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Surrealismo, passione e moda: le foto di Guy Bourdin

Guy Bourdin, uno dei più influenti fotografi di moda di tutti i tempi è stata una fonte di ispirazione fin da quando ha iniziato a pubblicare le sue opere cariche di erotismo ma altrettanto dirompenti per il mondo intero. Bourdin aveva un approccio diverso; le sue immagini, che non riflettevano la moda in sé, ma rappresentavano la fantasia, hanno incuriosito e sedotto il suo pubblico.

Guy Bourdin -Vogue
Guy Bourdin -Vogue

 

Bourdin era meglio conosciuto per il suo lavoro editoriale per Vogue Francia e le sue pubblicità per Charles Jourdan, negli anni settanta.  Ha rivoluzionato la fotografia di quel periodo attraverso illustrazioni suggestive che creavano storie inquietanti e distorte. I suoi modelli quando mostravano il volto si presentavano senza vita e con espressioni rabbiose, ha giocato con la falsità intrinseca dell’immagine di moda, esagerando la sua finzione ancora di più con superfici lucide, e pose platiche di ispirazione surrealista.

Serge Lutens, il suo stilista creativo di un tempo, ha riassunto il suo lavoro così: “. Ciò che Guy ha creato è stato condurre la propria psicoanalisi in Vogue”.

Guy Bourdin – Pentax Calendar 1980

Nel 1954 ha presentato i suoi lavori fotografici alla scrivania di Edmonde Charles-Roux, assistente del direttore di Vogue Francia e subito ottenne il suo primo incarico per la rivista.Una delle sue prime foto per la rivista mostra una modella in posa in haute couture sotto a teste di vacche macellate. E ‘questa l’immagine che ha segnato la sua firma stilistica come artista.

Vogue Francia - 1954
Vogue Francia – 1954

Bourdin era una figura notoriamente oscura ed eccentrica. Nato a Parigi nel 1928, fu presto abbandonato da sua madre, e suo padre lo mandò a vivere con la nonna paterna in Normandia e Parigi. Alcuni sostengono che Bourdin vide sua madre solo una volta : una pallida ed elegante donna dai capelli rossi.

“Guy non perdonò mai la madre per averlo abbandonato. Era duro con le donne “, affermava il fratellastro Michel.

Nelle sue foto, ha ricreato lo stesso archetipo di donna dai capelli rossi, fotografata in spazi angusti, camere d’albergo o squallidi bagni, così come in paesaggi desolati.

La sua è una relazione complicata con le donne che ha inizio con l’abbandono della madre e termina con i suicidi delle sue donne storiche. La figura della donna vista da Guy Bourdin è sfuggente e resta spesso in penombra.  Il New York Times Magazine ha notato nel 2003 che: l’abbandono era diventato un filo conduttore personale e professionale.

Guy Bourdin – 1975

I suoi scatti eccentrici divennero presto una leggenda dell’industria. Ha chiesto, e ottenuto, senza precedenti, il controllo editoriale sul suo lavoro. Piuttosto che presentare a Vogue una serie di scatti per ogni assegnazione, “Guy ci ha portato una foto, solo quella,” ha detto Francine Crescent, che era capo redattore della rivista.

Ha spesso cercato di piegare la natura alla sua volontà, ha sottoposto i suoi modelli ad elaborate configurazioni e pose pericolose. In molti sono stati entusiasti di lavorare con lui, tutti coloro che non lo hanno mai definito un sadico.

Guy Bourdin , pubblicità per Charles Jourdan , 1979
Guy Bourdin , pubblicità per Charles Jourdan , 1979

Verso la fine del 1980, il lavoro di Bourdin ha cominciato a cadere in disgrazia, quindi seguirono problemi finanziari. Sempre più solo e malato, ha cominciato a svanire dalla scena pubblica. Ha rifiutato categoricamente qualsiasi offerta per vendere, pubblicare o esporre il suo lavoro.

Morì di cancro nel 1991, quando ormai la sua fama lo aveva abbandonato tanto che il suo necrologio sul New York Times era inesatto. Eppure la sua fotografia è stata riscoperta dalle successive generazioni ed ha finito per influenzare numerosi fotografi contemporanei.

Sadico o geniale?
Credo vada associato con entrambi. Il suo lavoro surrealista ha trasformato ogni immagine in un capolavoro, giustapponendo arte e moda, sesso e violenza, glamour e orrore.

GoPro – Un fotogramma di successo e controtendenza

Ogni estate regala mode in fatto di mete di villeggiatura, abiti e cocktail. Negli anni dieci ciò accade anche per la tecnologia. Si è passati rapidamente dall’Iphone Apple al sistema Android s Samsung, con intervalli di bracciali per l’equilibrio alla spasmodica moda delle reflex. A segnare il mercato e porre sulla via tracciata da RedBull una distinzione composta nell’utilizzatore dell’oggetto o bevanda vi è la GoPro. GoPro è un marchio di proprietà della società californiana Woodman Labs che dal 2004 rappresenta videocamere/fotocamere “indossabili”  resistenti all’acqua e ad urti, considerate parte della fotografia d’avventura. Grazie al binomio avventura e sport estremi, uniti alla saggezza della programmazione tecnica, si è imposta nei mercati reali ed ha collezzionato appassionati anche tra i migliori creativi mondiali. L’azienda mantiene un elemento che l’accomuna alla maggior parte degli altri grandi che si sono imposti sul mercato mondiale nel ventunesimo secolo ossia l’essere californiana, precisamente di San Mateo.

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Fino a qualche tempo fa Nicholas Woodman era il signor nessun, ma a trentanove anni sta vedendo il frutto della sua intuizione e scommessa imprenditoriale. Laddove Apple e Kodak hanno fallito, Nicholas Woodman ha trovato la sua eldorado, poichè GoPro è figlia della tecnologia QuickTake 100, la prima fotocamera digitale di massa, sbarcata sul mercato nel 1994 la cui potenza d’incisione nei mercati è stata gettata alle ortiche da Apple e, soprattutto, Kodak. Quel che pone in rislato al momento il successo GoPro in questa analisi, non sono le sconvolgenti vendite o il dato tecnico, ma la sua entrata nel mercato azionario del Nasdaq. Nasdaq e IPO che equivalgono alla pratica di uno sport estremo.

Per IPO  (initial public offering)s’intende l’offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Le offerte pubbliche iniziali sono promosse generalmente da un’impresa il cui capitale è posseduto da uno o più imprenditori, o da un ristretto gruppo di azionisti, i quali decidono di aprirsi ad un pubblico di investitori più ampio contestualmente alla quotazione in Borsa e al valore che viene dato alle singole azioni. Era dalla quotazione di Duracell nel 1991 che non si vedeva un record di adesioni all’IPO di questo tipo. Rispetto agli obiettivi iniziali la società di San Mateo sembra aver preso, parafrando il linguaggio del Surf, l’onda giusta.  Tant’è che cavalcando l’onda del mercato azionario, nell’indice tecnologico più importante al mondo, il titolo ha aperto a 28,65 dollari per azione, in rialzo superiore al 20% rispetto al prezzo di collocamento, fissato a 24 dollari per azione. Ventiquattro dollari che rappresentano il valore più alto della forchetta prevista tra 21 e 24 dollari. E non solo poichè le quotazioni sono aumentate fino a toccare il prezzo di ben 32 dollari per azione, per poi ridiscendere a quota 30. Complessivamente  la società californiana appartenuta a quel che un tempo era il signor nussuno ossia Nicholas Woodman, ha venduto 17,8 milioni di azioni GoPro, con una raccolta pari a 427 milioni di dollari ma sopratutto una valutazione iniziale della società nell’ordine dei 3 miliardi di dollari che, secondo alcuni fondi d’investimento, arriverà a 3,6 miliardi di dollari. Il tutto all’interno di un solido attivo societario, in controtendenza agli altri grandi che vedono perdite colossali.

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La borsa sarà uno sport estremo, ma il signor nessuno Nicholas Woodman pare avercela fata. D’altronde non serve seguire i trend del momento per ottenere successo e serenità. La GoPro è la storia che nel momento di massima inflessione delle telecamere digitali, con un mercato che ha accantonato una tecnologia gettata quale la QuickTake 100 che si decide di utilizzare, nella specificazione di un segmento di fotografia preciso si trova la chiave del successo. Insomma, a esser “bastiancontrari” si vince. GoPro, un fotogramma di successo e controtendenza. 

Lanting: un viaggio nel tempo e nella natura

“Nature is my muse and it’s my passion”

Una frase semplice, diretta, concisa, che vuole esprimere chiaramente tutto l’amore di un uomo per la natura e per le sue sfaccettature, i suoi colori, i suoi odori, gli scenari e soprattutto i suoi doni. Quest’uomo è Frans Lanting. Nato a Rotterdam, studiò economia in Olanda per poi trasferirsi in America a continuare gli studi. Sarà qui che comincerà a fotografare la natura, a vivere di essa, senza più voltarsi indietro (per fortuna).

Lava river, Hawaii Volcanoes National Park, Hawaii
Lava river, Hawaii Volcanoes National Park, Hawaii

Il suo lavoro lo ha portato agli estremi del mondo, dalla giungla Amazzonica fino all’Antartide. La caparbietà e la predilezione per ciò che ama lo ha portato a fare degli scatti che resteranno nella storia della fotografia. In uno dei suoi primi viaggi in Madagascar riportò scatti strabilianti dell’isola e della vita al di fuori dell’uomo; lo stesso vale per i suoi lavori nel Nord Atlantico, nel Borneo, in Zambia e così via. L’amore e la salvaguardia della natura e della sua purezza, questo il suo sogno, la sua via.

Iceberg, Weddell Sea, Antarctica
Iceberg, Weddell Sea, Antarctica

L’abilità nel riprendere gli animali nei loro atteggiamenti più naturali è strabiliante ed è forse una delle sue migliori qualità. Egli vuole portare l’animale a dialogare con l’osservatore, estrapolandolo dalla sua semplice forma selvaggia. Cerca i sentimenti, le emozioni così da portarle a noi e farcele sentire, immaginare, toccare. «Mr. Lanting’s photographs take creatures that have become ordinary and transform them into haunting new visions», scrive il biologo Dr. George Schaller del The New York Times. La determinazione con cui persegue i suoi obiettivi è impressionante, basti pensare che rimase in Amazzonia per settimane alla ricerca dello scatto perfetto di alcuni rari pappagalli locali. Intere settimane per catturare un semplice attimo, un istante; un momento che racconta tuttavia una storia, una vita…

Cougar male, Puma concolor, Belize
Cougar male, Puma concolor, Belize

In uno dei suoi più recenti lavori in Namibia ha immortalato immagini e scenari che solo un attento studio della luce, delle prospettive, un accuratissimo controllo del “taglio” dell’immagine e una grandissima dedizione alla fotografia possono giustificare. Questa sua abilità viene inoltre messa a disposizione di tutti, dal momento che organizza frequentemente viaggi alla riscoperta della natura selvaggia a cui si può facilmente partecipare, così da vivere un esperienza che difficilmente si può dimenticare come scrive Kristy Walkeruna ragazza di Austin: «Experiencing the Galápagos with you both is something I will treasure forever».

Dead camelthorn trees, Acacia erioloba, Dead Vlei, Sossusvlei, Namib-Naukluft National Park, Namibia
Dead camelthorn trees, Acacia erioloba, Dead Vlei, Sossusvlei, Namib-Naukluft National Park, Namibia

Dal 2006 è impegnato con un progetto decisamente ambizioso, “LIFE:  A Journey Through Time”. L’idea di Lanting, che si è imbarcato in questa impresa con l’aiuto della moglie e del collaboratore Chris Eckstrom, era quella di dare una propria idea, una propria interpretazione alla storia della terra, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Il progetto consta di un book fotografico consultabile su un sito internet creato ad hoc, ed è accompagnato da una splendida colonna sonora composta dal maestro Philip Glass. Gli scatti raccolti in questo book sono stati immortalati dal fotografo in diversi anni e lo sforzo per riuscire in un opera del genere sono stati impressionanti. Il risultato tuttavia è assolutamente spettacolare.

Toco toucan face, Ramphastos toco, Pantanal, Brazil
Toco toucan face, Ramphastos toco, Pantanal, Brazil

Ufficialmente riconosciuto come uno dei maggiori esponenti della fotografia naturalistica, il fotografo Olandese ha una predilezione per fare scatti molto ravvicinati dei suoi soggetti, non essendo interessato a tutto l’animale, ma ai suoi particolari. Maestro del colore, vuole riportarlo esattamente come si vedrebbe ad occhio nudo. Gli occhi infine: come si capisce bene da un suo intero lavoro sviluppato su di essi, questi sono la parte del corpo che maggiormente fotografa Lanting. Grandi zoommate sul volto delle creature per riuscire a catturarne la vera essenza. «No one turns animals into art more completely than FransLanting» scrive uno scrittore del “New Yorker”.

Stromatolites at dawn, Shark Bay, Western Australia
Stromatolites at dawn, Shark Bay, Western Australia

Un uomo che ha completamente dedicato la sua vita ad inseguire i suoi sogni e le sue passioni. Dice di lui Thomas Kennedy, former director della fotografia al National Geographic: «He has the mind of a scientist, the heart of a hunter, and the eyes of a poet».

Primi passi nella fotografia: parte 1 (sensibilità ISO-tempo-diaframma)

“La fotografia è probabilmente fra tutte le forme d’arte la più accessibile e la più gratificante. Può registrare volti o avvenimenti oppure narrare una storia. Può sorprendere, divertire ed educare. Può cogliere, e comunicare, emozioni e documentare qualsiasi dettaglio con rapidità e precisione.”

VITTORIO SOTTO LA NEVE
VITTORIO SOTTO LA NEVE – Raimondo Jereb

Le parole del fotografo britannico John Hedgecoe descrivono perfettamente l’amore per questa forma d’arte e la sua massificazione e commercializzazione di questi ultimi anni.  Quante volte camminando per le strade si vedono in giro bande di turisti cariche di macchine fotografiche? Quante volte passeggiando per i parchi ci sono gruppi di ragazzi con svariati tipi di fotocamere che ritraggono la natura o altro? Quante volte semplicemente ci sono persone che immortalano qualsiasi cosa gli passi davanti con il cellulare? Ci troviamo in un periodo storico dove cercare di esprimere la propria individualità ed il proprio carattere è la priorità, per emergere così da questo mondo omologato, ripetitivo, e noioso; apparire prima di essere. Per questi ed altri motivi, schiere di giovani si immergono nel mondo della fotografia cercando di imprimere nelle proprie foto la loro essenza, le loro emozioni. Ma quanti di questi sanno veramente fare fotografia?

“Hai fatto una foto in bianco e nero di una sedia da giardino con la sua ombra e l’hai sviluppata in farmacia, allora sei maledetta e intellettuale!” (Stewe Griffin)

Come qualsiasi forma d’arte anche la fotografia, oltre alla fortuna del momento, necessita di una certa dose di tecnica che troppe volte viene trascurata. Questo non vuol dire fare foto in analogico, sviluppare in camere oscure, utilizzare esposimetri, ma semplicemente cercare di essere un po’ più accorti ed imparare il funzionamento dei tanti comandi presenti nella fotocamera. Ma cominciamo dal principio…

Come prima cosa ovviamente bisogna mettere la modalità in manuale così da avere piena padronanza dell’oggetto; niente viene lasciato al caso. Di primaria importanza è capire il rapporto che c’è tra la sensibilità del sensore (ISO), l’ apertura del diaframma e il tempo di scatto. Quest’ultimo è il più facile da utilizzare. Viene espresso in frazioni di secondo per tempi molto brevi e va da un tempo illimitato (“B” bulb) a scatti velocissimi come 1/8000 s.

ghiera impostata su manuale
ghiera impostata su manuale

Questa impostazione influisce sulla luce, e soprattutto sul movimento. L’apertura del diaframma è strettamente legata al tempo di scatto ed indica la grandezza dell’apertura attraverso la quale passa la luce nell’obbiettivo. Questa funzione oltre a filtrare la quantità luminosa all’ interno della fotocamera serve anche per allungare o diminuire la profondità di fuoco in uno scatto.

tempo impostato a 1/100 S
tempo impostato a 1/100 S

Per quanto concerne la luminosità della foto, e per avere dunque una foto ben esposta (esposizione = intensità luminosa × tempo), è necessario comprendere che le due caratteristiche di cui sopra (il diaframma e tempo) vanno intese come inversamente proporzionali: all’aumentare dell’una, e diminuendo l’altra (e viceversa) il valore resta stabile. Nel prossimo articolo verrà approfondito questo concetto e queste due tematiche.

diaframma con apertura f/18
diaframma con apertura f/18

Vediamo ora la sensibilità o velocità della pellicola (o sensore).

tasto ISO e valore (200)
tasto ISO e valore (200)

Questa impostazione indica la sensibilità alla luce del sensore. Questo vuol dire che con una pellicola con basso valore di sensibilità (ISO) ci vorrà un tempo di esposizione maggiore. Possiamo quindi dire che la velocità del sensore sia inversamente proporzionale al valore di esposizione. Si parlerà quindi di pellicola lenta o veloce a seconda del valore corrispondente; da 25 a 100 ISO è detta lenta, da 100 a 500 media o moderata e da oltre 500 rapida. Quando viene utilizzata una sensibilità rapida si rischia di incappare nel rumore.

Per le pellicole la rapidità, e di conseguenza questo problema, è dettata dalla consistenza della pellicola stessa e dalla sua granulosità (ovvero dalla dimensione dei grani di nitrato d’argento dell’emulsione); quindi a pellicole lente corrispondono grane più fini. Per le fotocamere digitali il discorso è più complesso. Cercando di semplificare il più possibile, il rumore insorge nel momento in cui alle informazioni del sensore, sottoposto ad una sensibilità molto elevata, si sovrappongono altre informazioni indesiderate, scorrete ed estranee. Per foto notturne quindi, dove il valore di esposizione sarà sicuramente minore, bisogna fare attenzione a trovare il giusto valore ISO.

ISO 200
ISO 200
ISO 800
ISO 800
ISO 3200
ISO 3200

Come si può vedere da questi esempi, aumentando il valore ISO e diminuendo il valore della esposizione in modo tale da non cambiare l’illuminazione, si crea un effetto pixel (rumore), ben visibile nel cielo, che rende la foto molto meno limpida; oltretutto i colori perdono drasticamente di vividezza e il contrasto diminuisce.

PONTE SUL NULLA
PONTE SUL NULLA – Raimondo Jereb

La fotografia è arte, è espressione, è idea, ma senza una buona base non si può creare emozione.

Viaggio intorno a Steve McCurry

“What is important to my work is the individual picture. I photograph stories on assignment, and of course they have to be put together coherently. But what matters most is that each picture stands on its own, with its own place and feeling.”

Queste le parole di una delle figure più importanti della fotografia contemporanea nel mondo, Steve McCurry. Il reporter di Philadephia è sulla scena fotografica internazionale ormai da anni, grazie ai suoi scatti volti alla ricerca della vera essenza delle persone e dei luoghi che immortala.

FISHERMEN AT WELIGAMA
FISHERMEN AT WELIGAMA

Ogni persona porta con sé un bagaglio, un racconto, un’evoluzione del proprio io, ed il fotografo americano vuole estrapolare tutto ciò, vuole renderli tangibili e portarli all’uomo, alla collettività. Ma come fare? Quando era un giovane fotografo freelance ancora acerbo e povero di esperienza, fece un viaggio in India, affamato di avventura e curioso di un mondo così vasto e pieno di colori, storie, profumi, sfaccettature. Fu lì che capì la sua propensione per “aspettare la vita”, per scavare nell’anima dell’uomo alla ricerca della sua essenza, del suo io, comprendendo che solo aspettando, le persone si “dimenticano” della macchina fotografica e si lasciano andare alla spontaneità, a loro stesse, alle emozioni del momento; emozioni… la forza, la stanchezza, la gioia, la rabbia, la determinazione; ed è proprio questo che traspare da uno degli scatti più famosi nella storia stessa della fotografia, “La ragazza afgana”.

LA RAGAZZA AFGANA
LA RAGAZZA AFGANA

«Lo sguardo della ragazza afgana ha fatto breccia nell’inconscio collettivo e ha lasciato basito un mondo occidentale disattento», queste le parole di Robert Draper. Scatto conosciuto anche come “la foto di copertina di giugno 1985” del National Geographic, è considerata la foto più conosciuta dai curatori della rivista stessa. Gli occhi di questa giovane ragazza hanno stregato ed ipnotizzato per anni l’osservatore che vede in essi una potenza ed una forza fuori dal comune. Nel 2002 McCurry decise di intraprendere un viaggio alla ricerca della donna per riprenderla nuovamente su pellicola dopo ben 17 anni. La trovò, il suo nome Sharbat Gula. La pelle era segnata, la sua storia aveva segnato il suo viso più del necessario ma il suo sguardo era ancora lì. La forza, la determinazione tuttavia si erano affievolite per lasciare spazio ad uno sguardo più freddo, distaccato, quasi schivo, sintomo di una vita quanto meno difficile, di un “io” provato da tempo.

RED BOY
RED BOY

Ma McCurry è anche colore, geometria e soprattutto luce. La sua morbidezza, la forza, l’angolazione, il taglio, sono tutte caratteristiche che il fotografo riesce a controllare ed a catturare con una naturalezza ed un’abilità fuori dal comune. Per tutti questi motivi McCurry è considerato uno dei più grandi fotografi del nostro tempo, e proprio per questo nel 2010 Estaman Kodak gli affidò l’ultimo rullino della pellicola Kodachrome. Trentasei scatti con cui raccontare e chiudere un viaggio lungo quasi ottant’anni che ha segnato l’età d’oro della fotografia, con i suoi viaggi ed i suoi eroi. Perché è questo che sono stati i fotografi del ‘900, eroi.

CAMELS AND OIL FIELDS
CAMELS AND OIL FIELDS

Spedizioni tra i ghiacci, nella giungla inesplorata e soprattutto sul campo di battaglia. Questo fu tristemente il vero trampolino di lancio dell’americano. In Afghanistan attraversò il confine dal Pakistan entrando nel territorio controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa con abiti civili, e rientrò in patria con scatti e pellicole cucite sotto i vestiti. Questi scatti portarono alla luce la realtà del conflitto di cui prima si avevano solo vuote parole.

McCurry

Nel 2011 in occasione della ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia, girò per il territorio per tirar fuori tutto ciò che di bello e poetico è ancora presente nel “bel paese”. Ispirato dei canali di Venezia, dal popolo dell’Umbria, dal silenzio e dalla solitudine del cimitero del Verano a Roma, dai borghi della Sicilia, egli afferma «L’Italia sprigiona senso dello stile e del design. Anche negli angoli più dimenticati e nascosti del paese ci si imbatte in quantità massicce di eleganza e poesia, nell’architettura, nell’arte. […] Se dovessi consigliare un posto da visitare nel mondo non esiterei: è l’Italia».

RUNNING AT SUNSET
RUNNING AT SUNSET

L’uomo, l’antropologo, l’avventuriero, e solo infine il fotografo; questo è Steve McCurry.

La bella Arte Industriale

Théodore Maurisset - Daguerreotypomania (1839)
Théodore Maurisset – Daguerreotypomania (1839)

La nascita della fotografia ha una storia ormai nota, dalle sue primissime origini nella camera obscura di Giambattista della Porta ai perfezionamenti apportati da Daguerre, all’invenzione del negativo da parte di Henry Fox Tablot.

Vorrei invece raccontare di come la fotografia si sia diffusa in contrapposizione con la pittura, in quanto era stata definita”Arte industriale” nata in seguito alla rivoluzione in uno scenario culturale del tutto nuovo. In questa storia ci fu un personaggio che diede una svolta decisiva: Francois Dominique Arago, fisico accademico di Francia comunicava ufficialmente il 6 Gennaio 1839 una nuova scoperta: l’uso universale di un nuovo procedimento per assicurare la permanenza delle immagini che si formavano sul punto focale di una camera oscura.

La fotografia nasce davvero solo nel momento in cui il pensiero scientifico ne garantisce i fondamenti e ne vengono delineati i caratteri e la collocazione sociale. All’interno di questa nuova tecnica di rappresentazione è implicita una capacità di indagine del reale che nessuna arte grafica avrebbe potuto mai raggiungere ” dunque la fotografia diventerà uno strumento indispensabile per artisti e disegnatori” affermava Arago. Era uno strumento alla portata di tutti, si pensi che Daguerre aveva infatti rifiutato il brevetto d’invenzione consapevole che il suo metodo aveva il merito di essere economico, facile, e “di poter essere impiegato in ogni luogo dai viaggiatori”.

La fotografia nasce con uno sviluppo universale e popolare, ma allo stesso tempo il suo impiego la proietta verso una raffinata strumentalità. Lo sguardo fotografico iniziava ad avere il primato sulla rappresentazione pittorica, allo stesso modo però proclama la massificazione di quello stesso sguardo ed un impiego indifferenziato nei campi più svariati. Arte industriale e di massa, capace di fare di chiunque un artista, si imponeva nella società come un puro valore documentario, troppo reale per un’opera d’arte.

Alessandro Zonfrilli
Alessandro Zonfrilli

Tuttavia pochi decenni dopo si aprì un’intera stagione artistica e letteraria che sognò di emulare la stessa fredda indifferenza dell’obiettivo fotografico. I pittori presero l’abitudine di ritrarre i loro soggetti a partire dalle fotografie poichè questo nuovo strumento accanto alla sua assoluta oggettività consentiva la possibilità di riprodurre gli eventi nel momento stesso in cui essi si verificavano, accelerando così la percezione del reale. Solo più tardi sarebbe affiorato con evidenza un altro carattere primario della fotografia, che avrebbe rispecchiato la natura stessa delle arti industriali, vale a dire l’egemonia della tecnica sull’opera. All’antico concetto di opera (oggetto d’arte) si è sostituito lo strumento; il rapporto tra l’operatore e l’oggetto della produzione porterà al cambiamento del concetto stesso di arte: l’autore vede ormai nell’opera solo il risultato di un processo produttivo, il divario tra autore e pubblico viene annullato poichè ora esistono i consumatori che possono avere un contatto diretto con l’opera.

Questo mutamento che partecipa della stessa natura creativa ed emotiva dell’Arte ne altera radicalmente le modalità di esecuzione e di percezione trasformando questo limite in un valore aggiunto rispetto alle opere d’arti tradizionali. Il fine rimane immutato, ma il fotografo attraverso la sua opera riesce, a differenza di uno schizzo o un dipinto, ad azzerare completamente la figura dell’autore prediligendo una identificazione con il soggetto.

Se Paul Delaroche, aveva decretato la morte della pittura davanti ai primi dagherrotipi, possiamo comprenderne le motivazioni: la fotografia è nata come nuova forma d’arte, fortemente industrializzate e di massa, prodotta in vista di una funzione d’uso , può essere luogo di forme e sensazioni al pari delle arti tradizionali. A cambiare sono i modelli progettuali, la figura dell’autore sempre più sfumata e un rapporto con il pubblico nel quale il piacere della forma scaturisce dall’uso quotidiano.

Untitled

 

http://youtu.be/PeFJlk8eOhQ

 Alessandro Zonfrilli

Eat

Forum

Forum di Herzog & de Meuron, rivisitazione e composizione astratta

 
Simone Ottaviani

Brick Lane

London

Eleonora Lattanzi