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Tag Archives: feminist frequency

Purify our misfit ways

Non so quanto la vicenda sia trapelata nei media più generalisti, immagino poco, ma sono diversi mesi che il nome di Anita Sarkeesian è una presenza costante nella stampa videoludica. La ragazza è la gestrice di un canale di YouTube chiamato FeministFrequency su cui pubblica video in cui discute di varie questioni legate a problematiche di genere nella cultura pop. Essendo la community videoludica a forte maggioranza maschile, e mediamente non delle più educate, non sorprenderà il fatto che quando Anita ha lanciato una campagna Kickstarter per finanziare un progetto in cui avrebbe analizzato il ruolo delle donne nei videogiochi, un grosso polverone è stato alzato riguardo l’orda di troll più o meno innocui che hanno letteralmente bombardato la poveraccia prima ancora che avesse l’opportunità di argomentare le sue posizioni.
La campagna è andata comunque a buon fine, e a oggi sono usciti i primi tre video della serie, che sono una visione interessante per chiunque sia interessato ai destini e alla storia del videoludo e più in generale dell’intrattenimento pop. Questa prima ondata riguarda il topos della damigella in pericolo, e al di là del contenuto specifico volevo parlare di una questione più generale di cui ho sempre avuto una certa consapevolezza ma che guardare questi video ha portato più evidentemente a galla.
In un futile tentativo di blandire l’orda di teenagers furenti che sentono messo in discussione il loro intero stile di vita, infatti, la Sarkeesian specifica spesso come il portare critiche a un determinato prodotto non significa apporre un marchio d’infamia ma semplicemente sottolinearne degli aspetti discutibili senza per questo negarne in toto il valore.
La cosa è senz’altro ragionevole, e però mi ha fatto pensare che spesso e volentieri sono portato ad attivamente apprezzare alcune opere in vari campi, cinema in primis, non nonostante, ma proprio perchè infrangono molte di quelle che considererei regole della buona società; gli afflati misogini, in particolare, sono un tratto comune a molti dei miei autori preferiti in varie forme d’espressione.
Non so se posso considerarmi un femminista, non so se esiste la qualifica e non so se avrei i requisiti per attribuirmela, però penso di poter dire di avere una consapevolezza ampiamente sopra la media riguardo ai problemi derivati da discriminazioni e pregiudizi di genere e considerazioni riguardo a questi problemi sono un fattore importante nel mio comportamento e nel mio linguaggio quotidiani.
L’idea che nonostante queste mie civili attenzioni i miei istinti estetici mi diano tutt’altre indicazioni potenzialmente su che tipo di persona sono è alquanto preoccupante, e se avessi dei lettori chiederei loro conforto e rivelazioni imbarazzanti. Siccome così non è devo limitarmi a una serie di constatazioni consolatorie.
Innanzitutto esorcizzare e ricondurre ad una dimensione di innocuità paure e/o tentazioni varie è da sempre stato uno dei ruoli fondamentali dell’arte, e abbandonarsi a manifestazioni creative che anzi, magari vanno contro a quello che sarebbe il proprio retroterra, può essere una maniera sensibile di ampliare i propri orizzonti.
Secondo poi è mia ferma convinzione che la maggior parte dei grandi artisti siano fondamentalmente delle persone di merda con cui non vorrei mai nemmeno prendere un caffè, e che non sarebbero in grado di veicolare la propria interiorità in maniere così impressionanti se fossero personaggi più urbani e rispettabili. Hanno dunque carta bianca dal sottoscritto per riversare nelle loro opere tutto il narcisismo, lo chauvinismo e la stronzaggine che hanno in corpo fintanto che sia saldo il baluardo dello schermo a dividermi da loro.
In definitiva boh, cerco di non giudicarmi per come sono ma per come mi comporto, il che non necessariamente migliora il mio bilancio personale, ma almeno mi dà la possibilità di prendere qualche provvedimento senza sprofondare nell’autolesionismo. Lunga vita a Kanye.