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Loro 2: il riscatto passa per il peccato… e che peccato.

Meno fuffa e più contenuti. Con «Loro 2», Sorrentino aggiusta il tiro, spingendosi parecchio oltre la banalità.

Sono passate poco più di due settimane da quel funesto 27 aprile. Una data che difficilmente potrò dimenticare, visto che quel giorno, preso da un’inspiegabile senso d’ottimismo, decisi di dar fiducia a Paolo Sorrentino, andando ad assistere alla proiezione pomeridiana del suo ultimo film, Loro 1 (Per chi volesse vivere o rivivere quei momenti, questo è il link ). Ebbene, solo chi almeno una volta nella vita ha subito una delusione d’amore, sa che nelle settimane successive a tale evento difficilmente si metabolizza e quasi mai si dimentica. Figuriamoci poi, se ci troviamo nella condizione di dovere incontrare per forza chi ci ha fatto del male.

Immaginatevi, quindi, lo stato emotivo con il quale, ieri, mi sono recato al cinema per vedere Loro 2. Per darvi un’idea, durante tutto il tragitto in auto, il mio cervello continuava a ripetermi, “Ahó, non t’è bastata la sola dell’urtima volta, stai pè butta artri 8 euro”. Eccome dargli torto. Tuttavia, tempo di rendermi conto di dove fossi, che già ero seduto in ottava fila, posto H-10. Grazie a Dio, almeno questa volta mi ero ricordato di portare con me un pacchetto di M&M’s. Si sa che nei momenti difficili il cioccolato tira sempre su e infatti, dopo aver ingerito una decina di quei fantastici “confetti” colorati (sì, mi hanno pagato per la sponsorizzazione) il sentimento di frustrazione aveva lasciato il posto ad un sano senso di rassegnazione. Tant’e vero che anche il cervello aveva cambiato atteggiamento, da “Ahó, hai buttato arti 8 euro” a “Ahó, alle brutte puoi sempre dormì”.

Un’idea non del tutto da scartare… soprattutto dopo 20 minuti di pubblicità gentilmente offerta dal cinema The Space. Ad ogni modo, Loro 2, alla stregua di un secondo tempo di un unico film, riparte puntualmente da dove si era interrotto il primo capitolo. Siamo di nuovo in Sardegna, più precisamente dalla parti di Porto Cervo, esattamente in quella lingua di mar Tirreno che separa la villa dell’arrivista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) da quella di Silvio Berlusconi (Toni Servillo). Già dai suoi primi istanti, la pellicola sembra riproporre il solito e melenso copione (già visto nel primo capitolo) fatto per lo più di tette e fondoschiena scelti a caso. Tuttavia, passati i primi minuti, accade qualcosa di nuovo e totalmente inaspettato. La dinamica dell’opera di Sorrentino subisce una profonda metamorfosi. Finalmente viene dato spazio alla  trama. Non più solo sequenze fotografiche messe a caso, ma veri e propri dialoghi studiati nei minimi particolari, in cui il Silvo di Sorrentino racconta e si racconta.

Nel primo di questi, vediamo il Cavaliere seduto ad un tavolo alla cui estremità opposta siede Ennio Doris (per intenderci, il tizio di Banca Mediolanum che è una vita che ci ripete che è tutto intorno a noi). I due chiacchierano, affrontando vari nodi dolenti, il più importante dei quali riguarda proprio il futuro di Silvio. Uscito sconfitto alle ultime elezioni, il Cavaliere rivela ad Ennio parte delle proprie perplessità per ciò che sarà di Lui nell’avvenire, manifestando un certo grado di arrendevolezza e titubanza. Insomma, un atteggiamento ben lontano da quello a cui siamo stati abituati da più di vent’anni a questa parte. Ed infatti, quella del perdente è una maschera che poco si adatta al volto del Berlusca e questo Ennio lo sa bene.

“Silvio, tu sei quello che ha creato un impero dal niente. Partendo come semplice immobiliarista sei riuscito a creare una nuova città. Hai comprato una fallimentare emittente televisiva di provincia e l’hai resa il  conglomerato mediatico privato più grande d’Europa. Non solo possiedi tutto ma sei riuscito in ogni ambito in  cui hai deciso di cimentarti, e lo sai perché? Perché sei il migliore venditore che esista. Tu sei in grado di vendere sogni alle gente, ed un uomo che è in grado di fare questo, cosa non riuscirebbe a fare?”

Da questa semplice chiacchierata fra amici, in parte fedele, in buona sostanza rielaborata dal sottoscritto (ho perso il taccuino dove annotavo le battute), il Cavaliere non solo formula quella che sarà la sua nuova strategia politica per tornare alla guida del paese ma riconferma ciò che egli sa da sempre: Lui può tutto perché egli, al pari di Dio, è il solo che conta. Può creare ed infrangere regole, può dire e fare come vuole, può tradire ed amare come meglio crede. In sostanza, Loro 2 mostra allo spettatore come le manie di onnipotenza abbiano in qualche modo contraddistinto l’esistenza di Silvio Berlusconi e di come queste si siano scontrate contro il peggiore dei suoi avversari, ovvero, l’inesorabilità del tempo. Si ha quindi l’impressione di assistere ad un pietoso quanto grottesco siparietto di stampo Settecentesco, in cui un re, ormai arrivato alla fine dei suoi giorni, si rifiuta categoricamente di abdicare al trono.

Se nel primo capitolo al centro della trama c’erano fondamentalmente Loro, ovvero quelli che non contano, nel secondo esiste solo Lui, Silvio. In tutta la sua opulenza e decadenza. Non è un caso che in questa pellicola le figure interpretare da Scamarcio, Kasia Smutniack e Euridice Axen, scompaiono quasi completamente. In conclusione, Loro 2 riesce dove Loro 1 aveva miseramente fallito: catturare il pubblico proponendo qualcosa di autentico. A questo punto resta però da chiedersi se fosse realmente necessario fare un film diviso in due parti. Sarebbe bastato riassumere il primo capitolo in non più di 20 minuti ed inserirli nel secondo. Così, per come stanno le cose è un vero peccato.

Hostiles: un western dal sapore amaro

La redenzione di un popolo, l’atrocità di un’epoca. L’America raccontata in Hostiles prende le distanze dalla banalità del genere e ci offre un western del tutto atipico in cui allo scontro si sostituisce il confronto.  

Stati Uniti, 1892, cala il sipario sul selvaggio west. Le guerre “Indiane”, che tanto avevano imperversato nei secoli precedenti, si sono concluse ed è ora per il paese di voltare pagina, non prima però di rendere il giusto onore agli sconfitti. Vi è, infatti la consapevolezza, tra le alte sfere del Governo, di quanta sofferenza sia stata inflitta ai nativi, ormai decimati ed annientati nello spirito. Esaudire l’ultima volontà di un morente capo Cheyenne, sembra essere l’occasione ideale per gli “uomini bianchi” per fare ammenda delle atrocità commesse. Falco Giallo (Wes Studi), uno dei più gloriosi nemici degli Stati Uniti, ha infatti espresso un unico desiderio, quello di poter far ritorno nella sua terra natia al fine di essere sepolto in essa.

L’incarico di scortare l’anziano Cheyenne insieme ai suoi familiari fino alla Valle dell’Orso (Montana) viene affidato al capitano Joseph Blocker (Christian Bale), che sebbene sia considerato da molti dei suoi commilitoni come un vero e proprio eroe di guerra, è anche colui che porta su di sé l’infausta fama di “macellaio dei pelle rossa”. La lunga carriera del capitano Blocker è infatti adornata da momenti cupi, contraddistinti da efferatezze inenarrabili perpetrate sempre però in osservanza degli ordini ricevuti. Perché per quanto disumano possa essere, il compito del soldato non è mai quello di pensare ma solamente quello di obbedire e se per più di vent’anni Blcoker ha ucciso, massacrato e seviziato i nativi, egli ha sempre agito in nome di una volontà altrui, quella di Stato.

Tuttavia, i tempi cambiano. I grandi capi Tribù hanno deposto l’ascia di guerra e per il Presidente degli Stati Uniti Benjamin Harrison, Falco Giallo ha pagato il prezzo della sua libertà. Con estrema riluttanza il capitano Blocker si trova quindi costretto ad accettare l’incarico affidatogli, dimostrando ancora una volta come il senso del dovere riesca ad avere la meglio sui propri sentimenti. Accompagnati da un esiguo gruppo di soldati e da ciò che resta della progenie dell’anziano patriarca, i due si incamminano lungo il percorso che stravolgerà per sempre le loro esistenze. Un viaggio non solo fatto d’inside ma anche d’incontri, il più importante dei quali sarà con la giovane Rosalee Quaid (Rosamund Pike). Una donna la cui la vita è stata privata di ogni cosa ma che nonostante tutto mantiene inalterato il proprio senso di umanità.

Hostiles di Scott Cooper è un film pensato per far riflettere. Per tutta la durata della pellicola è alquanto palese il tentativo del regista di provare a rintracciare il senso dell’umano all’interno di contesti e dinamiche dove il disumano sembra aver preso il sopravvento. Un’impresa tortuosa, dai tratti marcatamente profani rispetto agli standard del genere, ma che comunque riesce a catturare lo spettatore. Un risultato il cui merito va in gran parte ai due ottimi protagonisti: Christian Bale e Rosamund Pike. Interpreti che reggono le fila di Hostiles con performance d’eccezione, evocando le significative ferite emotive in commoventi sguardi che si profilano come radice stessa della pellicola e sui quali la stessa si struttura e amplia. In conclusione Hostiles è un film intriso di retorica i cui elementi non ostacolano l’epicità dettata dal genere ma che, al contrario, portano il cinema western su nuove frontiere.

The Disaster Artist: Un iconico trash d’autore

Divertente e dissacrante. Con «The Disaster Artist»,  James Franco ci mostra l’altra faccia del sogno americano.

Prendete la bacchetta magica e recitate con fermezza “Audentes fortuna iuvat!”. Fatto? Bene. Immagino che ora penserete che io sia impazzito del tutto. Sebbene quest’ipotesi non sia totalmente remota, mi duole comunicarvi che sono ancora sano di mente (almeno per il momento). L’espressione da me utilizzata, o meglio, il modo con il quale ho deciso di enunciarla, non è altro che l’esatta rappresentazione di ciò che avviene puntualmente nella mia testa quando incappo nei proverbi latini (tranquilli, mi è capitato solo un paio di volte in tutto l’arco della mia vita).

Comunque, accantonando le mie speranze di ricevere la letterina da Hogwarts, il detto “Audentes fortuna iuvat”, noto ai più come “la fortuna aiuta gli audaci” è, a mio avviso, una tra le migliori chiavi di lettura di cui potremmo disporre se volessimo comprendere a pieno il significato che si cela dietro l’espressione “The American Dream”.

Immagino che ora stiate pensando “ma come? Sei partito da un detto latino per arrivare a parlare del mito americano? Ma non si doveva parlare di cinema in questo articolo?”. Se questo è quello che avete pensato, per quanto il mio compito consista nel levarvi ogni dubbio, devo perlomeno convenire con voi che il volo pindarico da me creato è considerevole. Tuttavia, per quanto contorto vi possa sembrare, abbiate la pazienza di seguirmi nel seguente ragionamento.

Ebbene, se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese dove tutto è possibile, dove l’impegno e la determinazione vengono sempre ripagati, è altrettanto vero che essi sono anche il paese in cui solo chi è disposto a correre qualche rischio può sperare di farcela. Perché in America puoi anche essere l’Einstein della situazione ma se decidi di rimanere tutto il giorno spaparanzato sul divano, puoi anche scordarti la gloria. Lì la strada del successo appartiene solo a coloro che (oltre che di un bel conto in banca) dispongono di una certa dose di coraggio.

Insomma, se si vuole realmente “sfondare” nel nuovo continente bisogna dimostrare di possedere gli attributi. Soprattutto se si sceglie di farlo nel mondo dello show-business. E di questo ne sa qualcosa James Franco che con il suo The Disaster Artist (già vincitore di un Golden Globes e di un nomination ai prossimi Oscar) è riuscito a  trasformare un’idea folle in una trovata geniale. Tanto che potremmo dire che a Hollywood il motto vincente più che essere “la fortuna aiuta gli audaci” sia “la fortuna aiuta i folli”. Ma andiamo con ordine. Che cos’è e come nasce The Disaster Artist?

The Disaster Artist, uscito nelle sale italiane il 21 febbraio del 2018, è un film tratto dall’omonimo romanzo «The Disaster Artist: my life inside the Room, the Greatest Bad Movie Ever Made» il quale ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione di quel lungometraggio che risponde  al nome di: The Room. Se non ne avete mai sentito parlare state pure tranquilli, nessuno ve ne farà una colpa, anzi ritenetevi più che fortunati. Questo perché The Room senza ombra di dubbio è il film più brutto che sia mai stato realizzato. Non è un caso che la critica l’abbia definito come “Il Quarto Potere dei film brutti”.

Scritto, diretto ed interpretato dal quanto mai eccentrico Tommy Wiseau, la pellicola ruota attorno ad un tormentato triangolo amoroso tra il protagonista Johnny, la sua futura sposa Lisa e il suo migliore amico Mark. Se a questo punto vi state chiedendo se ciò che ha indignato il mondo della critica sia stato semplicemente la realizzazione dell’ennesimo film dalla trama stucchevole quanto banale, fidatevi di me quando vi dico che non sapete ancora di cosa sto parlando. Questo perché nei cento minuti di visioni offerti da The Room, lo spettatore più che vivere un dramma sentimentale, assiste ad uno spettacolo senza precedenti, che potremmo definire  “Fantozzianamente” come una «cagatapazzesca!» Se pensate che sia un giudizio troppo lapidario, il video che vi propongo qui sotto (dalla durata di poco più di 40 secondi) saprà levarvi ogni dubbio.

Come avrete avuto modo di constatare, ciò che è totalmente assente in The Room è il benché minimo talento recitativo. E credetemi, quel senso di smarrimento che avete provato dopo aver premuto play, non è causato dalla totale decontestualizzazione del video rispetto al resto della pellicola. Se non volete credermi, godetevi pure quest’altro piccolo estratto tratto dal film.

The Room è semplicemente questo. Un susseguirsi interminabile di dialoghi privi di qualsiasi logica, di battute banali e di scene al limite del grottesco. Non a caso è considerato per antonomasia come la massima espressione del cinema nonsense. Ciononostante, o forse proprio per questo, WiseauThe Room godono oggi di una popolarità incredibile. Una fama tanto inspiegabile quanto radicata, capace di spingere, nel 2015, il regista/attore James Franco a realizzare un film che raccontasse la genesi di questo “fallimentare successo mondiale”.

The Disaster Artist ripercorre quindi la vita di Tommy Wiseau alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, con l’aiuto del suo amico attore Greg Sestero, un film che mostri al mondo le proprie qualità artistiche. Insomma, quello proposto da James Franco è un esilarante spaccato di vita due uomini che sfidano la sorte per tentare di inseguire i propri sogni, andando contro tutto e tutti, perfino contro se stessi. Tuttavia è importante capire che The Disaster Artist non è né la presa in giro di The Room né tanto meno del suo creatore, tutt’altro. Si tratta di un omaggio al folle coraggio di quei due uomini che, stanchi e delusi di un Hollywood incapace di percepirli, decidono di rischiare tutto e di puntare solo su se stessi. “The American dream is still alive”.

A mio modesto parere la scelta di James Franco è vincente. Prendere il miglior film trash che esista e renderlo un prodotto unico. Ma ora basta con le chiacchiere inutili, fate largo a The Disaster Artist!

Loving Vincent: il genio oltre la follia

Non è né un romanzo né una mostra. Loving Vincent è un omaggio cinematografico alla bellezza.

Anche l’occhio meno esperto sa riconoscere un van Gogh. Le tele del pittore olandese godono di fama mondiale. I paesaggi di campagna, le notti stellate, le composizioni floreali, i ritratti e gli autoritratti fanno tutti parte dell’immaginario collettivo. Insomma, si può dire che chiunque conosce van Gogh. Ma è veramente così?

Già il fatto che sbagliamo la pronuncia del suo nome dovrebbe essere un dato indicativo. Eh si, signore e signori, Vincent van Gogh si pronuncia Vincent fan Hoock. Il trucco per non sbagliare sta nel ricordarsi che la “G” di Gogh è muta e nel saper emettere un suono gutturale quando si  pronuncia Hoock. Il video qui sotto potrebbe esservi d’aiuto.

Bene, se siete stati in grado, come me, di superare la sfida lanciata dalla fonetica olandese è giusto ammettere a noi stessi  (per una volta) che abbiamo raggiunto un traguardo importante nella nostra vita. Malgrado ciò,  la domanda che ci siamo posti all’inizio attende ancora una risposta. Conosciamo veramente van Gogh? ( questa volta sono sicuro che l’avete pronunciato bene)

È ormai assodato che chiunque sa della storia legata all’orecchio e delle turbe psichiche ed emotive che hanno reso celebre Vincent come il pittore più folle d’Olanda, ma oltre a questo? Certo, è anche vero che abbiamo un’eredità artistica notevole. Più di 800 quadri, esposti per lo più al Van Gogh Museum di Amsterdam, che proprio per il loro valore simbolico e culturale diventano spesso merci itineranti nelle varie mostre in giro per il mondo. E poi che altro? Insomma, siamo veramente sicuri che sia possibile comprendere l’essenza di un’artista esclusivamente guardando le sue opere?

Fortunatamente nell’ottobre del 2017, il film Loving Vincent è venuto in nostro soccorso. Proponendoci un viaggio unico nel suo genere, Loving Vincent ripercorre l’esistenza di Van Gogh attraverso gli occhi di chi lo ha amato, odiato e pianto. Non è di certo la prima volta che un film tenta di far luce sulla tormentata quanto misteriosa vita del pittore, tuttavia Loving Vincent è senza alcun dubbio una delle trasposizioni cinematografiche più originali mai realizzate. Definirlo semplicemente come un film d’animazione sarebbe quanto mai riduttivo o, più propriamente, è impossibile considerarlo come un pellicola d’animazione qualsiasi. Questo perché per la prima volta nella storia del cinema gli attori fatti di carne ed ossa lasciano il posto ai dipinti su tela.

La tecnica utilizzata si chiama Rotoscope, e consiste nel prendere le scene girate con attori veri e usarle come riferimento per ricrearle a mano successivamente. In pratica, in un primo momento il film è stato  girato in modo tradizionale e poi, in fase di post-produzione, ogni singolo fotogramma realizzato è stato trasformato in un dipinto. Per ottenere questo straordinario risultato Loving Vincent ha richiesto 6 anni di lavoro e uno staff composto da 125 pittori che, tenendo sempre fede allo stile di Van Gogh,  hanno rielaborato all’incirca 65.000 fotogrammi. E’ il caso di dirlo, siamo di fronte ad una vera e propria impresa titanica.

Ma si sa, la pazienza è la virtù dei forti e si può dire che quella dei registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman è stata ampiamente ripagata. Loving Vincent oltre ad ottenere una nomination sia ai Golden Globes che agli Oscar ha  incassato 30 milioni di euro a fronte di un modesto budget di 5.5 milioni. Un risultato davvero notevole se si considera che in molti paesi europei la pellicola è stata proiettata solo per un week-end. A tal proposito fa piacere ricordare che l’Italia nel suo piccolo ha giocato un ruolo rilevante nel raggiungimento di questo successo.

In soli 3 giorni di programmazione, dal 16 al 18 ottobre dello scorso anno, Loving Vincent ha attirato 130 mila spettatori  arrivando ad incassare più di 1.2 milioni di euro, divenendo così il film evento più visto di sempre in Italia. Un successo tanto eclatante quanto inaspettato, infatti, sebbene la pellicola fosse stata distribuita in ben 283 sale, gli innumerevoli sold-out hanno costretto gli esercenti ad  aggiungere una data extra fissata per il 20 novembre 2017. Ma come si spiega questo trionfo?

Semplice, è bastato unire due ingredienti fondamentali: un’esecuzione impeccabile ed una trama originale. Appena si spengono le luci, dopo i primi minuti di spaesamento iniziale, Loving Vincent trascina lo spettatore nel turbine delle meraviglie create dal massimo rappresentante dell’arte post-impressionista, facendo sentire il pubblico parte attiva di un processo creativo. Come se non bastasse ad “animare” il tutto vi è una trama coinvolgente, in bilico tra una lezione di storia ed un’indagine poliziesca. Ma non vi darò altri elementi a riguardo. Come ho già avuto modo di dire precedentemente, Loving Vincent deve essere vissuto come un viaggio e come tale nessuno ha il diritto di rovinarvelo anticipandovi le tappe che percorrerete.  Il mio compito è stato solo quello di farvi salire la voglia di partire, quindi non mi resta che augurarvi, Buon Viaggio!

Blade Runner 2049, Identikit di un successo mancato (per ora)

Blade Runner, flop d’autore o flop generazionale? Quello che qui vi proponiamo è una analisi delle possibili cause che hanno provocato questo insuccesso.

 

Sono passati più di 3 mesi da quel fatidico 5 ottobre, giorno in cui Blade Runner 2049 avrebbe potuto portare nuovo lustro al cinema di fantascienza, andando finalmente a scardinare l’immortale tirannia dei film sui supereroi. Tuttavia, se oggi siamo qui a discuterne, è perché sappiamo che questo non è avvenuto. Le cifre parlano chiaro. Blade Runnner 2049 lascia un buco di 80 milioni di dollari nelle casse della Alcon Entertainment (la casa produttrice del film).

A fronte di un costo di realizzazione pari a 150 milioni di dollari, il film è riuscito a racimolare globalmente “solo” 269 milioni. Una cifra che, per quanto possa sembrare altisonante, non deve trarre in inganno. A questa, infatti, vanno detratti sia i corrispettivi costi di produzione che i relativi costi di promozione. Se i primi sono pubblicamente noti, riguardo ai secondi aleggia ancora un’aura di mistero. Secondo le stime condotte dalla rivista Forbes, questi si aggirerebbero intorno agli 80 milioni. Un spesa di certo non di poco conto, ma pur sempre in linea con gli attuali standard nel mondo del cinema.

Inoltre, non bisogna dimenticare che gli introiti rimanenti vengono suddivisi fra i diversi esercenti in base a rigidi accordi commerciali. Nello Show Entertainment, esistono infatti, clausole che tutelano qualsiasi tipo di investimento. Nel caso specifico di Blade Runner 2049, la Sony è riuscita a vincolare il proprio impegno assicurandosi un diritto di prelazione sui ricavi che sarebbero maturati con l’uscita del film. Così facendo, la major giapponese è stata una delle poche compagnie a rientrare (in parte) delle spese sostenute. L’esistenza di un ordine di ripartizione nella divisione degli utili, ci fa capire che il rischio per alcuni di rimanere a bocca asciutta nel caso in cui il film abbia uno scarso successo al box office, è più che un’ ipotesi. Diciamo che è una certezza. L’Alcon Entertainment era in questo progetto il fanalino di coda di una lista che oltre a comprendere la partecipazione della Sony, includeva la presenza di un ulteriore colosso cinematografico, ovvero la Warner Bros.

Insomma, a fronte di questa ricostruzione, possiamo tranquillamente affermare che Blade Runner 2049 è stato tutto fuorché una gallina dalle uova d’oro.

Pur presentandosi con un nome dal valore indubbiamente evocativo ed avvalendosi di un cast d’eccezione, non è riuscito a raggiungere gli obiettivi che erano stati prefissati. Il film non è stato in grado di richiamare a sé, né i nostalgici di un’era passata (gli amanti degli anni ’80), né tantomeno è riuscito ad attirare il nuovo pubblico giovanile, fondamentalmente acerbo rispetto alle forme d’estetismo del cinema noir.

Ciò che quindi c’è da chiedersi è quali siano state le cause che hanno determinato un insuccesso di tale portata.

Una domanda che durante un’intervista rilasciata per Yahoo Entertainment  è stata posta direttamente al regista Denis Villeneuve , il quale, ha ammesso di non essere ancora venuto pienamente a capo delle ragioni di questa disfatta (soprattutto per quanto riguarda il mercato statunitense).

“Onestamente non mi riesco a spiegare le ragioni anche perché abbiamo avuto un accoglimento critico sensazionale. Sto ancora digerendo il tutto. Ho avuto le recensioni migliori della mia carriera, non mi era mai capitato di vedere una mia pellicola accolta in una maniera così trionfale. Ma, allo stesso tempo, il box office statunitense è stato molto deludente, è questa la verità. E film come questi sono costosi e anche se ha fatto tanti soldi, non è comunque una cifra sufficiente. Magari il pubblico non conosceva adeguatamente l’universo del film o magari era troppo lungo. Non lo so, è ancora un mistero per me.”


Da queste parole, appare evidente che per quanto Villeneuve abbia realizzato un film sugli androidi, resti pur sempre un essere umano, e in quanto tale, non riesce a svilire fino in fondo la sua creatura. Tuttavia, dalle sue dichiarazioni, emergono due elementi chiave: il target a cui era indirizzato il film e la durata di quest’ultimo.

Riguardo al primo aspetto, sono utili le considerazioni di Paul Dergarabedian, senior media analyst del colosso statunitense ComScore (società leader nel monitoraggio e analisi del mercato digitale). Secondo quest’ultimo:

“Il nocciolo dei fan più entusiasti e leali di Blade Runner si attesta sulla fascia d’età sopra i 25 anni ed è principalmente di sesso maschile. Questi, come previsto, hanno assicurato la prima posizione al box office durante la prima settimana. Tuttavia, la lunga durata della pellicola unita allo scarso interesse suscitato nel pubblico femminile, hanno reso particolarmente ostico il cammino nel box office. Da cui, il fallimento delle previsioni iniziali.”

È quindi possibile affermare che involontariamente, le tematiche proposte da Blade Runner 2049, rivolgendosi esclusivamente ad un pubblico di nicchia, non siano riuscite a fare breccia nella curiosità delle masse. Ciò nonostante, anche in queste dichiarazioni, viene nuovamente affrontato il tema del minutaggio del film. Decisamente elevato. Per certi versi esagerato

Un’opinione, che trova sostegno da parte di, nientepopodimeno Ridley Scott (regista del primo capitolo della saga, nonché produttore del secondo), il quale, ha lapidariamente giudicato il film, come : “Fo**utamente troppo lungo”.

E come se non bastasse, a rincarare la dose ci ha pensato anche Michael Deeley, (produttore del primo Blade Runner)  i cui pareri sul sequel, anche se dai toni considerevolmente più moderati rispetto a quelli di Scott, non danno alcuno spazio a fraintendimenti.

“Non ho ancora in programma di vederlo, ma lo farò. È troppo lungo, doveva consentire – e avrebbero effettivamente dovuto fare – dei tagli. Non possono fare meglio di così al box-office perché non può essere proiettato più di tre volte in una giornata proprio perché dura troppo, una mossa che definirei auto indulgente se non addirittura arrogante. Una cosa criminale.”

Alla luce di quanto detto fino ad ora, quello sul quale ci siamo interrogati noi di Polinice è un quesito tanto surreale quanto pertinente. Ci siamo domandati:

“E se Blade Runner 2049 fosse stata una serie? Avrebbe avuto maggior successo in termini di audience?”

Surreale no? Per noi fino ad un certo punto. Prendiamo alcuni dati concreti. Abbiamo visto che il principale tallone d’Achille di Blade Runner 2049 è stato il fattore tempo. Una condizione imputabile alla trama stessa, effettivamente troppo lenta nello svilupparsi. Un componente, le cui implicazioni sarebbero potute essere mitigate se al posto di una trasposizione cinematografica fosse stato realizzato di un progetto adatto all’intrattenimento domestico.

Pensate a serie come Black Mirror e True Detective o anche alla recentissima Dark. Molto diverse tra loro e lontane anni luce dall’universo di Blade Runner, eppure in qualche modo affini, sia dal punto di vista dell’intensità nonché da quello relativo alla complessità dei temi trattati.

Inoltre, e bene ricordate che nel caso di Blade Runner 2049, esistono dei precedenti. Prima che il film uscisse al cinema, vennero rilasciati su YouTube tre cortometraggi, le cui trame hanno l’arduo compito di far luce sugli avvenimenti trascorsi tra il primo film (quello del 1982) e l’ultimo (uscito nel 2017). Questi ultimi, rispettivamente dai titoli, Black Out 2022 

2036: Nexus Down

e 2048: Nowhere to Run

possono essere considerati come veri e propri gioielli.

Realizzati e confezionati con un eccezionale maestria. Complessivamente hanno totalizzato fino ad oggi, un numero di visualizzazioni pari a 5,5 milioni.

Niente male per dei corti, non trovate?

Anime. Capolavori del cinema d’animazione giapponese

In occasione della mostra Mangasia, al Palazzo delle Esposizioni di Roma una selezione di capolavori animati giapponesi esprime l’immaginario sorprendente creato da Miyazaki, Takahata – fondatori della mitica casa di produzione Studio Ghibli – e altri grandi autori nipponici, che affrontano tematiche universali quali l’amore, l’incomunicabilità, l’innocenza perduta, il dolore della distanza, il rapporto con la natura e il destino dell’umanità. Un’esperienza emozionante, coinvolgente e rivelatoria anche per quel pubblico che raramente si avvicina all’animazione.
Ecco la prima parte del programma delle proiezioni, fino al 26 ottobre:

• 19 ottobre, ore 21.00
Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay
di Francesco Chiatante. Italia, 2015, 93’ – documentario, presentano il regista e Luca Raffaelli

• 20 ottobre, ore 21.00
Nausicaä della valle del vento
di Hayao Miyazaki. Giappone, 1984, 117’

• 21 ottobre, ore 21.00
Laputa – il castello nel cielo
di Hayao Miyazaki. Giappone, 1986, 125’

• 22 ottobre, ore 21.00
La tomba delle lucciole
di Isao Takahata. Giappone, 1988, 89’

• 25 ottobre, ore 21.00
Akira
di Katsuhiro Otomo. Giappone, 1988, 124’

• 26 ottobre, ore 21.00
Pom Poko
di Isao Takahata. Giappone, 1994, 119’

INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
Sala Cinema, scalinata di via Milano 9 a
I posti verranno assegnati a partire da un’ora prima dell’inizio di ogni incontro.
Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card.
L’ingresso non sarà consentito a evento iniziato.
Consultate l’intero programma all’indirizzo:
https://www.palazzoesposizioni.it/pagine/rassegna-cinematografica-anime-mangasia

Kong: Skull Island e la crisi del blockbuster hollywoodiano

Siamo nel 1973 e Richard Nixon annuncia il graduale ritiro delle truppe americane dal Vietnam. William Randa (John Goodman), funzionario del governo a capo dell’agenzia Monarch, organizza una spedizione per mappare un’isola inesplorata (Skull Island) nel mezzo dell’Oceano pacifico. Con lui, oltre a un reparto dell’esercito americano proveniente dal Vietnam capeggiato dal tenente colonnello Preston Packard (Samuel L. Jackson), una fotografa di guerra (Brie Larson) e il cacciatore James Conrad (Tom Hiddleston) ex capitano del servizio aereo speciale britannico. Arrivati sull’isola però gli avventori dovranno fari i conti con mostri di ogni tipo, ma soprattutto con lui, Kong, un gorilla alto 30 metri, autentico re dell’Isola.

King Kong, com’è giusto che sia, è il grande protagonista del film. Kong è un re giusto ed equanime che difende la sua isola e i suoi abitanti (uomini e animali) dalle creature mostruose che vivono nel sottosuolo e da quelle forse ancora più mostruose che stanno per arrivare dal cielo. Le fattezze, il portamento, il modo di combattere ricordano quasi più quelli di un uomo che di una scimmia. Il suo aspetto imponente rende maestosa ogni scena; il suo sguardo è truce e severo, ma la sua mano è allo stesso tempo potente e delicato. Si potrebbe dire che Kong è dotato di una saggezza e di una sensibilità che forse gli umani non possiedono.

Questo il personaggio principale, poi però è tutto il resto ad essere affetto da grandi problemi. La storia manca di ritmo e della giusta compattezza riducendosi a una sequenza di scene che si susseguono l’una all’altra senza picchi, senza svolte. Alcune parti sono tirate via con superficialità, altre stiracchiate fino alla noia. Il messaggio finale resta completamente oscuro. La guerra a Kong è sinonimo della guerra del Vietnam? E se sì, quale la necessità di riprendere questo tema proprio oggi?

A peggiorare il tutto la scrittura dei personaggi, vero punto debole del film. Tom Hiddleston e Brie Larson sono protagonisti senza alcun carisma, con cui in nessun punto del film proviamo la più benché minima empatia. Non sappiamo chi sono, da dove vengono, se si conoscevano da prima e come e soprattutto perché hanno accettato di far parte della missione sull’isola. Ma soprattutto sono personaggi che non agiscono, che non scelgono, che non vivono nessun dilemma interiore e che alla fine dell’avventura non subiranno nessun vero cambiamento. Sono pedine sballottate su e giù per l’isola senza molto senso. E cosa dire del villain? Il personaggio del colonnello è il classico cliché del militare americano guerrafondaio e un po’ tonto che crede che per avere la meglio sul nemico sia necessario scaricargli addosso tutta l’artiglieria di cui si è a disposizione. I personaggi di contorno non mancano e avrebbero anche buone potenzialità (il gruppo di soldati soprattutto) ma non hanno mai degli spazi all’interno della trama da cui poter emergere. Unica nota positiva il personaggio di Hank Marlowe soldato atterrato su Skull Island durante la seconda guerra mondiale e sopravvissuto per quasi trent’anni. Il personaggio interpretato da John C. Reilly è comic relief del film che riesce ad alleggerire con successo l’eccessiva pesantezza di tutta la vicenda.

Per quanto riguarda il comparto tecnico ovviamente il film mette in mostra l’artiglieria pesante. Ma cosa troviamo di diverso o di più esaltante che non si sia già visto in miriadi di altri block buster degli anni recenti? Il giovane Jordan Vogs Roberts, arrivato al secondo film, dimostra delle buone capacità dietro la macchina da presa: alcuni movimenti sono ben congegnati e alcune immagini hanno una resa estetica notevole, ma quello che resta alla fine sono virtuosismi tecnici fini a se stessi e non un vero e proprio disegno registico.

Di questo film alla fine cosa resta? Un’occasione sprecata. Prendere un personaggio iconico come King Kong e costruirci attorno un nuovo filone narrativo sarebbe potuta essere una scelta vincente, ma il modo in cui si è scelto di svilupparla delude ampiamente le aspettative. Si poteva sfruttare il personaggio per recuperare un vecchio modo di fare film di avventura e invece si è scelto di mettere gli elementi di un film retrò all’interno di un baraccone moderno che molto ricorda i più recenti super-hero movie. Il risultato è un prodotto che non riesce ad acquisire una fisionomia originale. E un film, come tanti negli ultimi anni, destinato ad essere ben presto dimenticato perché quando si sceglie di prediligere il comparto tecnico e la spettacolarizzazione degli effetti rilegando in secondo piano il fattore umano il risultato non può che essere questo.

Il Girogirocorto Film Festival sbarca a Roma

Arriva a Roma il Girogirocorto Film festival dedicato ai cortometraggi internazionali realizzati da giovani registi.

Il prossimo 27 e 28 ottobre a Roma, presso la Libreria Altroquando, una delle storiche librerie di Roma situata a Via del Governo Vecchio, andrà in scena la prima edizione del Girogirocorto Film Festival, un format nato dall’idea di Matteo Bonanni e del regista Gianlorenzo Lombardi che ha come scopo quello di portare sulla scena capitolina i migliori cortometraggi prodotti dai più meritevoli registi emergenti.

Un festival che vuole dare il giusto risalto ai giovani registi, troppo spesso esclusi dagli ordinari circuiti di diffusione e relegati per anni a ruoli-ombra, avulsi dal proprio meritato ed agognato scenario, rendendo il proprio lavoro accessibile e fruibile al pubblico comune.

Il concorso, aperto a qualsiasi giovane regista, ha visto adesioni da tutto il mondo,

Una riscoperta del Cortometraggio, della sua essenza e della sua autonoma di cui Polinice si fa promotore e portavoce, scegliendo di coadiuvare tale progetto in qualità di media partner.

Una manifestazione cinematografica a 360 gradi rispettosa di una eterogeneità sia di nazionalità d’ordine che di genere cinematografico rappresentato: nelle due giorni di proiezioni si susseguiranno thriller e corti comici; trame leggere e più impegnate e introspettive; pellicole di indagine sociale, romantiche e toccanti così come verrà soddisfatti gli amanti del genere fantastico e del finto documentario irriverente.

Tra le numerosissime adesione giunte da ogni parte del mondo, sono state decretati i cortometraggi finalisti, che verranno valutati da una giuria d’eccellenza: vi faranno parte il celeberrimo attore Luchino Giordana e i registi Michele Picchi, autore di Diario di un maniaco per bene, e Luigi Pane, regista di Black Comedy con cui ha vinto l’ultima edizione del The Valley Film Festival di Los Angeles, una delle più importanti rassegne cinematografiche a livello mondiale.

Di seguito una disamina dei vari cortometraggi in concorso

Les yeux d’Eloïse di Nicolas Lincy

Film realizzato da Nicolas Lincy nel quadro del Master réalisation dell’università di Paris 8 e vincitore del premio Serge Daney come miglior cortometraggio studentesco alla Cinematheque, “Les yeux d’Eloïse – Gli occhi di Eloïse” racconta di Antoine, un fotografo professionista sessantenne diagnosticato con un tumore al cervello che comincia ad alterargli la visione. In questo stato inizia a ricordarsi di un amore di giovinezza sempre tenuto segreto: Eloïse, una ragazza cieca, che incontrò 30 anni fa.
Consigliato specialmente agli appassionati di thriller.

Les Yeux d’Eloïse – Extrait – English subtitles from Nicolas Lincy on Vimeo.

 

La terza riva di Giuliana Fantoni

Remo è un uomo anziano separato dalla moglie, 
che continua a sperare nel suo ritorno, anche a distanza di anni. 
Con il fglio non ha più legami e dei nipoti conosce appena i nomi, nonostante ogni giorno li osservi da lontano giocare e diventare grandi. Ispirato dalla riva di un lago, riesce a trovare un modo tutto suo, 
per entrare a far parte dei loro ricordi e del loro immaginario.

Per spettatori in cerca di poesia.

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Laisse-moi di Tommaso Gorani

“Laisse-moi – Lasciami” è il progetto di diploma di Tommaso Gorani per l’Ecole de la cité di Parigi gestita da Luc Besson. Dopo un tentativo di suicidio fermato all’ultimo minuto, Lucie vive in uno stato di totale apatia. Suo figlio Sam è deciso ad aiutarla a rimettersi in piedi, ma dopotutto questa non è forse la sua lotta.

Per chi è in cerca di drammi a tinte forti.

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Hashtag di Marco Scuderi

Dario, hacker professionale, assieme ad anonimi utenti rintracciati sul web, ha dato vita ad un sistema di assalti mediatici nei confronti di famose personalità del web. Le cose cominciano a peggiorare quando una famosa youtuber romana, incapace di affrontare i pesanti attacchi che la rendono lo zimbello del web, decide di impiccarsi durante un Live su Youtube.

Tra thriller e dramma sociale un cortometraggio utile per capire ancora una volta l’importanza del web nelle nostre vite.

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La panda di Angelo Sateriale

Una commedia a tinte forti ispirata a un monologo teatrale dello stesso regista.
Tutto inizia quando un vecchio padre di famiglia trova la propria automobile, la panda del titolo, imbrattata di verderame: senza dubbio è il macellaio del quartiere, con cui spesso la sua famiglia ha avuto dei problemi. Viene mandato dunque l’imbranato figlio a chiedere spiegazioni. Eppure non è tutto come sembra.

(Per chi vuole ridere in maniera intelligente.)

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Acabo de tener un sueño di Javi Navarro

Girato in lingua spagnola e araba da Javi Navarro, il cortometraggio che ha fatto già il giro dei festival del mondo intero, giunge finalmente a Roma.
 Lo stesso sogno vissuto da due bambine appartenenti a classi sociali opposte puo’ avere un impatto del tutto diverso su entrambe.

Per chi è in cerca di fiabe comunque ben collocate nell’attualità.

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Due giorni d’estate di Luca Dal Canto
Andrea, 16 anni, bocciato a scuola, ragazzo svogliato, ha trascorso tutta l’estate con in genitori

nel casolare di campagna.

Suo padre sta per vendere la casa al cugino, imprenditore che arriva al casolare con la giovane fidanzata, una bella e ormai disillusa ragazza che, secondo Andrea, assomiglia ad una famosa modella di Amedeo Modigliani.

In quegli ultimi due giorni d’estate, insieme, vivranno un’incredibile avventura immersi nella assolata campagna toscana.

Un ‘romance’ inaspettato e tenero, che non mancherà di conquistarvi.


La morte del sarago di Alessandro Zizzo

È inverno, tutto tace, siamo lontani anni luce dai rumori della città, si sente soltanto il rumore del mare a Maruggio: qui è nato e cresciuto Mario, così come un sarago, che in mare nasce e vive. Ma può succedere a entrambi, di trovarsi di fronte, un giorno, un pescecane…

Una toccante parabola sul destino di uomini e pesci, di fronte alla bellezza del mare che promette o nega sogni a chi è in procinto di costruirsi un futuro.


Tra le dita di Cristina Ki Casini

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ma la macchina di Felice riesce a fotografarlo.
Così, in poche parole potrebbe essere riassunto il visionario corto della regista Casini, già passato in numerosi festival. 
Poetico e fiabesco come pochi, si tratta del cortometraggio più romantico del festival che non disdegna uno sguardo al cinema di genere fantastico, con un coraggio che vorremo vedere di più nel cinema italiano.


Bajo el jardin di Eliana Oviedo

Una bambina sognatrice, Rocìo, vive nella provincia di Bogotà, circondata una natura ospitale e lontano dal caos della città. La madre lavora in una fattoria e non ha tanto tempo per occuparsi della figlia. Un giorno la bambina nasconde una bambola nel proprio campo, convinta che il campo che dia vita a decine di fiori e frutti possa dar vita anche a un essere umano…

Scandito da immagini di rara bellezza, come solo il cinema sudamericano sa offrire, una fiaba a contatto con la realtà del territorio da un giovane talento colombiano.

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Vegan Love di Giorgio Amato

Un uomo e una donna si ritrovano per un primo appuntamento.
Cosa succede però se la seconda è vegana e non puo’ ordinare niente di quello che le viene proposto? L’uomo puo’ scendere al compromesso di non mangiare più quello che preferisce per amore di una donna?
Una tagliente commedia dagli equivoci su una delle mode culinarie più eccentriche degli ultimi tempi: e se fosse tutto un capriccio?

VEGAN LOVE – trailer from giorgioamato on Vimeo.

Father Mario di Luca Guaiano

Unico ‘mockumentary’ (finto documentario) del festival.
Padre Mario vista l’incombenza di più e più demoni che ricominciano a possedere uomini e donne indifesi decide di cominciare una serie di tutorial per far capire come funziona un esorcismo.
Tra horror e commedia, un film che saprà farvi saltare sulla sedia… con una risata.

Fuori Concorso

Les mecs n’ont pas de chance di Gianlorenzo Lombardi
 Girato tra Francia e Italia, è il primo cortometraggio semi-professionale del giovane autore. Enrico ha ancora difficoltà a integrarsi all’università di Parigi: un giorno incontra lo snob Jean- Pierre, ma i due cominciano a capirsi… finché tra i due non arriva l’italo-francese Alba a scompigliare tutto.
Una commedia bilingue eccentrica e cinofila.

Tema “L’integrazione in Italia al cinema” Nera è la notte di Saverio Caracciolo

Il talentuoso regista Saverio Caracciolo è stato settimane in un rifugio di immigrati nel Sud-Italia per capire il modo di vita di africani, medio-orientali e altre etnie a contatto per la prima volta col nostro paese, in condizioni estreme. 
Coraggioso e diretto, è il cortometraggio ideale per proseguire le riflessioni fatte in seguito al grande documentario dell’anno “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi.

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Kandia (Voices) di Jean Hamado Tiemtorè

Puo’ la musica facilitare l’integrazione degli stranieri in Italia?
È la domanda che ci pone il regista Jean Hamado Tiemtorè, lui stesso neo immigrato nel nostro paese, che filma in diretta le sessioni di coro in una chiesa di Lecce, dove italiani e persone appartenenti a tutte le nazioni cantano per la messa.
Come dice lo stesso regista “Il desiderio alla base di questo progetto è quello di mostrare un tipo di rapporto tra “migranti” e “autoctoni” diverso da quello proposto dai media, al di là dei luoghi comuni polarizzanti e criminalizzanti”.