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Heidegger e Nietzsche: il vero concetto di "nichilismo"

La parola nichilismo è il vocabolo più inflazionato che sia mai stato impiegato in filosofia alla fine del XX secolo. Pochi però superano il significato morale per andare alla radice storica e metafisica del concetto. Fino a che punto ci può interrogare come esseri umani?

La parola non è stata inventata, come si potrebbe pensare, da Nietzsche, bensì risale alla genialità della letteratura russa. Infatti il primo uso è quello che venne impiegato da Ivan Turgenev nel romanzo Padri e Figli, allo scopo di indicare il giovane medico di nome Bazarov come materialista e antitradizionale. In seguito, il riscontro filosofico vero e proprio risale allo scambio epistolare fra Friedrich Heinrich Jacobi e Fichte, dove quest’ultimo è attaccato a causa della propria dottrina, che pone l’Io a fondamento dell’attività della coscienza trascendentale:  «In verità, mio caro Fichte, non deve infastidirmi se Lei, o chicchessia, vuole chiamare chimerismo quello che contrappongo all’idealismo, cui muovo il rimprovero di nichilismo (Fede e nichilismo. Lettera a Fichte, a cura di G. Sansonetti, Morcelliana, Brescia 2001)».

L’uso che Nietzsche mostra nella sua peculiare produzione è ormai noto ai più: nichilismo, secondo Così parlò Zarathustra, è l’abbattimento di valori e fini predefiniti, lasciando al Superuomo (Übermensch) l’onere di plasmarne dei nuovi, superando in tal modo la pretesa di verità assolute.

Interessante è la lettura successiva di Martin Heidegger, che rileva nei frammenti de La Volontà di Potenza (l’opera più tarda del pensatore) un significato radicalmente metafisico e non solo morale. Egli fa notare che il nichilismo non è un semplice atteggiamento, ma un processo storico che coinvolge la struttura stessa dell’ente.

L’insieme degli enti, nell’ottica dell’interpretazione di Heidegger, risponde unicamente alla volontà di potenza (il desiderio di dominio e di rinnovamento continuo alla base della filosofia di Nietzsche): l’ente, non potendosi indirizzare a un mondo ideale e fittizio che non esiste (sia in senso teologico-cristiano sia nell’accezione di utopia politico-scientifica), trae la propria essenza unicamente da sé e non in qualcosa di esterno, attraverso la volontà di potenza che lo caratterizza.

Questa volontà di potenziarsi in maniera illimitata è limitata, per così dire, unicamente dai valori: essi non sarebbero nient’altro che direzioni verso cui quest’ultima è in grado di determinarsi. Chi pone però questi valori alla volontà di potenza? La risposta heideggeriana è: il soggetto. È l’uomo in carne e ossa il creatore dei valori e colui che li pone come condizioni alla potenza dell’ente.

Si comprende quindi che in base al tipo di valore posto dal soggetto cambia nettamente la considerazione dell’ente, in che cosa consista e quale sia il suo ruolo nel reale. In tal modo, l’essere è dominato e definito in maniera sostanziale dall’uomo, che per tutto l’arco della storia della metafisica non si accorse di essere in possesso di tale facoltà. Il nichilismo è dunque la presa di coscienza graduale da parte dell’essere umano di tutto ciò.

Questo è il vero significato del nichilismo. Non una semplice decadenza dei valori monolitici dell’occidente, ma la presa di coscienza della struttura dell’essere.

L’uso comune è in sostanza erroneo, indica solamente la sfaccettatura morale, una negazione del senso delle cose e dell’esistenza, il vivere senza punti di riferimento. Tale uso non rende conto di ciò che soggiace all’ente e alla sua metafisica.

Bibliografia essenziale:

– M. Heidegger, Il Nichilismo Europeo, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2003.

– F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari 2009.

Il Nuovo Realismo

Il nuovo realismo non è nulla di nuovo e non aggiunge nulla di innovativo rispetto alla storia della filosofia; è piuttosto una reazione a correnti di pensiero come l’ermeneutica, il post-strutturalismo, il decostruttivismo e così via. La “sbornia” antirealista, che ha caratterizzato gli ultimi decenni filosofici, invece di liberare l’uomo da verità assolute e castranti, l’ha manipolato attraverso l’idea di una verità relativa, assoggettandolo a certi interessi. Le macerie di questa sbornia sono l’11 Settembre 2001, l’assurdo esistenziale, la sottomissione dell’individuo, la crisi etica e finanziaria.

Contro questa deriva negli ultimi anni, sia sul fronte della filosofia analitica (Hilary Putnam o David Macarthur) sia su quello della filosofia continentale (Maurizio Ferraris e Mauricio Beuchot), si è tornati ad un certo modo di affrontare i problemi filosofici: il Nuovo Realismo non è una dottrina monolitica, bensì è un’insieme di problemi (metafisici, morali, epistemologici, scientifici ecc.) dove la questione riguarda la consistenza reale di entità o enunciati postulati al loro interno. Se il relativismo ha visto la difficoltà di interpretare la realtà oggettivamente attraverso svariati schemi concettuali come un fallimento della razionalità, al contrario il nuovo realismo vede in questo ostacolo la dimostrazione che la realtà ha le sue categorie e i suoi modi di essere indipendenti da noi.  Non scegliamo arbitrariamente il come dovrebbe essere, in maniera simile a una camicia fatta su misura.

In questo ritorno al reale, la filosofia non è da sola, bensì deve indagarlo in collaborazione con altri campi del sapere come fisica, biologia, antropologia, sociologia per avere un’immagine completa del mondo. A modo loro hanno avuto successo nella descrizione dei rispettivi ambiti, quindi perché non includerle in un disegno più ampio?

Ciò evitando una posizione di tipo naturalistica, la quale postula come uniche entità esistenti quelle individuabili dalle scienze esatte. Il New Realism, come lo chiamano gli anglosassoni, presuppone invece un’ontologia pluralistica (PoliNietzsche ne ha parlato ampiamente qui), dove di un’unica realtà si possono dare più piani di lettura, che uniti insieme ci danno un quadro fedele di come stiano effettivamente le cose. Tanti aspetti che fanno parte della vita quotidiana di un qualsiasi individuo (la concezione intima del tempo o le credenze tanto per fare un esempio) non possono essere esaminati scientificamente, ma è improbabile che per questo non siano meno consistenti degli atomi di cui è composta la materia.

La sfida primaria del Nuovo Realismo è quella di connettere fra loro e far convivere l’esperienza ingenua quotidiana e immagine scientifica. Dimostrare dunque che il senso comune che ci guida nelle scelte di tutti i giorni e ciò che succede negli acceleratori di particelle non siano poi così lontani fra loro. Devono necessariamente stridere continuamente l’uno con  l’altro? Oppure il punto d’incontro è semplicemente sotto i nostri occhi ma non lo vediamo?

Queste sono le sfide su cui il nuovo realista deve riflettere.

Bibliografia consigliata:

M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza Bari 2012.

M. Ferraris, M. De Caro (a cura di), Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione, Laterza Bari 2012.