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Contro i pensatori prêt-à-porter

Da misero studente di filosofia, quello che ho imparato in questi anni è che i veri pensatori non appaiono sui giornali o nelle trasmissioni televisive (o perlomeno non così spesso). Insegnano, scrivono libri e vengono probabilmente mal pagati. Il filosofo, nel bene e nel male, ha sempre attratto in un modo o nell’altro la folla: pensiamo ai Sofisti e a Socrate nell’Atene dell’antichità, Heidegger e Schmitt sull’immaginario nazionalsocialista e Sartre sui giovani francesi del sessantotto.

Oggi li vediamo invitati nei programmi di approfondimento o di politica per parlare dell’argomento dell’istante; se riescono a parlare con perizia della questione, senza risultare goffi, probabilmente non si interessano più di filosofia (in primis Cacciari).

Finendo infine con il punto più basso della lunga catena discendente della volgarizzazione filosofica: Slavoj Žižek da Fabio Fazio, il primo Dicembre a Che tempo che fa. Avrei potuto benissimo scegliere qualcun’altro, ma è l’esempio indicato il più rappresentativo della categoria. Sicuramente verrà fatta pubblicità gratuita ai suoi libri da rivoluzionario in poltrona, ma almeno si avrà anche lo sfizio di dire come stanno le cose.

Slavoj Žižek, come molti “filosofi” alla moda, presenta un sistema (se così possiamo chiamarlo) facile da digerire, pronto all’uso da parte degli hipsters ben pensanti. Non ha complessità. È un semplice urlare al capitalista, ben comprensibile da tutti e assimilabile senza la fatica di ragionare troppo, alimentando quello stereotipo molto comodo del borghese e del sottomesso, riproponendo dunque una versione pop da applausi della dialettica servo-padrone (che fa immancabilmente share). Se poi nascondiamo tutta questa riproposizione, piuttosto forzata (e per certi versi anti-storica) del pensiero hegeliano e marxista, dietro a un linguaggio appositamente allucinato per dimostrare un retrogusto avantgarde e mascherare la povertà di pensiero, ecco allora prospettarsi l’archetipo del Borat della filosofia che infesta i talk show serali (come scherzò Decca Aitkenhead sul Guardian qualche anno fa).

Basta spararla più grossa possibile con saccenza (“L’umanità è OK, ma il 99% delle persone sono idioti noiosi”) e vanità, mischiando un po’ di cinematografia se necessario, per andare da Fazio o alla Columbia University ed essere considerati pensatori seri, senza l’obbligo di passare anni d’inferno per un Ph.D.

La figura del filosofo prêt-à-porter ha successo perché solo di nome le sue idee appaiono eleganti, facilmente indossabili come una borsa di Prada, facendo così bella figura nei salotti e agli aperitivi al bar. Poco importa che siano i vaneggiamenti di Žižek o la solita solfa sulla crisi etica contemporanea: riflettere seriamente su concetti come la laicità, il che cosa sia la verità o la giustizia è eccessivamente faticoso per lo spettatore medio; preferisce farselo dire dal pensatore alla moda di turno, il cui aprir bocca è legittimato dal semplice fatto che è stato invitato da un certo conduttore a una certa trasmissione.

La televisione non ha bisogno di persone che pensano, quanto di faziosi e di Elvis da studio. Il problema è che confondiamo Elvis con qualcos’altro, senza fermarci a riflettere su cosa stia dicendo.

Poi ci sorprendiamo se non c’è più progresso in filosofia (sempre se di progresso possiamo parlare).

Everything that’s done today will be tomorrow’s curse

Dopo che i suoi ultimi due film hanno ricevuto importanti premi a Cannes, che lui lo voglia o no, che si sia d’accordo o meno, Matteo Garrone dovrà assumere a tutti gli effetti il ruolo di alfiere del cinema contemporaneo italiano, anche in luce del fatto che i suoi film si occupano del bel paese molto più di quelli del suo collega Paolo Sorrentino, probabilmente altrettanto celebrato, ma molto più idiosincratico e “internazionale”.
Mi si perdonerà dunque un eccesso di severità nel valutare Reality, il suo lavoro più recente, che a fronte di una realizzazione cinematografica encomiabile e sicuramente all’altezza del premio ricevuto nel più importante festival cinematografico del mondo, ricade in una cronica piccolezza che è una piaga dell’intero panorama culturale italiano, ma che pesa in modo particolare sul cinema che è un mezzo da sempre particolarmente incline ad esaltare i grandi colpi d’occhio e gli azzardi ambiziosi.

Alzarono un discreto polverone un paio di anni fa le parole di Quentin Tarantino, che, rispondendo a specifica domanda, disse di non amare il cinema italiano contemporaneo, che non aveva saputo rinnovare negli ultimi 25 anni i fasti del passato. Lo sdegno idiota di nullità come Michele Placido si rinnovò successivamente quando il nostrano Gabriele Salvatores si dichiarò d’accordo col collega americano, precisando giustamente che a distanza di decenni il cinema della penisola è ancora stritolato dall’ingombrante eredità di neorealismo e commedia all’italiana. L’approccio che andò per la maggiore in quella seconda tornata fu quello da accademici de ‘sto cazzo che “il neorealismo l’ha superato Antonioni 50 anni fa gne gne gne” che ovviamente fa finta di non rendersi conto che pur non conservando le caratteristiche formali dei film di De Sica, la sovrabbondanza di ignominii come La Nostra Vita non viene fuori dal nulla, e che il preponderante interesse del cinema italiano verso la gente è evidentemente un lascito dei summenzionati filoni-piattola.
Azzardando un’analisi storica si potrà forse dire che questa ossessione nei confronti del popolo è derivata anche da una situazione politica in cui il principale partito progressista italiano del dopo-guerra, pur svolgendo in larga parte lo stesso ruolo di qualsiasi analoga formazione social-democratica presente negli altri paesi europei, si chiamava Partito Comunista, con tutto il bagaglio retorico che ne è derivato.

Al di là di queste discutibili ricostruzioni, credo però sia anche piuttosto ragionevole dire che sebbene molti dei film e dei registi legati al neo-realismo sono tenuti in grandissima considerazione dagli addetti ai lavori, i grandi nomi del cinema italiano, quelli che lo hanno reso celebrato nel mondo, sono altri. Sono i megalomani e gli esagerati, i Fellini, i Leone, i Bertolucci, gli Argento. Con questo non voglio assolutamente dire che un cinema con meno fronzoli e più legato al quotidiano sia di minor interesse, né tantomeno che “i panni sporchi vanno lavati in casa”, ma una cinematografia in cui non si riesce ad andare oltre la dimensione dello spaccato tende ad inaridirsi molto più rapidamente di una che al contrario costruisce un’iconografia più ricca e magari anche stereotipica, che può sicuramente attraversare periodi più o meno verdi, ma che oltre a poter raggiungere per conto suo livelli alti, fertilizza i suoi dintorni con uno spirito di contrapposizione che è una parte importante di qualsiasi corrente che voglia considerarsi di rottura, indipendente, o comunque si voglia definirla.
Nel cinema italiano tutti prendono il tram, vanno dal panettiere, si sposano, magari fanno sport, ma sono sempre meno quelli che accoltellano, hanno allucinazioni, si travestono, o non fanno nulla, e la convergenza in questa direzione tra cinema di cassetta e cinema d’autore è l’aspetto più scoraggiante di tutta la situazione.
Reality, un film girato con maestria, che per molto tempo sembra sul punto di trascendere la sua ambientazione e il suo punto di vista iniziale, finisce con lo spiattellarci una moralina sull’invasività della televisione degna dell’ultima pagina del Venerdì, sciorinata col sorriso ipocrita di chi vuole dare a intendere che non bisogna fare un dramma della cosa, arte di cui Fabio Fazio è maestro incontrastato, e in questo senso, pur essendo un film tutt’altro che brutto o insignificante, si uniforma colpevolmente al minimo comun denominatore che affligge il panorama italico, confermandoci che purtroppo la luce alla fine del tunnel è ancora molto lontana.