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Cosa (proprio non) va nella ‘Nuvola’?

E’ passato un anno dall’inaugurazione del Nuovo Centro Congressi della ‘Nuvola’ e ne sono passati quasi 20 da quando venne lanciato il concorso internazionale la cui giuria era presieduta da Sir Norman Foster.

Annunciato come il più grande e rilevante progetto completato a Roma negli ultimi 50 anni per le sue caratteristiche sostenibili e l’attenzione alle problematiche sismiche – come se costituisca titolo di merito rispettare le norme vigenti – la scorsa settimana l’edificio ha avuto finalmente un collaudo pubblico: Più Libri più Liberi.
Il grande valore dell’edificio, i grandi spazi pubblici e collettivi che offrirebbe – i due esterni antistanti e i grandi spazi interni che il progettista ha immaginato come piazze – non erano mai stati testati prima da grandi masse e la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria ha finalmente fornito l’occasione per mettere alla prova l’edificio – e l’ente che lo gestisce.
Si tratta, comunque, di un test parziale, l’anno scorso ha infatti inaugurato solo una parte del grande e Nuovo Centro Congressi: il progetto complessivo di 55.000 mq, prevede infatti  anche l’albergo destinato ad ospitare i congressisti che arrivano in città. Beh, l’albergo attende ancora di trovare un acquirente, di completare le finiture architettoniche in relazione al fortunato acquirente e di essere inaugurato; essendo in Italia, naturalmente, non si esclude che l’ordine delle tre operazioni possa avvenire in ordine diverso da quello logico.
Comunque, dal 6 al 10 dicembre gli spazi del Centro Congressi della ‘Nuvola’, quelli caratterizzati dall’impiego di tanto acciaio pari a quello che occorrerebbe per costruire 5 Tour Eiffel e grandi, più o meno, quanto 7 campi di calcio, son stati riempiti di cose e persone: al piano interrato 500 espositori occupavano l’ampio spazio a disposizione con altrettanti stand espositivi. I pannelli scorrevoli progettati dall’architetto che renderebbero questo spazio modulabile e flessibile, inutile a dirlo, assolutamente inutilizzati.
10 piccole Sale rispettivamente Aldus, Sirio, Polaris, Vega, Elettra, Venere, Marte, Giove, Luna, invitavano forse con i loro nomi gli spettatori ad immergersi in una dimensione cosmico – stellare ed ospitavano in spazi piccoli e vagamente claustrofobici – dalle pareti rigorosamente giallo brillante – 550 appuntamenti ed incontri con libri e autori.
Tutto ciò che succedeva all’esterno di queste sale, non prevedeva la possibilità di accomodarsi e sedersi; nel primo pomeriggio, quando i visitatori hanno cominciato ad accusare i primi sintomi della stanchezza, giacevano rassegnati per terra, facendo somigliare vagamente il Centro Congressi ad un aeroporto.
Gli spazi destinati alla caffetteria ed alla ristorazione, forse sottodimensionati, all’ora di pranzo creavano file degne di un lunapark, interrompendo i flussi dei visitatori che resistevano ai morsi della fame e proseguivano il proprio tour de force zig-zagando fra gli stand.
Chi pazientemente dal Piano Forum – il primo, per intenderci – affrontava la fila per entrare all’interno della nuvola, si ritrovava immerso nella suggestiva gabbia di acciaio della struttura della Nuvola ma di entrare all’interno dell’Auditorium non c’era proprio modo: la Sala Nuvola dove si svolgevano le presentazioni era allestita all’esterno dell’Auditorium, presentando un inevitabile inquinamento e disturbo acustico ed adottando discutibili quinte sceniche con nuvole e libri.
Di estintori posizionati in maniera discutibile, assenza di arredi intesi come elementi in grado di definire spazialmente i diversi ambiti, di tubi e canaline a vista in uno spazio progettato da un grande, grandissimo, architetto e di bagni forse si è già parlato abbastanza e probabilmente la Fiera non ha mai vantato un successo ed una partecipazione simile, ma c’è una cosa che proprio sarà difficile perdonare all’organizzazione: nel 2017, alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria nella ‘Nuvola’, non è stato possibile pagare il biglietto di ingresso se non in contanti.
L’ingresso
Nuvola Fuksas Più libri più liberi
Il piano interrato
Area relax e ristorazione

One Night Only: una notte alla corte di Re Giorgio

Tutto in una notte.  In occasione dell’apertura della nuova boutique in Via Condotti a Roma, Giorgio Armani torna nella città eterna con una serata-evento, One night only. Dall’inaugurazione del negozio, alla mostra Eccentrico, dalla sfilata antologica, al party con tanto di dj set, solo una notte per raccontare la storia di Armani, la maison e l’uomo.

 

 

Nulla è ordinario, a partire dalla location: il palazzo della Civiltà Italiana all’Eur, Oltre 700 persone tra vip, autorità, stampa e comuni mortali sono stati ammessi, solo per una notte, alla corte di Re Giorgio.

Si inizia con la sfilata: Se hai ricevuto il “braccialetto” invece che un comune invito vuol dire che sei tra quelli che contano..tra le file tantissime le celebrities e i mostri sacri della moda: da Franca Sozzani a Marta Marzotto, da Roul Bova ad Alessandro Preziosi.. Si spengono le luci, nel buio totale si illumina la scritta “Armani”, e le creazioni di Giorgio dominano la scena come il simbolo di Batman su Gotham City.

Sfilano le collezioni uomo e donna Emporio Armani e Giorgio Armani per la stagione autunno inverno 13/14, e la collezione Giorgio Armani Privè primavera estate 2013. Alla fine compare lui, eterno e immutabile con la sua maglietta giro collo e l’abbronzatura d’ordinanza. Giorgio Armani saluta, ringrazia, sorride..ma non si trattiene molto.

Si perché nel frattempo sono state aperte le porte e oltre ai vip e agli addetti ai lavori è ammesso anche il popolo con il banale invito. Fuori c’è la fila, ma non c’è calca, sono tutti troppo ben vestiti per scomporsi e sudare, tutti troppo affascinati ad ammirare l’allestimento esterno che già di per se è un evento. Aiuta anche il fatto che per allietare l’attesa dei convitati, un lungo bancone del bar corre quasi parallelo alla fila..Più tempo in coda= più cocktail in mano. E visto che la prima cosa che vedi appena entrato è un laccato cameriere che ti porge uno Spritz, puoi stare sicuro che troveranno il modo di farti dimenticare quella mezz’ora di attesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo piano ospita la mostra Eccentrica, che rimarrà aperta al pubblico fino al 9 Giugno. 62 raffinate creazioni, dal 1985 a oggi delle collezioni Armani e Armani Privè, alcune delle quali mai andate in passerella. Tra questi una tunica spaziale creata per Lady Gaga e il vestito in velluto nero, con dragone verde intarsiato a rilievo, simbolo della sfilata a Pechino dello scorso anno.

Visionata la mostra si prende l’ascensore e in classico stile casa VanderWoodsen vieni catapultato nel pieno della festa. Un party con tanto di dj set e macrobiotico finger food che nessuno degli statuari modelli e modelle, ora in look casual, mangerà mai. Fortunatamente ci sono i soliti profani con l’invito che non ci pensano due volte e mentre si guardano intorno per capire “chi è chi” (“ ma lui non è quello che ha fatto quella serie..come si chiamava?”) assaggiano volentieri tutto quello che gli viene porto. Il fatto è che chiunque poteva percepire lo charme che si respirava nella sala.

 

Circondata da quel pot-pourri di modelli, modelle, stilisti veri e presunti, creativi di ogni forma ho avuto la certezza di qualcosa che penso da tempo: diffidate dalle imitazioni. Non basta portare una taglia 38 per essere una modella (di Armani poi meno che mai).

Non fatevi impressionare da ogni persona con bei lineamenti che ha fatto un book o la sfilata dei calzini dell’OVS e che ha “modello” sotto la voce “occupazione attuale” di facebook..non è nemmeno una questione di bellezza perché molte ragazze “normali” possono essere molto più belle di un manichino in passerella..fare la modella è un lavoro, che come tutti i lavori richiede un’attitudine e delle caratteristiche che non tutti hanno..un portamento, una struttura fisica, un allure che li rende immediatamente riconoscibili.

Tra un cocktail e l’altro, una foto e l’altra, la sala si riempie..ed è proprio a quel punto che Re Giorgio se ne va.. un po’ perché l’aprirsi delle porte ha portato all’arrivo di quelli secondo cui Armani è una marca di intimo perché conoscono solo le famigerate mutande con l’elastico, un po’ perché non presenziare alle proprie feste in pieno stile Gatsby ultimamente va di moda..

Lui se ne va, il party continua. Per una notte sola, il ricordo di un mito, Giorgio Armani.

 

 

 

Le grandi Opere tutte romane.

14 Dicembre 2012, Palazzo dei congressi, Roma.


Conferenza : “La gestione della sicurezza nelle grandi opere” , il protagonista è il complesso cantiere del nuovo palazzo dei congressi dell’EUR , concepito da Massimiliano Fuksas durante una vacanza in barca a vela, quando, osservando il cielo greco, una nuvola , quasi come fosse l’arcangelo Gabriele disceso verso la Vergine Maria (il quale si è però limitato ad annunciare un volere Superiore) ha depositato nell’architetto il seme prolifico di un’opera salvatrice.


Al termine dell’evento, la gita al cantiere ormai in sicurezza ed in fase di chiusura, è il “pezzo forte” della serata ed è del mio primo incontro con quest’opera atterrata sul suolo romano che vorrei parlare.

Tralascio le questioni laterali e non specifiche in materia di sicurezza e cantierizzazione del progetto, già ampiamente approfondite da tecnici, ingegneri ed architetti, tra i quali la stessa giovanissima direttrice dei lavori subentrata a cantiere avviato, la quale ha voluto ringraziare dinanzi una nutrita platea l’amministratore delegato della EUR S.p.A. Riccardo Mancini per averle “dato la possibilità di fare questa esperienza bellissima”.

EUR S.p.A. è l’ente promotore della conferenza di cui il video allegato descrive in dettaglio interessi ed attività, tra le quali, appunto, il progetto della Nuvola di Fuksas.

Dopo la ritardata apparizione del Sindaco Gianni Alemanno, causa di malumori tra gli ingegneri già, peraltro, frustrati dalle voragini progettuali lasciate dal suddetto “archistar”, ci si dirige a passo celere verso il colosso vetrato.

Tanta gente e tante macchine fotografiche, tra cui svariati colleghi di Valle Giulia.

Oltrepassata la recinzione esterna sul lato corto della “teca” opposto all’affaccio di Via Cristoforo Colombo, la struttura si manifesta in tutta la sua poderosa e colossale precarietà.

Palese lo sforzo tecnico/costruttivo nel doversi adeguare ad un’immagine aprioristicamente definita dal fervido immaginario di cui questa categoria di architetti è dotata. L’ incapacità di concepire una forma intesa come qualità della materia (a cui è indissolubilmente legata in quanto suo attributo), relega la materia stessa ad un ignobile servilismo, di conseguenza ad un’assordante dissonanza  dell’immagine. I montanti e i traversi di acciaio, perpendicolari e ordinati nella teca , ingarbugliati e confusi nel nucleo interno, definiscono il grado di vitalità dello spazio. La loro quantità eccessiva e la scarsa attenzione nella progettazione, rende lo spazio oppressivo, confuso ed estremamente caotico.


Il mancato allineamento del reticolo esterno con quello interno della teca che definiscono la profonda “camera d’aria”, la scelta del modulo troppo piccolo per coprire le vaste superfici e l’eccessiva stratificazione sono le prime cause di disturbo della vista. Nel nucleo, invece, il sovraffollamento e l’assenza di qualsiasi geometria generatrice (nonostante l’architetto abbia affermato di aver studiato i frattali per l’occasione).

 Citando Argan: “Nella linea si cerca la sostanza primaria, la pura e suprema idealità della forma […] in una specie di sublimazione che assottiglia e volatilizza la materia ma la presuppone”.

La linea è sublimazione della massa ma la presuppone, nella nuvola la linea stessa si fa massa, materia pesante ed opaca.

Il senso di pesantezza della struttura è incrementato dalla presenza delle numerose rampe di sicurezza (completamente omesse dai render di progetto) che si sviluppano all’interno della prima camera d’aria della teca, e che si cerca di mascherare utilizzando dei vetri serigrafati a bande orizzontali. Non è necessario parlare dei mastodontici punti di appoggio del nucleo interno, palesemente contraddittori con la volontà estetica alla base del progetto. La struttura  “a nudo” priva dei rivestimenti esterni manifesta la sua vera essenza, la precarietà di un ponteggio già crollato i cui tubolari non hanno finito di assestarsi sotto il peso del primo fenomeno con cui l’architettura si relaziona, la gravità.



Jacopo Magrini



Buon Anno da tutta la redazione di PoliLinea