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Donne da Oscar: tutto sulle candidate all’Academy 2015

È molto più di un premio. Molto più di una statuetta da 300 dollari da mettere in una teca. Molto più di un tentativo di entrare nelle grazie della nipote Margaret, zio Oscar è uno status symbol. Una di quelle cose in cui puoi dividere il mondo degli attori: chi ce l’ha e chi no (con buona pace di Di Caprio). Ma ogni panettiere, avvocato, medico, idraulico, anche tu, almeno una volta, hai pensato chi avresti ringraziato se dopo quel “..and the Oscar goes to” ci fosse il tuo nome.

Mancano poche ore all’87esima edizione degli Academy Award. Domani, 22 febbraio, si apriranno le porte del Dolby Theatre di Los Angeles. Tanti gli scivoloni, i testa a testa, le polemiche ma soprattutto i vestiti che sono passati di lì. Perché quello degli Oscar è il red carpet per eccellenza. Nulla sfuggirà e nulla sarà perdonato. Nessuna sbavatura di mascara, pelo sotto le ascelle, rotolino sui fianchi è concesso a chi calca quel tappeto. Certo puoi cadere, ma se centri il look e vieni innalzata all’Olimpo delle dee dello stile, persino il ruzzolone sui gradini di Jennifer Lawrence, ti sarà perdonato. Occhi puntati sulle donne che affiancheranno Neil Patrick Harris sul palco (Nicole Kidman, Liam Neeson, Gwyneth Paltrow, Jason Bateman, Channing Tatum e Idris Elba), ma soprattutto sulle candidate alla statuetta di miglior attrice protagonista. Altro che incontro in metropolitana, se c’è un momento nella vita in cui vale il famoso “e tu sei pronta?” per loro è questo. Vediamole una per una.

Felicity Jones per La Teoria del Tutto

Felicity Jones

Raffinata e semplice, elegante e allo stesso tempo fresca e spontanea: Felicity Jones è diventata in poco tempo una delle star più amate del grande schermo (e anche dalla moda, visto che il suo fascino non è sfuggito a Dolce e Gabbana che l’ha voluta come volto beauty nel 2012. Inglese, classe 1983, ha iniziato la sua carriera giovanissima, ma il primo vero successo è arrivato nel 2011, al Sundance Film Festival, quando è stata protagonista del film vincitore Like Crazy. Da quel momento per Felicity Jones si sono aperte le porte di Hollwood, anche se la sua carriera verso il mainstream è stata più lenta di quella della sua collega Jennifer Lawrence anche lei star del cinema indipendente prima di approdare alla notta degli Oscar (con tanto di statuetta vinta per Il lato positivo). Che il destino abbia in serbo una vittoria anche per la bella inglesina?

Reese Witherspoon per Wild

Reese Witherspoon

Per anni è stata la ragazza della porta accanto: minuta, bionda, sorridente. Si era presto sposata col collega Ryan Philippe, altrettanto giovane e carino – seppure vagamente più irrequieto e dark – e aveva messo al mondo due bei bambini (Ava e Deacon, di 16 e 12 anni). Le sue commedie romantiche – e il personaggio della reginetta dell’associazione studentesca di La rivincita delle bionde – avevano fatto di lei l’attrice più desiderata del cinema americano (con un cachet di 20 milioni di dollari a film). Insomma una favola hollywoodiana. Almeno fino a quando Philippe, l’adorato marito, fu sorpreso con una collega australiana. Oggi l’attrice premio Oscar (nel 2005, con Quando l’amore brucia l’anima, nel ruolo di June Carter Cash, accanto a Joaquin Phoenix) è di nuovo, a 39 anni, tra le “certezze al botteghino”. L’ abito blu cobalto con sfumature nere di Louis Vuitton che ha scelto per gli Oscar 2013 è rimasto nella storia dei migliori look, cosa indosserà quest’anno?

Rosamund Pike per Gone Girl – 

Rosamund Pike

La bella neo mamma classe 1979 – lo scorso 5 dicembre è nato il suo secondo figlio – grazie al film del regista americano David Fincher, è riuscita a tirare fuori tutto il suo talento trasformista e il suo fascino, impersonando la già iconica Amy Dunne, moglie scomparsa nel nulla di un Ben Affleck subito sospettato di averla uccisa. Il ruolo della vita (almeno per il momento) che ha portato Rosamund Pike sui red carpet più importanti di questa Awards Season hollywodiana, dai Golden Globes ai Sag Awards, mostrando così anche il suo stile, di classe e seducente allo stesso tempo, come una diva d’altri tempi. Bionda ed elegante, sarebbe stata perfetta in un film di Alfred Hitchcock, vista la sua predilezione per attrici à la Grace Kelly e Tippy Hedren.

Marion Cotillard per Two days, one night –

Marion Cotillard

Figlia d’arte, classe 1975, la bella parigina debutta al cinema con Y’a des nounours dans les placards, diretta dal cugino Laurent Cotillard. Dopo piccoli ruoli nelle serie Highlander e Extrême Limite, lavora nel film di Luc Besson Taxi (1998). Ottiene il suo primo César (l’Oscar francese) come attrice non protagonista nel 2005 grazie all’interpretazione di Tina Lombardi in Una lunga domenica di passioni. L’attrice partecipa attivamente alle azioni di Greenpeace per lottare contro la deforestazione in Congo e in Amazzonia o per sensibilizzare i giovani all’ambiente. La musa di Dior si è anche permessa di rifiutare un contratto con L’Oréal a causa dei test che fanno sugli animali. Se Marion Cotillard sembra vivere un amore perfetto con il collega Guillaume Canet, dal quale ha avuto il piccolo Marcel nel 2011, la vita sentimentale dell’attrice francese non è sempre stata tranquilla: la relazione con Julien Rassam è quella che probabilmente l’ha segnata di più. Il giovane attore, diventato tetraplegico, si è suicidato gettandosi da una finestra sotto i suoi occhi nel 2002. Un atto che ha messo fine a “un amore intenso e carnale”, secondo le parole dell’attrice.

Julianne Moore per Still Alice

Julianne Moore

“La più grande attrice americana vivente che non ha ancora vinto un Oscar”, così Wash Westmoreland, coregista con Richard Glatzer di Still Alice, ha definito Julianne Moore. La rossa più apprezzata (critica compresa) di Hollywood ancora, nella sua lunga carriera, non ha vinto la statuetta, sempre negata. Quest’anno però è lei la super favorita. Cinquantaquattro anni, vive a New York, e si è costruita una vita privata invidiabile, con una relazione che dura da diciannove anni e due figli. Sul fronte lavorativo, ha sfidato una di quelle verità che a Hollywood si danno per scontate – ovvero che a quarant’anni un’attrice sia finita – e ha realizzato buona parte delle sue cose migliori: Lontano dal paradiso e The Hours nel 2002, I figli degli uomini nel 2006. Come Meryl Streep, riesce ad alternare con disinvoltura film commerciali come Hunger Games e progetti indipendenti. Si è inoltre affermata anche nel mondo della bellezza e in quello della moda, firmando contratti a sei zeri con marchi come L’Oréal e Bulgari.

 

Simposio contemporaneo sull’essenza del Dandy ideale

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“Le Dandy est mort, Vive le Dandy!”

Esiste ancora il Dandy nella contemporaneità? Oh certo che si, ma spesso è molto diverso da colui che viene investito di tale carica.

Oggi con la prematura scomparsa dello stile, si confonde spesso la stravaganza sovrapposta, l’eccessiva pomposità del vestire maschile, l’esuberanza cromatica degli abbinamenti o più semplicemente la pacchianeria, per confezionare sulle riviste di moda proposte pubblicitarie che ingannino lo zelante lettore che ambirebbe a vantare tale titolo. Sfatiamo la tendenza dell’addobbo griffato e ripartiamo dai fondamentali.

A prescindere da cosa indossi, da quale sia la sua posizione sociale, o la sua capacità economica, dalla sua fisicità : Il dandy è qualcuno che pensa di poter diventare un’’opera d’’arte vivente, un instancabile dannunziano Andrea Sperelli  che esprime se stesso attraverso gli abiti, i modi di fare, le pose, e i virtuosismi. Thomas Carlyle  in una sua opera banalizzo il tutto definendo il dandy come un “un uomo il cui settore, ufficio e esistenza consiste nell’indossare abiti”, ma il dandy è molto più di ciò che si possa ipotizzare finché non se ne conosce uno. La sua vita non si riduce alla frivolezza, anzi è spesso travagliata di infiniti amori e temerarie scelte. Nemico giurato della borghesia dalla quale spesso è provenuto, fuggiasco alla macchia dall’aridità della società che lo circonda, ricercatore disperato di bellezza, romantico ed eterno pioniere anacronistico, viveur a tratti pigro e instancabile, sublime e caparbio mucchio d’ossa che citando Oscar Wilde: “Se non è un’opera d’arte… almeno decide di indossarla“.

Curzio Malaparte

L’eleganza del dandy è sottilmente démodé, eccentrica  alle volte ma spesso mirante al passare inosservata dai più, insita nell’ adorazione del particolare, fatta di contrasti, stupefacente, ricercata nell’imprevisto. Dei mocassini vecchi e sfatti sotto un abito di finissima e andata fattura sartoriale inglese, magari doppio petto, una camicia di jeans acquistata troppi anni fa in mercatino dell’usato a Brooklyn e una pochette di pura seta dalla fantasia stravagante ma ben riflettuta, un taglio di capelli eccellente e lo sguardo affascinato. Solo a volte affascinante. I suoi appetiti complicati, il dandy spesso ama se stesso più di ogni altra cosa lo circondi, “quellidillio che dura tutta una vita” suggeriva sempre Wilde, per questo spesso non investe troppo tempo nell’ars amatoria.

Curzio Malaparte diceva di non  voler andare a letto con più di una donna a settimana per non “sciuparsi”. Ma non bollatelo semplicisticamente di omosessualità. Supposizione banale come chi la suppone di solito. Riguardo alla moda egli se ne distanzia regolarmente, la usa finché non lo diventa, la crea se proprio deve, senza mai subirla anzi, troppo spesso si diletta ad esserne il fiero assassino. Non gli importa  quali sono i colori presentati alle sfilate per questa stagione, o le nuove forge di scarpe in voga sulle passerelle, o i nuovi outfit rivisitati nella scena internazionale, di quali firme altisonanti inducano all’omologazione sovraprezzata. Che tali vezzi solletichino coloro a corto di eleganza o fantasia. Riguardo alla lussuosità dei suoi capi egli predilige essere elegante indossando vestiti normali, accessibili a tutti magari ma elevati da lui stesso e dal suo estro. Poiché essere elegante con oggetti unici che nessun altro può permettersi è troppo facile, a suo parere.

Certo noi stiamo parlando del contemporaneo, per quanto oggi come ieri non sia mai stata la disponibilità economica un fondamentale nella vita del dandy, non si può negare di certo che essa aiuti. Frequente abitudine dei dandies ottocenteschi, era quella di riempirsi di creditori piuttosto di proibirsi abiti confezionati su misura e ideati da loro stessi per raggiungere la trasfigurazione della bellezza che essi bramavano. Altrettanto frequente l’abitudine di sposarsi con donne dalle ingenti rendite solo per condurre una vita all’insegna dei vizi, e saldare i debiti contratti prima delle nozze. Del resto un dandy ottocentesco oggi, riconoscerebbe in una giacca moderna, anche confezionata da Caraceni, decine di difetti che oggi non saremmo neanche capaci di individuare. Figuriamoci in una giacca confezionata da una griffe dozzinale.

Abbiamo spesso citato Lord Brummel le beau per i suoi blazer, Oscar Wilde per le sue calze, Baudelaire per i suoi guanti gialli e i fiori all’occhiello, Gabriele d’Annunzio per le sue scarpe e i suoi colletti spavaldi, James Joyce per i suoi spezzati e l’affascinante benda. Ma chi possiamo annoverare tra i dandies contemporanei? Scordatevi di trovare Oscar Giannino, Lapo Elkan, o Carlo Rossella o quel babbeo che gracchia ” ma cooome ti vestii?!?”

Il poeta Alberto Arbasino,il Duca di Windsor Edoardo VIII, lo scrittore Alain Elkann, il pittore e gallerista Daniel Hourdé ,lo stilista Karl Lagerfeld (ritratto splendidamente nei vecchi fasti da Helmut Newton) , il designer Carlo Rampazzi, lo scrittore Tom Wolfe, Pim Fortuyn, il critico d’arte e giornalista Philippe Daverio, l’artista Yinka Shonibare, il designer Alberto Bongini, il disegnatore Philippe Jullian, il giornalista Nick Foulkes, l’artista Christos Toledo,  il fotografo John Stoddart, il decoratore David Carter, Alexis de Redé, il mondano Gottfried von Bismarck, l’artista Pasquale Di Donato, l’editor di Vogue Hamish Bowles.. e tanti tanti altri illustri sconosciuti, che silenziosamente si incontrano per la strada di una qualsiasi città, e che anche senza conoscersi, né presentarsi, né rivedersi mai più, quando si riconoscono come appartenenti alla stessa romantica loggia, quella dei dandies, si scambiano un compiaciuto e distinto sguardo di approvazione. Un cenno che vale più di mille complimenti indesiderati da chi giace nella sconsolante conformità.

Fashion Poli(ni)ce al Festival del film di Roma

Claudia Pandolfi
Claudia Pandolfi

Lungi da me farvi un affronto di tipo contenutistico ma…stiamo scherzando!?

Ci sono parole, espressioni, che per qualche motivo ci piacciono, frasi che abbiamo sentito in qualche film, o dette da qualcuno e che attendiamo solo il momento giusto per usare. Bene questa era la mia, e il red carpet del festival del film di Roma mi ha offerto un assist irripetibile. Premetto che il mio è un giudizio puramente fashionista e che nel momento in cui le luci si abbassano e la solita voce vi prega di spegnere i telefonini, il mio ruolo finisce ed entrano in campo i cinefili. Ma procediamo per ordine.

Si chiude oggi la settima edizione del Festival del film di Roma e, fortunatamente, si chiuderanno anche molti armadi. Ora io capisco che Roma possa non aver ancora acquistato la fama e l’allure di Venezia o di Cannes, ma se c’è un occasione in cui ci sarebbe stato bisogno di una polizia della moda era questa. Se dovessi definire il fil rouge nella scelta degli abiti sarebbe: “Magari ci cascano”. Per farvi capire, tutte abbiamo dei vestiti che non mettiamo da tanto ma per una sorta di istinto alla Gollum ( quello de “il mio tesssoro” per rimanere in tema cinematografico) non mettiamo via, e che poi deciamo di rispolverare in qualche cena di classe o cena tra donne dicendo: “alla fine non è tanto male!”. Se non lo metti mai c’è un motivo, e se gli dai una possibilità solo quando sei con persone che ti hanno vista anche in tuta e struccata anche. Vi faccio un esempio, tutti sanno che il rosso sul red carpet è una scelta coraggiosa, a meno che non abbiate preso la nota esatta del pantone del tappeto o una sua nuance. Claudia Pandolfi madrina del festival, per la serata inaugurale sceglie un vestito della nuova collezione Giorgio Armani, di un difficilissimo color rosso-fucsia…Magari ci cascano.

La moglie di Massimo Ghini si presenta, anche lei alla serata di apertura, con un improbabile abito monospalla di improbabili colori, ho poi

Valentina Cervi
Valentina Cervi
Massimo Ghini con la moglie
Massimo Ghini con la moglie

scoperto che ha fatto la costumist, sarà avanzato da qualche film in costume…Magari ci cascano.

Valentina Cervi in Givenchy, abito difficile, colore difficilissimo: sottolinea anche il minimo difetto ma..Magari ci cascano

Al di la dei vari orrori e errori, non tutte sono scivolate sul red carpet, e molte sono state le scelte di stile condivise, ecco le  migliori:

Promossi:

– Ampi scolli a V. Deborah Francois (Armani) e Miriam Catania (Gucci)

– Fessure profonde. Anastasia Mikulchina, Giorgia Surina e Violante Placido

– Gonne Lunghe. Giulia Bevilacqua, Eleonora Albrecht

Veniamo ora alle note dolenti, cosa non indossare su un tappeto rosso: 

– Fiori. Capisco che “le stagioni non sono piu le stesse” ma una distesa di fiori d’inverno è innaturale…Lotte Verbeek, Giulia Michelini

– Segretaria Sexi. Esempio lampante di quanto sopra..Il look alla “esco dall’ufficio-vado a fare la spesa-poi passo al festival del film” chi si vestirebbe cosi a Venezia? Claudia Gerini, Serena Rossi, Anna Falchi

– I nuovi mostri. Arrestate dalla polizia della moda e condannate senza condizionale. Patrizia Pellegrino, Paola Barale