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Red carpet, party e co. Diario dal Festival di Cannes

Cannes è l’unico posto dove Zara vende smoking per gli uomini e abiti da gran sera per le donne. Lungo ogni metro della croisette, con la stessa frequenza con cui da noi troviamo negozi di cover per l’i-phone, qui ci sono discount di vestiti lunghi e postazioni per il trucco express nonché parrucchieri costosissimi, da 40 euro in su, e scadenti (e se a una piega pessima aggiungi un tempo pessimo ecco che ottieni il look capelli scapigliati alla francese che improvvisamente non sembra più tanto glamour). Io dal coiffeur ci ho incontrato un facoltoso ragazzo indiano in smoking che andava a farsi fare “il ciuffo” per prepararsi al red carpet. Che tu sia un addetto ai lavori, un giornalista o un semplice curioso, il punto è che al Festival del cinema di Cannes bisogna essere sempre pronti.

Capitolo giornalisti. Se fare distinzione in base al colore vuol dire essere razzisti, non esiste posto più razzista: in cima alla scala ci sono “i bianchi”, poi i rosa, gli azzurri, i gialli di seria A e i gialli di serie B. I neri sono una categoria a parte. Non parlo ovviamente del colore della pelle ma del colore del cartellino che la stampa nazionale e internazionale porta al collo. Bianchi e rosa, per lo più i grandi quotidiani, vanno dove gli pare quando gli pare, accedono alle proiezioni anche 5 minuti prima, davanti a loro le folle si aprono come le acque davanti a Mosè. Per gli altri è una giungla: almeno due ore prima per accedere ai film, code imprecisate per le conferenze stampa. In borsa devi sempre avere un paio di tacchi o una giacca dell’abito nel caso in cui all’ultimo minuto ti accordassero un pass per il red carpet.

Capitolo persone comuni. Ami il cinema, magari vivi a Cannes o nelle vicinanze, in camera hai il poster di George Clooney che guarda caso passa proprio nella tua città, che fai non ci provi a rimediare un biglietto? Quello che si vede ogni giorno di fronte al Palais des Festivals è allo stesso tempo uno degli spettacoli più esilaranti e più desolanti che possano esserci. Uomini e donne, adulti e ragazzi che fin dalle 8 di mattina sono vestiti in abito da sera e con un cartello in mano chiedono un biglietto per la proiezione ufficiale del Festival di quella sera. “Tickets please”, “an invitation s’il vous plait”, e sul foglio magari c’è un’immagine del gatto di Shrek che fa gli occhioni. Con serenità attendono per tutta la giornata, una signora sulla quarantina in abito lungo di raso verde, come pochette aveva una borsa termica d’argento: se devi aspettare per ore che non te lo porti un panino?

Cannes tickets Cannes tickets

Stessa storia per quanto riguarda le mitiche feste. Tre, quattro ogni sera,  lungo gli stabilimenti della croisette. Ogni film organizza il suo party, a cui si aggiungono quelli degli sponsor. Non ci pensate nemmeno a tentare gli occhi dolci o qualche moina ai buttafuori, i francesi sono democratici nella loro inflessibilità, lascerebbero fuori anche Nicole Kidman se non avesse un invito rigorosamente cartaceo che viene ritirato all’ingresso. Niente liste o nomi di amici o amiche che non vanno di cui potersi appropriare e vi assicuro che nessuno smarrisce casualmente per terra uno di quei  cartoncini. “Ha un invito?” “No”. “Parla francese?” “No”. “E allora proprio niente da fare”.

Cannes 2016 opening dinner
Cannes 2016 opening dinner

Una volta dentro però, superato lo snobbismo, all’organizzazione francese non c’è niente da eccepire. Al party di inaugurazione sulla spiaggia del rinomato Hotel Marriott, cascate di ostriche e champagne, il più grande buffet di formaggi che la mente umana abbia mai concepito, persino un pasticcere che “componeva” tortine personalizzate facendoti scegliere il tipo di pasta frolla, di crema e di guarnizione. Il giorno dopo c’è l’apertura della “La Quinzaine des Réalisateurs”, sezione “autonoma” e quindi meno ingessata del festival: si alternano i più grandi dj, a sorpresa verso le 2 am passa in console un Jovanotti inaspettato e la folla si scatena. Addio snobbismo francese. Virzì ti fa preparare il tuo Magnum personalizzato, Spielberg ricostruisce sulla spiaggia l’ambientazione della Terra dei Giganti di BFG.

La Quinzaine des Réalisateurs party
La Quinzaine des Réalisateurs party

“Scusi per caso ha un biglietto in più?”. La risposta è quasi sicuramente no, ma bisogna essere pronti, sempre pronti.

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Infine ovviamente tutto questo non vale se l’invito non ti serve perché è per te che organizzano la festa. George Clooney e Amal, Blake Lively, Lily Rose Depp, Kristen Stewart, Susan Sarandon. Alloggiano al Marnitez o al Carlton, vestono Valentino, Armani, Valli, hanno gioielli da capogiro.  Lo smeraldo gigantesco indossato da Julia Roberts sul red carpet di Money Monster ne è un esempio: 52 carati firmati Chopard.

Per loro i party si è detto ci sono ogni sera, nel peggiore dei casi ci si fa vedere alla Vip Room al civico 50 della Croisette (ma si vede subito dov’è, basta guardare la doppia fila di Ferrari e Porsche), regno durante il festival del dj Jean Claude Audes oppure sul mare al Baoli a Port Canto. Oppure sulle barche, di solito quelli di Cavalli e Dolce e Gabbana non mancano mai ed è annunciato anche il mega Octopus di Paul Allen, cofondatore di Microsoft.

Da sempre però l’evento top è il gala AmfAR all’Eden Roc di Cap D’Antibes. La location è la più esclusiva e le superstar sono lì – in questi giorni George Clooney e Amal Alamuddin – . Il 19 sera, per il 23/mo anno consecutivo ci si dà appuntamento all’asta benefica dove Sharon Stone con una competenza acquisita negli anni riesce a svuotare le tasche dei ricconi per finanziare la ricerca contro l’Aids. Prepararsi al 19 è un lavoro, abiti, accessori, accompagnatore, documenti (sì anche Di Caprio, che non manca mai, deve far avere la copia scannerizzata della sua Id), autista, trucco, parrucco, una fatica micidiale ma ne vale la pena: con uno scatto dal red carpet dell’amfAR lungo decine di metri ci campano tutti – divi, stilisti, fotografi – per un anno. Parafrasando il celebre slogan democratico dell’Oreal, Se sei al galà amfAR vali. Kevin Spacey, Milla Jovovich, Adrien Brody, Heidi Klum con Katy Perry singer sono I primi nomi annunciate ma la lista non finisce qui.

Tacchi e polemiche al Festival di Cannes

Ci sono tabù che non devono essere infranti. Impazza la polemica al Festival di Cannes: tacchi si o tacchi no?

Sulla croisette l’attenzione è tutta sui piedi da quando alcune signore non sono state fatte accedere alle proiezioni perché si sono presentate in ballerine invece che con i tacchi alti. Tra loro, anche la produttrice cinematografica Valeria Richter, che ora accusa di discriminazione la kermesse francese.

Secondo i bodyguard, la scarpa col tacco farebbe parte del dress code del Festival del Cinema, ma le star hanno deciso di ribellarsi, e se Emily Blunt esorta le colleghe a indossare tutte le ballerine, Benicio Del Toro rilancia con una provocazione al maschile: «Anche noi uomini ci presenteremo con i tacchi sul red carpet».

Tutto inizia quando alcune cinquantenni si presentano all’ingresso di una proiezione e i bodyguard, osservate le estremità delle donne, vietano loro l’accesso all’evento. Succede domenica sera, alla proiezione di «Carol» di Todd Hayne, e succede di nuovo alla première di «Sea of Trees», di Gus Van Sant, dove viene allontanata dal red carpet la produttrice Valeria Richter, a cui in passato hanno amputato una parte del piede e che quindi, anche a voler essere estremamente pignoli su un’eventuale dress code, sarebbe stata meritevole di una più che comprensibile eccezione.

Un precedente c’è. Qualche anno fa al L’Oreal Fashion Festival australiano una modella in passerella “osa” l’impensabile per il mondo della moda: a rischio caduta, si libera dei tacchi stratosferici e continua a sfilare a piedi nudi. Il parterre modaiolo trattiene il respiro. Anche se pare che il gesto di insofferenza fosse in realtà una mossa concordata con l’entourage della stilista Dion Lee, è scandalo. I fashionisti ortodossi si fanno il segno della croce. Modelle eteree longilinee che fluttuano su stiletti tacco 13. Il tacco piace, perché sfila la figura, allena il polpaccio, intriga la vista, dona autorità, ma il tacco ha un costo. Richiede un certo sacrificio, in termini di comodità di praticità e di equilibrio. “….Un po’ deve soffrire” dicevano le mamme alle loro bambine, e questa sofferenza non la deve vedere nessuno. Estetisti, parrucchieri, diete, scarpe strette. Non esistono o quanto meno nessuno vuole sentirtelo dire. Devi essere bella anzi, devi essere naturalmente bella. Fred Allard, direttore creativo per Nine West, uno dei maggiori produttori al mondo di scarpe da donna ha dichiarato che la ricetta per evitare di inciampare sui tacchi è “due parti di sacrificio ed un pizzico di solido acciaio”.

I tacchi a spillo sono stati inventati per spostare il baricentro della figura femminile, dandole così un portamento sessuato e cattivante. Allo stesso scopo in Cina scorciavano un tempo i piedi alle bambine, così da grandi avrebbero avuto il baricentro spostato, e l’andatura di cui si diceva sopra. Tutto questo vale purché l’incesso della donna sia lento e armonico. Se invece la donna vuole essere, oltre che sessuata, efficiente, pratica, e sui tacchi a spillo ci va di fretta, allora lo spostamento di baricentro provoca una scossa sgraziata, piu nota come “andamento a dinosauro” e un inconfondibile smorfia di dolore.

Se è vero tutto questo, se è vero che Victoria Beckam nonostante l’ ernia del disco si è rifiutata di ammettere l’ evidenza dei sui 160cm circa scendendo dalle fedeli Louboutin, hanno ragione quelli che sostengono che i tacchi a spillo non sono molto diversi dal burka? che più che l’assoluta libertà, danno l’idea di una schiavitù, più sottile di quella del velo, ma altrettanto pervasiva? Credo di no..essere schiavi vuol dire non avere possibilità di scelta. Vuol dire dover portare tacchi bassi e camminare due passi indietro a tuo marito (che ha le scarpe con il rialzo), far portare i tacchi a tua figlia di sei anni perchè Tom non li fa mettere a te, ma vuol dire anche essere costrette a issarsi sui trampoli per far si che ti guardino negli occhi e non nella scollatura.

Le scarpe come gli abiti sono una forma d’ espressione, in alcuni casi una forma d’arte e persino di architettuta (vedi Caovilla e McQueen). Si possono indossare flat shoes anche alle occasioni più formali, senza perdere di charme. In principio furono Brigitte Bardot e Audrey Hepburn, due icone di stile con i piedi ben piantati al suolo. Ai giorni nostri, The Body, al secolo Elle MacPherson, ha indossato un infradito sul red carpet come accessorio inatteso. Allo stesso modo si può essere inarrivabilmente belle su tacchi 15.

Insomma “altezza mezza bellezza”, ma ricordate, c’è anche l’altra metà.