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Lucio Battisti – Più di prima. Più che mai

Ammetto di esserne un ammiratore eretico. La ragione risiede nel fatto che non appena undicenne, mentre venivo accompagnato con il redattore di Architettura Jacopo Costanzo alle feste degli amici delle medie, in auto mio padre mi faceva ascoltare Lucio Battisti con Pasquale Panella. Un Battisti nascosto, per pochi, forse il migliore interprete di un’ermeneutica incarnata successivamente solo da Battiato.

Nelle settimane in cui è al culmine la guerra intorno la liquidazione della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, un disco, rigorosamente non disponibile in download, conquista il primo posto in classifica italiana. Come a dire ai nuovi o presunti cantautori italiani che appena gli Dei tornano per loro di spazio ne rimane bene poco.

Il disco più venduto della settimana appena passata è stato «Masters». Una raccolta dei classici di Lucio Battisti in versione restaurata e rimasterizzata che segue il solco inaugurato dai Pink Floyd con Echoes, oltre dieci anni fa.

La particolarità di questa edizione musicale è che esso non si può scaricare (legalmente) e non è disponibile in streaming. Per una ragione tanto romantica, quanto irrazionale visti gli attuali problemi, la moglie e figlio si sono sempre opposti alla digitalizzazione del catalogo

«Masters» sembra un prodotto fuori dal tempo. Capace di mandare indietro in classifica i paladini dello streaming, quali: Fedez, la Dark Polo Gang e i The Giornalisti.

Battisti è stato sopra tutti, sia quelli che vanno forte sulle nuove piattaforme, sia quelli che vendono nei negozi, sia quelli che se la cavano su entrambi i fronti. Solamente Liam Gallagher lo supera nella vendita di vinili. Lo stesso cantante di Manchester che lo scorso anno stupì il mondo con un documentario Supersonic dedicato ai tempi precedenti all’avvento del web. Quando la musica era sporca, si inceppava per un graffio o per un difetto del supporto.

Lucio Battisti, più forte di prima. Più vivo e poetico nel suo mare nero degli effetti delle stories di hypster pariolini alla moda che nulla stanno lasciando.

X Factor innova, ma chi segue?

Ogni volta che Fedez sceglie di far notizia nelle pagine di cronaca e gossip ci dimentichiamo (come è logico che sia) che, nel suo piccolo, è impegnato in un cambiamento radicale della musica italiana. Lasciamo stare i suoi dischi, che dividono le opinioni in modo assoluto (è comunque innegabile il salto in avanti portato con Pop-hoolista, anche grazie ad una squadra di produttori internazionali). Nell’ultimo anno, tutto lo sforzo creativo del Team Fedez si è concentrato su una persona: Marco Cappai detto Madh, scuderia X Factor e quindi Sony ma anche Newtopia (progetto avviato nel 2014 da J Ax proprio con Fedez), pronto al primo album – Madhitation, in uscita il 10 luglio.

Perché Madh? Chiamiamola tempesta perfetta: un ragazzo con una voce interessante, un’estrazione musicale varia e moderna, una mente aperta a tutto ciò che ti fa passare da cantante a star. E dunque candidato ideale – molto più di quel Lorenzo Fragola che pure X Factor l’ha vinto – per portare il cambiamento. Madh porta allo stesso tempo non solo un sound al passo con le produzioni internazionali più trendy (e trending), ma un look e un’iconografia coerenti e compiuti, come un apprendista del verbo di Kanye West. Per Kanye passa, d’altronde, lo snodo fondamentale della carriera di Madh: seconda settimana di X Factor, l’esibizione è No Church in the Wild (Kanye e Jay-Z, da Watch the Throne) e il risultato è strabiliante.

C’è un grande lavoro di squadra dietro la prima affermazione di Madh. L’intuizione felice degli stilisti, con un look che è diventato simbolo di questo percorso; una produzione che gioca con un brano difficile senza paura di riadattarlo; una coreografia straordinaria, e poi ovviamente una voce che si libera di tanti condizionamenti per spostarsi su un territorio reggae e urban. Quell’esibizione è la genesi del primo album di Madh. Ci è stata promessa la novità, e la novità è arrivata. Una popstar italiana che possiamo inserire senza difficoltà in un set, in mezzo a Diplo, Major Lazer, Chvrches – insomma, canzoni da piazzare in mezzo al pop più fighetto, ballabile e dai sapori alternativi.

Major Lazer - Portrait

Certo, però, che in una selezione del genere i singoli di Madh non spiccano. Un po’ è immaturità – e abbiamo imparato a non mettere fretta a chi produce. Un po’ è una considerazione più inquietante: il meglio che in questo momento riusciamo a produrre non è eccezionale. Lavorando a stretto contatto con chi aspira, “da grande”, a cambiare il mondo della musica italiana la cosa che sento di più è: datemi la possibilità e facciamo le cose per bene, come si fanno all’estero. Così hanno fatto Fedez e Madh, con coraggio. Hanno curato a tutto tondo il debutto, hanno fatto una serie di scelte stilistiche senza dubbio sincere ma anche “furbe”, calzate su tendenze attuali – i toni orientali in un anno in cui esce Lean On di Major Lazer, gli accenti reggae nell’elettronica sull’onda di Elliphant, la produzione grassa che pesca a piene mani dalla EDM libera dal fardello dubstep. Hanno creato uno stile visivo e prodotto videoclip di alta qualità. E ancora non basta per essere allo stesso livello di chi guida.

Non è colpa di Madh, il cui album aspettiamo con grande piacere. Semplicemente non può bastare un flash estemporaneo per portare una scena musicale vecchia a tutti i livelli (da quanto tempo non si esportano movimenti underground?) verso una competizione alla pari con i prodotti internazionali. Un problema di made in Italy che si può affrontare solo con uno scatto collettivo, ovviamente dal basso. Se tra gli indipendenti si coglie questa lezione, allora importerà poco che le canzoni di Madh siano tutto sommato trascurabili.