamiamo “Il dogma delle ontologie parsimoniose”, è per l’appunto il suo articolo On What there is del 1948 (successivamente aggiornato e ristampato nella raccolta di essay From a Logical Point of View).

In sintesi: supponiamo che in dibattito ci sia un filosofo di nome McX che sostiene l’esistenza dei Pegasi alati. Chiunque potrebbe negare che i Pegasi in effetti non esistono nella realtà; McX risponderebbe con l’enunciato sul non-essere noto come la Barba di Platone: in poche parole, per negare una qualsiasi entità citata in una proposizione, bisognerebbe ammettere perlomeno un’esistenza “possibile”, altrimenti non avremmo nulla da negare. Quine però fa notare che tale genere di problemi di presentano nel momento in cui pretendiamo di usare nomi per delineare universali. Ma la domanda è: ci sono gli universali? L’errore più comune a suo parere è interrogarsi se nomi soggetti a disputa, nel nostro caso Pegaso, incarnino un universale (che in un modo o nell’altro ne presuppone l’esistenza). Ma la questione è invece: è data nella realtà una cosa con queste caratteristiche?

Prendiamo l’enunciato “Il cielo è blu”: se riesco a esprimerlo attraverso un enunciato linguistico, ciò non implica che tali entità chiamate in causa esistano (o siano possibili). Oppure dire che ci sia qualcosa, come il cielo, che istanzia la proprietà di “essere blu” non ci dice nulla riguardo la proposizione precedente; è un argomento circolare, poiché si giustifica l’affermazione con un altra di tipo equivalente.

La soluzione di Quine è questa: si può evitare il rischio di moltiplicare senza freno le entità postulate nella nostra visione del mondo, a patto che si faccia a meno dell’uso dei nomi (che da quanto visto nell’esempio di Pegaso possono portare a serie problematiche concettuali). In ontologia, secondo quest’ultimo, bastano i quantificatori per permettere di individuare un’entità, senza tirare in ballo qualcos’altro.

Un quantificatore è un operatore logico (ciò che connette una o più proposizioni in un linguaggio formale), la cui funzione è quella di tradurre in maniera formale espressioni come “tutti” e “alcuni”: il quantificatore universale ha la forma x , indicando così tutti gli elementi che rispondono a certe caratteristiche; il quantificatore esistenziale altresì serve a indicare precisi elementi di una classe di entità (o perlomeno per indicare che ci sono alcuni oggetti tali per cui…), da un punto di vista formale x.

Nei termini di Quine, un qualcosa esiste se la variabile quantificata (cioè la variabile da saturare in un’espressione coinvolta dal quantificatore) è riempita con l’entità stessa. In altri termini, se esistono gli oggetti definiti dai criteri del quantificatore, allora quella cosa sussiste in maniera consistente. Di conseguenza si può parlare di entità come “i cani bianchi”, senza coinvolgere universali come “bianchezza” e “essere cane”. Procedendo in tal modo è facile accorgersi che

Il punto centrale però non è solo l’affermazione riguardo le variabili vincolate. Il criterio guida del dogma della parsimonia è dato nella conclusione «Il nostro accettare una ontologia è simile in linea di principio, a mio parere, al nostro accettare una teoria scientifica; ad esempio, un sistema fisico: in entrambi i casi si adotta, per lo meno se si è ragionevoli, lo schema concettuale più semplice in cui si possano adattare ed ordinare i frammenti sparsi dell’esperienza immediata» (W.O. Quine, Da un Punto di vista Logico. Saggi logico filosofici, Raffaello-Cortina Editore, p.30). Quindi semplificare e ridurre il più possibile il nostro inventario del tutto, in modo tale da rendere la nostra teoria per ricostruire l’esperienza sempre più performante: «Anzi, la regola della semplicità è il nostro principio guida nell’assegnare i dati di senso a oggetti […] obbedendo alla richiesta della maggiore semplicità possibile nella rappresentazione totale del mondo» (W.O. Quine, Da un Punto di vista Logico. Saggi logico filosofici, p.31).

Ma domandiamoci: in fondo abbiamo davvero bisogno di questo nelle nostre ontologie? In effetti il catalogo di tutto ciò che esiste più parsimonioso e compatto immaginabile non vuol dire che sia banalmente l’ontologia migliore per i nostri scopi scientifici e non. Postulare entità come le proprietà o le cose possibili non implica necessariamente una moltiplicazione indiscriminata degli enti. In fondo, includere entità non consistenti o non fisiche, come gli universali, non è uno sbaglio se ciò fornisce comunque una teoria sulla realtà più efficace per i nostri scopi pragmatici.

Alla fine anche il dogma della parsimonia, a parere di questa sede, si deve arrendere di fronte all’inferenza alla migliore spiegazione: il criterio per cui se un entità esistente o meno semplifica la soluzione di un problema, allora perché non inserirla nel nostro catalogo ontologico?

THE THIRD SEX

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Mumbai. Arrivi come straniero nel traffico della città, e d’un tratto, un giorno preciso della settimana vedi accadere qualcosa di eccezionale. Sei seduto su un bollido taxi giallo e nero, in fila da mezzora sulla via principale che costeggia il mare, Marin Drive. I finestrini abbassati sebbene non un filo di vento, sebbene la paura di scontrarti con la povertà che si affaccia dalla strada, anche solo per osservare la Tua diversità.

Ma quel giorno, in genere di venerdì, la povertà si veste a festa, e sei tu che ti affacci dal finestrino a guardarla. Appaiono come delle dee tra migliaia di macchine in coda, sono bellissime, vestite di sari colorati, sbrilluccicanti e vistosamente truccate. Non sono donne, sono gli Hijra! Con uno sguardo deciso e ipnotico ti guardano dritto negli occhi, e non fai in tempo solo a pensare di tirar fuori una moneta che il giovane tassista scuro e sudato porge loro una banconota. Ma come, caro tassista, e tutti i bambini, gli storpi, i lebbrosi, i mendicanti e i finti brahmini che hai bruscamente allontanato finora? Scopro quel giorno la potenza del Terzo Sesso, una potenza temuta soprattutto dagli uomini, perché gli Hijra sono uomini, quasi a tutti gli effetti.

Vivono la maggior parte dei casi in piccole comunità, nelle periferie e nelle campagne intorno alle megalopoli indiane; in casi peggiori invece nascosti in vecchi edifici all’interno della città, dove si prostituiscono. Sono tra i tre e i cinque milioni, e vengono accomunati sotto il termine “Transgender”, il cui significato si scopre diametralmente opposto all’immagine occidentale del transessuale moderno. Transgender sta per colui che non si riesce a definire nel suo genere di nascita, che “va oltre il proprio genere” ricreando la propria identità sessuale; allo stesso tempo “transgender” è un appellativo comune utilizzato per definire coloro di sesso “non definito”.

Durante la colonizzazione inglese, gli Hijra furono dichiarati “tribù criminale”, in quanto “contraria alla decenza pubblica”, secondo un decreto  britannico intitolato “Criminal Tribes Act”, del 1871. Da quel momento la comunità Hijra, essendo stata presentata e discriminata pubblicamente nella sua diversità, è divenuta vittima di accuse, controlli ed ingiustizie. I tentativi di integrazione di questa minoranza nella società sono cresciuti parallelamente alla globalizzazione e alla cooperazione internazionale tra i paesi emergenti ed il resto del mondo. Nell’Aprile del 2008 è stato creato per la prima volta in India e nel mondo un loro speciale consiglio Welfare, seguito dall’elezione di un ministro che ne diventasse presidente, e nello stesso anno un primo censimento ha definito le cifre, le caratteristiche e le condizioni di questa comunità, affinché fossero emessi dei documenti d’identità e fossero definite le cifre per sovvenzioni. A Maggio dello stesso anno è stato creato dal governo un provvedimento per l’accesso universitario degli Hijra ed è stato deciso supportare gruppi di “auto-aiuto” istituzionalizzati al fine di assistere ed educare gli individui alla prevenzione, soprattutto sessuale (il numero di affetti da HIV raggiunge 9000 di centinaia di migliaia di Hijra presenti in tutta l’India, 30.000 soltanto in Tamil Nadu, motivo per il quale è stato più che mai necessario creare nuove politiche di integrazione nei confronti di essi-stime dell’APAC, progetto di controllo per la prevenzione dell’AIDS). Nel Luglio del 2009 l’Alta Corte di New Delhi ha tolto la pena nei confronti degli omosessuali adulti consenzienti, sebbene limitandone il diritto unicamente alla sfera privata; e nel Novembre dello stesso anno gli Hijra hanno ottenuto il diritto di essere registrati come un sesso a sé anche per le tessere e per le liste elettorali; e nel secondo censimento del 2011 si sono potuti effettuare maggiori conteggi e statistiche grazie all’inserimento ufficiale di questa “terza categoria”, alla quale la Municipal Corporation of Delhi (MCD) oggi fornisce una cifra mensile fissa per il sostentamento, grazie alla proposta elettorale di Malti Verma, assessore del partito comunista BJP.

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La richiesta del National Legal Services Authority (NALSA) di inserire la categoria dei “transgender” tra le minoranze emarginate (per poter dare ad essi maggiori diritti e facilitazioni, come un passaporto, la patente-guida, la tessera elettorale e l’accesso ad un maggior numero di istituzioni educative) è riuscita nel suo intento quest’anno, lo scorso 16 Aprile: gli Hijra hanno ottenuto il Diritto di poter scegliere con quale sesso identificarsi.  Forse un po’ in ritardo, considerando che l’India è ufficialmente una democrazia dal 1948, e che la sua Costituzione proclama pari libertà di espressione per ogni individuo, a qualunque razza, religione o casta esso appartenga. Il tabù sessuale permane comunque e influenza quelle dinamiche sociali che ancora non sono state rivelate pubblicamente, legate ancora ad un’idea di “gerarchia” sessuale e castale che fa fatica ad essere superata in un paese ancora non risolto nelle sue contraddizioni.

L’idea di una Terza Identità rivoluziona le categorie filosofiche dell’Essere, dando uno stato di esistenza ad una categoria al confine tra l’essere e il non essere. Infatti il Terzo sesso rappresenta uno status totalmente “altro”, diverso da altre forme di “diversità” già conosciute che rimangono nella sfera di esistenza dell’essere umano come essere-nel-mondo. Il Trans-gender  definisce se stesso come un’identità “aldilà del genere”, nel mondo ma esterno al mondo. Più vicino all’impalpabilità di un dio o alla volatilità di uno spirito che ad un essere reale. Hijra, uno dei termini indiani corrispondenti, significa letteralmente “eunuco”, determinando nel soggetto un “mancanza fisica”, la quale è stata causata dall’evirazione dell’organo sessuale determinante.  In realtà un Hijra è molto più che un castrato, sia fisicamente che storicamente, e per questo motivo è stato visto fin dall’antichità come un individuo “terzo” rispetto alle dinamiche sociali e culturali, un Terzo sesso che, racchiudendo in se stesso entrambi i sessi e allo stesso tempo essendo un’entità altra da entrambi, era visto come una figura quasi magica, in grado di connettersi ed interagire con l’“altro”: è stato considerato il “mediatore”, il “collante” tra il mondo indiano e la sfera dell’ ultramondano. Si è pensato a lungo che gli Hijra fossero i detentori di un mistero, addirittura di un potere magico, motivo per il quale tutt’oggi coloro che li incontrano per strada sono soliti mantenere un atteggiamento formalmente rispettoso, per paura di una loro maledizione. Si dice infatti che chi li rispetti, dando loro il denaro richiesto, riceva una benedizione in cambio: attualmente, come risulta dalle statistiche, più di un milione e duecentomila indiani ricevono un crisma di benedizione ogni giorno! L’unica fonte di reddito di questi fuoricasta è stata quasi sempre la prostituzione, accompagnata quotidianame dalla richiesta di elemosina; originariamente la loro prima professione erano le rappresentazioni “badhai”, manifestazioni musicali di balli e canti tradizionali, che ancora oggi, anche se molto più saltuariamente, celebrano.  L’accettazione del Transgender all’interno della società indiana rappresenta da un lato la vittoria dell’ “essere diverso”, dall’altro l’esito positivo di un processo di integrazione giunto a buon fine, che sembrerebbe in grado di capovolgere ancora una volta nella storia il destino di questa minoranza.

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Il luogotenente del Niente.

C’è un tratto che accomuna tutte le “cose” che possiamo incontrare nella realtà: che esse sono. Con un termine tecnico, definiamo le cose-che-sono enti. Il termine ente deriva dal greco to on, ricalcato dal latino ens. Ens è il participio del verbo esse, essere. In altre parole, l’ente è ciò che partecipa dell’azione espressa dal verbo essere.

Partecipare dell’essere vuol dire attuare l’essere in un determinato ambito della realtà. Come è evidente, non tutti gli enti sono uguali. Vero è che, per definizione, tutti sono, eppure l’ente cane è banalmente diverso dall’ente passata di pomodoro. Perché?

La risposta sta nell’essenza di tali enti. È l’essenza a fare in modo che il possesso dell’essere da parte dell’ente venga attuato in un ambito, ripeto, ben preciso. L’essenza “caninità” fa sì che l’ente cane esprima determinate proprietà, caratteristiche in un’ appropriata circostanza della realtà. La differenza tra l’essenza del cane e quella della passata di pomodoro si traduce, dunque, in un possesso di proprietà diverse, cosicché non si abbia il caso di una passata che abbai al postino e ululi alla luna (e men che mai di una passata di pomodoro pelosa, o peggio scodinzolante; Dio ce ne scampi).

Insomma: tutti gli enti partecipano dell’essere e sono dunque accomunati da questo tratto centrale (una proprietà ontologica, diremo), d’altra parte si esprimono in maniera differente, a seconda della loro essenza. Banalmente, diremo che tali enti esistono in modi diversi, laddove per esistenza si intende l’avere-da-essere dell’ente.

Prendiamo ora in esame l’uomo.

Siamo in grado di definire l’essenza dell’uomo? Con difficoltà. Possiamo provare elencando le caratteristiche biologiche dell’essere umano (mammifero, bipede, pochi peli, dotato di pollice opponibile . . .), eppure una simile catalogazione non renderebbe mai ragione della complessità della vita umana. Potremmo allora includere nella nostra lista attributi quali la razionalità, il possesso del linguaggio e via discorrendo. Peccato che un simile approccio sia davvero anti-economico, nel senso che ci richiede un notevole dispendio di energie e ci lascia, alla fine delle nostre fatiche, con un senso di insoddisfazione, come se avessimo dimenticato di menzionare qualcosa. L’uomo è sempre qualcosina di più.

Nel caso di una pietra possiamo banalmente analizzare la composizione chimica di tale minerale, rilevarne le proprietà fisiche e stabilire una classificazione corretta. Nel caso degli animali, la biologia tassonomica sembra funzionare a dovere. Nel caso dell’essere umano, mannaggia, questi trucchi non funzionano.

Martin Heidegger (lo cito spesso, è vero, ma vi garantisco che è un gigante del pensiero occidentale) ebbe un’intuizione che venne poi ben recepita dal cosiddetto esistenzialismo: l’uomo non ha un’essenza predeterminata. Ecco perché non riusciamo a classificarlo. L’unico tratto essenziale dell’uomo è che esiste, attua l’essere nel suo agire. In altri termini, come leggiamo nel capolavoro Essere e tempo«l’essenza dell’esserci consiste nella sua esistenza (1) ». Per esserci, Heidegger intende proprio l’uomo stesso. Lo chiama così per mettere in evidenza proprio quell’atteggiamento proprio dell’essere umano di essere ancorato ad uno spazio e un tempo ben preciso, nel quale esistere agendo come meglio crede. Secondo una tale prospettiva, in sintesi, non esitono uomini buoni o cattivi, ma uomini che si esprimono agendo bene o male e che, dunque, non hanno “scuse”: chi commette un crimine non può giustificarsi asserendo di essere “cattivo per natura”. Una cosa del genere banalmente non funziona. L’uomo non ha essenza, non ha radici, non ha delle “impostazioni di sistema” che lo costringono. L’uomo è libero.

Dove si radica tale libertà? Nel Niente. Già proprio nel Niente.

Qual’è l’essenza dell’uomo? Il nulla. L’uomo ha un’essenza? No. Cosa caratterizza l’uomo? Il Niente. Non cogliete questa affermazione in senso distruttivo. Il Niente è qualcosa. È il non-ente, certo, ma come vi segnalavo la volta scorsa il Niente è. O meglio, il Niente è espressione della purezza originaria dell’essere.

Proprio perché l’uomo affonda le sue radici nella purezza dell’essere (nel Niente, dunque (2) ) esso è così sensibile all’angoscia (che ricorderete, la volta scorsa avevamo definito come paura del Niente e di Nessuno, appunto).

Non ve lo auguro, d’altra parte, la prossima volta che vi capiterà di essere presi dall’angoscia fermatevi a riflettere: l’angoscia morde, fa male, è vero. Eppure è anche la prova più certa e tangibile della nostra Libertà.


Giulio Valerio Sansone




(1) M. Heidegger, Essere e tempo, traduzione italiana di P. Chiodi, Milano 2005, pagina 60. 
(2)  In tal senso, Heidegger definì l’uomo luogotenente del Niente. Suona bene, no?

Angoscia!

“Angoscia” deriva dal latino “angustia”. Ha la stessa radice di “angusto” e del verbo – sempre latino – “angere”. 
“Angere” vuol dire stringere, costringere, soffocare. Prova “angoscia” chi si sente soffocare, oppresso da un problema che non è in grado di focalizzare. Qui sta la grande differenza tra la paura e l’angoscia. La paura è sempre paura di qualcosa. Si ha paura di un esame, di ingrassare, di morire, di incontrare una persona poco gradita.  La paura inquadra la propria causa nitidamente e scompare quando il problema viene soppresso.
Nel caso dell’angoscia, non si può dire lo stesso. Il soggetto angosciato è irrequieto, o meglio, in-quieto: non conosce pace ma non gli è ben chiaro il perché. Di base verrebbe da dire che l’angoscia sia un tipo di paura priva di oggetto. In realtà una simile definizione è approssimativa. L’angoscia è paura di niente. Non è forse la stessa cosa? No. Il niente è qualcosa. Come lo zero è un numero, anche il niente è un ente. È un non-ente.
Detto ciò, possiamo provare a dare una definizione più precisa: l’angoscia è un sentimento di disagio nei confronti di un oggetto molto particolare, il niente.

Mi chiederete: «Ma con la crisi che c’è, con tutti i casini che c’abbiamo, come caspita ti è saltato in mente di scrivere proprio di “angoscia”? Non potevi continuare con quei tuoi – pallosissimi ma tanto rassicuranti – pistolotti sulla filosofia del linguaggio?».

L’obiezione è fondata.
Eppure, l’articolo di oggi era una necessaria premessa per trattare un tema che mi è molto caro, quello del niente, appunto, e di come Martin Heidegger lo affronti in «Che cos’è metafisica». Arrivederci a mercoledì prossimo.

Giulio Valerio Sansone