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Rossano, le clementine sostenibili di Biosmurra

L’azienda guidata da Cristiana e Marina produce da anni agrumi rispettando ambiente e lavoratori

Dalle grigie aule di tribunale, ai floridi campi della valle di Rossano. Dalla scrittura dei bandi, agli alberi ricchi di preziose sfere arancioni. Biosmurra è un’azienda che produce clementine – e non solo –  capitanata da Cristiana Smurra, avvocato, Marina Smurra, coordinatrice di gruppi tecnici, e mamma Jolanda. Certo, la loro non è una mission agevole e neppure un viaggio cominciato in maniera semplice. La morte prematura del padre di Cristiana e Marina ha infatti lasciato un vuoto, colmato però dal desiderio delle figlie di proseguire ciò che era stato iniziato dal padre.

Così è nata Biosmurra, rafforzata e mutata anno dopo anno grazie all’incontro con diverse, sensibili, realtà. Un’azienda rosa, o quasi del tutto se vogliamo, perché chi coglie le cuginette delle arance, gestisce il magazzino, pota le piante sono in maggioranza donne. Tre lavoratrici fisse – che raggiungono quota 15 durante i picchi di lavoro – con l’obiettivo di produrre buon cibo attraverso un’economia pulita, la tutela dell’ambiente, dei lavoratori e l’integrazione. Nonostante Biosmurra sia una piccola azienda, fa occupazione etica, giusta e pulita, come sottolinea Cristiana Smurra. Una sicurezza per altre famiglie, soprattutto in una fase in cui parla di sfruttamento e caporalato.

“Sono quindici anni che diamo lavoro in regola”, evidenzia Cristiana. “Non siamo solo semplici produttori – incalza ancora – ma cerchiamo di rendere noi stessi più consapevoli e di tirare in ballo l’anziana dell’ottavo piano, un po’ distratta, e farle capire che c’è differenza tra clementina e clementina”. Molti sono i progetti a cui partecipa Biosmurra, grazie anche al supporto del consorzio siciliano “Le galline felici”, produttori biologici da 30 ani. La loro è l’unica realtà calabrese arruolata tra le file del consorzio siciliano perché adotta lo stesso approccio etico. “Dopo la morte di papà – racconta Cristiana – ci siamo chiuse a riccio. Alcuni volevano comprare l’azienda perché pensavano che tanto non ce l’avremmo fatta. La zona in cui siamo è molto interessante per gli agrumeti. Ma con questa rete (Le Galline felici, ndr) abbiamo ricominciato a sognare. Abbiamo iniziato ad avere fiducia”. Tra i progetti a cui partecipano Cristiana e Marina c’è, ad esempio, il Cesvi, strutturato in maniera tale da permettere ai migranti di, dopo essere stati formati, diventare imprenditori di se stessi, arrivando così ad aprire un’azienda tutta loro. Un progetto, questo, che mira a inglobare almeno 3-4 persone all’interno del consorzio. “Siamo parti attive di questo progetto. Siamo apripista. Siamo socie attive”, dice ancora. Biosmurra è stato un esempio per tornare alla terra, ma purtroppo non nel produrre in maniera biologica. La strada è ancora lunga, ma oggi Cristiana e Marina gestiscono 11 ettari e producono anche il succo di clementine, sempre autofinanziandosi e senza mai aver partecipato a bandi. E per chi volesse assaggiare i prodotti Biosmurra, domenica 15 aprile presso la stazione Tuscolana, Roma.

Il mondo d’oggi e il crepuscolo valoriale

Tanti di voi sentono e, allo stesso tempo, parlano di valori come la giustizia, l’amore, l’amicizia, la pace e tanti altri che non è mio fine elencare in questa sede. Il quesito che occorre porsi quando sentiamo parlare o pensiamo a questi valori è se essi siano concetti reali. Se siamo più affini alle idee platoniche accettiamo l’idea di amore, l’idea di amicizia, l’idea di giustizia, etc., ma se invece la pensiamo un po’ più come Aristotele non possiamo accettare la concezione di idea in quanto per Aristotele non può esistere un valore senza una persone che lo vive e lo mette in atto. Ora mi spiego meglio: secondo Platone esiste il mondo delle idee e le idee sussistono indipendentemente da noi, stanno là in attesa di essere contemplate dagli uomini, quindi esiste l’Amicizia anche se non esiste una persona amica, esiste l’Amore senza una persona che prova questo sentimento; per Aristotele non può sussistere invece un valore senza che una persona lo viva,  cioè l’amante vede l’amato, non vedo l’Amore in sé. La grande differenza che esiste tra questi due filosofi che hanno segnato il corso della Filosofia occidentale è proprio il fatto di come si veda e percepisca un determinato valore. Credo che esista l’idea di amicizia? Se si, come posso spiegarla senza poter utilizzare una persona amica?

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E’ molto difficile da spiegare, senza far riferimento ad una persona che attui quel determinato valore. Anche perché dobbiamo dire che in questo mondo privo di valori è sempre di più la “gentucola” che non crede e non accetta i valori, mettendo in dubbio che un valore costituisca di necessità un universale; di conseguenza al giorno d’oggi sarà sempre più un’impresa ardua la discussione che in breve ci si è proposti di affrontare. Occorre avere memoria delle parole che Aristotele pone alla fine dell’Etica, per mezzo delle quali egli affronta il tema dell’amicizia, come valore necessario per ogni uomo che sceglie di vivere. Per lui, che definisce l’uomo non solo animale razionale, ma anche animale sociale, è importante far vedere come non si possa vivere senza questo valore, in quanto il relazionarsi con gli altri è intrinseco nella sua natura. Importante è vedere anche come classifica l’amicizia, affermando che esistano tre tipi di amicizia:

– quella fondata sul piacere
– quella fondata sull’utile reciproco
– quella fondata sul disinteressamento 

Per Aristotele la vera amicizia è la terza, ma quello che importante è che in ciascuno di questi tre tipi esiste un agire sociale di un individuo, che sia giusto o sbagliato, che io sia amico di una determinata persona solo per interesse non conta, non siamo qui a giudicare l’agire, ma quello che preme è che quella persona pur sempre agisce. È così che vediamo che il senso del valore è nel suo stesso essere vissuto.

Dopo aver brevemente espresso questi concetti complessi è obbligatorio concludere sottolineando che il mondo d’oggi è abitato da persone che “parlano bene e razzolano male”, cioè si mostrano sostenitori di valori, come possono essere la Libertà, la Giustizia, l’uguaglianza tra i popoli,etc., senza mai attuarli nel proprio vissuto. Tale modo di fare (anzi, di non fare!) appare chiaramente inutile: comprendere e predicare un valore significa innanzitutto darne testimonianza attraverso il proprio vissuto, prima ancora che con le parole. Un solo atto compiuto secondo valore vale più di mille parole!

Democrazia: singolo, autorità e eticità

La scorsa settimana è uscito un filmone: 300 – L’alba di un impero (sbem!). Il suddetto filmone, al contrario del precedente episodio – dedicato alla battaglia delle Termopili – fa perno intorno ad Atene. Se 300 sbandierava il decisionismo spartano, L’alba di un impero stressa la legittimazione democratica dell’eroe di Salamina, l’arconte Temistocle. La stessa settimana, l’Economist usciva con un articolo dedicato proprio alla democrazia. In copertina c’è una statua greca (Temistocle?) con in testa un secchio della spazzatura. Il titolo è allarmante «Cos’è andato storto con la democrazia?». È un caso? Certo che sì. Che cazzo c’entrano 300 e l’Economist: nulla. Il caso è però bene augurante. Condizionato da queste due suggestioni oggi vorrei proprio parlarvi di democrazia. È palese: l’idea che il governo di un soggetto politico debba essere legittimato dal basso ha goduto, in passato, di salute migliore. Se oggi è in difficoltà, lo si deve ad una serie di fattori. Seguiamo, a spanne, il ragionamento dell’Economist.

La crisi economica. Che dire? Non molto. La magnitudine del fenomeno è tale da aver reso palese agli occhi del mondo che l’Occidente non è invulnerabile. Mentre francesi, italiani e spagnoli tentano di ridurre il proprio colossale debito pubblico tagliando lo stato sociale, la Cina cosa fa? Estende la protezione pensionistica ad altri 240 mila abitanti nel giro di due (!!!) anni. Due.

Le guerre. È dalla guerra in Iraq che l’Occidente fallisce sistematicamente nel tentativo di esportare la democrazia. Le Primavere Arabe hanno mostrato con altrettanta evidenza come il buon funzionamento di un regime democratico necessiti di istituzioni culturalmente fondate. Il parlamentarismo, il garantismo, il pluralismo non sono scatole di pelati che nonna può spedirti quando sei in Erasmus.

La globalizzazione. In un mondo interconnesso, l’idea che un paese possa implementare una normativa contro l’evasione fiscale in autonomia fa semplicemente ridere. Che senso ha vietare l’accumulo di fondi neri in patria se con un click questi stessi fondi possono essere fatti sparire in un qualche isolotto lontano, lontano? Senza la coordinazione internazionale, le moderne democrazie fanno fatica a governare. Purtroppo la coordinazione richiede diplomazia e quest’ultima richiede tempo. In questo senso i regimi dittatoriali si dimostrano molto più efficienti nel dare al paese l’indirizzo desiderato.

La miopia. Platone, nella Repubblica, sottolineava la tendenza dei cittadini di regimi democratici a vivere alla giornata, senza una prospettiva di lungo termine. In effetti, come si spiegano 2’000 miliardi di debito pubblico italiano se non dando ragione al filosofo greco?

Insomma: il sex appeal dei governi democratici è oggi un pochino in calo. Certo è che la tendenza è recente. La democrazia – per citare l’Economist – è stata la più grande genialata del ventesimo secolo. Nel 1941 i paese democratici erano solo 11, oggi sono il 40% del totale. Sotto questa spinta, il mondo ha vissuto un incremento del proprio benessere che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Cerchiamo, allora, di capire che margini ci sono per sistemare le cose.

La mia convinzione – e qui smetto (1) di scopiazzare l’Economist e (2) di invader il campo dei miei amici di AltriPoli – è che la democrazia sia un mezzo, uno strumento, non un fine. Mezzo per la realizzazione dell’individuo. Del singolo individuo. Non della collettività, della massa, del gruppone. Del ‘tutti’ che si traduce presto col ‘nessuno’, ma del tizio con nome e cognome che stasera incontrerò al supermercato. Considerare la democrazia come un fine vuol dire porre la Ragion di Stato sopra la libertà del singolo. Il che non mi trova contrario in senso assoluto. In circostanze eccezionali (una guerra? un’epidemia?) il richiamo alla Ragion di Stato è essenziale per mantenere la comunità unita. Porre lo Stato sopra al cittadino è dunque un’idea che mi urta non tanto in sé. Mi urta nelle conseguenze che si tira dietro. Per realizzare l’ideale della democrazia fine a sé stessa è necessario erigere un catafalco di strutture, burocrazie, sovrastrutture, nani e ballerine. Un catafalco nel quale, gira che ti rigira, finiscono per annidarsi clientele e abusi. Chi è al potere ci vuole rimanere e usa le prerogative a sua disposizione per garantirsi questo privilegio. Gli altri (il tizio con nome e cognome che oggi incontrerò al supermercato)… si fottano. Quando le istituzioni rispecchiano il sentire dei cittadini, quando si realizza quella che Hegel avrebbe chiamato eticità, tutto bene. Ma quando piazza e palazzo sono fuori sincrono – e oggi ci sono buone ragioni per pensarlo – c’è poco da fare: la democrazia si deve alleggerire.

Il punto chiave è l’auto-vincolo. Le democrazie sane non sono quelle che producono debito pubblico per nutrire la panza del parastato, ma quelle che hanno senso del limite. La differenza tra una democrazie liberale e un regime sta tutta qua: nel capire fin dove si estende l’autorità. Tradotto banalmente: la Repubblica Italiana avrà un fantastiliardo di problemi, ma nessun Carabiniere ha l’autorità di vietare ad una famiglia di mettere al mondo più di un certo numero di figli. Il gendarme cinese sì.

Non sono stato del tutto sincero con voi. Il titolone dell’Economist «Cos’è andato storto con la democrazia» aveva un sottotitolo «… e cosa fare per ridarle smalto».

La mia idea è tutta qui: verifichiamo con umiltà, punto per punto, in quali ambiti la forma di governo e la realizzazione del singolo abbiano perso sincronia. In quali ambiti l’originario messaggio democratico sia stato tradito. Benessere e crescita sostenibile verranno di conseguenza.

Sia lecito ai poeti il suicidio?


“Sia lecito ai poeti il suicidio. Il poeta non vuole essere salvato e chi lo fa vivere è come lo uccidesse. Non deve invecchiare, contare i giorni, avere paura, soffrire malattia.”[1]

Mettiamola così. Ho un problema che non riesco a risolvere (non solo uno ma oggi mi occuperò di questo in particolare ..), mi chiedo da qualche tempo quanto sia importante per un professionista avere una condotta “eticamente” ineccepibile anche nella sua vita privata. 
E’ importante da subito specificare che non concederò delle licenze agli artisti, o ai cosiddetti pensatori, tanto meno agli architetti, insomma a tutta quella cerchia di intellettuali, pseudointellettuali, paraintellettuali ai quali troppo spesso garantiamo una certa immunità dal giudizio più comune ed immediato, come fossero dotati di una sorta di wild card che gli conceda di non attenersi ai sermones vulgares. Anzi, direi invece che proprio loro andrebbero collocati in prima linea poiché oggettivamente dotati di una eventuale sensibilità diversa, che li dovrebbe porre alla guida dello Spirito del Tempo.

Quindi recuperando il quesito d’apertura, quanto può prescindere nel giudizio di un professionista la sua condotta privata?

Un problema sul quale sicuramente ci scontreremo da subito, è quello di stabilire un codice etico di riferimento. E’ chiaro a noi tutti come ancora oggi non si sia giunti ad averne uno realmentecondiviso. Potremmo partire facendo riferimento al nostro contesto storico culturale più immediato, il quale spinse la stessa Oriana Fallaci, che di certo non era rinomata per i suoi trascorsi da chierichetto, ad ammettere di non potersi non definire cristiana:

«Ho amato così tanto la vita da non potermi non definire cristiana».

La Fallaci rievoca considerazioni di crociana memoria, dove l’azione del cristianesimo viene vista come  fondamentale e fondante per l’odierna coscienza morale collettiva. Quindi potremmo prendere i valori cristiani come valori di riferimento, ma non lo faremo. Non sarebbe giusto adottare una confessione piuttosto che un’altra. Potremmo invece fissare la nostra Costituzione come garante laico del dibattito, ma forse sarebbe una scelta troppo fatta in casa, non esportabile oltralpe. Insomma già il primo ostacolo sembrerebbe insormontabile, troppo relativismo intorno ai valori di cui necessariamente ci dovremo servire per stabilire quale sia una condotta virtuosa o meno.

Ma potremmo forse utilizzare una scorciatoia, un po’ come quando si sceglie [Iddio maledica questa prassi] per esclusione la facoltà dell’università una volta terminato il liceo: “ingegneria troppa matematica, giurisprudenza troppo sui libri, medicina troppo tempo per laurearsi” e via discorrendo. Insomma invece che individuare un’azione buona, sceglieremo un esempio di condotta poco virtuosa che indignerebbe chiunque.  Andremo in cerca della luce per sottrazione!

Per non essere prolisso prenderei come esempio l’abuso di potere. L’abuso di potere è un gesto deprecabile a 360°, non penso si debba mettere ai voti la questione che rappresenti senza ombra di dubbio una delle più meschine azioni che l’uomo possa compiere. Un professore che si avvicina ad una studentessa in modo ambiguo, compie un abuso di potere, un professionista che sottopaga un dipendente compie un abuso di potere, un ricercatore, un giornalista, uno scrittore che scrive il falso compie un abuso di potere. E’ interessante notare come in ogni disciplina dello scibile si possa occupare il ruolo di professore, professionista, scrittore pur rimanendo architetto, artista, filosofo o geologo. Ma probabilmente se ben ci pensate, non faremmo la morale alle suddette categorie in egual modo.

Adotteremmo una severità maggiore in modo direttamente proporzionale alla percezione che avremmo dell’influenza di quella determinata professione nella realtà di tutti i giorni. L’amministratore di condominio è un ladro, il politico è un corrotto, l’arbitro è un venduto, il medico è un avaro ed il prete è un pedofilo. Viceversa il filosofo è un filosofo, l’artista è un’artista, il critico d’arte è un critico d’arte. 

Questo perché è come se alcune categorie venissero considerate tutto sommato distanti dalla quotidianità. Ma il problema non è di secondaria importanza. Pensate infatti che affidiamo proprio a queste categorie il compito di iscriverci alla storia. Ci ricordiamo oggi di quanto è accaduto ieri proprio grazie a ciò che ci è stato tramandato da musicisti, pittori, registi, scrittori, filosofi, architetti, i quali racconteranno ai posteri la nostra vita, il nostro presente.

In definitiva non possiamo adottare due pesi e due misure, poiché saremo proprio noi un domani a pagarne le conseguenze passando alla storia per mano di un abuso taciuto perché pronunciato in latino.

“Se uomini, fiere, alberi, pesci vivranno puramente, diceva, diverranno veggenti, poeti, medici e capi sulla terra, e infine dèi immortali”.[2]

Jacopo Costanzo – PoliLinea


[1] Silvia Ronchey, Il guscio della tartaruga, narrativa nottetempo, Roma 2009, p.59

[2] Ivi, p.58

Un demone in noi

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una presa di centralità, nel panorama della filosofia contemporanea, di tematiche etiche. Questo a fronte tanto di una erosione dei tipici valori morali propri dell’occidente, quanto della violenza con cui la crisi economica mondiale è entrata nel nostro quotidiano.
In tale dibattito vediamo apparire continuamente la parola “coscienza”. Sia che si parli di eutanasia, che di un ragazzo colto a copiare un compito in classe, il tema della coscienza sembra essere costante.
Nella modernità, tale concetto è andato a definire un guscio in cui la soggettività umana possa rinchiudersi, isolata dal mondo circostante e impegnata a definire in maniera autonoma, egocentrica, i proprio criteri di bene e male. Conseguenza di questo fatto è la cosiddetta etica della situazione: non esistono valori morali assoluti, ma meramente delle circostanze in cui un’azione viene ritenuta corretta o errata a seconda del caso specifico.
Il punto nevralgico della questione sembra essere quello del rapporto tra autonomia ed eteronomia dell’agire morale. Contrariamente a quanto Immanuel Kant sembra proporre, la coscienza non va intesa come capace di dedurre da sé la propria ragion d’essere e le proprie norme: uccidere un uomo è sbagliato in qualunque circostanza e tempo.
Prendiamo in considerazione due autori a me cari: Socrate e Tommaso D’Aquino. Il primo, per quanto non abbia mai formulato una teoria della coscienza, è stato capace di sintetizzare le proprie convinzioni morali (ambito speculativo), con una condotta di vita conforme a tali convinzioni (ambito pratico), fino all’atto estremo dell’accettazione della morte . È un testimone, un martire pagano della verità.
Nel caso di Socrate, quella che noi chiamiamo coscienza prende il nome di daimon, un demone – appunto – che dirige il nostro agire, le nostre scelte, le nostre volizioni. Quando l’amico Critone gli offre la possibilità di evadere dal carcere, sfuggendo così a morte certa, rifiuta. Perché? Per incapacità di ignorare il valore normativo dei comandi del daimon. Socrate non è spinto da un impulso da un’intuizione, ma dalla precisa volontà di aprire la propria soggettività ad una chiamata venuta dall’esterno. Una chiamata a perseguire la verità rilanciata dalla voce del daimon.
Qui ci aiuta la nozione di sinderesi propria della filosofia di Tommaso.
Il daimon, metaforicamente, è il luogo della nostra interiorità dove la nostra coscienza scopre una legge che non si è data autonomamente, ma che viene dall’esterno. Oggettiva, dunque. Tale legge recita: «fai il bene, evita il male». 
Bonaventura da Bagnoregio, chiama questo luogo dell’interiortà dove la legge abita con un bel termine, “scintilla coscientiae”.
La sinderesi, dicevamo, è l’atto col quale la soggettività vede la scintilla. Il linguaggio neoplatonico, più in voga oggi, parlerebbe di anamnesi o reminiscenza: una sorta di ricordo di un qualcosa da sempre iscritto nell’animo umano. 
Alcuni potrebbero controbattere, ed è idea comune, che questo “qualcosa” (la legge morale citata sopra), sia in realtà entrato nell’interiorità del soggetto a seguito dell’educazione ricevuta fin da piccolo. Così tale norma morale che ci spinge a ricercare il bene sarebbe acquisita, non innata. Non nego che non ci siano ragioni per sostenere la legittimità di questa posizione, d’altra parte domando: se fosse acquisita con l’educazione, la spinta verso il bene sarebbe così totalizzante?

Alessio Persichetti

Buoni e cattivi


Dove nasce la morale? Secondo il noto filosofo che dà il nome a questa questa rubrica (sì, Nietzsche, proprio lui), dal risentimento.

Un passo indietro: perché chiedersi in che modo sia nata la morale? Non ha forse più senso domandarsi cosa sia la morale, quali siano i suoi assunti, i suoi fondamenti? No, almeno secondo Nietzsche. La risposta a questi interrogativi sarà chiara una volta definite le circostanze all’interno delle quali la qualifica di “morale” ha assunto per la prima volta rilevanza.

Immaginiamoci il contesto sociale di una polis greca del VIII secolo a.C.
La comunità presenterebbe una cesura netta tra nobili e servi.

Nobile è colui che è ghennaios, ben nato. Colui che non ha di che preoccuparsi, che può vivere la propria esistenza con spensieratezza. Non ha bisogno di curarsi del suo sostentamento e può aprirsi a esperienze di crescita intellettuale. È sicuro di sé, ma non perché arrogante, bensì perché consapevole di essere ben-voluto, in quanto ben-nato. Il concetto di buono è per lui meramente descrittivo. La bontà non è nulla più che una proprietà, una caratteristica.

Il servo è invece colui che ha avuto la sfortuna di nascere in una famiglia povera. Deve barcamenarsi tra mille difficoltà, deve “arrivare a fine mese” (scusate la metafora da tempi di crisi). Il servo deve lavorare, non ha tempo per la cultura e la conversazione. Non può permettersi di essere “aperto” nei confronti dei suoi simili: vive nel timore di essere derubato, di subire violenza. Il servo è chiuso, ha paura dell’altro.
È xeno-fobo.
Dal suo punto di vista, la parola “buono” non è una descrizione di qualcosa, ma la prescrizione del comportamento che deve assumere qualora voglia sopravvivere. Le condanne a morte per i servi si sprecano, basta un furtarello o una parola di troppo.

Il servo vorrebbe vivere come un nobile, vorrebbe essere creatore dei propri valori, ma non può. Vorrebbe una vita spensierata, ma la durezza della sua quotidianità gliela nega. Insomma, finisce per invidiare il nobile, per sentirsi risentito nei suoi confronti.

Ma il servo, al contrario del viziato nobile, è un bel dritto. Anni di vita di strada lo hanno reso furbo e agile. Gli viene così un’idea: imporre al nobile il valore prescrittivo della bontà. Ingabbiare il ben nato nella trama delle regole della morale. Questi, tontolone com’è, ci casca con tutte le scarpe e accetta. Nasce così la società dei pari, in cui i doveri degli individui sono uguali per tutti.

È questa la genealogia della morale, titolo – peraltro – di una celeberrima opera del filosofo tedesco, nella quale queste tematiche vengono trattate nella loro interezza.

Vi convince?

Personalmente mi piace considerare “La genealogia della morale” come una provocazione geniale, uno spettacolare vaccino contro eccessi di buonismo e politically correct (drammatici portatori della peggiore ipocrisia e del più bieco razzismo intellettuale). Ma non di più. Rimango convinto che l’agire morale sia intriso di eroicità.


Giulio Valerio Sansone