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Rame, Joe Victor e Jonny Blitz per Bring Back Those Colours

Nella cornice dell’Atelier Montez la musica d’autore romana incontra l’arte fotografica di Jacopo Brogioni per sostenere il progetto “ Bring Back Those Colours” a favore di Unicef Italia, prodotto da CultRise.

Ad aprire la serata sarà il cantautorato elettronica di RAME. Il gruppo nato dall’incontro con Fabio Grande e Matteo Portelli, RAME è il primo progetto ufficiale del cantautore romano Mattia Brescia a cui nel tempo si è unito Aron Carlocchia, pianista, produttore di musica elettronica e tastierista dei Mary in June e di AndyTrema. Quello di RAME rappresenta una commistione d’autore che dall’elettronica riesce a dar vita ad una voce del tutto originale e potente, che risuona, grazie ai testi di Brescia, tra le liriche dell’Arcadia e la poesia di Majakovsky. Un suono fuori dagli schemi per un pubblico colto e aperto al contemporaneo

A seguire per Bbtc si esibiranno i “Jonny Blizt”. Formatosi ormai sette anni addietro hanno riscosso sin da subito il plauso di critica e pubblico. La loro affiatata complicità diverte e convince il pubblico, sempre numeroso che già nel 2010 li ha visti vincere la seconda edizione del ROMA ROCK Giovani, vincendo il premio del pubblico e il premio della giuria. Colpa del sole è il loro secondo disco ufficiale ed il primo sotto l’egida di Maciste Dischi. Un album, maturo e non annoiato per una formazione che ha già fatto conoscere sé stessa oltre l’ambito romano.

A chiudere il concerto live ci penseranno i “Joe Victor”. I Joe Victor sono uno dei gruppi più luminosi e talentuosi di Roma. Se la trasmissione Gazebo li ha presentati alla nazione, è solo grazie alla tenacia e bravura che ha ottenuto il meritato successo. Le passioni comuni dei membri della band sono il Rock & Roll e il folk americano in tutte le sue forme, il Calypso e il Pop degli anni ’80. Questo mix di suoni viene sintetizzato in un suono mai noioso, capace di riscoprire sonorità del passato, portando un proposta fresca e non banale all’ascoltatore. Premiati dall’uscita del loro nuovo album “Blue Call Pink Riot” hanno risposto fin da subito all’appello per contribuire al futuro dell’infanizia in Nepal. Loro sono: Gabriele Mencacci Amalfitano, chitarra e voce; Valerio Almeida Roscioni, tastiere e voce; Michele Amoruso, basso; Mattia Bocchi, batteria e percussioni.

Una serata all’insegna della musica, del divertimento, ma soprattutto di partecipazione presso l’Atelier Montez che ospita dal 6 febbraio la mostra fotografica “Bring Back Those Colours”.

“Ridateci quei colori” è il progetto fotografico realizzato in Nepal da Jacopo Brogioni prima e dopo i devastanti terremoti che hanno colpito il paese nel 2015. Grazie al giovane team dell’Associazione CutlRise, “Bring Back Those Colours” dopo essere stato ospitato a Roma presso il MAXXI, a Milano durante l’Expo negli spazi del padiglione Nepal e Russia e al CRAC di Lamezia Terme arriva alla sua quarta tappa ed espone per un mese intero all’interno degli spazi dell’Atelier romano Montez, ponendosi come obiettivo non solo di sensibilizzare ma anche contribuire concretamente alla ripresa di un paese bisognoso di aiuto. Infatti il ricavato netto della mostra fotografica, della vendita delle opere e delle altre donazioni ricevute spontaneamente sarà interamente devoluto a UNICEF Italia.

Polinice ne è media partner con la consapevolezza di contribuire a una causa di solidarietà mettendo in relazione i talenti romani che vanno dalla fotografia alla scrittura, passando per la musica.

 

SABATO 20 FEBBRAIO

APERTURA AL PUBBLICO: ORE 21.30

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Presso l’Atelier Montez |via di Pietralata, 147/A, Roma
Ingresso consentito fino ad esaurimento posti con una donazione minima di 5 Euro

 

I ritratti mozzafiato di Jill Greenberg

“End Times” , progetto che ritraeva primi piani dei volti dei bambini disperati e carichi di angoscia emotiva. Tuttavia questo lavoro aveva suscitato, alcuni anni fa grandi polemiche. Sto parlando della fotografa canadese Jill Greenberg.

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All’epoca (2006) era stata definita come insensibile, un mostro, e c’era addirittura chi la accusava di abuso sui minori perché, per poter ottenere questi scatti, peraltro molto belli e ben riusciti con una luce frontale il cui effetto era  poi incrementato in post-produzione, la Greenberg aveva dovuto usare un espediente: sottrarre un lecca lecca ai bambini per poter ottenere così una loro reazione.

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Con questa serie di foto voleva esprimere “l’impotenza e la rabbia che si provano di fronte all’attuale situazione politica e sociale”, in riferimento all’amministrazione Bush.

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Il progetto però è molto originale , le sue opere sono caratterizzate da questa particolare luce d effetto che investe i soggetti, bambini, animali o personaggi famosi, su uno sfondo blu-grigio. Il risultato è un effetto molto patinato, ottenuto anche grazie all’utilizzo di colori saturi.

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Jill Greenberg è una fotografa molto apprezzata negli Stati Uniti, specializzata in ritrattistica, ma nota anche per i suoi scatti per celebri campagne pubblicitarie. Canadese di origine, è cresciuta nella periferia di Detroit. Dopo il diploma alla Rhode Island School of Design, con indirizzo in fotografia si è trasferita a New York per esercitare la professione. Dal 2001, invece, vive a Los Angeles dove risiedono molti suoi famosi clienti, tra cui tante star di Hollywood e personaggi del mondo della musica e dello spettacolo.

 

La bellezza negli “States of Decay”

 

States of Decay è il progetto di Daniel Barter e Daniel Marbaix, due giovani fotografi che hanno visitato i grandi edifici in rovina degli stati Uniti.

Daniel Barter and Daniel Marbaix state of decay

 L’idea è nata una sera in un pub di Londra nel luglio del 2011 quando entrambi, nella loro ricerca artistica, si stavano occupando di bellezza e decadenza, soprattutto decadenza urbana. Da quella sera diventano “the Dan duo” e iniziano a viaggiare insieme, come due “esploratori urbani”, inseguendo il sogno di catturare la bellezza nel mezzo della desolazione degli edifici abbandonati.

Si sono immersi nell’archeologia di grandi dimore, di stabilimenti industriali, di prigioni, istituti, chiese e strutture sportive.

Un viaggio attraverso i (non) luoghi degli Stati della Decadenza, gli stessi di cui è fatta l’eccellente fiction apocalittica dei nostri giorni, The Walking Dead:  profondità di campo e di segni, in cui respirare la struggente intensità di un meraviglioso declino.

Le loro immagini vanno dal maestoso al misterioso , e mostrano mondi una volta pieni di vita , ma ormai dimenticati .

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Senza specificare la provenienza esatta di ogni singolo scatto, ma cercando la connessione interiore con ogni soggetto, i due Daniel hanno scelto alcuni luoghi una volta collettivi dell’America del NordEst (ad esempio: il Seaview Tubercolosis Sanatorium di Staten Island, lo Steubenville Steel Works in Ohio, il Rockland Psychiatric Hospital e il Buffalo Central Terminal nello Stato di New York, e altre scuole abbandonate, asili, ex fabbriche, depositi in disuso, teatri, fornaci, prigioni e cattedrali tutti diroccati) e ne hanno catturato la caduta, lo svuotamento, il passaggio dal tempo della funzione a quello dell’oblio.

Le loro immagini mostrano grandi complessi urbani industriali, mondi che una volta erano pieni di vita, si mostrano ora come luoghi ormai dimenticati.

Matera , una città senza tempo

I Sassi rappresentano la parte antica della città di Matera. Sviluppatisi intorno alla Civita, costituiscono una intera città scavata nella roccia calcarenitica, chiamata localmente “tufo”, un sistema abitativo articolato, abbarbicato lungo i pendii di un profondo vallone dalle caratteristiche naturali singolari e sorprendenti: la Gravina. Strutture edificate, eleganti ed articolate si alternano a labirinti sotterranei e a meandri cavernosi, creando un unicum paesaggistico di grande effetto.

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Il sovrapporsi di diverse fasi di trasformazioni urbane sull’aspra morfologia murgica originaria, il raffinato dialogo tra rocce ed architettura, canyon e campanili, ha creato nel corso dei secoli uno scenario urbano di incomparabile bellezza e qualità. Un tempo cuore della civiltà contadina, oggi, ristrutturati e rinobilitati, i Sassi rivivono e lasciano senza fiato soprattutto di sera quando le piccole luci di residenze, botteghe di artigiani e ristoratori li rendono come un presepe di cartapesta. I Sassi si compongono di due grandi Rioni: Sasso Barisano e Sasso Caveoso, divisi al centro dal colle della Civita, l’insediamento più antico dell’abitato materano, cuore della urbanizzazione medioevale.

 

Roma d’inverno

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Beatrice Boido

Situations are Red – Maia Fiore

Avete mai pensato al primo significato della parola “situazione”? La fotografa francese Maia Flore si è rifatta alla voce del dizionario che la definisce come “ubicazione” rispetto al mondo per realizzare una serie di scatti emozionanti, sospesi tra realtà e fantasia. Protagonista di “Situazioni” oltre alla natura, è una ragazza vestita di un abito rosso in cammino alla ricerca di se stessa… della sua collocazione, appunto.

Maia Flore è nata nel 1988, in Francia. Nel 2011, entra a far parte dell’ Agenzia VU’. Il suo percorso si inserisce in una ricerca di coincidenze fra la realtà e il suo immaginario. Un mondo creato da numerosi cassetti sotto forma di narrazioni emozionanti e avvincenti, bizzarre, a volte surreali. In Svezia inizia la sua prima serie di « Sleep Elevations », un viaggio sospeso in cui si lascia andare ai ricordi dell’infanzia.

Nell’estate 2012, durante la sua prima residenza in Finlandia, Maia Flore esplora nuovi metodi di rappresentazione e di narrazione. Ricerche che poi continuano al centro delle arti di Berkeley in California. Ne derivano due serie (Situations e Morning Sculptures) che continuano ad esplorare la confusione dei sentimenti in cui la fotografia colloca sia i personaggi che gli spettatori.

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Nelle situazioni , una ragazza attraversa paesaggi variamente intemperie indossando un abito rosso sorprendente . Alla ricerca di una libertà sublime , si reca a trovare momenti fugaci di comunione con la natura . Drappeggiata di rosso , cattura la luce del sole o si seppellisce nella nebbia . Come se stesse cercando di riscoprire questo spazio , si aggira sulle nuvole senza sbocco che evaporano nel paesaggio sul ritorno del sole che scaccia il loro mistero .

maia5Come un gioco tra realtà e fantasia , lo scontro tra chiaroveggenza e un momento di follia , la ragazza è divertita dalla sua confusione emotiva  e ci fa riscoprire gli spazi, le luci e i colori in cui ci muoviamo ogni giorno.

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Giornata di nebbia

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Torre Eiffel, Parigi

David LaChapelle

David LaChapelle è internazionalmente noto per il suo eccezionale talento nel combinare un’estetica iper-realistica con profondi messaggi sociali.

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death by hamburger

La carriera fotografica di LaChapelle inizia nel 1980, quando ha mostrato le sue opere nelle gallerie di New York. Il suo lavoro ha catturato l’occhio di Andy Warhol, che gli ha offerto il suo primo incarico come fotografo a Interview Magazine. Le sue fotografie di celebrità per Interview hanno raccolto un riscontro positivo, e in poco tempo lavorò per una serie di pubblicazioni editoriali migliori e creando alcune delle campagne pubblicitarie più memorabili della sua generazione.

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Andy Warhol fotografato da LaChapelle poche settimane prima della sua morte.

“…di tutti i fotografi che inventano immagini surreali, Mr. LaChapelle ha il potenziale per essere il Magritte della fotografia.”

Il New York Times

Parlare di David LaChapelle porta sempre polemiche tra coloro che adorano e coloro che rifiutano il suo lavoro.

Il lavoro di questo fotografo è sempre stata fortemente segnata dal carattere eccentrico impresso su ciascuna delle sue fotografie. Da ricreazioni di scene bibliche con una reinterpretazione moderna, a immagini critiche del “sogno americano”, coperto con squisita ironia.

RAPE OF AFRICA
RAPE OF AFRICA

La fotografia di LaChapelle è costantemente rinnovata, l’artista ha infatti lavorato anche nel mondo della pubblicità, diventando uno dei migliori, così come nel mondo del cinema con il suo film “Rize”, ed ha inoltre creato e diretto video musicali per molti artisti.

LaChapelle sa offrire composizioni uniche motivo per cui molte aziende gli hanno affidato la loro immagine.

land scape
LAND SCAPE

“Come un dipinto, cerco attraverso la mia fotografia di suscitare in voi un’emozione”.

Anche se molte delle sue opere, non sono esenti da critiche, la bellezza è qualcosa che tutti percepiamo in modo diverso “Il suo lavoro può essere descritto come surreale, straordinario, unico e molto ironico in diverse occasioni.

BLACK FRIDAY AT MALL OF THE APOCALYPSE

Scoprendo Vivian Maier

Quella del documentario è un’arte sottile, probabilmente più delicata e problematica del cinema narrativo in quanto spesso data per scontata, in positivo o in negativo che sia. Una larga fetta del pubblico potenziale si divide infatti tra persone che fanno l’associazione documentario = noia, residuo dell’ora di geografia delle elementari, e altre che non sono in grado di discernere i meriti cinematografici di una pellicola a prescindere dall’interesse dell’argomento trattato.

Questa distinzione credo sia paticolarmente importante in quanto il cinema è, come del resto tutte le altre, anche se spesso senza il riconoscimento, un’arte del come sopra al cosa, e accettare questo fatto è particolarmente difficile per lo spettatore medio, in special modo quando la componente didascalica di una pellicola è particolarmente marcata, come accade per forza di cose nella maggior parte dei documentari.

CIP: settimana scorsa sono andato a vedere un documentario intitolato Finding Vivian Maier, che racconta l’interessantissima storia della donna del titolo, una fotografa la cui opera è rimasta completamente ignota fino a dopo la sua morte, quando un ragazzo ha rinvenuto tonnellate di negativi in un lotto di scatole comprate in una di quelle aste stile DMAX. Il film raccoglie le testimonianze di alcune delle persone con cui Vivian è venuta in contatto durante la sua vita, principalmente le famiglie in cui ha lavorato come tata o ragazza alla pari, unite dalla sorpresa che la scoperta di questa vita parallela ha suscitato in tutte loro. Vengono alla luce anche diversi lati oscuri della personalità della fotografa in incognito, che poteva a volte essere alquanto crudele nei confronti dei bambini di cui si prendeva cura.

Le vicende esposte sono sicuramente molto interessanti e degne di essere raccontate, ma ciò non toglie che il film in quanto tale si riduca costantemente ad un minimo comun denominatore documentaristico che non può che far pensare a cosa sarebbe potuto uscire fuori dallo stesso materiale se trattato da mani più esperte di quelle del suddetto ragazzo ritrovatore del tesoretto fotografico.

Oltre alla piattezza e retoricità delle interviste infatti, o alla colonna sonora stock fino al midollo, la personalità di questo John Maloof viene imposta allo spettatore nella forma di diversi piagnistei su come la kasta del mondo artistico/museale sia reticente ad accogliere la Maier tra le sue fila, e tutta un’inutile deviazione in Francia volta a dimostrare come l’operazione di disvelamento dell’opera di una persona che evidentemente non aveva nessuna intenzione di rendere pubblico il prodotto della sua passione, sia in realtà legittimata da una lettera scritta decenni prima.

Nel complesso, anche visto lo scarso impatto autoriale che per il resto (non) caratterizza il film, questi momenti risultano abbastanza a loro stanti da non rovinare il risultato finale più di tanto, ma resta il fatto che lo iato tra materiale e realizzazione è notevole, ed è esattamente del tipo di cui parlavamo a inizio post. La forma è sostanza per farla breve, e i documentari non rappresentano un’eccezione per questa utile massima.

Roma eterna

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Immagine HDR del Pantheon