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UK not done

Le Final Four sono iniziate nella notte. Domani il capitolo finale di una favolosa stagione di college basket. Il nostro preview? Il racconto dell’improbabile viaggio che due aspiranti giornalisti hanno svolto un anno fa per godersi l’evento dal vivo.

INTRO- 2 Aprile 2015, Indianapolis. Io e il mio amico/collega Claudio, atterriamo nel Midwest degli Stati Uniti. Siamo carichi a molla per via dell’esperienza che ci apprestiamo a vivere. Un salto nel vuoto, iniziato da quella che sembrava la semplice boutade di un amico, Ales, al quale era stato proposto di partecipare dal vivo all’evento più importante della stagione di college basketball, le Final Four NCAA.
Ad Agosto, al termine di una gara dei Michigan Wolverines in quel di Vicenza, Leo, tour operator del viaggio italiano della squadra di Jim Beilein, propone ad Ales: “perchè non venite a Indianapolis alle Final Four. Ci sono grosse chance che una delle squadre che seguo riesca a farcela, dato che molte sono già in preseason da Top 25”.
Ales riporta, e noi, come intontiti solo dalla possibilità che questo accadesse, affermiamo perentoriamente un si, acquistando a Dicembre gli agognati biglietti per gli States.
“Vado a vedere le Final Four” sentenzio agli amici. “Ho già i biglietti per gli USA”.
Ok, ma la possibilità che una squadra di Leo ce la faccia per le Final Four per quanto alta non garantisce sicurezze in tal senso. Poco importa, sento già l’atmosfera del Lucas Oil Stadium.
La verità? Lo stesso 2 di Aprile, atterrati ad Indianapolis, non avevamo ancora la certezza di avere in mano gli agognati biglietti.

LANCE CHE REGALA LANCE- In attesa del passepartout di Leo, ci godiamo le bellezze di una città concepita per ospitare un evento sportivo di queste dimensioni. Favolosi stand di merchandising, studi televisivi ricreati nel bel mezzo di una piazza qualunque della città, fermento nei locali, tifosi schierati e griffati come impone l’appartenenza a un college negli USA; Indianapolis è per noi il centro del mondo, e non vediamo l’ora di avere la certezza di poter partecipare ufficialmente all’evento.
La prima sorpresa, tuttavia, non è legata al mondo NCAA. Stiamo per uscire dalla classica casetta a schiera del nostro block di Indy e vediamo un ragazzo incappucciato correre trafelato verso di noi.
“Ragazzi, ho un impegno di lavoro, ma avevo già questi, prendeteli voi” allungando due biglietti per Indiana Pacers – Charlotte Hornets, fila 20.
“Grazie, ma chi sei?”. “Mi chiamo Lance”.
Lance regala a due sconosciuti, malati di NBA, la possibilità di vedere da posizioni privilegiate il ritorno di Lance Stephenson a Indiana. Tanti fischi, pochi punti, se non a gara completamente terminata, e scambi più o meno affettuosi con la panchina dei Pacers.
Bankers Life Fieldhouse: fatta.

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PERIFERIA- Il giorno successivo a Indiana-Charlotte arriva il momento di capire se questi biglietti per le Final Four ci siano o meno. Siamo preoccupati. Il nostro uomo è in Florida per seguire la squadra femminile di Notre Dame, alle prese con le semifinali del torneo. Pessimo presagio.
Si ricorderà o meno di noi? L’impressione era piuttosto evidente. No, non si ricorda.
Arriva finalmente la mail tanto attesa. Dobbiamo nominare un’agenzia, o forse dare il nome del nostro potenziale eroe e susseguentemente fare il mio: “Nicolo Costanzo”.
Terrore. Non si andrà a botta sicura. Troppe incognite. Nome dell’agenzia o nome di chi ci procura i biglietti? E poi, Nicolo? L’iter degli americani per farti entrare nel loro paese è ben noto, figuriamoci se possono accettare un Nicolo al posto di Niccolò. Clima da tregenda.
Dobbiamo portarci dietro un amuleto: è Joey, amico di Lance, che ci ha ospitato, servito e riverito per tutto il corso del nostro soggiorno a Indy. Solo lui può invertire il flusso del karma che, agli occhi di due poco pratici fanatici di pallacanestro che hanno percorso 7798 km senza nulla in mano, ci sta trascinando alla catastrofe.
Joey ci lascia a un metro dal Lucas Oil e ci aspetta in macchina. Per intenderci, le persone di Indy considerano il Lucas Oil periferia, poiché si trova fuori dal ponte di South Meridian Street. La percezione è quella di aver chiesto a Joey l’ennesimo estremo favore. La conoscenza successiva della città, ci svelerà tuttavia il segreto. Dal periferico Lucas Oil al centralissimo Bankersfieldhouse ci vogliono poco più di dieci minuti a piedi.

Indy

Da centro a periiferia. Il ponte di South Meridian come lo stretto di Gibilterra
Da centro a periferia. Il ponte di South Meridian come lo stretto di Gibilterra

 

Il karma gira. In un botteghino all’esterno dello stadio che ricorda tanto quello del derelitto Tre Fontane di Roma dove sono andato un paio di volte a vedere la Lodigiani da piccolo, c’è l’addetto agli accrediti. Siamo solo noi due nell’intera area dello stadio. Pessimo segnale.
La verità, però, è che ci vengono recapitati immediatamente i biglietti. Non solo i nostri, ma anche quelli degli altri italiani partiti con Ales in cerca dell’oro. Da potenziali polli a eroi. Tasca più interna della giacca e si fila a casa. I biglietti vanno messi in cassaforte.

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FINAL FOUR- Il 4 Aprile si aprono le danze. L’impressione iniziale è quella di trovarsi in un enorme centro commerciale in cui 72.238 persone, record di attendance dello stadio, si sono recate per consumare un’esperienza di consumo distintiva, per dirla alla antropologo.
Stand, ristoranti, merchandising, ad un livello che ritenevo fino a quel momento imbattibile per un evento sportivo. In realtà, andando al Wrigley Field a Chicago pochi giorni dopo, la mia visione dell’offerta del Lucas Oil si è totalmente ribaltata. In uno stadio da baseball che all’epoca poteva ospitare, causa lavori, poco più di ventimila persone, vi era un offerta in termini di consumo decisamente maggiore, assolutamente eccessiva.

Il colpo d’occhio è semplicemente magnifico. Più di settantamila persone accorse per due partite dei basket. Student-sections, posizioni privilegiate a bordocampo per gli studenti dei college che si scontrano sul parquet, gremite. Ogni singolo tifoso che veste il blu di Kentucky e Duke, il verde di Michigan State o il rosso di Wisconsin. Noi optiamo spudoratamente per il rosso.”Vieni da Madison” mi chiede un signore seduto accanto a me. “E’ un bel viaggio da lì a Indianapolis”. “In realtà vengo da Roma, Italy” rispondo. “Beh, decisamente un bel viaggio” chiosa il mio dirimpettaio.

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Duke distrugge Michigan State, preparando i commensali per il piatto forte. Wisconsin-Kentucky. I tifosi di Wisconsin son relativamente pochi, ma rumorosi. In compenso sembra che il Kentucky si sia riversato dentro il Lucas Oil. I Wildcats sono imbattuti in stagione, e le vittorie contro Wisconsin e Duke sembrano essere scontate. Campioni e imbattuti, si prospetta per Kentucky l’impresa della vita. Assistiamo a una delle partite di pallacanestro più belle dell’ultimo decennio. Wisconsin fa l’impresa, trascinata da Frank Kaminsky, The Tank, e Sam Dekker, un centro e un’ala grande dotati di tiro, palleggio e uno set di fondamentali di scuola quasi europea.
Il trionfo viene festeggiato nella hall dell’hotel del centro che ospita i Badgers, a qualche minuto dalla perferia del Lucas Oil.

RISVEGLIO- Intontiti, cerchiamo di capire cosa sia appena successo. Gli imbattibili di Kentucky eliminati davanti ai nostri occhi. Il panorama della città cambia profondamente. I numerosi negozi affiliati ai Wildcats vendono merce scontata al 50%. Questa non ci voleva. Bisogna fare un carico di appereal di Wisconsin e Duke.
Nel frattempo andiamo a vedere Indiana Pacers contro Miami Heat. Ci eravamo dimenticati dell’esistenza della NBA. I biglietti sono in piccionaia. E che piccionaia a dirla tutta. Si vedeva magnificamente. All’ingresso ci regalano un cartoncino con scritto “Welcome back PG”. Il mio compagno di merende, Claudio, da buon Pacer sussulta. Dopo otto mesi era pronto al rientro in campo Paul George, la stella della squadra. Troppa fortuna, mi dico. La controfigura di George entra, e il pubblico si infiamma. Ce ne vorrà ancora di tempo prima che torni in forma. La partita è tuttavia gradevole, resa ancor di più dal quintetto rattoppato degli Heat che schierano a tratti un centro di appena due metri di altezza. Seconda vittoria Pacers su due gare viste. Troppa fortuna.

FINALE- Il giorno della finale non ci siamo ancora tolti la paresi facciale che molti scambiano per un sorriso. Vestiamo ancora di rosso. Da “Cut the net” a “Bucky don’t care”, le magliette a tema si sprecano. La marea che viene da Madison, Wisconsin, ha dapprima inondato la città, per poi prosciugare tutte le sue scorte di birra. Si sogna il colpaccio. Wisconsin non vince il titolo dal 1941. Prima della partita ci fermiamo con Andrea, italiano che vive a Chicago, in uno degli stand dove si vende merchandising e noto qualcosa. Una “pezza” che sarebbe stata da buttare, e che la genialità americana trasforma in un “pezzo” da collezione. Recitava “UK not done” che tradotto sarebbe, “Kentucky non ha finito” come per dire che avrebbero chiaramente vinto altre due gare e il titolo NCAA. Dopo la sconfitta di Kentucky, questa la modificazione:

UK Not Done. E sotto il simbolo di Wisconsin. Custodisco gelosamente questo cimelio in casa
UK Not Done, con sotto il simbolo di Wisconsin. Custodisco gelosamente questo cimelio in casa

Duke guidata dai suoi terribili freshman, matricole del college, batte Wisconsin in una finale altrettanto combattuta. The Tank non riesce nel secondo miracolo. Da una parte siamo distrutti, dall’altra storditi. Abbiamo visto del basket favoloso, in un ambiente altrettanto favoloso, e 72 ore prima non sapevamo ancora di avere o meno i biglietti.
Non abbiamo molto tempo per assorbire la sconfitta perchè la Coca-Cola ci bombarda di lattine celebrative con il simbolo di Duke stampato appena mettiamo piede fuori dal Lucas Oil. Mi chiedo che fine facciano quelle con il simbolo di Wisconsin. Forse nessuno le vedrà mai. Non mi preoccupo del potenziale spreco e continuo a camminare intontito. E’ tutto finito.

Da quel giorno è passato un anno e mi ricordo tutto per filo e per segno. Nonostante la mia smemorataggine. Dispiace solo non avere trentamila battute per parlare di tutto il resto. Buona finale.