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Le figlie di Michelle Obama e i minidress dello scandalo

“Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre..”La prima cosa che mi è venuta in mente sentendo le polemiche sul look delle figlie di Michelle Obama è stata questa vecchia canzone. Sasha, 14 anni e Malia, 16, non hanno fatto in tempo a scendere dall’Air Force Two che le ha portate a Milano Malpensa che è scoppiata la polemica. Certo sono le figlie del Presidente degli Stati Uniti, fanno parte della classifica delle teenager più influenti al mondo insieme, fianco a fianco con Malala. Sono due, il che le fa rientrare nel gruppo delle sorelle vip come Kate e Pippa Middleton, Paris e Nicky Hilton, Cara e Poppy Delevingne. Sarebbero icone anche senza volerlo.

Le figlie Michelle Obama a Milano
Le figlie Michelle Obama a Milano

Niente eccessi, niente feste in piscina nudiste stile Principe Harry, niente twerking o tagli di capelli radicali alla Miley Cyrus, ancora nessun ricovero in Rehab. Malia e Sasha quando partecipano alle visite ufficiali in giro per il mondo con mamma Michelle non possono neanche usare i social network come fanno i loro coetanei: niente profilo facebook per loro, niente selfie o foto buffe da postare o condividere in vacanza. Aldilà della sconvenienza di vedere la First Daugther che chatta con lo smartphone mentre la madre tiene un discorso, ci sono ovvii motivi di sicurezza per cui alle due Obama girls i social sono vietati: postare foto in tempo reale significa essere immediatamente localizzabili. Così quando Malia (o qualcuno per lei), qualche settimana fa, ha postato su Instagram una sua foto con indosso una maglietta hip hop quello scatto è diventato immediatamente virale sul web.

A cosa si è attaccata dunque una nota giornalista americana per fare un po’ di polemica? Le figlie di Michelle Obama sono troppo “sane”. Troppo sportive. Mercoledì, all’arrivo all’aeroporto di Malpensa madre e figlie erano tutte e tre in minidress. Per la first lady americana top nero dal classico taglio all’americana con gonna dal disegno grafico e colorato. Per Sasha abitino a righe bianco e azzurro e capelli raccolti in uno chignon. Capelli sciolti sulle spalle invece per Malia, che indossava un completo spezzato sui toni dell’argento. Visi acqua e sapone, gambe e braccia scoperte, scarpe bassissime. Un look impeccabile, quello delle donne presidenziali,  uno stile consolidato come nel caso della recentissima visita nel Regno Unito,

Uno stile impeccabile ma secondo alcune/i poco innovativo. “I vestiti di Mrs. Obama telegrafano un’idea di femminilità da anni Cinquanta”, ha scritto Vanessa Friedman, critica di moda del New York Times. “Le sue sembrano scelte poco assertive se davvero vuole trasmettere un messaggio di empowerment”, insomma se vuole ispirare le ragazze a sentirsi forti e potenzialmente potenti. Poi, sempre secondo la Friedman c’è un altro problema: la First lady e le sue figlie, con questo tour europeo, sono diventate icone di stile globali difficilmente imitabili. Malia e Sasha, sono passate dalle felpe nonstop al “dress to impress”, al vestirsi per fare colpo, sull’opinione pubblica. Ma se ci fosse stata la cara Vanessa, o ognuna di noi, sulla scaletta dell’aereo, con la consapevolezza che i fotografi di tutto il mondo erano li pronti a scattare e a scovare ogni capello fuori posto, avremmo scelto un look tuta e capello unto? Credo di no.


figlie Michelle Obama

Michelle, fanno sapere dalla Casa Bianca, si alza alle 4.30 del mattino per fare palestra. Le figlie anche sono palesemente atletiche. Insomma sono tutte e tre in forma, hanno braccia e gambe toniche. Troppo secondo i critici, tanto da rischiare di scoraggiare proprio le donne e fanciulle che vorrebbero ispirare. Messe di fronte a standard così alti, potrebbero arrendersi e consolarsi con pizza patatine e quel cibo spazzatura contro cui Michelle combatte. Ma è tanto sbagliato che una First Lady impegnata a livello globale a promuovere l’attività fisica regolare e l’alimentazione sana, sia la prima a dare il buon esempio?

Infine capitolo minidress. Pare che Michelle & figlie non si facciano regalare niente; pagano vestiti e accessori; la First lady si fa prestare – solo prestare – abiti dagli stilisti per le occasioni ufficiali. I minidress che indossavano durante la visita a Londra sono stati criticati perché “poco democratici”. Erano della marca Usa, Shoshanna e costavano sui 200 euro. Più o meno quanto una borsetta di Suri Cruise.

Sasha e Malia Obama a Londra
Sasha e Malia Obama a Londra

Lungi da me dire “povere le figlie del presidente degli Stati Uniti” perché sarebbe una contraddizione in termini ma di fronte a tante ragazze che hanno problemi di peso, alla battaglia contro l’anoressia e la bulimia, l’immagine di due adolescenti che fanno sport, non scheletriche e a loro agio con il proprio corpo non può che essere un messaggio positivo.

“E pur si move” l’Architettura di Maurizio Sacripanti

Era il Marzo del 1970 e nella prefettura di Osaka si aprivano al pubblico i cantieri dell’Expo’70,  organizzata su un master plan progettato da Kenzo Tange: 33 ettari di spazi destinati a padiglioni stranieri e nazionali connessi da un’avveniristica rete infrastrutturale e con il tema espositivo comune di “Progresso e armonia per l’umanità”.

Il Padiglione italiano dell’esposizione portò la firma dello studio Valle, ma in molti avrebbero voluto vedere realizzato quel progetto prodotto per mano di Maurizio Sacripanti e dei suoi collaboratori, che dal 29 Maggio sarà possibile vedere al MAXXI in una mostra appositamente dedicata.

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Maurizio Sacripanti, Progetto per Padiglione italiano all’Expo’70 di Osaka

La ricerca insita nel progetto è complessa ed anticipa con coraggio visionario l’orizzonte architettonico contemporaneo, o forse del futuro prossimo coevo. L’idea è quella di un’architettura intesa come organismo vivente, che si muova nello spazio, e si trasformi nel tempo a seguire dei passi del fruitore. Un percorso sospeso all’interno di un guscio composto da sette lame d’acciaio per lato, di dimensioni decrescenti,  che,  incernierate a due pilastri cavi ed azionate da pistoni, si muovono nello spazio tempo e con esse il telo teso che le unisce, conferendo volume monadico ma mutevole alla struttura.

Sacripanti Osaka2
Sezione Sacripanti Expo’70 Osaka

“Il tempo ieri era iterativo | oggi è pulsante” M.S.

Per la commissione giudicatrice però nel padiglione di Valle v’erano “maggiori affidamenti di poter essere realizzato in Giappone nei limiti di tempo e di spese previsti”.

Nel libro “Città di frontiera” scritto dallo stesso Sacripanti si trovano tutti gli elaborati grafici e le descrizioni approfondite che dimostrano come questa poetica visionaria fosse strettamente correlata ad una rigorosa ricerca tecnologica, sempre in vista di una concreta realizzabilità del progetto.

Sacripanti, Città di frontiera

“La struttura ieri era manufatto, unicum | oggi è quantitativa, ripetibile, è l’elemento” M.S.

Una tendenza ingegneristica venata di misticismo e suggestione, tipica della radice di appartenenza della scuola di Adalberto Libera e Mario De Renzi. Una formazione infatti imbevuta della scuola romana di cui diverrà poi egli stesso maestro. Ebbe come professore del primo anno Enrico Del Debbio che come lui stesso racconta, il primo giorno di università, gli mise in mano una foto di Sant’Ivo alla Sapienza chiedendogli pianta sezione ed assonometria. Continuò a disegnare per Del Debbio prospettive a tempera insieme a Mario Ridolfi. Lavorò poi a studio con De Renzi e qui probabilmente apprese ancora più intensamente la lezione del razionalismo, masticando quel lessico fino a farlo scivolare giù nell’inconscio e a recuperarne memoria attraverso di esso.

La memoria ieri si affidava alla tradizione | oggi è recuperata nell’inconscio” M.S.

Il dopoguerra ed il crollo delle ideologie, infatti, aveva investito l’ambito accademico romano portando riflessioni sempre più  contrastanti sul rapporto con l’architettura razionalista. Si attribuisce alla ricerca critica zeviana il momento di frattura della scuola romana col razionalismo, a favore e “Verso un’ architettura organica”. Lo stesso Adalberto Libera, esponente della corrente razionalista italiana nel dopoguerra segna un cambio nella sua poetica che il figlio descrive così in un’intervista:

C’è una differenza sostanziale tra l’attività svolta da mio padre prima della guerra ed il suo lavoro dopo la guerra. Due personaggi profondamente diversi hanno vissuto nello stesso corpo.

Così mentre Milano e Venezia univano il sodalizio e portavano avanti i risultati italiani, a Roma il rapporto con il passato procurava ferite e fessurava l’ambiente accademico di pulsanti ed agguerrite discussioni senza punti d’incontro, come la critica che venne mossa aspramente al palazzo della DC realizzato da Saverio Muratori, che oggi si guarda con occhi diversi, di chi, ubriaco dell’iper formalismo decostruttivista contemporaneo, trova abilità nei colti tentativi di dialogo tra calcestruzzo, casseforme e passato.

Negli stessi anni del padiglione di Osaka, Sacripanti era già divenuto professore ordinario proprio della Facoltà di Architettura di Vallegiulia. Ed insieme a lui l’università romana si popolava tra i saliscendi delle scale di grandi figure che tenevano lezione nelle aulee e revisionavano i progetti degli studenti: oltre ai noti Ludovico Quaroni e Bruno Zevi, accompagnato da un giovane Tafuri, vi erano Giuseppe Perugini con la sua poetica sperimentale, Luigi Pellegrin che aveva già realizzato la piccola perla della palazzina di Piazzale Clodio, Saverio Muratori, rappresentante dello storicismo e grande teorico del Novecento e Sergio Musmeci, allievo di Nervi e Morandi.

Nel 1968 Tafuri pubblica “Un bilancio dell’architettura italiana” dove analizza i vari progetti partecipanti al Concorso per i nuovi uffici della Camera dei Deputati. Il lotto d’interesse è nel cuore del centro storico romano, uno dei famosi buchi neri ancora non risolti, ad angolo tra Piazza del Parlamento e Via di Campo Marzio. Il titolo del testo tafuriano è dovuto alla partecipazione di tutti i grandi nomi delle scuole italiane: Quaroni, Samonà, Aymonino, Portoghesi ed anche Sacripanti.

Il nostro maestro propone un progetto che Tafuri definisce come una macchina che travolge l’uomo e lo tritura in una realtà straniante. A cui Sacripanti stesso rispose:

Beh, poi quello era anche il Parlamento no? Inventai questo luogo finto per persone finte. Però a rivederlo a posteriori questo apparente gioco di oggetti che restano come sospesi “tra il carnevale e la quaresima” non era proprio male.

Perchè la figura umana era al centro della sua poetica, egli aveva compreso che la misura dell’uomo risiede nel grado di appropriazione che permettono gli spazi e non necessariamente nella loro dimensione.

“Lo spazio ieri era fatto per essere controllato | oggi per essere convissuto”

Da buon romano nutre, inoltre, un senso rinascimentale dello spazio di lavoro, lo studio come la bottega, dove il rapporto con l’opera è fatto di mani sporche ed intimità con se stessi.

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Progetto per Grattacielo Peugeot

Ecco vedete quel quadro del grattacielo Peugeot? Quello è stato fatto in tre persone, le nuvole sono la colla di Scipione che non era il pittore ma, forse voi non ve lo ricorderete, un bidello che stava in facoltà. Era l’ultima notte, si stavano per finire le piante, la colla era quella che usavamo per il modello, io ci buttavo il whisky con una mano e con l’altra raschiavo con la lametta. Un altro di noi veniva appresso con la penna d’oca per spalmare e incidere il colore … E così è venuta fuori quella cosa lì molto rimuginata ma gagliarda. È stata fatta in appena mezzora ubriachi dopo tre notti di lavoro. Il bello veniva dopo, quando si usciva all’alba e si andava a prendere il cornetto appena caldo.

Un approccio materico che prevede però chiaramente le nuove frontiere del computer ed anticipa di anni la ricerca contemporanea sul tema del frattale.

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Maurizio Sacripanti, Studio per il Teatro di Cagliari

“La percorrenza ieri era metrica | oggi è a misura di computer”

Infine è palese in queste sue parole una genialità artistica che è solo dei Grandi, priva di avidità e che non necessita di custodire gelosamente le proprie opere:

Per esempio, quel famoso disegno di Osaka, quella prospettiva che si provava e riprovava, con sforzi incredibili su come farla o come non farla, alla fine l’ha fatta Purini … è stato lui a capire che si poteva rappresentare il progetto solo guardandolo dall’alto! L’ha disegnata piccola così, quella prospettiva! Era veramente piccola e quando la vidi non sapevo che dirgli. Io dopo l’ho un po’ lavorata, ci ho anche buttato sopra l’acqua, insomma queste solite cose che servono a stemperare il disegno, però il modo giusto per rappresentare il progetto l’ha trovato Purini. Qui a studio da me. Perché lui è stato a studio mio per parecchi anni. Era roba che si faceva insieme. Io invece ho sempre disegnato molto al momento di concepire il progetto. Perché io, più che disegnare a riga e squadra, disegno nello spazio. Dell’architettura, poi ne va disegnato solo un pezzetto. Di una trave, per esempio, ti disegni gli attacchi, fai l’assonometria, te la vedi dal di sotto.

L’architettura di questo maestro era seguace del tempo e con esso si trasformava. Così le intense parole del Bramante sembrano vestire appieno la figura del nostro Sacripante:

“Come il tempo si muta in un momento si muta il pensier mio che gli è seguace”

Expo2015, invitati e imbucati illustri nel Silos di Armani

Ci sono eventi in cui il mondo si divide in Chi c’era e Chi no. L’importante é esserci e se l’invito non arriva l’unica cosa che puoi fare é trovare un modo eclatante per farti notare. Expo 2015, Milano al centro del mondo, la moda al centro di Milano, Giorgio Armani al centro del suo regno.

Padrone di casa e special Ambassador dell’evento più glamour dei mille in programma per l’inaugurazione dell’esposizione Universale, lo stilista ha festeggiato i suoi 40 anni di carriera con l’inaugurazione del suo Silos e una sfilata della collezione di Alta Moda, Armani Privè, per la prima volta in passerella a Milano.

Il nuovo spazio espositivo al 40 di via Borgognone si chiama Armani Silos perché qui, negli Anni ’50, la Nestle aveva costruito il proprio deposito di cereali. Lo stilista ha deciso di trasformare quei 4500 metri quadri distribuiti su 4 piani, nella sede di un archivio permanente che comprende passato, presente e futuro. “Qui c’era cibo per vivere e ora ci sono vestitini con cui affrontare la vita al meglio”. “Vestitini”, curiosa definizione per 600 abiti e 200 accessori illuminati da led nascosti dietro un sistema di quinte mobili. Non c’é un ordine cronologico ma una ripartizione tematica: daywear, Giappone, Cina, India, l’amore per il Ballet Russes. Nelle sale dedicate ai cromatismi ci sono i fiori di Matisse e quel verde detto Chartreuse perché ricorda il liquore di erbe dei monaci di Certosa benedettina che lo stilista fa anche camminare in passerella.

Giorgio Armani inaugura a Milano il suo Silos e festeggia 40 anni di carriera con una sfilata della collezione Prive
Giorgio Armani inaugura a Milano il suo Silos e festeggia 40 anni di carriera con una sfilata della collezione Prive

 

Dopo l’inaugurazione si passa alla sfilata. Ottanta modelle che lui definisce “una più carina dell’altra” e che ai comuni mortali sembrano delle dee, presentano in 35 minuti gli 11 temi portanti della collezione Privè: luna, bambù, nomade, maraja, rosso lacca, metamorfosi, nudo, Cina e Giappone.

Insomma non una sfilata come le altre, per entrare non bastano gli occhialoni neri e lo status fashion blogger su linkedin. ” Vestitini per vivere meglio portati da ragazze carine”, é la moda nella sua espressione più nobile che trasuda eleganza al di la delle tendenze. Non é questione di stile o stili, di abbinamenti così assurdi da sembrare ben riusciti #lookoftheday da 200 like su Instagram, é una scienza certosina l’eleganza.

Maligni e invidiosi parlano di “Armaniadi” oltre a definire l’impressionante numero di star invitate un “allevamento di trote”. Sicuramente un laghetto invidiabile quello dove nuotano le pinnute Cate Blanchett in tailleur pantalone bianco decorato da un grande fiocco nero e Sofia Loren in abito nero con nastri di tulle.

Seguono a ruota Pierce Brosnan, Glenn Close, Tom Cruise e un Leonardo di Caprio bolso, gonfio e con codino. Decisamente più avvenente Hillary Swan, bellissima in un abito bustier con rose ricamate. Vulcanica come sempre Tina Turner, affabile il nuovo testimonial del marchio Chris Pine. Oltre alle star internazionali è arrivato anche il cinema italiano, da Paolo Sorrentino a Sergio Castellitto, da Raoul Bova a Pierfrancesco Favino, da Margherita Buy a Vittoria Puccini, da Luca Argentero ad Alba Rohrwacher. E poi Claudia Cardinale che ha ricordato di vestire Armani fin dagli esordi.

Gladiatori da red carpet, party people per eccellenza, professionisti del saluto fotogenico e della mano sul fianco. Accanto a loro, come in ogni festa, ci sono quegli invitati che chi lo sa, il biglietto arriva ma non era scontato per Stefano Pilati e Tomaso Trussardi con la moglie Michelle. “Non potevo credere all’invito del signor Armani, mi ha toccato il cuore”, confessa Pilati. Giorgio Re Democratico.

Ci sono poi quelli che il protocollo comanda, simpatici o antipatici, amici o quasi amici. Arriva il premier Renzi, cravatta e orologio Armani, con la moglie Agnese, in gonna nera lunga e camicia bianca Scervino e bimba in tutù al seguito. Letizia Moratti in smoking rosso, Pisapia e consorte in Armani d’ordinanza.

Il Silos dello stilista é a prova di proteste. Gli unici black bloc sono i completi sartoriali delle star. Per il jet set la protesta é solo un cinguettio lontano.

Bisticcio tra non invitati su Twitter. “E’ palese che la manifestazione di ieri e le violenze che stanno avvenendo in queste ore non sono minimamente paragonabili e accomunabili” ha scritto in un tweet il rapper Fedez, che ieri sempre su Twitter si era schierato a favore dei #NoExpo, scrivendo: “I danni dei #NoExpo sono poca cosa in confronto alle infiltrazioni mafiose e le speculazioni economiche di Expo. Indignati a giorni alterni!”. Una posizione che aveva scatenato le reazioni della rete, a partire da quella del leader della Lega Matteo Salvini. “Fedez – scriveva Salvini – difende quelli che oggi hanno danneggiato e imbrattato strade, vetrine, palazzi e negozi? Paga i danni di tasca tua, fenomeno!”.

È proprio Giorgio Armani a riassumere la giornata ieri 1 Maggio, inaugurazione del tanto atteso Expo 2015. “Capisco le ragioni di chi manifesta, ma sono contrario alla violenza”. E’ il commento dello stilista sui disordini di piazza. “C’era da aspettarselo – ha aggiunto lo entrando alla Scala per assistere alla Turandot – la cosa non ci ha colti di sorpresa. Peccato, quella di oggi poteva essere una buona giornata”.