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Giornata di nebbia

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Torre Eiffel, Parigi

David LaChapelle

David LaChapelle è internazionalmente noto per il suo eccezionale talento nel combinare un’estetica iper-realistica con profondi messaggi sociali.

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death by hamburger

La carriera fotografica di LaChapelle inizia nel 1980, quando ha mostrato le sue opere nelle gallerie di New York. Il suo lavoro ha catturato l’occhio di Andy Warhol, che gli ha offerto il suo primo incarico come fotografo a Interview Magazine. Le sue fotografie di celebrità per Interview hanno raccolto un riscontro positivo, e in poco tempo lavorò per una serie di pubblicazioni editoriali migliori e creando alcune delle campagne pubblicitarie più memorabili della sua generazione.

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Andy Warhol fotografato da LaChapelle poche settimane prima della sua morte.

“…di tutti i fotografi che inventano immagini surreali, Mr. LaChapelle ha il potenziale per essere il Magritte della fotografia.”

Il New York Times

Parlare di David LaChapelle porta sempre polemiche tra coloro che adorano e coloro che rifiutano il suo lavoro.

Il lavoro di questo fotografo è sempre stata fortemente segnata dal carattere eccentrico impresso su ciascuna delle sue fotografie. Da ricreazioni di scene bibliche con una reinterpretazione moderna, a immagini critiche del “sogno americano”, coperto con squisita ironia.

RAPE OF AFRICA
RAPE OF AFRICA

La fotografia di LaChapelle è costantemente rinnovata, l’artista ha infatti lavorato anche nel mondo della pubblicità, diventando uno dei migliori, così come nel mondo del cinema con il suo film “Rize”, ed ha inoltre creato e diretto video musicali per molti artisti.

LaChapelle sa offrire composizioni uniche motivo per cui molte aziende gli hanno affidato la loro immagine.

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LAND SCAPE

“Come un dipinto, cerco attraverso la mia fotografia di suscitare in voi un’emozione”.

Anche se molte delle sue opere, non sono esenti da critiche, la bellezza è qualcosa che tutti percepiamo in modo diverso “Il suo lavoro può essere descritto come surreale, straordinario, unico e molto ironico in diverse occasioni.

BLACK FRIDAY AT MALL OF THE APOCALYPSE

Scoprendo Vivian Maier

Quella del documentario è un’arte sottile, probabilmente più delicata e problematica del cinema narrativo in quanto spesso data per scontata, in positivo o in negativo che sia. Una larga fetta del pubblico potenziale si divide infatti tra persone che fanno l’associazione documentario = noia, residuo dell’ora di geografia delle elementari, e altre che non sono in grado di discernere i meriti cinematografici di una pellicola a prescindere dall’interesse dell’argomento trattato.

Questa distinzione credo sia paticolarmente importante in quanto il cinema è, come del resto tutte le altre, anche se spesso senza il riconoscimento, un’arte del come sopra al cosa, e accettare questo fatto è particolarmente difficile per lo spettatore medio, in special modo quando la componente didascalica di una pellicola è particolarmente marcata, come accade per forza di cose nella maggior parte dei documentari.

CIP: settimana scorsa sono andato a vedere un documentario intitolato Finding Vivian Maier, che racconta l’interessantissima storia della donna del titolo, una fotografa la cui opera è rimasta completamente ignota fino a dopo la sua morte, quando un ragazzo ha rinvenuto tonnellate di negativi in un lotto di scatole comprate in una di quelle aste stile DMAX. Il film raccoglie le testimonianze di alcune delle persone con cui Vivian è venuta in contatto durante la sua vita, principalmente le famiglie in cui ha lavorato come tata o ragazza alla pari, unite dalla sorpresa che la scoperta di questa vita parallela ha suscitato in tutte loro. Vengono alla luce anche diversi lati oscuri della personalità della fotografa in incognito, che poteva a volte essere alquanto crudele nei confronti dei bambini di cui si prendeva cura.

Le vicende esposte sono sicuramente molto interessanti e degne di essere raccontate, ma ciò non toglie che il film in quanto tale si riduca costantemente ad un minimo comun denominatore documentaristico che non può che far pensare a cosa sarebbe potuto uscire fuori dallo stesso materiale se trattato da mani più esperte di quelle del suddetto ragazzo ritrovatore del tesoretto fotografico.

Oltre alla piattezza e retoricità delle interviste infatti, o alla colonna sonora stock fino al midollo, la personalità di questo John Maloof viene imposta allo spettatore nella forma di diversi piagnistei su come la kasta del mondo artistico/museale sia reticente ad accogliere la Maier tra le sue fila, e tutta un’inutile deviazione in Francia volta a dimostrare come l’operazione di disvelamento dell’opera di una persona che evidentemente non aveva nessuna intenzione di rendere pubblico il prodotto della sua passione, sia in realtà legittimata da una lettera scritta decenni prima.

Nel complesso, anche visto lo scarso impatto autoriale che per il resto (non) caratterizza il film, questi momenti risultano abbastanza a loro stanti da non rovinare il risultato finale più di tanto, ma resta il fatto che lo iato tra materiale e realizzazione è notevole, ed è esattamente del tipo di cui parlavamo a inizio post. La forma è sostanza per farla breve, e i documentari non rappresentano un’eccezione per questa utile massima.

Roma eterna

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Immagine HDR del Pantheon

Femminilità e Fine Art: le immagini di Patrizia Burra

“Sono un pittore e fotografo.
La pittura dà un sacco di energia, ma
non permette di cogliere il
momento. Questo è uno dei principali
fattori che mi ha portato alla conclusione
che non potevo essere solo un pittore.
Il mio obiettivo, come fotografo, è quello di
tradurre la mia più selvaggia e passionale visione
in un’immagine.”

Patrizia Burra è una fotografa professionista con 30 anni di esperienza nel catturare la bellezza.

La Fine Art nasce dall’incontro tra fotografia e pittura, Patrizia Burra ha deciso di dedicarsi a tempo pieno a questa affascinante espressione delle arti visive. E’ una specialista in ritratti femminili e le sue fotografie sono di grande impatto visivo, tanto che le hanno permesso di ottenere numerosi riconoscimenti come l’Honorable Mention per la categoria “Children of the World” consegnatole all’edizione 2013 del Photography Masters Cup.

“Perché i ritratti? Perché se non ci sono gli occhi in ciò che fotografo, per me non c’è anima. Mi piace dare importanza all’espressione del viso.”

Dedicandosi esclusivamente alla Fine Art Patrizia predilige i colori alla fotografia in bianco e nero.
La fotografia è emotività, sono pensieri che si rincorrono e si accavallano. Con i suoi scatti l’artista cerca di riprodurre ciò che sta dietro alla persona ritratta. Compito della sua fotografia è quindi andare oltre l’apparenza e mettere a nudo l’anima, per quanto sia possibile.

“La selezione rigorosa delle immagini che segue ogni mia sessione di scatti, mi porta a conservare solo quelle che più rispondono all’idea che mi sono fatta della persona che ho di fronte. È importante tuttavia, prima di iniziare a fare fotografie, intrattenersi con il soggetto, parlarci, osservarlo, cercare in tutti i modi di carpire i suoi aspetti più o meno evidenti.”

Nelle sue immagini c’è qualcosa di fortemente personale e si intravedono elementi artistici che vanno oltre il concetto d’arte: Patrizia  ama predisporre in prima persona le sue modelle e si occupa di tutto, dal trucco alle acconciature agli abiti che indossano.

“La parte artistica che traspare dalle immagini dipende anche dal fatto che, parallelamente alla fotografia, coltivo la passione per la pittura. La voglia di combinare entrambe le forme espressive mi ha quindi condotto alla fotografia Fine Art.”

 Per Patrizia Burra la Fine Art è una corrente di pensiero che mette insieme la pittura e la fotografia. Quest’ultima deve essere necessariamente ritoccata, talvolta anche in modo esagerato. È un compromesso che va accettato.

“Con la fotografia si cerca di riprodurre il mondo. Ma il mondo è molto più interessante quando diventa un’opera d’arte”.

Scatto di saggezza

 

Gli anni aggrinziscono la pelle,la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima.
Le preoccupazioni, le incertezze,
i timori, i dispiaceri,
sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra
e diventare polvere prima della morte.

Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,
che si domanda come un ragazzo insaziabile ” e dopo?”,

che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.

Douglas MacArthur

hit by light

Room 322 di Francesco Ridolfi

“ La luminosità ariosa di uno spazio etereo, asettico e sospeso, contrasta con la flemma di tali organismi, meno perfetti nella loro umanità imbarazzante e autentica.”

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Vogliamo condividere oggi il lavoro di Francesco Ridolfi, un fotografo ritrattista italiano che vive tra l’Italia e il Belgio.  Francesco ha appena completato una nuova serie di foto fine art intitolato Room 322. Il progetto si svolge all’interno di un bagno di una camera d’hotel, interamente ricostruito in studio,nel quale diversi ospiti si alternano, con le loro personalissime storie e le loro emozioni.

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“Staticamente presente, la camera d’albergo conserva la sua non-connessione a diversi occupanti, a turno: il suo silenzio accresce la tensione che si percepisce all’interno della stanza. Così, dal fondo di una vasca da bagno, percezioni contrastanti emergono: apparenza e realtà, passato nel presente; autenticità all’interno di finzione.”

Il fotografo è sempre stato interessato alla ritrattistica poiché ama molto lavorare con le persone, ha sempre cercato di esprimere emozioni e raccontare storie attraverso le sue foto.
Nonostante sia principalmente un fotografo commerciale ed editoriale è riuscito a preservare il tempo e le risorse per i suoi lavori personali.

“Mentre l’anno scorso, nel progetto “Chess Portraits”, era stato lo studio e la realizzazione dei vestiti a richiedermi lo sforzo maggiore e la ricerca del minimo dettaglio, quest’anno ho voluto dedicare tutta la mia attenzione alla costruzione di un set. E così ho trascorso alcuni mesi nella ricerca dei materiali più idonei a ricreare la stanza e l’atmosfera che avevo in mente. Un’atmosfera classica, raffinata, ma anche distaccata e per certi versi asettica, per rimandare alla “spersonalizzazione” tipica degli hotel, ma anche per creare un forte contrasto con l’umanità così carnale e umana dei soggetti.”

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La stanza da bagno può essere il luogo perfetto per raccontare le storie di persone diverse.

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“Al giorno d’oggi, non è così facile ritagliarsi del tempo libero per noi stessi, e il rito del bagno è probabilmente uno dei pochi spazi che restano e ci permettono di pensare e far emergere le nostre emozioni verso la superficie ..”

Per realizzare la sua idea aveva bisogno di costruire l’intero set e porsi il problema dell’illuminazione e dell’inquadratura nello spazio limitato di un vero e proprio bagno.

“Mi ha sempre affascinato per la creazione lo studio dell’intero insieme, progettare tutto fin nei minimi dettagli; si tratta di qualcosa che è strettamente connesso alla mia fotografia. Questo atto di creazione e la massima libertà è così rilevante e soddisfacente per me.”

La sua fotografia è stata sicuramente influenzata dallo stile narrativo, supportato dall’uso scenografico della luce dei grandi fotografi quali Gregory Crewdson e Erwin Olaf, celebri artisti e autori di avvincenti serie fotografiche.

Inoltre con il progetto “Room 322” Ridolfi ha avuto l’opportunità di fare i primi passi nella direzione di un video. Ancora una volta l’artista è riuscito a sfidare sé stesso in questo nuovo tipo di produzione.

“Ho fatto un breve video che è strettamente collegato con il ritratto di uno dei personaggi. L’evoluzione come artista visivo, cercando di spingere i vostri confini sempre un passo avanti, è qualcosa che vorrei suggerire a chiunque. E ‘probabilmente l’unico modo per trovare e sviluppare la vostra visione reale, oltre a mettere voi stessi in una zona di comfort.”

La personalità del colore

“I pregiudizi che molti fotografi nutrono verso la fotografia a colori nascono dal fatto che non pensano al colore in termini di forma. A colori si possono esprimere certe cose che non possono essere dette in bianco e nero.”

Sacred geometry of a Nautilus shell
Sacred geometry of a Nautilus shell

A parlare questa volta è un fotografo statunitense della prima metà del ‘900 che, ispirato dalle avanguardie, e in particolare dal modernismo, abbandona l’idea preponderante del tempo del pittorealismo per un immagine pura, semplice che si basasse sui contrasti e sulle ombre; stiamo parlando di Edward Weston. Seppur la sua fotografia sia prevalentemente in bianco e nero, questo suo concetto introduce alla perfezione l’argomento del colore.

Riuscire a trasmettere una propria emozione, una propria idea della realtà o del concetto che si vuole esprimere, infatti, è estremamente difficile adoperando le giuste tonalità. Per questo molti fotografi alle prime armi spesso si cimentano in foto in bianco e nero dai forti contrasti e dalla poetica più profonda, lasciando da parte tutto quel turbine di sensazioni che i colori sono capaci di trasmettere nelle loro tonalità calde e fredde.

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Lo specchio de mare – RAIMONDO JEREB PHOTOGRAPHY

Mettiamo quindi la nostra reflex su “M” e cerchiamo di comprendere meglio come muoverci in questo caleidoscopico vortice di emozioni. Una volta impostati in modo corretto i parametri di base per la sensibilità della pellicola, il tempo di esposizione e l’apertura del diaframma ( per approfondire consultare i tre articoli precedenti: parte 1 http://polinice.org/2014/06/22/primi-passi-nella-fotografia-parte-1-sensibilita-iso-tempo-diaframma/, parte 2 http://polinice.org/2014/07/20/primi-passi-nella-fotografia-parte-2-sensibilita-iso-tempo-diaframma/ e parte 3 http://polinice.org/2014/09/21/primi-passi-nella-fotografia-parte-3-sensibilita-iso-tempo-diaframma/) vediamo quindi come fare a dare la giusta tonalità alla foto.

Fotocamera impostata su manuale
Fotocamera impostata su manuale

Innanzi tutto bisogna comprendere che a dare il colore a ciò che ci circonda è la temperatura della fonte luminosa all’interno della scena. Tale parametro si misura in Kelvin e varia da un minimo di circa 1800 K ad un massimo di 16000 K e fa riferimento al calore specifico del corpo luminoso. La fiamma di una candela si trova a 1800 K e la sua luce è estremamente calda, di colore rosso; salendo nella scala la tinta tende verso l’arancione (lampadina al tungsteno 3200 K), quindi al giallo e al bianco (Luce solare diretta a mezzogiorno 5000-5500 K), che rappresenta una tonalità neutra. Dopo di essa iniziano i toni freddi che variano dall’ azzurro (cielo nuvoloso 6000-8000) fino ad un blu più profondo (cielo terso 10000-16000 K).

Scala della temperatura di calore
Scala della temperatura di calore

Detto ciò bisognerà adattare di volta in volta a seconda della luce presente nella scena la giusta temperatura del colore. Per modificare tale parametro bisogna premere il tasto “WB” (questo ovviamente in riferimento alla mia fotocamera, una Nikon D90); tenendolo premuto sullo schermo appariranno dei simboli preimpostati.

Tasto WB per modificare la temperatura del colore
Tasto WB per modificare la temperatura del colore

Il primo che troviamo è ovviamente l’automatico; seguendo poi la scala Kelvin si hanno la lampada al tungsteno, la lampada fluorescente, la luce solare diretta, il flash (la luce del flash è propriamente neutra e quindi bianca), luce con cielo nuvoloso ed infine la luce quando si è in ombra in una giornata tersa. Ognuna di queste macro categorie può a sua volta essere più fredda o più calda con tredici diverse variazioni cromatiche. Queste vanno da “A6” ad “A1” per le tonalità calde, andando dalla maggiore alla minore e da “B1” a “B6” per le tonalità fredde che vanno dalla minore alla maggiore; nel mezzo si trova “0” che rappresenta il grado neutro.

temperatura impostata su "nuvoloso" e su "A3"
temperatura impostata su “nuvoloso” e su “A3”

Scelta la macro temperatura di base quindi (con la ghiera principale), la si potrà rendere più calda o più fredda con la ghiera secondaria. Vi è infine un ultima icona con una “K”; impostando questa funzione si potrà direttamente variare la temperatura del colore avendo come riferimento la stessa scala kelvin.

temperatura impostata su "K" a 5260 gradi kelvin
temperatura impostata su “K” a 5260 gradi kelvin

Una volta compresi appieno questi meccanismi inizia la reale sperimentazione ed esce fuori la vera personalità del fotografo. Infatti è assolutamente a discrezione della persona decidere se dare ad un immagine una tonalità più calda o più fredda a seconda di quello che si vuole esprimere.

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Parole al calar del sole – RAIMONDO JEREB PHOTOGRAPHY

 Qui esce la personalità, l’animo e l’intuito dell’artista. Qui si distingue un -click- da un emozione, da un desiderio, da un opera d’arte.

Le immagini taglienti di Blair Bunting

bunt“La pazienza e la creatività sono due tra i tratti più importanti della fotografia.”

All’età di soli 30 anni, il fotografo americano Blair Bunting ha lavorato per Adidas, GM, ESPN, Pepsi, e altro ancora. Egli è conosciuto per i suoi servizi fotografici di celebrità e personaggi dello sport.

La carriera di Blair è iniziata con l’aiuto di suo padre che seduto sul divano insegnava l’arte della fotografia al figlio. Il suo primo sacrificio per questa carriera è arrivato quando dovette scegliere tra l’avere una macchina, o possedere una macchina fotografica.

“ Ho scelto la macchina fotografica con il ragionamento che un giorno mi avrebbe permesso di avere una macchina più bella.”

Fu a quel punto che il padre gli regalò la sua prima macchina fotografica, una Nikon F. del 1972. Ancora oggi quella stessa fotocamera si trova sulla scrivania di Blair per ricordargli le origini della sua carriera. Dieci anni dopo, ebbe il colloquio con la società della sua prima fotocamera.

“Gli obiettivi devono sempre esistere e gli sforzi per la loro realizzazione non mancheranno mai.”

In tempi molto brevi, Blair Bunting è diventato uno dei nomi più riconosciuti della fotografia commerciale per automobili, sport e campagne pubblicitarie di celebrità. I suoi scatti sono noti per la sua illuminazione e l’approccio aggressivo al dettaglio, ha creato uno stile di ultra realismo che definisce una linea tra il surreale e la realtà stessa.

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Ciò che rende unico lo stile di Blair è la sua capacità di catturare scatti finali fantastici con l’esposizione, illuminazione e il controllo del contrasto prima che entrino in post produzione. Ciò che richiederebbe qualche ora ai fotografi che ottengono risultati simili con software di editing digitale, Blair lo raggiunge sul set.

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In pochi anni, Bunting è diventato un maestro della luce e della posa in età incredibilmente precoce. Blair è lui stesso una macchina concentrata e attenta con una macchina fotografica in mano.

 

Tra architettura e fotografia: il genio di Gabriele Basilico

“La fotografia può servire come uno sguardo non scientifico, ma impegnato, “artistico”, quasi a rivelare una realtà che magari è protetta e giace nascosta nel mondo che sta davanti a noi”

A parlare questa volta è uno dei più grandi fotografi della cultura nostrana, ed in particolare un grandissimo professionista nell’arte della fotografia di paesaggio; stiamo parlando di Gabriele Basilico. Scomparso di recente, purtroppo, il 13 Febbraio 2013, egli lascia dietro di sé un modo di vedere il paesaggio nuovo, diverso, che deriva ovviamente dai suoi maestri e dalle tendenze artistiche che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita, come l’opera del maestro De Chirico.

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La sua passione nasce quasi per caso ed a strettissimo contatto con i suoi studi di architettura negli anni ’60; il punto di svolta si avrà nel ’69 quando con la futura moglie Giovanna intraprende un viaggio per Glasgow. Qui la periferia rovinata dal tempo lascerà nel fotografo un senso di romanticismo, di rapimento molto intenso, che riporterà nelle sue foto con una grande forza espressiva. La carica enfatica viene data sicuramente anche dalla scelta di adoperare foto esclusivamente in bianco e nero per questi lavori; nessun colore deve distogliere l’attenzione dalle geometrie, dalle linee, dai vuoti. Sulla scia di questa idea realizza il reportage su Milano “ritratti di fabbriche”, primo vero lavoro fotografico e di ricerca. Il successo è immediato e straripante.

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Il suo modo di rappresentare l’architettura è nuovo ed estremamente accattivante. L’idea di uno spazio vuoto che sia tuttavia pieno di forza, di significato, di emozioni. L’immobilità, l’immanenza delle immagini fanno da padrone nelle foto di Basilico, caratteristiche che si ritrovano fortissime nei quadri di De Chirico. Sono le fughe delle linee, le prospettive a caratterizzare la sua opera. Come una quinta teatrale che si apre vuota prima che inizi lo spettacolo creando stupore, attesa e soprattutto silenzio nello spettatore, un silenzio forte, pesante, denso, così egli vuole rappresentare la città ed il paesaggio architettonico.

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Nel 1991 viene coinvolto dalla scrittrice libanese Dominique Eddé per un progetto di documentazione fotografica sulla capitale del Libano, Beirut. La città infatti si presentava dilaniata da 15 anni di guerra civile ed obbiettivo del progetto era proprio quello di dare “un stato di fatto”, una storicità a tutta quella distruzione e devastazione; «sul piano emotivo, – egli scrive – volevo combattere il sentimento di dolore di fronte ad una città la cui bellezza era impressionante quanto la sua devastazione».

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Negli anni che seguirono fu attivo in più di 30 città, per raccontare in modo sempre estremamente analitico e descrittivo le influenze che l’uomo e le tendenze dei tempi portarono al formarsi e al modificarsi delle città stesse. Cercare di mostrare come l’economia, il consumismo, la globalizzazione di massa influirono sui luoghi più vissuti e utilizzati dall’uomo, il loro habitat, le loro case; questo il suo intento. I forti contrasti tra industria, ricchezza, povertà, artigianato, sovraffollamento sono temi ricorrenti nelle immagini del fotografo italiano.

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Ma Basilico non è solo paesaggio. In uno dei suoi lavori giovanili, in un periodo dove il design industriale era estremamente eterogeneo e forte in Italia, egli curò il catalogo “Contact” in accordo con il Centro Studi Cassina. Essendo questa un’azienda che produceva per lo più sedie, l’idea fondante per Basilico fu quella di mostrare quel rapporto oggetto-corpo che vedeva l’uomo interagire con l’opera di design. Da qui l’idea di affiancare una foto della seduta al “disegno” che essa riproduceva sulla liscia pelle dei glutei della modella. Idea estremamente d’avanguardia e intelligente, si può considerare estremamente attuale e d’impatto per rappresentare un prodotto.

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Il suo lavoro di fotografo è sempre stato affiancato da un infaticabile lavoro di produzione scritta con cui cerca di spiegare il suo pensiero, la sua opera e soprattutto le sue città. In alcuni libri egli tenta addirittura di spiegare come fare fotografia di architettura, la sua più grande passione ed onnipresente filo conduttore del suo estro.
Chiudo questo omaggio ad un grande maestro della fotografia contemporanea con una sua citazione se vogliamo quasi banale che però rappresenta perfettamente il suo lavoro:

“Cerco di creare un dialogo con il luogo: io lo esploro, lui mi rimanda delle cose”