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Il giorno della Ferrari e la tempesta Marchionne

Il grande giorno di Sergio Marchionne è arrivato in autunno. Arrivato dall’Abruzzo da figlio di emigranti in Canada, una volta tornato in patria nell’azienda principe, ha rivoluzionato il concetto di amministrazione in Italia. Ciò ha portato a evidenti rotture del tessuto sociale ed anche a un relativo avanzamento del settore industriale italiano. La sua dirigenza è stata, nel bene o nel male, un uragano nel panorama italiano. Quel che poi ha portato un ulteriore tempesta nel panorama economico globale è stata l’alleanza con Chrysler e la successiva fusione del gruppo piemontese con quello statunitense.

 

Da quella fusione è nata successivamente l’idea e l’ingresso del più pregiato dei brand italiani nel mercato azionario più importante al mondo, ossia quello di Wall Street. Nella prima giornata si è registrato l’acquisto di ulteriori 1,7 milioni di azioni.

 

L’amministratore delegato di Fiat Chrysler e presidente di Ferrari Sergio Marchionne, che ha partecipato alla cerimonia della campanella con John Elkann, presidente di Exor e Fca, Amedeo Felisa, ad di Ferrari, e Piero Ferrari, vicepresidente delle Rosse, ha detto che “entro gennaio 2016″ la società verrà quotata anche alla Borsa di Milano.

Nel frattempo si prospetta una nuova rivoluzione a Maranello. Infatti, dall’inizio del 2016 il Cavallino sarà scorporato da Fca  per l’80% di azioni, il quale verrà assegnato pro quota ai soci del Lingotto. Maranello passerà così sotto il controllo di Exor: la holding della famiglia Agnelli avrà il 24% del capitale ma, grazie al meccanismo del voto multiplo, peserà molto di più e faciliterà il controllo insieme a Piero Ferrari. Come a dire che la gemma del gruppo automobilistico sarà nelle mani salde della famiglia regina d’Italia.

Come ogni buona tempesta vuole, se a New York si festeggiava, dall’altra parte dell’Atlantico si udivano forti tuoni sulla celebrazione. Infatti, il titolo Fca ha registrato, chiudendo la seduta a -5,27%, la performance peggiore del listino. La Commissione europea non ha in alcun modo sottoscritto e dato il suo consenso sugli accordi fiscali sottoscritti con il Lussemburgo. Bruxelles ha dichiarato illegale il tax ruling firmato dalla controllata di Fca Fiat Finance and trade con il Granducato, che dovrà di conseguenza chiedere a Fiat Chrysler di versare tra i 20 e i 30 milioni di tasse non pagate.

 

Tasse che dovrebbero finire in Italia. E, non per un motivo puramente fiscale. Ma, per il semplice fatto che la casa madre di Ferrari e FCA, ossia FIAT, deve tantissimo a ogni singolo italiano.

GoPro – Un fotogramma di successo e controtendenza

Ogni estate regala mode in fatto di mete di villeggiatura, abiti e cocktail. Negli anni dieci ciò accade anche per la tecnologia. Si è passati rapidamente dall’Iphone Apple al sistema Android s Samsung, con intervalli di bracciali per l’equilibrio alla spasmodica moda delle reflex. A segnare il mercato e porre sulla via tracciata da RedBull una distinzione composta nell’utilizzatore dell’oggetto o bevanda vi è la GoPro. GoPro è un marchio di proprietà della società californiana Woodman Labs che dal 2004 rappresenta videocamere/fotocamere “indossabili”  resistenti all’acqua e ad urti, considerate parte della fotografia d’avventura. Grazie al binomio avventura e sport estremi, uniti alla saggezza della programmazione tecnica, si è imposta nei mercati reali ed ha collezzionato appassionati anche tra i migliori creativi mondiali. L’azienda mantiene un elemento che l’accomuna alla maggior parte degli altri grandi che si sono imposti sul mercato mondiale nel ventunesimo secolo ossia l’essere californiana, precisamente di San Mateo.

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Fino a qualche tempo fa Nicholas Woodman era il signor nessun, ma a trentanove anni sta vedendo il frutto della sua intuizione e scommessa imprenditoriale. Laddove Apple e Kodak hanno fallito, Nicholas Woodman ha trovato la sua eldorado, poichè GoPro è figlia della tecnologia QuickTake 100, la prima fotocamera digitale di massa, sbarcata sul mercato nel 1994 la cui potenza d’incisione nei mercati è stata gettata alle ortiche da Apple e, soprattutto, Kodak. Quel che pone in rislato al momento il successo GoPro in questa analisi, non sono le sconvolgenti vendite o il dato tecnico, ma la sua entrata nel mercato azionario del Nasdaq. Nasdaq e IPO che equivalgono alla pratica di uno sport estremo.

Per IPO  (initial public offering)s’intende l’offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Le offerte pubbliche iniziali sono promosse generalmente da un’impresa il cui capitale è posseduto da uno o più imprenditori, o da un ristretto gruppo di azionisti, i quali decidono di aprirsi ad un pubblico di investitori più ampio contestualmente alla quotazione in Borsa e al valore che viene dato alle singole azioni. Era dalla quotazione di Duracell nel 1991 che non si vedeva un record di adesioni all’IPO di questo tipo. Rispetto agli obiettivi iniziali la società di San Mateo sembra aver preso, parafrando il linguaggio del Surf, l’onda giusta.  Tant’è che cavalcando l’onda del mercato azionario, nell’indice tecnologico più importante al mondo, il titolo ha aperto a 28,65 dollari per azione, in rialzo superiore al 20% rispetto al prezzo di collocamento, fissato a 24 dollari per azione. Ventiquattro dollari che rappresentano il valore più alto della forchetta prevista tra 21 e 24 dollari. E non solo poichè le quotazioni sono aumentate fino a toccare il prezzo di ben 32 dollari per azione, per poi ridiscendere a quota 30. Complessivamente  la società californiana appartenuta a quel che un tempo era il signor nussuno ossia Nicholas Woodman, ha venduto 17,8 milioni di azioni GoPro, con una raccolta pari a 427 milioni di dollari ma sopratutto una valutazione iniziale della società nell’ordine dei 3 miliardi di dollari che, secondo alcuni fondi d’investimento, arriverà a 3,6 miliardi di dollari. Il tutto all’interno di un solido attivo societario, in controtendenza agli altri grandi che vedono perdite colossali.

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La borsa sarà uno sport estremo, ma il signor nessuno Nicholas Woodman pare avercela fata. D’altronde non serve seguire i trend del momento per ottenere successo e serenità. La GoPro è la storia che nel momento di massima inflessione delle telecamere digitali, con un mercato che ha accantonato una tecnologia gettata quale la QuickTake 100 che si decide di utilizzare, nella specificazione di un segmento di fotografia preciso si trova la chiave del successo. Insomma, a esser “bastiancontrari” si vince. GoPro, un fotogramma di successo e controtendenza. 

Il business dell’arte in tempi di crisi

Ogni anno, puntualmente, nella settimana antecedente al Natale, le porte della casa del mio amico Giuseppe si aprono per “sfamare” e divertire amici ed amiche. Come in tutti gli appuntamenti fissi annuali, si ripetono, due avvenimenti: il primo consiste nella conoscenza dell’amica di famiglia del padrone di casa che diverrà un’inseparabile compagna nel corso della giornata, il secondo consiste nella ormai matematica certezza che tale ragazza non rivedrai mai più se non al pranzo di Natale dell’anno successivo. Quest’anno la ragazza in questione si è rivelata essere Beatrice. Così tra il racconto della sua vita a Londra, delle sciate a Rivisondoli e del fatto che essa ami fare merenda a Shanghai e la cena a Praga si è giunti a discutere dell’arte e delle esposizioni in giro per il mondo. Vi chiederete cosa c’entri il resoconto di questa conoscenza con un approfondimento sul mondo dell’arte. Ebbene, di un’ora di colloquio per un’intera settimana mi sono rimaste fisse, come chiodi nella mente, tre parole: Munch, Sotheby’s e Christie’s.

Se la prima parola si riferisce al “pittore dell’angoscia” Edvard Munch, le altre due sono i nomi delle più importanti case d’aste al mondo. Il nesso tra queste tre parole è il “Mercato dell’arte” ed i suoi paradigmi, con l’opera più celebre del sopracitato artista norvegese “L’urlo”, la quale è stata battuta all’asta per l’astronomica cifra di 119.922.500 dollari dalla casa d’aste londinese Sostheby’s. L’Urlo di Munch è l’emblema di come in un periodo di crisi congiunturale di livello e contagio mondiale, il business che deriva dall’arte ha fatto registrare un forte interesse da parte di fondi d’investimento e della finanza.

Due terzi delle transazioni di questo mercato provengono dall’arte moderna e contemporanea. A contendersi in ogni angolo del globo questo mercato, vi sono case d’aste finanziate e controllate da fondi d’investimento e banche mondiali, con Sotheby’s e Christie’s a farla da padrone. Per comprendere l’immenso giro d’affari che deriva da questo segmento del mercato basta pensare al bilancio della major Sotheby’s che dai 4,8 miliardi di dollari dichiarati nel 2010 è passata ai 5,8 miliardi del 2011.

La diretta rivale Cristie’s, controllata dall’imprenditore francese François Pinault, è stata al centro di molteplici studi di settore, allorchè, nel 2010 con un +53% annuo, fece pensare ad una bolla. Il successivo bilancio in attivo del 2011 ed il trend positivo di quest’anno hanno dimostrato che non si trattava di speculazione, bensì di una nuova concezione delle opere d’arte.

Questa concezione non riguarda la sensibilità di chi acquista, né tanto meno una maggiore attenzione per ciò che di più alto l’uomo può fare, bensì una nuova tipologia di prodotto. Il mercato dell’arte sta attraversando un periodo di notevoli trasformazioni. Innanzitutto, esso viene sempre più considerato un mercato dove è possibile trovare ottimi “beni rifugio”. Basti pensare al mercato finanziario italiano, ove il FTSE MIB che raggruppa più della metà delle transazioni della Borsa di Milano, ha visto in dieci anni calare il proprio valore nominale del 60%. Se esso lo si paragona al “mercato dell’arte”, nello stesso arco di tempo, si noterà come le opere dei cinquanta artisti italiani maggiormente quotati da ArsValue abbiano incrementato il proprio valore del 60%. Ciò non è estendibile all’intero mercato dell’arte italiano che ha fatto registrare nell’ultimo anno una flessione del 15% rispetto all’anno precedente.

Ulteriore trasformazione è rappresentata dalla incessante crescita del mercato statunitense che nell’ultimo biennio ha registrato un +38,7% e dall’alto numero di aste multimilionarie per opere di grande pregio, ove, dati alla mano riguardo alla sola quotazione, resta la predilezione per l’arte moderna rispetto a quella contemporanea da parte degli investitori/collezionisti.

Infine, ed in questo a mio modestissimo parere risiede la chiave di volta e il futuro di questo segmento del mercato, è da un lustro in constante aumento il numero di “new clients”. Per “New clients” s’intendono persone mai interessatesi prima al collezionismo, il cui carattere distintivo risiede nella predilezione per i cosiddetti “private sale” e per le aste online. Nel frattempo non mi resta che guardare il secchio dell’immondizia del Bar La Mescita ove è impresso lo stencil dell’artista romano Sten, come a dire che anche un cappuccino ti può far ammirare ciò che di più bello e sublime i nostri tempi ci donano.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Apple: tra Asia e nuove strategie passando per l’iPhone 5

Giornata uggiosa a Roma con un caldo ed umidità stile India. Stesso trantran settimanale con la Biblioteca del Senato a farmi da seconda casa ed il solito panino come pasto. La cornice del Pantheon invece è da far invidia a chiunque. C’è Emiliano accanto a me e mentre il mio sguardo si perde sulla ragazza ventenne o poco più che dalla festa NoBrain dello scorso venerdì non riesco a scordare, si fa ora di rientrare a studiare. Riavviandoci verso Piazza della Minerva Emiliano mi chiede – Anto, ma a te quanto ti dura la batteria? – Da lì è un susseguirsi di considerazioni sugli smartphone e sui possibili risultati trimestrali di Apple, Samsung e Nokia. Ad ogni modo capisco che per la terza volta avrò da scrivere della protagonista della settimana: l’Apple.

Purtroppo e senza alcuna remora nell’affermarlo a tenere banco su tutti i media, nelle discussioni sul web e anche in quelle da bar (a Roma se la gioca con la S giunta Polverini) c’è l’Apple. Sostengo ciò, concordando a pieno con le parole espresse sul New York Times dal premio Nobel Paul Krugman – Un altro modo per evitare di parlarci o di guardarci negli occhi – e a mio modo di vedere di focalizzarci sulle reali problematiche e su prossimi scenari dell’economia reale e finanziaria. Tant’è che comunque la corazzata di Cupertino ha presentato al mondo il nuovo Iphone 5 con gli appassionati e nerd del mondo delusi dalle poche innovazioni rispetto al predecessore, ma con analisti finanziari ed economici concentrati sulla nuova tipologia d’investimento lanciata da Apple.

La nuova strategia messa in campo da Apple, non si basa più sulla sola ricerca tecnologica, ma tanto più nel potenziamento della capacità produttiva e nell’organizzazione delle spedizioni. In poche parole il contrario di quel che fa Fiat. Da una personale analisi del report di bilancio di Apple lo scorso anno, più della metà degli gli oltre 7 miliardi di Usd d’investimenti in conto capitale sono stati dedicati allo sviluppo delle tecniche di sviluppo gestionale dell’azienda. Di fatto, grazie a questa strategia, l’azienda che da sola ha un valore di oltre 200miliardi di dollari, superiore all’intera capitalizzazione della Borsa di Milano, è riuscita il primo giorno ad immettere l’Iphone 5 in quasi il doppio dei paesi rispetto al precedente lancio dell’Iphone 4 ed entro la fine dell’anno saranno 100 i paesi ove sarà possibile acquisire il cosiddetto “melafonino”. Per quel che concerne il lato tecnologico il nuovo dispositivo ha un peso del 20% inferiore al 4S ed è più sottile per un 18%, anche se la vera novità è rappresentata dal LTE (ribattezzato 4G). LTE (Long Term Evolution) è l’ultimo standard di riferimento per la trasmissione dati sulla rete mobile, con prestazioni che a pieno regime possono superare di ben venti volte la velocità dell’Adsl.

Se le competenze tecniche non riguardano questa rubrica, gli scenari che dall’immissione di un prodotto così annunciato possono scaturire nell’economia globale sì. Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il fatto che non solo i prodotti ormai sono usufruibili e commercializzati in tutto il mondo, ma che anche la fase produttiva riguarda in vasta scala il globo nelle fasi di inventiva e assemblaggio di ogni singolo oggetto. Quel che molti non leggono (poiché scritto in ogni custodia Apple) è che il design è sviluppato in California, mentre la produzione è in Cina. Il paese che un tempo viveva dei precetti di Mao Tse Tung ora è il fulcro della produzione di tutti i prodotti della corazzata stelle e strisce ove le recenti rivolte avvenute nella Foxcoon (che gestisce l’appalto della produzione) rispecchiano la fragilità nella diffusione dei diritti dei lavoratori da parte del sistema capitalista ormai globalizzato. L’azienda di Cupertino ancora paga i danni d’immagine provocati dal report giornalistico di un inviato in incognito dell’agenzia Shangai Evening ove si dimostravano le pessime condizioni lavorative dei dipendenti della sopracitata Foxcoon. Oltre a rappresentare il luogo prediletto dalle multinazionali per produrre, la Cina rappresenta anche il più vasto mercato al mondo, il che è facilmente intuibile visto che essa rappresenta il 20% della popolazione del mondo .

Per l’analisi finora condotta, il lancio dell’Iphone 5 può essere considerato il più importante della storia di Apple, infatti l’azienda californiana si appresta ad invadere l’Asia. Se fino a ieri la Samsung ha liberamente introdotto i propri prodotti nel paese e continente dell’acerrima rivale (e dell’alleata Google-Android), l’Apple era impossibilitata da una serie di fattori, tra cui la gestione della produzione e distribuzione dei prodotti, e lo sviluppo del mercato in gran parte dell’oriente. Per questo motivo ci si appresta ad osservare quali saranno i margini di crescita dell’Apple e quelli della Samsung, con la seconda che ha citato in molteplici tribunali mondiali l’azienda che fu di Steve Jobs per violazione dei brevetti che riguardano l’applicabilità della tecnologia LTE agli smartphone.

Tornando alla Cina, secondo il Financial Times potrebbe scavalcare gli Stati Uniti come il più grande mercato mondiale per gli smartphone. Resta lo scoglio per l’azienda californiana dovuto al fatto che i programmatori dell’Apple ancora non hanno sviluppato un dispositivo che si adatti alla rete dati 3G della China Mobile, ma viste le recenti applicazioni agli Iphone della LTE presto da Cupertino si potrebbe giungere ad invadere la Cina con i melafonini californiani.

Se vi chiedete a che punto dello scontro siamo, dovete sapere che la partita è a metà del primo tempo nella lotta tra Apple e concorrenti, con Samsung che continua a rimanere il primo produttore al mondo in tandem con Android, e con molti analisti (come anticipato da questa rubrica) che scommettono sulle proiezioni che danno Microsoft/Nokia nel prossimo biennio ad un +15%. Detto ciò resta il fatto che Apple non produce semplici apparecchiature, ma veri e propri status symbol, capaci di creare isterie collettive. Mentre noi giorno dopo giorno ci guardiamo sempre meno negli occhi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli