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La rivincita delle snob

Da quando il mondo nerd è collassato sulla “normalità”, cioè sul mainstream, sono cambiate molte cose – mia madre, donna di sessant’anni mai stata fan di niente, ha cominciato a collezionare personaggi Lego di Star Wars, e mi sembra l’esempio più clamoroso. L’ascesa del nerd ha imposto, soprattutto, la ricerca di un modello estetico alternativo al “figo”, declinato nei vari mondi dell’hipsterismo, delle tinte per capelli, del cosplay, del merchandising più disparato. In generale alla star nel senso tradizionale di diva ultraterrena si è necessariamente affiancata una concezione di “persona famosa ma normale” – il successo di Jennifer Lawrence spiegato in una frase, insomma.

Basta fare un giro nei siti di webcam erotiche, o in comunità all’interno di reddit che promuovono la pubblicazione di selfie in vari gradi di svestimento: la ragazza nerd, un po’ punk o un po’ indie, dall’aria vagamente intellettuale e amichevole ha successo. Girl next door, o acqua e sapone per restare nell’immaginario italiano. Nella musica pop il grande confronto è qua, tra bombe sexy e ragazze comuni, tra la percezione di artificiale e quella di genuino. Lorde ha costruito un successo improvviso e planetario con una canzone sull’invidia (Royals), Halsey è tra i fenomeni del 2015 con New Americana che è una satira sui millennials, Taylor Swift alterna con maestria il suo essere icona dei red carpet e ragazza accessibile, vicina per sensibilità al suo pubblico. Dall’altra parte? Katy Perry, Miley Cyrus, Nicki Minaj: il culto dell’eccesso che trionfa anche sul buon gusto, la ricerca del fuoco d’artificio e di nuovi standard.

Queste cantanti, che in fondo hanno solo il lavoro di intrattenerci con canzoni piacevoli, si trovano intrappolate in una delle grandi divisioni del femminismo occidentale contemporaneo. Esiste un modello femminile ideale, migliore, da proporre per una società a misura di donna? Per sottrarsi allo sguardo maschile delle telecamere è necessario sterilizzare il proprio corpo, oppure il sesso ha valore come strumento di potere? Il conflitto parte dai toni, ancora prima che dai contenuti. La visione morale è questa: determinati atteggiamenti sono volgari e sconvenienti. La nudità di Miley Cyrus, il culo di Nicki Minaj e le tette di Katy Perry sono il sintomo di una società maschilista in cui il corpo femminile è mercificato. Noi, dicono Lorde e Taylor Swift, ma anche Adele, Halsey, Demi Lovato e persino vecchie leonesse come Pink e Christina Aguilera, rappresentiamo la bellezza sana, che non deve apparire a tutti i costi e che nasce da una spontaneità personale. Noi, continuano, siamo culturalmente superiori perché non ci abbassiamo ad usare il sesso per le nostre carriere.

Il ragionamento è attraente per un certo tipo di pubblico, sempre in conflitto con le cheerleader e stanco del cabaret e del maschilismo profondo. Ma le armi usate non convincono. Slut-shaming: sottolineare che una ragazza non può usare il suo corpo come crede, pena l’essere etichettata “mignotta”. Tone policing: far passare gli altri come volgari, rumorosi, offensivi per un pubblico sensibile, che è poi il pubblico dell’establishment, i bianchi dalla middle class in su. Puritanesimo: la sobrietà come valore assoluto. Ad essere più fortemente femminista, in realtà, è proprio la posizione delle “altre”. “Il corpo è mio e decido io”, dice Miley Cyrus, a guidare uno sdoganamento della nudità erotica e anti-erotica che porta, ad esempio, un marchio come Diesel a fare campagne pubblicitarie su PornHub e molte attrici porno a diventare figure pubbliche. “Dire alle donne nere che sono rumorose e volgari”, sostiene Nicki Minaj, “è semplicemente razzismo”: possiamo dirci tolleranti se affermiamo che le minoranze devono comportarsi come la maggioranza per essere integrate?

Il music business americano sta lottando per continuare a dare voce alle minoranze. L’hip hop si è imposto come il genere principe dei nostri tempi ma è oggetto di critiche violente dai toni inquietanti. Le stesse voci critiche chiedono alle popstar di essere rassicuranti, e chiedono al mondo del pop un approccio considerato genuino, voce e strumento, canzoni tradizionali che esaltino le doti vocali dell’interprete e promuovano i buoni sentimenti. A chi lo fa viene permesso anche qualche scivolone, come Taylor Swift che sogna la rivincita sulle “puttane” in Bad Blood. Dall’altra parte c’è un’evoluzione che porta ad una società di sesso libero e ovunque, di donna come ape regina che aggredisce il maschio-oppressore e rovescia l’ordine costituito. Non è necessario scegliere, soprattutto fra alternative così radicali (e radicalizzate nel mio discorso, innegabilmente). Ma qualcuno prevarrà.

La duplicità dell’essere femminile

«Ci sono due modi di diffondere luce: essere la candela
oppure essere lo specchio che la riflette».
Edith Wharton

L’otto marzo è un giorno simbolico, lo è diventato sempre di più in quest’ultimo decennio. 
“The woman’s day” è il nome che fu dato alla conferenza tenuta da Corinne Brown, al posto di un oratore socialista assente, il 3 Maggio 1908 nel Garrick Theatre di Chicago: fu la prima riunione ufficialmente “femminista”, aperta a tutte le donne per discutere di diritti non rispettati, di suffragio universale, di liberazione.
Quest’anno è stato qualcosa di molto diverso, e di molto intenso: ne abbiamo letto a riguardo su tutti i giornali e a tutto tondo, attraverso commenti, grafici e testimonianze di un anno che di violenza verso la donna ne ha vista troppa.
Passando per un periodo di disinformazione sulla genesi di questa ricorrenza, compensata da auguri, mimose e cioccolatini, quest’anno si è sentito nuovamente il peso di affrontare di petto l’attualità, accompagnata da un’enorme quantità di dati disarmanti, di dover prendere coscienza su ciò che sta accadendo oggi all’“essere femminile”, e non solamente “donna”. Uno slittamento dal valore simbolico alla potenza dei fatti ha secolarizzato questa giornata, rendendola la giornata della coscienza dell’essere femminile, ovvero duplice: da un lato è stata la giornata della rafforzata identità della “donna”, consolidata dopo decenni di lotta femminista al mantenimento della salvaguardia della propria indipendenza; dall’altro si è marcato il problema della “non identità femminile”, ovvero dello stato sempre più debole di quella parte che non è giunta ancora a legittimarsi come tale: ieri era la festa delle femministe, oggi è la giornata della coscienza sul femminile come attributo di ciò che non è ancora donna. Molte delle violenze subite dall’essere femminile sono state la conseguenza del tentativo di autolegittimare il proprio essere donna nel senso più moderno. Nirbhaya, la ragazza che il 16 dicembre scorso è stata violentata su un autobus a New Delhi da sei ragazzi, è stata “punita” perché si trovava sulla strada per l’indipendenza: nel senso fisico in quanto troppo “diversa” dalle altre ragazze indiane nel suo essere su un autobus di notte, nel senso morale in quanto ribelle nel suo essere autonoma rispetto allo stereotipo indiano di donna tradizionalmente passiva.
Pochi giorni dopo la violenza, ho domandato a Siddharth Dhanvant Shanghvi (giovane scrittore indiano, noto per il realismo sociale dei suoi romanzi profondi e provocatori) cosa ne pensasse dell’enorme reazione da parte della società indiana, insorta nelle piazze e sui media per la prima volta della storia in nome del femminile, mi ha confermato la duplicità del problema.
«Nirbhaya rappresentava lo stereotipo della ragazza indiana di buona famiglia, la sua forza era quella di essere indipendente, di avere un certo equilibrio ‘attivo’ tra amicizie, università e famiglia: uno stile di vita occidentalizzato. È stata la sua arma a doppio taglio, da un lato per questa sua forza è stata punita diventando vittima, dall’altro il suo essere vittima è riuscito ad innescare per la prima volta un meccanismo di immedesimazione sociale talmente potente da diventare quasi rivoluzionario. Eppure, contemporaneamente, della maggior parte delle violenze non verremo mai a sapere, perché sono nascoste, ‘non viste’ e non volute vedere perché troppe e troppo emarginate socialmente».
Così, da una parte si ha la forza di una giovane donna, che nell’aver creato e ricercato la sua indipendenza è stata barbaramente punita: dinanzi alla reazione pubblica questo episodio è diventato un simbolo potente che, attraverso i media e l’immedesimazione sociale, ha insieme rivendicato e creato all’interno della società indiana una nuova apertura verso questa problematica. Dall’altra parte rimane la debolezza violata, inespressa ed inesprimibile, di un’infinità di donne, che tuttavia è e sembra destinata a rimanere un capitolo irrisolto.
Questo è il vero grande tema affrontato da giornalisti, scrittori e testimoni in occasione dell’otto marzo di quest’anno. Per la maggior parte, le violenze sulle donne, in tutto il mondo, “non sono dette”. La maggior parte delle statistiche sono incomplete e parallelamente alla quantità esponenziale di casi di violenze riportati e puniti ve n’è un’altra, ancora maggiore, che rimane inespressa. La drammaticità insita nella duplicità dell’immagine che la donna oggi vive in se stessa e proietta sulla società maschile è il riflesso di un paradosso più ampio, l’ostacolo più grande a ogni tentativo di apertura: l’inesprimibilità, nel senso di impossibilità di esprimersi, sia per cause interne che per cause sociali.
Mi sembra giusto ricordarlo in questi giorni, poiché lo stato d’inesprimibilità è costantemente avvicinato a figure di debolezza soprattutto “femminili”: alcune troppo giovani per difendersi, altre troppo povere per tutelarsi, altre ancora troppo poco istruite per sapere come comportarsi di fronte a tali subalternità; e allo stesso tempo sono da prendere in considerazione intere comunità “al femminile” non accettate ed emarginate, come per esempio gli Hijra, i travestiti di Mumbai (circa 100.000 sparsi per tutta l’India), secondo Salman Rushdie, a partire da una certa tradizione antica, gli “dèi metà donna”.


Costanza Fino