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Room 322 di Francesco Ridolfi

“ La luminosità ariosa di uno spazio etereo, asettico e sospeso, contrasta con la flemma di tali organismi, meno perfetti nella loro umanità imbarazzante e autentica.”

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Vogliamo condividere oggi il lavoro di Francesco Ridolfi, un fotografo ritrattista italiano che vive tra l’Italia e il Belgio.  Francesco ha appena completato una nuova serie di foto fine art intitolato Room 322. Il progetto si svolge all’interno di un bagno di una camera d’hotel, interamente ricostruito in studio,nel quale diversi ospiti si alternano, con le loro personalissime storie e le loro emozioni.

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“Staticamente presente, la camera d’albergo conserva la sua non-connessione a diversi occupanti, a turno: il suo silenzio accresce la tensione che si percepisce all’interno della stanza. Così, dal fondo di una vasca da bagno, percezioni contrastanti emergono: apparenza e realtà, passato nel presente; autenticità all’interno di finzione.”

Il fotografo è sempre stato interessato alla ritrattistica poiché ama molto lavorare con le persone, ha sempre cercato di esprimere emozioni e raccontare storie attraverso le sue foto.
Nonostante sia principalmente un fotografo commerciale ed editoriale è riuscito a preservare il tempo e le risorse per i suoi lavori personali.

“Mentre l’anno scorso, nel progetto “Chess Portraits”, era stato lo studio e la realizzazione dei vestiti a richiedermi lo sforzo maggiore e la ricerca del minimo dettaglio, quest’anno ho voluto dedicare tutta la mia attenzione alla costruzione di un set. E così ho trascorso alcuni mesi nella ricerca dei materiali più idonei a ricreare la stanza e l’atmosfera che avevo in mente. Un’atmosfera classica, raffinata, ma anche distaccata e per certi versi asettica, per rimandare alla “spersonalizzazione” tipica degli hotel, ma anche per creare un forte contrasto con l’umanità così carnale e umana dei soggetti.”

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La stanza da bagno può essere il luogo perfetto per raccontare le storie di persone diverse.

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“Al giorno d’oggi, non è così facile ritagliarsi del tempo libero per noi stessi, e il rito del bagno è probabilmente uno dei pochi spazi che restano e ci permettono di pensare e far emergere le nostre emozioni verso la superficie ..”

Per realizzare la sua idea aveva bisogno di costruire l’intero set e porsi il problema dell’illuminazione e dell’inquadratura nello spazio limitato di un vero e proprio bagno.

“Mi ha sempre affascinato per la creazione lo studio dell’intero insieme, progettare tutto fin nei minimi dettagli; si tratta di qualcosa che è strettamente connesso alla mia fotografia. Questo atto di creazione e la massima libertà è così rilevante e soddisfacente per me.”

La sua fotografia è stata sicuramente influenzata dallo stile narrativo, supportato dall’uso scenografico della luce dei grandi fotografi quali Gregory Crewdson e Erwin Olaf, celebri artisti e autori di avvincenti serie fotografiche.

Inoltre con il progetto “Room 322” Ridolfi ha avuto l’opportunità di fare i primi passi nella direzione di un video. Ancora una volta l’artista è riuscito a sfidare sé stesso in questo nuovo tipo di produzione.

“Ho fatto un breve video che è strettamente collegato con il ritratto di uno dei personaggi. L’evoluzione come artista visivo, cercando di spingere i vostri confini sempre un passo avanti, è qualcosa che vorrei suggerire a chiunque. E ‘probabilmente l’unico modo per trovare e sviluppare la vostra visione reale, oltre a mettere voi stessi in una zona di comfort.”

La personalità del colore

“I pregiudizi che molti fotografi nutrono verso la fotografia a colori nascono dal fatto che non pensano al colore in termini di forma. A colori si possono esprimere certe cose che non possono essere dette in bianco e nero.”

Sacred geometry of a Nautilus shell
Sacred geometry of a Nautilus shell

A parlare questa volta è un fotografo statunitense della prima metà del ‘900 che, ispirato dalle avanguardie, e in particolare dal modernismo, abbandona l’idea preponderante del tempo del pittorealismo per un immagine pura, semplice che si basasse sui contrasti e sulle ombre; stiamo parlando di Edward Weston. Seppur la sua fotografia sia prevalentemente in bianco e nero, questo suo concetto introduce alla perfezione l’argomento del colore.

Riuscire a trasmettere una propria emozione, una propria idea della realtà o del concetto che si vuole esprimere, infatti, è estremamente difficile adoperando le giuste tonalità. Per questo molti fotografi alle prime armi spesso si cimentano in foto in bianco e nero dai forti contrasti e dalla poetica più profonda, lasciando da parte tutto quel turbine di sensazioni che i colori sono capaci di trasmettere nelle loro tonalità calde e fredde.

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Lo specchio de mare – RAIMONDO JEREB PHOTOGRAPHY

Mettiamo quindi la nostra reflex su “M” e cerchiamo di comprendere meglio come muoverci in questo caleidoscopico vortice di emozioni. Una volta impostati in modo corretto i parametri di base per la sensibilità della pellicola, il tempo di esposizione e l’apertura del diaframma ( per approfondire consultare i tre articoli precedenti: parte 1 http://polinice.org/2014/06/22/primi-passi-nella-fotografia-parte-1-sensibilita-iso-tempo-diaframma/, parte 2 http://polinice.org/2014/07/20/primi-passi-nella-fotografia-parte-2-sensibilita-iso-tempo-diaframma/ e parte 3 http://polinice.org/2014/09/21/primi-passi-nella-fotografia-parte-3-sensibilita-iso-tempo-diaframma/) vediamo quindi come fare a dare la giusta tonalità alla foto.

Fotocamera impostata su manuale
Fotocamera impostata su manuale

Innanzi tutto bisogna comprendere che a dare il colore a ciò che ci circonda è la temperatura della fonte luminosa all’interno della scena. Tale parametro si misura in Kelvin e varia da un minimo di circa 1800 K ad un massimo di 16000 K e fa riferimento al calore specifico del corpo luminoso. La fiamma di una candela si trova a 1800 K e la sua luce è estremamente calda, di colore rosso; salendo nella scala la tinta tende verso l’arancione (lampadina al tungsteno 3200 K), quindi al giallo e al bianco (Luce solare diretta a mezzogiorno 5000-5500 K), che rappresenta una tonalità neutra. Dopo di essa iniziano i toni freddi che variano dall’ azzurro (cielo nuvoloso 6000-8000) fino ad un blu più profondo (cielo terso 10000-16000 K).

Scala della temperatura di calore
Scala della temperatura di calore

Detto ciò bisognerà adattare di volta in volta a seconda della luce presente nella scena la giusta temperatura del colore. Per modificare tale parametro bisogna premere il tasto “WB” (questo ovviamente in riferimento alla mia fotocamera, una Nikon D90); tenendolo premuto sullo schermo appariranno dei simboli preimpostati.

Tasto WB per modificare la temperatura del colore
Tasto WB per modificare la temperatura del colore

Il primo che troviamo è ovviamente l’automatico; seguendo poi la scala Kelvin si hanno la lampada al tungsteno, la lampada fluorescente, la luce solare diretta, il flash (la luce del flash è propriamente neutra e quindi bianca), luce con cielo nuvoloso ed infine la luce quando si è in ombra in una giornata tersa. Ognuna di queste macro categorie può a sua volta essere più fredda o più calda con tredici diverse variazioni cromatiche. Queste vanno da “A6” ad “A1” per le tonalità calde, andando dalla maggiore alla minore e da “B1” a “B6” per le tonalità fredde che vanno dalla minore alla maggiore; nel mezzo si trova “0” che rappresenta il grado neutro.

temperatura impostata su "nuvoloso" e su "A3"
temperatura impostata su “nuvoloso” e su “A3”

Scelta la macro temperatura di base quindi (con la ghiera principale), la si potrà rendere più calda o più fredda con la ghiera secondaria. Vi è infine un ultima icona con una “K”; impostando questa funzione si potrà direttamente variare la temperatura del colore avendo come riferimento la stessa scala kelvin.

temperatura impostata su "K" a 5260 gradi kelvin
temperatura impostata su “K” a 5260 gradi kelvin

Una volta compresi appieno questi meccanismi inizia la reale sperimentazione ed esce fuori la vera personalità del fotografo. Infatti è assolutamente a discrezione della persona decidere se dare ad un immagine una tonalità più calda o più fredda a seconda di quello che si vuole esprimere.

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Parole al calar del sole – RAIMONDO JEREB PHOTOGRAPHY

 Qui esce la personalità, l’animo e l’intuito dell’artista. Qui si distingue un -click- da un emozione, da un desiderio, da un opera d’arte.

Le immagini taglienti di Blair Bunting

bunt“La pazienza e la creatività sono due tra i tratti più importanti della fotografia.”

All’età di soli 30 anni, il fotografo americano Blair Bunting ha lavorato per Adidas, GM, ESPN, Pepsi, e altro ancora. Egli è conosciuto per i suoi servizi fotografici di celebrità e personaggi dello sport.

La carriera di Blair è iniziata con l’aiuto di suo padre che seduto sul divano insegnava l’arte della fotografia al figlio. Il suo primo sacrificio per questa carriera è arrivato quando dovette scegliere tra l’avere una macchina, o possedere una macchina fotografica.

“ Ho scelto la macchina fotografica con il ragionamento che un giorno mi avrebbe permesso di avere una macchina più bella.”

Fu a quel punto che il padre gli regalò la sua prima macchina fotografica, una Nikon F. del 1972. Ancora oggi quella stessa fotocamera si trova sulla scrivania di Blair per ricordargli le origini della sua carriera. Dieci anni dopo, ebbe il colloquio con la società della sua prima fotocamera.

“Gli obiettivi devono sempre esistere e gli sforzi per la loro realizzazione non mancheranno mai.”

In tempi molto brevi, Blair Bunting è diventato uno dei nomi più riconosciuti della fotografia commerciale per automobili, sport e campagne pubblicitarie di celebrità. I suoi scatti sono noti per la sua illuminazione e l’approccio aggressivo al dettaglio, ha creato uno stile di ultra realismo che definisce una linea tra il surreale e la realtà stessa.

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Ciò che rende unico lo stile di Blair è la sua capacità di catturare scatti finali fantastici con l’esposizione, illuminazione e il controllo del contrasto prima che entrino in post produzione. Ciò che richiederebbe qualche ora ai fotografi che ottengono risultati simili con software di editing digitale, Blair lo raggiunge sul set.

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In pochi anni, Bunting è diventato un maestro della luce e della posa in età incredibilmente precoce. Blair è lui stesso una macchina concentrata e attenta con una macchina fotografica in mano.

 

Tra architettura e fotografia: il genio di Gabriele Basilico

“La fotografia può servire come uno sguardo non scientifico, ma impegnato, “artistico”, quasi a rivelare una realtà che magari è protetta e giace nascosta nel mondo che sta davanti a noi”

A parlare questa volta è uno dei più grandi fotografi della cultura nostrana, ed in particolare un grandissimo professionista nell’arte della fotografia di paesaggio; stiamo parlando di Gabriele Basilico. Scomparso di recente, purtroppo, il 13 Febbraio 2013, egli lascia dietro di sé un modo di vedere il paesaggio nuovo, diverso, che deriva ovviamente dai suoi maestri e dalle tendenze artistiche che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita, come l’opera del maestro De Chirico.

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La sua passione nasce quasi per caso ed a strettissimo contatto con i suoi studi di architettura negli anni ’60; il punto di svolta si avrà nel ’69 quando con la futura moglie Giovanna intraprende un viaggio per Glasgow. Qui la periferia rovinata dal tempo lascerà nel fotografo un senso di romanticismo, di rapimento molto intenso, che riporterà nelle sue foto con una grande forza espressiva. La carica enfatica viene data sicuramente anche dalla scelta di adoperare foto esclusivamente in bianco e nero per questi lavori; nessun colore deve distogliere l’attenzione dalle geometrie, dalle linee, dai vuoti. Sulla scia di questa idea realizza il reportage su Milano “ritratti di fabbriche”, primo vero lavoro fotografico e di ricerca. Il successo è immediato e straripante.

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Il suo modo di rappresentare l’architettura è nuovo ed estremamente accattivante. L’idea di uno spazio vuoto che sia tuttavia pieno di forza, di significato, di emozioni. L’immobilità, l’immanenza delle immagini fanno da padrone nelle foto di Basilico, caratteristiche che si ritrovano fortissime nei quadri di De Chirico. Sono le fughe delle linee, le prospettive a caratterizzare la sua opera. Come una quinta teatrale che si apre vuota prima che inizi lo spettacolo creando stupore, attesa e soprattutto silenzio nello spettatore, un silenzio forte, pesante, denso, così egli vuole rappresentare la città ed il paesaggio architettonico.

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Nel 1991 viene coinvolto dalla scrittrice libanese Dominique Eddé per un progetto di documentazione fotografica sulla capitale del Libano, Beirut. La città infatti si presentava dilaniata da 15 anni di guerra civile ed obbiettivo del progetto era proprio quello di dare “un stato di fatto”, una storicità a tutta quella distruzione e devastazione; «sul piano emotivo, – egli scrive – volevo combattere il sentimento di dolore di fronte ad una città la cui bellezza era impressionante quanto la sua devastazione».

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Negli anni che seguirono fu attivo in più di 30 città, per raccontare in modo sempre estremamente analitico e descrittivo le influenze che l’uomo e le tendenze dei tempi portarono al formarsi e al modificarsi delle città stesse. Cercare di mostrare come l’economia, il consumismo, la globalizzazione di massa influirono sui luoghi più vissuti e utilizzati dall’uomo, il loro habitat, le loro case; questo il suo intento. I forti contrasti tra industria, ricchezza, povertà, artigianato, sovraffollamento sono temi ricorrenti nelle immagini del fotografo italiano.

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Ma Basilico non è solo paesaggio. In uno dei suoi lavori giovanili, in un periodo dove il design industriale era estremamente eterogeneo e forte in Italia, egli curò il catalogo “Contact” in accordo con il Centro Studi Cassina. Essendo questa un’azienda che produceva per lo più sedie, l’idea fondante per Basilico fu quella di mostrare quel rapporto oggetto-corpo che vedeva l’uomo interagire con l’opera di design. Da qui l’idea di affiancare una foto della seduta al “disegno” che essa riproduceva sulla liscia pelle dei glutei della modella. Idea estremamente d’avanguardia e intelligente, si può considerare estremamente attuale e d’impatto per rappresentare un prodotto.

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Il suo lavoro di fotografo è sempre stato affiancato da un infaticabile lavoro di produzione scritta con cui cerca di spiegare il suo pensiero, la sua opera e soprattutto le sue città. In alcuni libri egli tenta addirittura di spiegare come fare fotografia di architettura, la sua più grande passione ed onnipresente filo conduttore del suo estro.
Chiudo questo omaggio ad un grande maestro della fotografia contemporanea con una sua citazione se vogliamo quasi banale che però rappresenta perfettamente il suo lavoro:

“Cerco di creare un dialogo con il luogo: io lo esploro, lui mi rimanda delle cose”

Primi passi nella fotografia: parte 3 (sensibilità ISO-tempo-diaframma)

“La teoria fotografica si impara in un’ora; le prime nozioni pratiche in un giorno … quello che non si impara … è il senso della luce … è la valutazione artistica degli effetti prodotti dalle luci diverse e combinate … quello che s’impara ancora meno, è l’intelligenza morale del tuo soggetto, è quell’intuizione che ti mette in comunicazione col modello, te lo fa giudicare, ti guida verso le sue abitudini, le sue idee, il suo carattere, e ti permette di ottenere, non già banalmente e a caso, una riproduzione plastica qualsiasi, alla portata dell’ultimo inserviente di laboratorio, bensì la somiglianza più familiare e più favorevole, la somiglianza intima. ”

Autoscatto di Nadar

La citazione di oggi è di un vero e proprio pioniere della fotografia, ovvero Gaspard-Félix Tournachon (1820-1910) più noto con lo pseudonimo di Nadar. Le parole del fotografo ottocentesco francese possono sembrare un po’ riduttive e semplicistiche considerando soprattutto l’immenso divario tecnologico tra il suo ed il nostro tempo: eppure sono da reputarsi estremamente attuali. Infatti è indubbio che solo con la passione, l’impegno, la pratica e l’amore per questa disciplina si possono creare delle vere opere d’arte. Con queste “lezioni” si cerca semplicemente di alimentare la vostra curiosità e la vostra voglia di intraprendere questo percorso, questo viaggio straordinario, turbolento e pieno di vita che è la fotografia.

Nadar fu il primo uomo a sperimentare delle foto aeree dal suo pallone aerostatico e grazie alla atmosfera vellutata delle sue immagini gli fu dato l’appellativo di “Tiziano della fotografia”. In un periodo dove la fotografia era ancora malvista quale un surrogato della pittura, Nadar riuscì a far sentire le sue ragioni e dimostrare che anche questa disciplina doveva far parte di quel pantheon eterogeneo che è l’arte.

 Siamo arrivati all’ultimo grande argomento di questa introduzione, ovvero il tempo di esposizione o tempo di scatto. Spostiamo quindi le impostazioni della fotocamera su “M” ed iniziamo.

Fotocamera impostata su Manuale

Con questo nome, tempo di esposizione, si intende il tempo in cui l’ otturatore rimane aperto e permette quindi il passaggio della luce all’interno del corpo macchina. Per comprendere meglio questo meccanismo, lo si può pensare come ad una palpebra mentre la pellicola rappresenta l’occhio. Questa caratteristica insieme con l’apertura del diaframma e la sensibilità della pellicola (ISO) servono a regolare l’esposizione della foto; di queste due proprietà abbiamo già parlato nei due articoli precedenti di tecnica: http://polinice.org/2014/06/22/primi-passi-nella-fotografia-sensibilita-iso-tempo-diaframma/ (parte 1), http://polinice.org/2014/07/20/primi-passi-nella-fotografia-parte-2-sensibilita-iso-tempo-diaframma/ (parte 2). Il tempo di posa è una delle impostazioni più importanti della fotocamera e di solito si trova al fianco del grado di apertura del diaframma, particolare che ne sottolinea il legame funzionale.

A parità di esposizione infatti, ad un tempo più rapido corrisponde un diaframma più aperto mentre ad un tempo più lento un diaframma più chiuso.

tempo di scatto impostato su 1/100 s

Nella foto il numero fa riferimento alla velocità in frazione di secondo; 100 equivale quindi ad 1/100 di secondo. Il tempo di scatto può arrivare a velocità stupefacenti, fino a 1/8000 di secondo (per avere un’idea più chiara, si pensi che un moscerino batte fino a 1000 volte le ali in un secondo). Tuttavia la durata di posa può essere anche molto lunga; solitamente le fotocamere vanno da circa 1/4000 fino a 30 sec. Determinare tale tempo è estremamente facile e si imposta solitamente con i comandi principali (nel caso della mia fotocamera una Nikon D90 con la ghiera principale).

ghiera principale

Oltre i 30 secondi però, particolari impostazioni come “B” (bulb) e “T” permettono tempi di scatto molto più lunghi, di interi minuti.

Con la macchina fotografica impostata a B l’otturatore rimane aperto finché il fotografo tiene premuto il pulsante di scatto, mentre nel caso in cui sia impostata a T l’otturatore rimane aperto fintantoché l’operatore non ri-preme il pulsante di scatto. Con tempi di esposizione così lunghi tuttavia ogni minimo movimento viene registrato dalla macchina fotografica che quindi necessita di una base assolutamente immobile (un treppiedi ad esempio). Anche la semplice azione di premere il pulsante per scattare la foto può causare movimento nell’immagine ed è per questo che spesso vengono utilizzati dei telecomandi esterni.

telecomando bluetooth

Il tempo di esposizione influisce sul movimento e sulle luci della fotografia. L’acqua ad esempio con lunghi tempi di posa apparirà come seta, come nebbia, soffice e continua nel suo movimento.

Velocità di scatto ad 1/160 e ad 1/3 con soggetto una cascata

Lo stesso vale per la luce, la quale lascerà una linea luminosa dove passa, in quanto ovviamente una fonte luminosa si imprime sulla pellicola in modo molto più violento di un qualsiasi altro oggetto nella scena; così si riescono a creare le famose scie luminose delle macchine e delle stelle.

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Il movimento è fluidità, è curva, è parte integrante della natura e della vita; la fotografia deve saper catturarlo e esprimerlo.

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Un fotografo a tutto tondo: Dan Winters

“I now find peace in the realization that countless potential masterpieces happen each moment the world over and go unphotographed. The world owes a great debt to all those who have, from a state of exceptional awareness, preserved stillness for us to hold.” 

 

Una verità con cui ogni fotografo prima o poi deve fare I conti e di cui molti non si curano. Ma è dalla consapevolezza di tale condizione che scaturisce l’amore per questo lavoro, per questa passione, per questo stile di vita. Soltanto capendo l’unicità di ogni foto, di ogni momento si può assaporare a pieno ogni scatto dal più banale al più grandioso. A esprimere tale concetto è un fotografo estremamente poliedrico dei nostri tempi, Dan Winters.

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Nato a Ventura Country in California nel 1962, fin da giovane mostra una spiccata attrazione per la fotografia e il mondo ad essa annesso. Grazie anche a diversi lavori e studi nel campo degli effetti speciali, riesce ad integrare la sua abilità negli scatti con il mondo della post produzione e passa poco tempo prima di venire notato dalle più celebri riviste e giornali internazionali, tra cui: GQ, Vanity Fair, The New York Times Magazine, The New Yorker, TIME, WIRED, Fortune, Discover, Details, W, Rolling Stone, Newsweek e tanti altri.

Lavoro particolarmente interessante e di fantastica qualità sono i suoi ritratti, che lo hanno reso famoso in tutto il mondo e per i quali viene ingaggiato da star del cinema, sportivi, musicisti e via dicendo.

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La sua abilità risiede nel saper usare alla perfezioni le luci e le ombre con cui riesce a creare contrasti decisi che rendono la foto estremamente incisiva e con i quali riesce a portare l’attenzione esattamente dove vuole, ovvero non tanto alla persona quanto all’ emozione, allo stato d’animo. Gli intensi neri, che rendono l’ambiente materico, pesante si uniscono con vigore alle forti luci; caratteristiche che si possono quasi paragonare, con un azzardo, all’opera del  Caravaggio.

Splendidi inoltre, sono tutti i suoi scatti intorno all’uomo dal punto di vista antropologico e umanistico, che lo hanno portato in giro per le americhe e che gli sono valsi, insieme con gli altri progetti, più di cento riconoscimenti nazionali ed internazionali.

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Recentemente Winters si è cimentato anche in opere all’infuori della solo arte fotografica; con l’ausilio dei più recenti programmi grafici, ha iniziato a disegnare ed a creare piccole opere d’arte con anche la tecnica del collage. Di forte significato e dialettica molto diretta, questi suoi disegni sono un evolversi del suo pensiero nei confronti della società moderna con le sue abbaglianti conquiste ed i suoi limiti.

Fotografo, disegnatore, grafico, illustratore, scrittore ed anche movie maker; egli incarna perfettamente l’idea dell’ artista del ‘900 che mette in discussione il proprio lavoro e le proprie abilità per mettersi ripetutamente alla prova, per superare i propri limiti.

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Uno dei suoi progetti più importanti ed interessanti è stato sicuramente il lavoro realizzato con la nasa, con cui mostra da vicino una navicella spaziale per far comprendere a tutti come si deve sentire un astronauta. Spettacolari inoltre tutti gli scatti che mostrano la partenza di vari razzi e satelliti realizzati sempre in collaborazione con l’agenzia governativa.

L a consapevolezza della limitata possibilità di riuscire a catturare attimi unici e magnifici, ha portato Dan Winters a comprendere che in alternativa si possono “creare”. Così facendo ha realizzato diversi scatti con l’aiuto di amici, attori e sportivi, con i quali consegue situazioni uniche, insolite, particolari.

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Questi suoi scatti sono probabilmente una conseguenza della sua esperienza nel mondo del cinema con il quale è strettamente legato. Per tutti questi diversi lavori, nel 2003 è stato inserito dalla Kodak nella autobiografia che raccoglie tutti i più grandi professionisti di sempre, come una icona della fotografia. L’amore per il suo lavoro, per la ricerca di contrasti, per la caratterizzazione del colore si può ritrovare in ognuno dei suoi scatti mai banali e sempre tecnicamente perfetti.

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 “I get up every day and that’s what I do, make photographs, whether I’m being paid to or not. I love it, love it, love it.”

Tecnologia e Selfie

Nell’ultimo giorno d’estate sono molti i ricordi delle vacanze appena trascorse, ma sono altrettante le fotografie di noi stessi che abbiamo scattato in giro per il mondo. I selfies sono di gran moda … ma è forte la tentazione di liquidarli come una tendenza passeggera, sono un altro esempio di una società narcisistica ossessionata dalla gratificazione immediata e la fama istantanea. Ma il Selfie è importante perché non è solo un ritratto di noi stessi, ma un ritratto dei nostri tempi.

Selfie dell'austronauta italiano Luca Parmitano, che ha realizzato un selfie mentre orbitava nel vuoto intorno alla Terra
l’autoscatto dell’austronauta italiano Luca Parmitano, che ha realizzato un selfie mentre orbitava nel vuoto intorno alla Terra

Negli ultimi quindici anni la tecnologia ha cambiato il nostro mondo. Ha strappato il potere dalle mani dei proprietari dei media e dei governi, e lo ha messo nelle mani del pubblico. Il Selfie è un prodotto di questo dinamico cambiamento ed è il simbolo della nostra nuova, potente società. Oggi, quasi tutti hanno accesso ad uno smart phone e la possibilità di condividere le proprie fotografie con un pubblico globale. In passato, i ritratti erano riservati alle regalità e a coloro che erano al potere, ma oggi sono le persone comuni ad essere raffigurate in questi scatti.
Ogni Selfie preso, indipendentemente da quanto banale possa sembrare, è una dichiarazione orgogliosa della ritrovata capacità della nostra generazione a comunicare in modo libero e senza limiti.

Inoltre si tende a sottovalutare l’importanza della Selfie a causa del suo consumo usa e getta. Ma il modo in cui vengono utilizzate queste immagini è significativo perché rappresenta una società in cui il valore delle informazioni non è più determinato dalla sua permanenza, ma dalla sua transitorietà. In passato, la conoscenza del mondo è stato conservata nei libri rilegati in pelle, in dipinti unici, ma oggi si manifesta sotto forma di tweet di pochi caratteri che scorrono come fiumi verso un oceano di conoscenza infinita. Viviamo in un mondo dove l’arte e la saggezza non si trovano solo nei musei e libri, ma nel tessuto della nostra espansione continua, della coscienza collettiva – una coscienza sempre più composta da contenuti digitali transitori come il fenomeno delle Selfies.

 Papa Francesco. La foto è stata scattata da alcuni ragazzi di Piacenza, per ricordare l'incontro con il Pontefice durante una visita in Vaticano.
Papa Francesco. La foto è stata scattata da alcuni ragazzi di Piacenza, per ricordare l’incontro con il Pontefice durante una visita in Vaticano.

Per me, l’aspetto più significativo è il fatto che si tratta di una profonda riflessione di una crescente intimità del genere umano con la tecnologia. Secondo l’autore e inventore, Ray Kurzweil, l’umanità si sta rapidamente muovendo verso un punto di convergenza tra uomo e macchina. Kurzweil ritiene che quando l’Intelligenza Artificiale finalmente supera l’intelligenza umana, saremo costretti a fondersi con la tecnologia. Se possiamo trovare queste previsioni inverosimili, un rapido inventario del nostro uso quotidiano della tecnologia indica che ci stiamo effettivamente muovendo lungo questa traiettoria. Il Selfie segna un importante passo in questo cammino, perché è un riflesso simbolico della nostra graduale convergenza con la macchina. Se le teorie di Kurzweil dovessero effettivamente rivelarsi vere, allora il Selfie può fornirci un assaggio di ciò che questa coscienza umana / macchina può sembrare.

In questo mondo il soggetto di un ritratto e lo strumento con cui è fatto quel ritratto, diventeranno un unico elemento. Come in passato il pittore poteva diventare il pennello, il fotografo diventa la sua fotocamera. Noi diventeremo soggetto e oggetto … e cambierà la natura della ritrattistica per sempre. Così, la prossima volta che scatterete un Selfie, guardate in profondità nel vostro obiettivo e potrete scoprire che la vostra immagine riflessa è in realtà una proiezione di voi stessi nel futuro.

Imparare da Henri Cartier-Bresson

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“Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento.  È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.”

La geometria:

Osservando il lavoro di Henri Cartier-Bresson, si nota come abbia applicato la geometria alla poetica delle sue immagini. Ha integrato le linee verticali, orizzontali e diagonali, linee curve, ombre, triangoli, cerchi e quadrati a suo vantaggio. Prestando una particolare attenzione alle strutture pure.
Bresson non vedeva il mondo così come si presenta , si è dedicato alla continua ricerca di forme e geometrie che si verificano naturalmente. La sua e’ stata una mente aperta, capace di scoprire le linee che possono diventare le quinte dei suoi soggetti.

Momento decisivo:

Henri Cartier-Bresson parlava di “momento decisivo”; ha affermato più volte che questo e’ un atto spontaneo, ma e’ necessario essere pazienti e saperlo aspettare. Indipendentemente dalla metodologia Bresson, riusciva a catturare immagini all’interno delle quali ogni elemento (persone, sfondo, inquadratura e composizione) risultava perfetto.

 

“Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento.”

Viaggiare:

Henri Cartier-Bresson ha viaggiato in tutto il mondo e vissuto in luoghi come l’India, l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina, così come in Africa. Ha catturato ogni diversa realtà di vita e conosciuto al meglio la popolazione immergendosi completamente nella cultura locale.
Per ogni fotografo i viaggi sono esperienze uniche di conoscenza, fondamentali alla formazione del proprio stile.

Discretezza:

Quando Henri Cartier-Bresson lavorava come reporter per le strade, e’ rimasto il più discreto possibile. Egli avrebbe coperto la sua Leica con del nastro adesivo nero per rendere meno evidente quando era a caccia di immagini. La maggior parte delle sue fotografie ritraggono soggetti ignari della fotocamera quindi risultano assolutamente sinceri nelle loro movenze.

Come un pittore:

Il primo interesse rispetto alla fotografia per Henri Cartier-Bresson in realtà e’ la pittura. Una volta scoperta la fotografia, ha applicato la stessa estetica della pittura classica alle sue immagini. Per la composizione era estremamente essenziale, e le sue immagini riflettono quelle dei pittori romantici prima di lui. È interessante notare che durante il suo ultimo periodo ha effettivamente denunciato la fotografia e si è concentrato per il resto della sua vita al disegno.

Per diventare un fotografo di strada, e’ necessario studiare l’opera dei pittori. Guardare come essi utilizzano l’inquadratura, la composizione, le persone, e le scene. Un pittore che trovo assolutamente affascinante è Edward Hopper, che era essenzialmente un fotografo di strada armato di un pennello. Non basta limitare la nostra ispirazione dai libri di fotografia, ma dobbiamo esplorare altre forme d’ arte come la musica classica, l’arte moderna, surreale e astratta.

Ritaglio:

Henri Cartier-Bresson è stato assolutamente contro il ritaglio. Egli credeva che ogni volta che viene catturata una foto, l’inquadratura dovrebbe sempre essere fatta nella fotocamera.
Anche se la mia filosofia personale è un decisamente differente sul ritaglio, credo che ritagliando troppo spesso, si tenderà a sottovalutare l’inquadratura ostacolando la nostra visione fotografica.

“Osservare lì dove gli altri sanno solo vedere”

Queste parole racchiudono la vera essenza del lavoro di  Henri Cartier Bresson.

 

Surrealismo, passione e moda: le foto di Guy Bourdin

Guy Bourdin, uno dei più influenti fotografi di moda di tutti i tempi è stata una fonte di ispirazione fin da quando ha iniziato a pubblicare le sue opere cariche di erotismo ma altrettanto dirompenti per il mondo intero. Bourdin aveva un approccio diverso; le sue immagini, che non riflettevano la moda in sé, ma rappresentavano la fantasia, hanno incuriosito e sedotto il suo pubblico.

Guy Bourdin -Vogue
Guy Bourdin -Vogue

 

Bourdin era meglio conosciuto per il suo lavoro editoriale per Vogue Francia e le sue pubblicità per Charles Jourdan, negli anni settanta.  Ha rivoluzionato la fotografia di quel periodo attraverso illustrazioni suggestive che creavano storie inquietanti e distorte. I suoi modelli quando mostravano il volto si presentavano senza vita e con espressioni rabbiose, ha giocato con la falsità intrinseca dell’immagine di moda, esagerando la sua finzione ancora di più con superfici lucide, e pose platiche di ispirazione surrealista.

Serge Lutens, il suo stilista creativo di un tempo, ha riassunto il suo lavoro così: “. Ciò che Guy ha creato è stato condurre la propria psicoanalisi in Vogue”.

Guy Bourdin – Pentax Calendar 1980

Nel 1954 ha presentato i suoi lavori fotografici alla scrivania di Edmonde Charles-Roux, assistente del direttore di Vogue Francia e subito ottenne il suo primo incarico per la rivista.Una delle sue prime foto per la rivista mostra una modella in posa in haute couture sotto a teste di vacche macellate. E ‘questa l’immagine che ha segnato la sua firma stilistica come artista.

Vogue Francia - 1954
Vogue Francia – 1954

Bourdin era una figura notoriamente oscura ed eccentrica. Nato a Parigi nel 1928, fu presto abbandonato da sua madre, e suo padre lo mandò a vivere con la nonna paterna in Normandia e Parigi. Alcuni sostengono che Bourdin vide sua madre solo una volta : una pallida ed elegante donna dai capelli rossi.

“Guy non perdonò mai la madre per averlo abbandonato. Era duro con le donne “, affermava il fratellastro Michel.

Nelle sue foto, ha ricreato lo stesso archetipo di donna dai capelli rossi, fotografata in spazi angusti, camere d’albergo o squallidi bagni, così come in paesaggi desolati.

La sua è una relazione complicata con le donne che ha inizio con l’abbandono della madre e termina con i suicidi delle sue donne storiche. La figura della donna vista da Guy Bourdin è sfuggente e resta spesso in penombra.  Il New York Times Magazine ha notato nel 2003 che: l’abbandono era diventato un filo conduttore personale e professionale.

Guy Bourdin – 1975

I suoi scatti eccentrici divennero presto una leggenda dell’industria. Ha chiesto, e ottenuto, senza precedenti, il controllo editoriale sul suo lavoro. Piuttosto che presentare a Vogue una serie di scatti per ogni assegnazione, “Guy ci ha portato una foto, solo quella,” ha detto Francine Crescent, che era capo redattore della rivista.

Ha spesso cercato di piegare la natura alla sua volontà, ha sottoposto i suoi modelli ad elaborate configurazioni e pose pericolose. In molti sono stati entusiasti di lavorare con lui, tutti coloro che non lo hanno mai definito un sadico.

Guy Bourdin , pubblicità per Charles Jourdan , 1979
Guy Bourdin , pubblicità per Charles Jourdan , 1979

Verso la fine del 1980, il lavoro di Bourdin ha cominciato a cadere in disgrazia, quindi seguirono problemi finanziari. Sempre più solo e malato, ha cominciato a svanire dalla scena pubblica. Ha rifiutato categoricamente qualsiasi offerta per vendere, pubblicare o esporre il suo lavoro.

Morì di cancro nel 1991, quando ormai la sua fama lo aveva abbandonato tanto che il suo necrologio sul New York Times era inesatto. Eppure la sua fotografia è stata riscoperta dalle successive generazioni ed ha finito per influenzare numerosi fotografi contemporanei.

Sadico o geniale?
Credo vada associato con entrambi. Il suo lavoro surrealista ha trasformato ogni immagine in un capolavoro, giustapponendo arte e moda, sesso e violenza, glamour e orrore.

GoPro – Un fotogramma di successo e controtendenza

Ogni estate regala mode in fatto di mete di villeggiatura, abiti e cocktail. Negli anni dieci ciò accade anche per la tecnologia. Si è passati rapidamente dall’Iphone Apple al sistema Android s Samsung, con intervalli di bracciali per l’equilibrio alla spasmodica moda delle reflex. A segnare il mercato e porre sulla via tracciata da RedBull una distinzione composta nell’utilizzatore dell’oggetto o bevanda vi è la GoPro. GoPro è un marchio di proprietà della società californiana Woodman Labs che dal 2004 rappresenta videocamere/fotocamere “indossabili”  resistenti all’acqua e ad urti, considerate parte della fotografia d’avventura. Grazie al binomio avventura e sport estremi, uniti alla saggezza della programmazione tecnica, si è imposta nei mercati reali ed ha collezzionato appassionati anche tra i migliori creativi mondiali. L’azienda mantiene un elemento che l’accomuna alla maggior parte degli altri grandi che si sono imposti sul mercato mondiale nel ventunesimo secolo ossia l’essere californiana, precisamente di San Mateo.

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Fino a qualche tempo fa Nicholas Woodman era il signor nessun, ma a trentanove anni sta vedendo il frutto della sua intuizione e scommessa imprenditoriale. Laddove Apple e Kodak hanno fallito, Nicholas Woodman ha trovato la sua eldorado, poichè GoPro è figlia della tecnologia QuickTake 100, la prima fotocamera digitale di massa, sbarcata sul mercato nel 1994 la cui potenza d’incisione nei mercati è stata gettata alle ortiche da Apple e, soprattutto, Kodak. Quel che pone in rislato al momento il successo GoPro in questa analisi, non sono le sconvolgenti vendite o il dato tecnico, ma la sua entrata nel mercato azionario del Nasdaq. Nasdaq e IPO che equivalgono alla pratica di uno sport estremo.

Per IPO  (initial public offering)s’intende l’offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Le offerte pubbliche iniziali sono promosse generalmente da un’impresa il cui capitale è posseduto da uno o più imprenditori, o da un ristretto gruppo di azionisti, i quali decidono di aprirsi ad un pubblico di investitori più ampio contestualmente alla quotazione in Borsa e al valore che viene dato alle singole azioni. Era dalla quotazione di Duracell nel 1991 che non si vedeva un record di adesioni all’IPO di questo tipo. Rispetto agli obiettivi iniziali la società di San Mateo sembra aver preso, parafrando il linguaggio del Surf, l’onda giusta.  Tant’è che cavalcando l’onda del mercato azionario, nell’indice tecnologico più importante al mondo, il titolo ha aperto a 28,65 dollari per azione, in rialzo superiore al 20% rispetto al prezzo di collocamento, fissato a 24 dollari per azione. Ventiquattro dollari che rappresentano il valore più alto della forchetta prevista tra 21 e 24 dollari. E non solo poichè le quotazioni sono aumentate fino a toccare il prezzo di ben 32 dollari per azione, per poi ridiscendere a quota 30. Complessivamente  la società californiana appartenuta a quel che un tempo era il signor nussuno ossia Nicholas Woodman, ha venduto 17,8 milioni di azioni GoPro, con una raccolta pari a 427 milioni di dollari ma sopratutto una valutazione iniziale della società nell’ordine dei 3 miliardi di dollari che, secondo alcuni fondi d’investimento, arriverà a 3,6 miliardi di dollari. Il tutto all’interno di un solido attivo societario, in controtendenza agli altri grandi che vedono perdite colossali.

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La borsa sarà uno sport estremo, ma il signor nessuno Nicholas Woodman pare avercela fata. D’altronde non serve seguire i trend del momento per ottenere successo e serenità. La GoPro è la storia che nel momento di massima inflessione delle telecamere digitali, con un mercato che ha accantonato una tecnologia gettata quale la QuickTake 100 che si decide di utilizzare, nella specificazione di un segmento di fotografia preciso si trova la chiave del successo. Insomma, a esser “bastiancontrari” si vince. GoPro, un fotogramma di successo e controtendenza.