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Co-housing, nuovi modelli abitativi

Questo brano è un estratto dell’articolo “Co-housing. Una risposta dal basso alla crisi dei modelli abitativi”, a firma dello stesso autore, pubblicato sulla rivista “L’industria delle costruzioni” n.° 456 intitolato “Temi e Forme dell’abitare” [1]

 

Nel corso degli ultimi decenni la struttura della società contemporanea ha subito importanti modificazioni ed è oggi caratterizzata da un elevato grado di complessità che rende obsoleti i parametri che fino a pochi anni consentivano di analizzarla. La tradizionale composizione della famiglia biparentale è oggi affiancata da una moltitudine di nuovi modelli: dai nuclei monoparentali a quelli aggregati, dalle famiglie allargate agli individui isolati. Accanto alla progressiva nuclearizzazione della società molti altri fenomeni contribuiscono al cambiamento delle dinamiche di interazione sociale: il sempre maggiore grado di mobilità degli individui a livello nazionale ed internazionale, gli imponenti flussi migratori che attraversano il globo, le grandi crisi economiche. Le continue e sempre più rapide modificazioni che investono la composizione della società fanno emergere la richiesta di nuovi modelli abitativi in grado di soddisfare le esigenze di questi nuovi nuclei sociali. L’Italia è caratterizzata da alcune peculiarità che determinano differenti rapporti tra società contemporanea e sistemi abitativi. Il nostro paese assiste ad un progressivo aggravamento della crisi abitativa: nell’arco del solo 2016 sono stati emessi oltre 60’000 provvedimenti esecutivi di rilascio di immobili abitativi. Accanto a questo dato persiste un trend opposto ed in egual misura preoccupante: più di 7 milioni di unità abitative in Italia sono vuote. In un quadro complesso in cui convivono lo svuotamento delle abitazioni ed un alto numero di provvedimenti di sfratto, i sistemi dell’architettura, dell’imprenditoria e dell’amministrazione pubblica sono chiamati a dare una risposta all’emergenza abitativa. Si tratta di un quadro eterogeneo per rispondere al quale l’architettura ha da tempo elaborato strumenti efficaci ed in continuo sviluppo.

Tegnestuen Vandkunsten – Savvaerket

Sin dagli anni ’60, infatti, si sono fatti strada nuovi modelli insediativi in grado di intercettare le nuove esigenze che scaturivano da una società in forte cambiamento. Vedono la luce in quegli anni le prime esperienze di progettazione partecipata di co-residenze[2] nei paesi nordici: in Svezia le Kollektivhus, in Danimarca il bofoelleskab. Si tratta dei primi esperimenti di quello che nel corso degli anni sarebbe divenuto un modello formalizzato e sempre più diffuso: il co-housing. Si definisce co-housing un intervento di housing multifamiliare, multigenerazionale – intendendo con questo termine in cui la composizione dei nuclei abitativi sia eterogenea e la pezzatura delle unità abitativa variegata – in cui i futuri residenti, riuniti sotto un consorzio od una cooperativa, partecipano alla progettazione esprimendo le proprie specificità. Si tratta di processi nati dal basso in cui sono gli stessi residenti ad occuparsi della ricerca di una locazione adeguata, del reperimento del capitale e della compilazione di un programma che possa soddisfare le proprie aspirazioni sociali. Gli interventi di co-housing sono caratterizzati dalla forte presenza di spazi comuni che rispondono all’esigenza di maggiore condivisione e socialità nelle immediate vicinanze dell’interno domestico. Accanto agli spazi comuni, cui spesso sono associati i momenti della convivialità, spesso sono presenti anche locali di utilità o servizi che si configurano anche come zone di contatto tra la comunità interna e quella esterna. È proprio nella capacità di mediazione tra lo spazio pubblico e quello privato che si configurano le possibili variazioni sul modello insediativo e su quello distributivo, generando diversi gradi di ibridazione e creando nuovi contesti.

 

Heide & Von Beckerath – R50 Cohousing

In che modo allora un modello abitativo come quello del co-housing può migliorare la qualità della vita all’interno dell’unità domestica e nel tessuto urbano? Gli aspetti da considerare sono molti e variano a seconda del target della progettazione, dal momento che il modello co-housing è anche per sua natura molto flessibile. Pensando al tema della progressiva nuclearizzazione della società, della forte presenza di individui soli e di comunità multigenerazionali, ad esempio, il co-housing rappresenta una modalità operativa capace di offrire soluzioni flessibili e personali pur con un investimento di capitale moderato. Ed è un modello che funziona da molti anni: il gruppo danese Tegnestuen Vandkunsten lavora sul tema della co-residenza dagli anni ’70 con alcune realizzazioni di grandissimo valore architettonico e sociale, come il complesso Savvaerket a Jystruop o il complesso Tinggarden a Herfolge. Ma anche nella contemporaneità i progetti di rilievo nell’ambito sono molti: a Berlino, ad esempio, lo studio Heide & Von Beckerath ha realizzato il complesso R 50 Cohousing, in cui i residenti hanno potuto scegliere la dimensione e le specifiche della propria abitazione, accettando di condividere con la comunità delle grandi sale al piano terra e tutti gli spazi esterni. Molti di questi progetti, oltre all’elevato gradi di apprezzamento di residenti e degli abitanti dei quartieri limitrofi, hanno attirato anche l’attenzione della comunità architettonica internazionale, ottenendo molti riconoscimenti: è il caso del co-housing Malta, ad Helsinki, in cui Pentti Kareoja e Heljä Herranen hanno progettato un edificio per 115 residenti con nuclei abitativi particolarmente eterogenei, e quindi con richieste specifiche tra loro molto differenti, consentendo a tutti gli abitanti abitanti di vivere in un ambiente protetto in cui gli spazi della privacy e quelli della socialità convivono.

Pentti Kareoja e Heljä Herranen – Malta Cohousing

Il tasso di riuscita di questo genere di interventi è elevatissimo – al punto che la Finlandia integra i progetti di co-housing anche nel suo piano di edilizia pubblica. Certo è che, nell’ottica di un limitato consumo di risorse, di un’ottimizzazione degli investimenti dei soggetti che concorrono all’edificazione, di costruzione di un nuovo senso di socialità che possa bilanciare la progressiva disgregazione sociale a cui assistiamo, di rilancio di aree della città che soffrono di disagi sociali, il co-housing rappresenta un modello sostenibile e sempre più vantaggioso, ancora aperto a nuovi sviluppi.

[1]Temi e forme dell’abitare”, L’industria delle costruzioni, 456, luglio-agosto 2017, http://www.lindustriadellecostruzioni.it/2017/09/456-temi-e-forme-dellabitare/

[2] Per una più approfondita storia dell’evoluzione del co-housing e dei suoi requisiti specifici cfr. SAGGIO, A. (1993). Co-Residenza. Nuove famiglie e progettazione della casa, in Edilizia Popolare, n. 228-229, luglio-ottobre 1993 (pp. 4-21)