Home / Tag Archives: europa

Tag Archives: europa

Quale futuro per l’architettura in Europa. I casi portoghese e francese

Per la seconda volta a poca distanza di tempo, in due paesi molto diversi dell’Unione Europea ma che a loro modo hanno prodotto negli ultimi anni un’architettura di indiscutibile qualità, gli architetti sono scesi in piazza per rivendicare l’importanza dell’architettura e il futuro della professione.

Fino alla modifica di legge approvata nel Marzo scorso, gli architetti portoghesi iscritti all’Ordine professionale erano gli unici che potevano elaborare progetti di architettura.
Dopo l’approvazione della modifica della legge n. 31/2009 del 3 Luglio questa prerogativa, storicamente ad appannaggio esclusivo degli iscritti ai due rispettivi ordini portoghesi (Ordem do Arquitectos do Nord e Ordem dos Arquitectos do Sul) é stata estesa anche agli ingegneri civili. Seguendo una direttiva europea, infatti, il governo Portoghese, con i voti dei tre principali pariti di maggioranza, il PSD (Partito Social Democratico), il PAN (Persone-Animali-Natura) e i Verdi, hanno approvato una modifica che ha scatenato un’ ondata di polemiche tra gli architetti fino al punto da farli scendere in piazza per manifestare contro la decisone del governo.
Secondo gli architetti, grazie a questa decisone, viene fatto un netto passo indietro che farà esplodere il mercato creando una competizione inutile tra professioni i cui obbiettivi e competenze dovrebbero intrecciarsi in un dialogo e non una totale sovrapposizione a discapito della qualità dei progetti. I due maestri viventi dell’architettura lusofona, Alvaro Siza Vieira e Eduardo Souto de Moura, sono scesi personalmente in campo a difesa della loro professione lanciando la petizione Arquitectura por Arquitectos. Secondo loro, l’architettura, il territorio e il paesaggio sono beni fondamentali della vita collettiva e in un momento critico dello sviluppo economico del loro paese che si caratterizza soprattuitto per carenza di qualità in favore della quantità , l’industria della costruzione e l’arte del costruire non possono adattarsi acefalicamente a questa tendenza.

Quasi in parallelo, giusto al di la della penisola iberica, in Francia un’altra legge rischia di far tremare il mondo degli architetti. Sbandierando la liberalizzazione del mercato, la legge ELANEvolution du logement, de l’aménagement et du numérique, promette, tra le altre cose, di costruire di piu’, piu’ veloce e meno caro, di abolire i concorsi per la costruzione di alloggi sociali e di rendere obbligatorio a solo il 10% degli edifici sociali l’accesso alle persone diversamente abili. Riguardo al primo punto risulta facile immaginare che gli studi che resteranno aperti fino all’alba o addirittura che non chiuderanno mai si moltiplicheranno ma rimane una supposizione che solo il tempo potrà verificare. Riguardo al secondo punto, l’impressione é che la qualità della costruzione francese, resa famosa nel mondo grazie anche ai concorsi, sia in fase di smantellamento e non stupisce che a risentirne per primi siano le classi meno agiate.

 

Francia – Trionfa nuovamente Macron, muoiono i socialisti

La Francia conferma la sua fiducia verso il neo eletto presidente Emmanuel Macron. Il movimento dell’ex banchiere, fondato appena un anno addietro, “En Marche!”  esce nettamente e clamorosamente in testa alle legislative francesi con il 32,6%  con un bottino in seggi che va da 415 a 445. Una maggioranza schiacciante, visto che l’Assemblée Nationale ha in tutto 577 deputati. Una vittoria fuori da ogni aspettativa, che calcolando il poco tempo a disposizione, ma che pone ora un onere privo di scusanti.

Nella storia dell’elezioni in Europa solo il partito Forza Italia di Berlusconi ebbe un successo paragonabile in un lasso di tempo assai breve. La scelta dei Francesi fa in modo che il primo Presidente post-ideologico dovrebbe riuscire ad incassare un numero di seggi inedito nella storia politica francese, una maggioranza talmente schiacciante da aver fatto dire a qualcuno dei collaboratori che “sarebbe stato meglio vincere con una maggioranza minore per la compattezza del movimento”.

Seppur con qualche difficolta resiste la destra gollista dei Républicains che  riesce a raggiungere tra il 19 e il 21 per cento dei voti. Ciò fa sì che alla luce del sistgema elettorale francese che prevede i collegi uninominali potrebbe portare l’UMP a conquistare un centinaio seggi al parlamento. Seppur in difficoltà entrerà nell’Assemblea Francese il Front National di Marine Le Pen, che il 7 maggio era riuscita a conquistare il 33 per cento del voto contro il 66,1 di Macron. L’attuale 14% contato in un sistema maggioritario dovrebbe penalizzarla: potrebbe avere dai 3 ai 10 seggi, sempre qualcosa in più rispetto al 2012 quando vide eletta nell’Assemblea una sola parlamentare.

Vera sorpresa è invece il movimento “La France Insoumise” il partito del tribuno della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon con il 12% dei voti, che sì sconterà come il FN il sistema maggioritario, ma seppellisce definitivamente i socialisti francesi e qul che resta della socialdemocrazia in Europa. Corbyn è rimasto fedele ai cardini dell’ideologia, cosa che nel continente non è accaduta per i partiti della sinistra democratica. un requiem che sembra aspettare nei prossimi anni il sequael nel resto dell’Unione Europa.

Hotspot Italia: gli abusi denunciati da Amnesty International

Hotspot, i centri d’emergenza per i richiedenti asilo istituiti dall’Unione europea dove vengono avviate procedure accelerate di identificazione e smistamento, chi ha diritto resta chi no vada pure a casa sua, i rimpatri forzati; il bilico di responsabilità tra Italia e Unione Europea, il cane che si morde la coda, la patata bollente che passa di mano in mano e tutti si scottano. È di questi temi che si occupa il rapporto di Amnesty International sugli Hotspot uscito il 3 Novembre.

HOTSPOT, CHI LI HA CONCEPITI, PERCHE’, QUANDO E DOVE

Relocation, Migration compact, redistribuzione, ricollocazione, direttive, riunioni del consiglio dei ministri, numero di arrivi in Italia, Ungheria, Grecia, Austria, qualche aberrità di Salvini e ancora bla bla bla bla bla bla bla. Se anche voi ad un certo punto non ci avete capito più nulla, keep calm che è tutto normale. Cerchiamo di fare almeno un po’ di chiarezza.

Perché sono stati ideati? Secondo il Regolamento di Dublino, i migranti hanno il dovere di chiedere asilo nel primo paese d’arrivo così come il paese di arrivo ha il dovere di garantire non solo la loro identificazione ma anche la loro permanenza nel proprio terriorio durante la procedura di richiesta di asilo. Quando fu concepito il regolamento i tempi erano diversi un po’ per tutti, l’Italia e tantomeno la Grecia non immaginavano “tanti” arrivi.  Tutti sappiamo che molti delle eprsone che vengono vogliono raggiungere Germania, Svezia, dove il più delle volte hanno famiglia o amici da cui appoggiarsi e sentirsi in qualche modo a casa.

Per diminuire il numero di migranti, in percentuale ancora molto bassi rispetto a molti paesi di accoglienza, l’Italia ha per molto tempo adottato un metodo vecchio come il cucco ovvero quello  chiudere un occhio non identificando la maggioranza di migranti, soprattutto siriani ed eritrei, permettendogli di andare oltre infrangendo la normativa vigente. Aum Aum insomma.

Quando l’immigrazione si è trasformata nel nuovo oppio dei popoli, strumento privilegiato, una sorta di catch all di voti e contemporaneamente gli arrivi si sono intensificati l’Europa ha pensato che era ora di fermare L’AUM AUM. Nascono così gli hot spot –punti caldi di arrivo-

L’obiettivo alla base come dice il rapporto stesso è infatti: “Una drastica diminuzione degli spostamenti irregolari di rifugiati e migranti verso altri stati membri dell’Ue, uno degli obiettivi chiave, doveva essere raggiunto tramite l’acquisizione delle impronte digitali, nella prospettiva di assicurare la possibilità di un loro rinvio, secondo il Regolamento Dublino, verso l’Italia o altri paesi di primo ingresso”. Per compensare è stato varato il programma di relocation, che prevedeva la ricollocazione di 40.000 migranti dall’Italia a diversi paesi europei secondo una base di quote. Ad oggi poco più di un migliaio sono stati ricollocati.

Chi li ha concepiti e quando: Dopo tutti i battibecchi spesso incocludenti su raccomandazione della Commissione Europea sono stati concepiti, nel maggio del 2015, e decisi dal Consiglio Ue a giugno, gli hotspot con il mandato di ottenere il “100% delle identificazioni” all’arrivo. Il loro allestimento è uno dei punti centrali dell’Agenda sulla Migrazione. L’approccio hotspot è stato presentato come la risposta dell’Unione europea all’alto numero di arrivi e alla necessità di fermare la circolazione di migranti irregolari nel territorio europeo. Insomma per i migranti vige la legge: dove puoi arrivare lì rimani e devi essere anche contento!

Dove sono: Gli hotspot fino ad ora in funzione sono a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto.  Offrendo gli hotspot servizi ai migranti appena arrivati molto simili ai servizi offerti da  centri già esistenti in Italia –chiamati Centri di primo soccorso e assistenza (Cpsa)- sono stati allestiti spesso proprio nei CPSA già esistenti. La capienza dichiarata è di 1600 posti in totale, che a dirla tutti rispetto ai numeri complessivi non rappresenta propriamente una svolta.

15151018_10155449114564046_2040298240_n

COSA VIENE FATTO NEGLI HOTSPOT

Adottato come metodo per consentire l’applicazione effettiva del regolamento di Dublino l’hotspot, che non è niente altro che un centro di primissima accoglienza, prende le impronte digitali, fa una rapida valutazione di chi ha bisogno di protezione e chi può tornare indietro.

I LIMITI RILEVATI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Prima di sollevare polveroni apocalittici e gridare ai celerini infami bisogna sottolineare che il rapporto sottolinea la grande professionalità della polizia nella maggioranza dei casi che li vede coinvolti. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Tuttavia la maggior parte dei casi non è tutti i casi e per ogni singolo individuo deve valere il rispetto della dignità umana sulla quale si basa la nostra democrazia.

Impronte digitali prese con la forza:  Una donna di 25 anni proveniente dall’Eritrea ha riferito che un agente di polizia l’ha ripetutamente schiaffeggiata sul volto fino a quando non ha accettato di farsi prendere le impronte digitali.
Numerose le denunce da parte dei rifugiati di essere stati colpiti con bastoni elettrici.
Le storie più forti e quelle delle umiliazioni sessuali:
“Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta. Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso“.

Non oso pensare cosa significhi un trattamento del genere dopo essere stati costretti a fuggire dalla violenza, in tutte le sue forme chissà cosa significa trovarsela davanti alla democrazia che tanto hai voluto. Bah.
Screening sommario:
consiste nel fare una breve intervista per capire se i migranti hanno bisogno davvero di protezione o meno. La famosa divisione tra migranti economici e rifugiati che personalmente trovo davvero ilare. Il mondo accademico e gli esperti avevano fin da subito sollevato dubbi sulla mancanza di chiarezza nei criteri che portano ad una divisione per nulla semplice considerando che l’intervista viene fatta a persone che hanno appena sùbito un viaggio traumatico e che spesso hanno buchi di memoria e difficoltà di espressione. Queste persone spesso non ricordano nemmeno da dove sono partite quando arrivano. Una donna di 29 anni proveniente dalla Nigeria ha detto ad Amnesty International:

“Non sapevo neanche come ero arrivata qui, piangevo… c’erano tantissimi poliziotti, mi sono spaventata. La mia mente era da un’altra parte, non ricordavo neppure il nome dei miei genitori”. 

L’intervista viene fatta dagli agenti di polizia che non hanno un addestramento profondo e adatto a prendere una decisione sul futuro di questi individui. Chi secondo gli agenti non ha i presupposti per chiedere asilo riceve subito un ordine di espulsione – inclusa quella basata sul rimpatrio forzato nel paese d’origine con gravi rischi di violazione dei diritti umani.
come avviene questa intervista? “la polizia deve chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono venuti in Italia, invece che semplicemente domandare loro se intendono chiedere asilo. Siccome lo status di rifugiato non è determinato dalle ragioni per cui una persona ha fatto ingresso in un paese, ma dalla situazione che questa persona affronterebbe se dovesse tornare al paese d’origine, questo approccio si dimostra gravemente difettoso.”

 

Il fallimento della Merkel e l’ascesa della Alternative für Deutschland

La politica di accoglienza voluta da Angela Merkel si è dimostrata fallimentare. Non sono più gli analisti a dirlo ma ora anche gli elettori tedeschi.

Nelle ultime tornate elettorali la CDU della Merkel ha subito una flessione lenta ma costante in termini di percentuali di voto. In occasione delle elezioni  regionali a Berlino,  la Cdu ha ottenuto il 17,6%, in calo rispetto alle precedenti consultazioni è di 5,7 punti.  Per i democristiani si tratta del peggior risultato dal dopoguerra ad oggi nelle elezioni della capitale. Cattive notizie anche per i socialdemocratici della Spd, che pur confermandosi primo partito col 21,5% , hanno perso 6,8 punti rispetto alle elezioni del 2011.

La domanda da porsi è che fine abbia fatto questo 11% totale di flessione nei partiti maggiori tedeschi; la risposta risiede nell’esplosione di consensi sempre crescente che sta ottenendo l’AFD, Alternativa per la Germania, il partito di destra euroscettico., fondato nel 2013 da un economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Cade quindi la grande coalizione Cdu-Spd, che governa il paese dal 2013. I due partiti non hanno più i 75 seggi necessari per governare, mentre l’AFD  con 14,2% al suo debutto nelle elezioni berlinesi e ora è rappresentata nei parlamenti di 10 dei 16 Laender tedeschi.

L’opinione pubblica sta facendo pagare amaramente alla cancelliera Merkel la decisione di aprire le frontiere per risolvere la crisi migratoria nei Balcani. Lo scorso anno sono stati 1,1 milioni i profughi “censiti” in Germania,  provocando nelle popolazione forte disagio per la mancata integrazione. D’altra parte negli ultimi giorni i media tedeschi e internazionali si sono armati contro il neonato AFD e, come tradizione vuole, ci è voluto poco per affibbiargli la targa di partito xenofobo. Addirittura la Süddeutsche Zeitung ha accusato il nuovo deputato tedesco Kay Nerstheimer di omofobia, islamofobia e filonazismo.

La tentazione è quella di credere che si stia cercando di fare con la stampa quello che la politica non è stata in grado di fare: ovvero screditare l’AFD con l’intenzione di affossarne l’ascesa. Senza dubbio le politiche adottate fino ad ora in Europa in tema di sovranità economica e immigrazione si stanno dimostrando sempre più fallimentari e lo dimostra il fatto che i partiti euroscettici, in tutte le nazioni europee, stanno ricevendo consensi sempre più ampi.  Sembra giunta l’ora di fare un passo indietro.

L’Europa muore al Brennero

L’Europa muore al Brennero e il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Unione Europea ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

C_2_fotogallery_3000223_16_image

 

UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.

 

L’occasione mancata

Il parlamento di piazza Syntagma ha votato sì al primo pacchetto di misure euroimposte oltre la mezzanotte di mercoledì ponendo così fine alla prima fase della più cruenta crisi che l’Unione abbia mai dovuto fronteggiare. Ad Alexis Tsipras la storia tributerà qualche alloro e tante gramigne.
Tra i pregi vi è quello indiscusso di aver dato una smorzata alla grigia estetica di Bruxelles e delle istituzioni europee con la nomina del mascalzone latino di Varoufakis, con il rifiuto dei protocolli, con l’uso continuo della mediterranea arte della procrastinazione, con l’audacia virtuale di aver proposto una via d’uscita solonica a proposte draconiane. Ma quello più importante è stato di aver rimesso la politica in ogni suo senso al centro della discussione storica sull’Unione europea e sui suoi meccanismi, sul suo funzionamento e sul suo stesso destino. Al netto dell’impatto scenografico, culminato con il referendum, il giovane premier di Syriza, ormai logorato da dissidi intestini, è stato autore di una interminabile partita a poker che lo sta vedendo in queste ore uscire inesorabilmente sconfitto poiché anche l’Unione è stata in grado di spostare il baricentro dialettico su temi politici – come l’opzione Grexit- e di condurre i negoziati in organismi, e con strumenti, extra Ue (eurogruppo, ESM ecc.).
La verità, che si può accettare o meno, è che dall’insediamento di febbraio ad oggi il governo greco ha attuato un decimo del suo programma e non ha cantierato nessuna della riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno da sessant’anni. Il premier, come si diceva, ha fatto il politico, bene, ma non lo statista, male. Il dark side della trovata referendaria è quello di aver consegnato l’illusione al proprio popolo di poter auto-determinarsi e di rinvigorire la propria capacità contrattuale nei negoziati senza consegnare un serio prospetto informativo di quali sarebbero state le conseguenze dell’una o dell’altra scelta.
Il gesto, irresponsabile quanto coraggioso, è stato subito preso in prestito da euroscettici, retori della dignità dei popoli ed ogni genere di pecorone. Ci si è messi in bocca l’antichità- Grecia antica e moderna sono come l’acqua e l’olio- lo sprezzo per i numeri e i fatti economici, il pretesto per disseminare commenti da bar per il disabile Schauble e la Kaiser culona. Gli ultras dell’ochì referendario si sono dimostrati abilissimi a paventare le terapie ma poco propensi ad impegnarsi in una diagnostica lucida dei problemi. Un po’ di chiarezza.
L’Europa così com’è è un mostro ibrido zeppo di malattie congenite che ha dimostrato oltremodo le ambiguità e la malafede sui cui si fonda. Dall’autunno del 2009, quando Papandreu disse al mondo che i greci truccavano i conti da trent’anni e il deficit superava il 15% del pil, ad oggi l’Europa ha percorso con folle convinzione la strada opposta a quella del buonsenso. Occorreva ristrutturare il debito e procedere in un concordato preventivo che permettesse tagli e dilazioni all’esposizione di allora (un terzo di quella odierna) e riportare il paese in bonis anziché condurre la nave nella tempesta di un fallimento irreversibile. Invece si è continuato a prestare danaro- in partite di giro ESM-Bce – ad un paese di 11 milioni di anime che ha l’economia siciliana, il malcostume calabrese e il welfare svedese, vessato dalla speculazione sui rendimenti dei titoli attuata dalle stesse banche tedesche e francesi, ora sole ed effettive creditrici. Lo spauracchio Troijka (l’Fmi è in ordine il quinto creditore e si sta dimostrando compiacente a un taglio netto stimolato da Washington impaurita di soluzioni eterodosse della vicenda) ha ipnotizzato l’opinione pubblica europea spostando il focus dell’attenzione dal reale quadro della situazione: la Grecia è un nonnulla economico che non ha mai avuto le credenziali per vivere in un sistema di mercato unico a moneta unica, amministrata per anni da delinquenti che la hanno depauperata offrendo il panem della spesa pubblica e del pubblico impiego ad un popolo pigro e godereccio che ha vissuto sopra le sue possibilità per decenni, successivamente attaccata dallo sciacallaggio finanziario degli speculatori, spinta per sopravvivere a ricorrere allo strozzinaggio di un’Europa/ Germania che ora, in preda ad una trance rigoristica è incapace, dolosamente, di vedere le prospettive a vent’anni e cioè di vedere pagare le colpe dei padri e degli usurai ad un’intera generazione di greci incolpevole.
Così l’Europa ha volutamente sconfessato ogni suo credo e ha riversato su un’intera nazione il gioco volumetrico della speculazione dei mercati- quantunque Mario Draghi abbia portato allo stremo le possibilità offertegli dagli angusti spazi dello statuto BCE- scoprendo le carte ed ammettendo la sua vera anima con una sentenza di condanna all’austerità perpetua.
La melassa buonista degli eurofili irriducibili deve ora interfacciarsi con una nuova e più matura forma di euro scetticismo, forte di argomentazioni inopinabili. La vera Europa, quella promessa come l’America, non si è fatta per preciso intento dei suoi architetti. Il trattato di Roma del 2004, iperbolicamente definito “Costituzione”, fu rispedito al mittente dai referendum francese e olandese, e la successiva frettolosa e inconsistente negoziazione di Lisbona ha lasciato un’Unione che null’altro è che una fabbrica di San Pietro fumosa e contraddittoria. Gli unici assetti definiti sono a totale appannaggio della macchina industriale tedesca per consolidare il ruolo del marco-dominus nella nuova veste di euro. Un’Europa colma di capetti e povera di padri nobili, accartocciata in un sistema di governance rarefatto. In ogni Stato membro si è aperta una discussione più ampia ed articolata sull’esistenza stessa dell’Unione. Si è coniato il termine Brexit per annunciare il prossimo referendum britannico sulla permanenza nell’Ue, la Finlandia è al settimo anno di recessione scalpita, la Danimarca ha virato verso destre nazionaliste, in autunno si vota in una Spagna affascinata da Podemos, la Polonia e la sua dinamica economia hanno frenato il processo di ingresso nell’eurozona. Come se non bastasse al coro anti Atene si è unito il partito dei neo-falchetti, ovvero sia quei paesi come Irlanda, Portogallo e statarelli dell’est che hanno obbedito all’austerity e ora rivendicano peso politico. Cosa avrebbero dovuto fare in questo scenario dantesco i principali attori non tedeschi?
Tsipras avrebbe dovuto avere la forza di andare oltre l’accordo con Putin, avrebbe potuto ad esempio, sfruttando anche la congiuntura del deal iraniano, corteggiare la sorniona Cina in realtà molto interessata a portare la sua ombra sul porto del Pireo. Solo così avrebbe trovato il passante vincente per strappare politicamente, oltre che economicamente, da Berlino e Bruxelles e fare andare su tutte le furie Obama, cosa parzialmente accaduta, e far diventare il caso ellenico una questione geopolitica di valenza mondiale.

 

Il premier greco ha preferito bluffare con l’intesa di Mosca e stuzzicare poco i creditori-ricattatori palesando limiti personali e ritrosie ideologiche troppo granitiche per consegnarlo alla storia. Ma i due principali falliti dell’intera vicenda sono François Hollande e Matteo Renzi, emanazione di due paesi codardi e miopi.
Il primo, con tutta probabilità il peggior capo di stato della storia francese repubblicana e non, se si votasse domani per l’Eliseo si piazzerebbe terzo dietro Marine Le Pen e il redivivo napoleonico Sarkò, ha perso l’opportunità di sferrare un colpo semi-mortale al Berliner consensus conducendo i giochi della trattativa e ha dimostrato definitivamente che l’asse franco-tedesco di matrice carolingia è solo una rubrica teorica perché tutte le decisioni fondamentali sono prese al Bundestag. Il secondo, uscito dal summit maratona con quell’aria da paninaro che racconta ai suoi amici le gesta della sera prima, ha confermato di essere il primattore di Firenze e la comparsetta di Bruxelles dopo la batosta sul caso migranti. Senso di smarrimento, inadeguatezza ed incompetenza lo hanno portato al capo chino su ogni questione rilegando ulteriormente l’Italia a quarto violino delle vicende europee. Avrebbero, i due, dovuto guidare il catamita greco e i terroni in genere contro il bullismo nordico, sfruttando pretestuosamente il caso greco per ridisegnare l’ingegneria costituzionale europea e rivedere i rapporti di forza. Entrambi, quindi, hanno ed avranno la colpa storica di non aver saputo sfruttare l’occasione di degermanizzare l’Europa, inanellando una serie di sconfitte politiche che non hanno fatto altro che rafforzare la leadership tedesca anziché indebolirla. Se si fossero fatti portavoce di proposte alternative serie per affrontare la “questione meridionale europea”, che vede protagonista anche Francia e Italia, come taglio del debito e protezione ipotecaria sulle richieste ad Atene, avrebbero potuto nel breve ritrattare il tetto al rapporto deficit-pil del 3% che è il principale motivo per cui i due paesi non possono abbattere la pressione fiscale e pianificare crescita. Si sono altresì accontentati di mostrare il fianco ancora una volta a questo progetto meschino di convivenza forzata, antropologica prima che politico-economica, invece di proporsi come guide di una nuova stagione costituente.

L’Europa, quella dei conti, ha vinto di nuovo ma inizia a vacillare.

L’oro che segna il destino di Crimea ed Europa

Il tema dell’oro è di volta in volta al centro delle analisi del giovedì su Polinice. Ciò non avviene per via di una passione per tale metallo da parte della redazione di AltriPoli e neppure per il fascino che l’oro ha sul grande pubblico. Bensì, le analisi economiche internazionali, non posso prescindere dal “bene rifugio” che nell’instabilità geopolitica ed economica negli anni dieci la fa da padrone. Storicamente l’oro deve la sua importanza nei mercati mondiali alla sua meticolosa quotazione e valutazione universalmente riconosciuta. Infatti, il prezzo dell’elemento chimico di numero atomico 79 è fissato dai mercati; fin dal 1919, la Borsa di Londra (che controlla Piazza Affari di Milano) stabilisce due volte al giorno un prezzo di riferimento (il cosiddetto fixing dell’oro).

Attualmente, i cinque operatori più rilevanti del mondo per lo scambio di oro fisico sono: Johnson Matthey, Mocatta & Goldsmith, Samuel Montagu, Rothschild e Sharps Pixley. Come costante storica, l’oro è da sempre impiegato nel supportare e garantire alle valute in un sistema economico basato sul gold standard, per cui il valore di ogni valuta è stabilito equivalentemente a una certa quantità di oro. Come parte di questo sistema, in passato, le banche centrali hanno tentato di controllare il prezzo dell’oro, fissandone le parità con le valute. Nel periodo che va dal 1789 (Rivoluzione Francese) al 1933 gli Stati Uniti d’America hanno fissato il prezzo standard dell’oro a 20,67 dollari. Nel 1961 il mantenimento di tale prezzo non fu possibile e le banche centrali degli Stati Uniti d’America (Federal Reserve) e dell’Europa iniziarono a coordinare le loro azioni per mantenere il prezzo stabile contro le forze di mercato. Da quel preciso momento storico si può affermare che l’oro è passato dal controllo delle banche centrali a quello degli operatori finanziari. Nonostante ciò, esso rimane bene vitale, nel quale rifugiarsi in tempi di crisi, sia per le banche centrali che per gli investitori economici. Recentemente, nonostante i proclami degli economisti non populisti, l’oro è tornato a crescere. I motivi di tale impennata risiedono in due aree geopolitiche e questo spiega il motivo per cui l’economia non può prescindere dall’analisi geopolitica. Tali ragioni ed aree prendono il nome di Crimea e Iraq.

TRA MOSCA E WASHINGTON CI VA DI MEZZO L’ORO – Il prezzo del metallo prezioso per eccellenza da settimane continua ad altalenare per via dello scontro “metafisico” più che reale che avviene tra Russia e Usa per la Crimea. Non aderisce a questo scontro l’Europa dell’Ue, che vive di schizzofrenia in quanto legata alla NATO, ma totalmente dipendente in due dei suoi tre Big (Germania ed Italia) dall’energia russa e di Gazprom. In questo quadro le tensioni tra occidente e Russia hanno spinto il “bene rifugio” ad un importante rialzo. Al contempo la prospettiva di un aumento dei tassi Usa, operato dalla Federal Reserve, ha provato a trascinare il metallo “anti-dollaro” al ribasso. Le due tendenze macroeconomiche operate da investitori e Fed nella giornata di martedì hanno portato l’elemento chimico di numero atomico 79 ad una quotazione pari a 1.312 $. Ciò è avvenuto sull’onda dell’aggravarsi della crisi con Mosca, di fatto espulsa dal G-7, la cui efficacia pare però non sembra ripercuotersi seriamente sull’economia russa.

BAGHDAD METTE LE ALI ALL’ORO – A dar manforte agli investitori che avevano scommesso sul rialzo dell’oro in un quadro internazionale di estrema incertezza, ove l’America è passata dall’Amministrazione Bush dove era forza incontrastata al quasi mensile scontro con Mosca, è stato l’Iraq. Infatti, il paese più ricco di petrolio della regione persica ha acquisito recentemente trentasei tonnellate di oro. Vi chiederete a cosa corrisponde e a quanto sia il valore di trentasei tonnellate di oro realmente. Ebbene, esse corrispondono a più della domanda d’Italia e Francia messe insieme nel 2013. Tanto ne ha acquistato l’Iraq nel corso di questo mese, più che raddoppiando le sue riserve auree, che stando agli ultimi dati del Fondo monetario internazionale ammontavano a 27 tonnellate. La stessa banca centrale irachena ha comunicato l’operazione. Tale operazione, oltre a far volare il prezzo degli idrocarburi per la felicità di Gazprom, resterà negli annali. Infatti, un operazione d’acquisto dell’oro tale è da primato: era dal marzo 2011, quando il Messico incrementò le sue riserve di 78,5 tonnellate, che non si verificarono delle operazioni equivalenti alla portata messicana o superiori.

Sembrerà strano concepire come dal prezzo e dalle mosse di operatori finanziari e banche centrali nella trattazione dell’oro dipenda lo scontro tra Federazione Russa e Stati Uniti d’America. Eppure, in mezzo alla partita e pedina fondamentale, nonostante l’assoluta incapacità dei suoi leader ad eccezione di Angela Merkel, vi è l’Unione Europea. Infatti, per sua stessa ammissione l’Unione Europea militarmente e strategicamente dipende da Washington, ma qualora il prezzo dell’anti dollaro ossia l’oro, che controbatte alla moneta con il quale si quantifica mondialmente il prezzo del greggio, dovesse salire ancora, di sicuro la partita geopolitica finirebbe nelle mani di Gazprom. Vi chiedete perchè è stato scritto Gazprom e non Federazione Russa? Il motivo risiede nel fatto che per Mosca la Crimea russofona vincitrice del referendum basta a soddisfare le istanze interne della popolazione, ma in ballo vi è il 40% delle risorse energetiche europee, che in un epoca post industriale sono vitali, per ogni singolo individuo che vive tra gli stati membri dell’Unione Europea. La partita è iniziata e non si giocherà con i carri armati in Ucraina, bensì alla Borsa di Londra.

Red Bull: tra Felix Baumgartner, controversie e buzz marketing

La scorsa domenica milioni di persone, in Austria e nel mondo intero, sono state incollate agli schermi di Youtube ed Eurosport, per seguire l’impresa di Felix Baumgartner e del team Red Bull Stratos. Un’impresa folle che sancisce un record mondiale, che dimostra come l’uomo possa superare la velocità del suono e di come, dove c’è pericolo, sport estremo e voglia di superare i limiti dell’uomo, a sponsorizzare e sostenere tutte queste operazioni vi è un’unica azienda: Red Bull. Da vent’anni a questa parte parlare d’imprese estreme vuol dire raccontare la storia dell’azienda produttrice dell’energy drink più conosciuto al mondo.

Questa storia parte nel 1982 in Asia, quando un dirigente austriaco della multinazionale Unilever, Dietrich Mateschitz, colpito da una classifica sui dieci uomini più facoltosi del Giappone scopre che al primo posto tra di essi vi fosse Mr. Taisho, il quale dirigeva un azienda che si occupa della produzione e della distribuzione di una bevanda energizzante. Tornato in Austria, superate molteplici difficoltà, prime fra tutte l’autorizzazione del Ministero della Sanità austriaca e la reperibilità di capitali da investire, Mateschitz riesce ad immettere a fine anni ottanta in Austria e ad inizio novanta in Europa la bevanda energizzante più famosa del globo. La Red Bull a differenza della Coca-Cola non possiede una formula segreta, mantiene la grafica dei propri prodotti e pubblicità identica da due decenni, la sede operativa risiede tuttora in Austria. E allora viene da chiedersi da dove derivi il successo di questo prodotto e brand.

Il segreto del successo dell’azienda austriaca risiede nella strategia adottata da Dietrich Mateschitz e nel suo modo di operare ed intendere il marketing. Ad oggi Red Bull ed Energy drink, nonostante i molteplici competitors, sono per il pubblico sinonimi l’una dell’altro. Formula vincente della strategia di diffusione del prodotto è l’invenzione strategica dello stesso Mateschitz, ovvero il “Buzz Marketing”. Per “Buzz marketing” s’intende quella strategia commerciale che induce il consumatore a partecipare, attraverso una preventiva sponsorizzazione sulla rete web, ad eventi con grande copertura mediatica, ove il main sponsor sia facilmente riconoscibile e assoggetti la disciplina presentata allo stesso. Per questo motivo la società austriaca reinveste del proprio profitto il 30% in pubblicità, seguendo in particolar modo discipline spettacolari e con alto tasso di rischio. Attualmente il numero di atleti supportati dalla Red Bull è pari a cinquecento, gli investimenti pubblicitari non puntano al breve termine, tant’è che l’impresa di Felix Baumgartner è stata supportata dal 2010.

Per comprendere appieno la strategia del “Buzz Marketing” e del marketing virale basta citare lo stesso Mateschitz: “Noi non portiamo il prodotto al consumatore, noi portiamo i consumatori verso il prodotto”. Grazie a questa formula di marketing, ad essere stata la prima azienda ad immettere nella grande distribuzione un prodotto che non fosse ne’ un alcolico ne’ un soft drink, Red Bull ad oggi ha un valore che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro.

Aldilà delle perfette strategie di marketing e del fatto che il modus operandi dell’azienda austriaca sia divenuto oggetto di analisi e studio accademico, permangono molte perplessità riguardo il libero uso da parte dei consumatori. Ciò è dovuto, secondo il mio parere, all’inconsapevolezza che porta i consumatori a usufruire e ed acquistare prodotti, che in molti casi, possono indurre effetti indesiderati. Tra questi prodotti figura la Red Bull. Su questa azienda e sul suo prodotto girano molte storie, le quali il più delle volte si rivelano essere leggende metropolitane. Ad ogni modo, i dubbi espressi in passato, dalle commissioni ministeriali di Francia e Norvegia, riguardano l’utilizzo e la mescolanza dell’energy drink assieme ad alcolici, in quanto potrebbe intaccare le normali funzioni cognitive e la forte presenza di caffeina, se non unita ad un’attività fisica, può creare sintomi cardiaci anche di una certa rilevanza. Altre perplessità sono indotte dalla presenza del glucuronolattone, il quale è contenuto in una misura duecento volte superiore alla normale dose giornaliera, ma gli effetti negativi ancora non sono stati dimostrati dalla scienza medica. Infine, la vitamina B12 contenuta nella bevanda, utilizzata in casi di coma etilico, è messa al pari di alcune droghe da una certa scuola di pensiero scientifico. Anche in questo caso però non esistono prove di dannosità permanente per gli utilizzatori di bevande che contengono tale vitamina.

Riallacciandomi al preambolo di questo paragrafo, ove sostenevo l’inconsapevolezza di ciò di cui si usufruisce da parte del consumatore medio, tengo a precisare che nel retro di ogni confezione Red Bull è chiaramente consigliato di bere assieme ad essa molta acqua e di compiere attività fisica dopo averla bevuta.

Ora, tra controversie di natura medica, report finanziari, marketing e composizione chimica del più famoso Energy drink al mondo, resta che Dietrich Mateschitz con le sue sponsorizzazioni e scommesse su folli atleti ci aiuta a sognare. Produce lavoro e forza capitale in Europa. E, infine, soddisfa quell’insaziabile bisogno umano di abbattere i propri limiti. Non importa che tu ti chiami Antonio e vuoi scalare il Monte Velino oppure Felix Baumgartner e intendi abbattere la velocità del suono, gettandoti da 39.050 metri.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Calcio ed Europa un binomio vincente

Saranno gli esami, il caldo che non ti da tregua eppure c’è un qualcosa di incomprensibile a mia madre ovvero l’immenso stato di noia e frustrazione che mi prende alla fine del campionato e delle coppe europee. Per fortuna ogni due anni si alternano Europei e Coppa del Mondo e ritorna un po’ di sorriso nelle torride serate romane. Quest’anno sarà il turno degli Europei di calcio UEFA e come spesso accade sono parte di quel grande business che è il calcio europeo.

La manifestazione sopracitata fa parte dell’organizzazione UEFA (Union of European Football Associations) che è l’organo amministrativo e di controllo del calcio Europeo. Ad essa appartengono tutte le federazioni calcistiche Europee più quelle appartenenti all’ex blocco sovietico per contiguità con la Russia e Israele per ragioni politiche. L’organizzazione fondata Basilea nel 1954 gestisce nove competizioni per nazionali e cinque per club di calcio che da sole rappresentano il triplo di tutti gli altri sport in termini di introiti e spettatori. Unici rivali nella stagione estiva sembrano essere il tennis (Wimbledon, Roland Garros ed i tornei di Roma e Madrid) ed il ciclismo con Tour de France e Giro d’Italia a far da padroni.

Tra pochi giorni partirà la quattordicesima edizione degli Europei di calcio in Polonia ed Ucraina, rinominata anche Coppa Henri-Delaunay dal nome del suo ideatore, che fu il Presidente tra gli anni cinquanta e sessanta della Uefa. Gli ex paesi della cortina di ferro stanno vivendo un periodo di forte transazione sociale ed economica, con la Repubblica Polacca che da un biennio è la locomotiva d’Europa vista una crescita del Prodotto Interno Lordo che varia dal 3% al 4,1% del 2011/2012. Differente la questione dell’Ucraina la quale messa sotto la lente dell’ingrandimento da parte della stampa occidentale ed in particolar modo della Cancelliera tedesca Angela Merkel per via della carcerazione dell’ex premier Timoschenko, è il punto di contatto per l’Unione Europea per accingere all’immensa disponibilità di risorse energetiche russe. A non conoscere crisi sono l’economica ed interesse per “lo sport più bello del mondo”, ciò è confermato dalla ventunesima edizione dell’Annual Football Finance 2012 di Deloitte.

Il rapporto annuale sullo stato dell’economia del calcio dell’istituto fondato più di centocinquanta anni fa, ha evidenziato come dove c’è calcio vi è ricchezza. Insomma, una vera e propria sconfessione alle richieste del Premier italiano Mario Monti, che sembra aver dimenticato il contributo dato dal calcio al Pil Nazionale con una quota superiore al 3%. Vi ricordate la finale di maggio della Uefa Champions League? Bene, in quella finale si sono ritrovate le compagini di Londra e Monaco, un po’ come è accaduto nei ricavi.

L’analisi dell’Annual Football Finance del 2012 ha messo in evidenza lo strapotere della Premier League. La Premier League è il campionato che al mondo produce il maggior numero di ricavi pari a 2,5 miliardi di Euro, una crescita pari al 12% nella sola stagione 2010/2011. Il successo della Premier è dovuto a una politica manageriale impostata su stadi di proprietà e marketing aggressivo, ove sono state valorizzate immagine e patrimonio dei club, anche se squadre blasonate come il Manchester United iniziano ad essere impegnate in difficili operazioni di ristrutturazione del debito. Nella finale di Monaco non vi è stato lo strapotere inglese sul campo, a differenza che nel business, ma il risultato è rimasto lo stesso.

Un dato inequivocabile è la forza del calcio inglese e il divario con la seconda lega più ricca ovvero la Bundesliga si è ampliato notevolmente anche per via del cambio euro/sterlina. Ma la Bundesliga rimane l’esempio migliore da riproporre a tutte le leghe europee per quel che concerne la programmazione finanziaria e la valorizzazione dei vivai giovanili. Questi due elementi uniti al sentirsi meno della cosiddetta “crisi finanziaria” hanno reso la lega tedesca un modello. Allo stesso tempo la Bundesliga si è confermata come campionato più redditizio incrementando i profitti operativi, questo la porta a essere la prossima possibile primatista tra le leghe non appena verrà applicato in toto il fair play finanziario Terza Lega più florida si è rivelata la Liga Spagnola che ha visto concretizzarsi con 1,72 miliardi di euro un aumento del fatturato di un 5%. Qui a segnare il trend positivo non è il “sistema” Liga nel suo complesso, bensì le regine del calcio europeo: Barcellona e Real Madrid. Questo dato riscontrabile dalle decisioni della Giustizia iberica che ha posto in amministrazione controllata sette società appartenenti alla Liga durante la stagione appena conclusasi.

La Serie A raggiunge la quarta piazza, registrando un aumento dei ricavi per l’1%, che ha portato il valore annuo a 1,5 miliardi di euro. I problemi della lega italiana sono ben noti ai calciofili nostrani principalmente essi sono riassumibili in tre campi: il grande costo del rapporto tra tesserati/ricavi, l’indisponibilità di stadi di proprietà riconducibile ai singoli club e la presenza di strumenti che rendono difficoltoso l’accesso ai prodotti offerti. L’Italia è stato il paese che ha riscontrato una forte flessione nelle presenze allo stadio e una sempre maggiore dipendenza dei club nei confronti delle pay-tv. Sul primo punto restano ancora forti gli interrogativi sull’utilità di strumenti quali la “Tessera del tifoso”, che nonostante incongruenze sul piano giurisprudenziale, si sono rivelati anche vani escamotage economici.

Ora che avete ben presenti i dati economici delle leghe che compongono la Uefa potrete magari comprende meglio le ragioni che determinano il successo di un club rispetto ad un altro, della fortuna di talune nazionali e del bombardamento mediatico a cui pur non volenti siete costretti a sottostare. Il mio consiglio è comunque quello di riassaporarvi il calcio più autentico, quello dei seggiolini dello stadio messi al posto del divano, della passione di ogni tifoso che si contrappone al consumatore fidelizzato.