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Tag Archives: Francesco Capriani da Volterra

Piccole grandi innovazioni vignolesche

Nonostante le ridotte dimensioni, la chiesa di Sant’Andrea a Via Flaminia (dal 1550) esprime meglio di molti altri manufatti del XVI secolo le tensioni intellettuali di un’intera epoca. Infatti, la sua facies esplicita una problematica fondamentale dell’architettura ecclesiastica del periodo seguente alla frattura della riforma protestante.

Erano anni ormai che si discuteva. Come conciliare una concezione – tutto sommato pagana – che vedeva l’uomo ombelico dell’Universo con le Sacre Scritture? Come tradurre questo in edilizia sacra? In sostanza, come combinare le necessità della liturgia cristiana – ora si potrebbe dire ‘cattolica’ – che invocavano uno sviluppo longitudinale delle chiese con la concezione centralizzante che l’Umanesimo prima e il Rinascimento poi avevano introdotto nella cultura di quel tempo?

La questione era complessa. Le ricerche fino ad allora compiute avevano goduto del beneplacido di sovrani – i Papi – interessati più al governo temporale che spirituale; uomini, questi religiosi, che come Giulio II Della Rovere (1503-13) – si narrava – avessero indossato più spesso l’armatura che la papalina. Questa accondiscendenza però, purtroppo, non era durata. La dilagante eresia aveva costretto la Chiesa di Roma a rinsaldare le fila, a barricarsi dietro la sua tradizione, a rinnegare – in certi casi – le arti perché sinonimo di spreco e alienazione da quello che era lo spirito delle prime comunità di fedeli.

Come ricordava Rudolf Wittkower (1901-71):

La contestazione alla nuova interpretazione dell’architettura religiosa non doveva tardare. Carlo Borromeo, nei suoi “Instructionum Fabricae ecclesiasticae et Supellectilis ecclesiasticae Libri duo”, pubblicati verso il 1572, applicò all’edilizia sacra i decreti del concilio tridentino; a suo avviso la forma circolare era pagana e perciò raccomandava di ritornare alla “forma crucis” della croce latina.[1]

Tuttavia:

Anche fra coloro che erano incalzati dal fanatismo della Controriforma cattolica, la concezione umanistica della chiesa ideale conservò una innegabile suggestione.[2]

E prova di questo tentativo di armonizzazione la diedero soprattutto validi architetti, il cui spirito di iniziativa e volontà di ricerca aprirono la strada a nuove sperimentazione che, dopo, sfociarono nel Barocco. Jacopo Barozzi da Vignola (1507-73) fu fra questi e fu il precursore di molti altri.

Diverse furono le occasioni in cui l’artista si misurò con questo problema ma – in particolare – fu proprio qui, nella piccola chiesa di Sant’Andrea che il progettista pose le basi per una possibile soluzione dell’arcano. Nello specifico, mantenendo uno schema strutturale strettamente tradizionale (aula unica su pianta rettangolare) il bolognese reinterpretò il concetto di fondo ponendo in capo al manufatto una volta ovale la quale, poggiata su quattro pennacchi, scaricava il proprio peso avvalendosi anche di quattro arcate elevate lungo la muratura perimetrale, di cui due ribassate: una soluzione innovativa che, mantenendo gli elementi in reciproca tensione, equilibrava il desiderio di centralità alla sensazione di profondità dello spazio.

fig.01 – J. Barozzi da Vignola, Sant’Andrea a Via Flaminia, pianta e facciata.

Una ordinanza classica organizzata in maniera libera ma senza uscire dalle regole comunemente rispettate completava l’assetto, utilizzando all’occorrenza anche delle fasciature lisce come strumento di verticalizzare dell’ambiente interno.

Insomma, si trattava certamente di un progetto dalle limitate dimensioni in un contesto rurale che faceva di questo manufatto niente di più che una chiesina di campagna. Ciò nondimeno, lo spirito di modernità che il professionista seppe imporvi in virtù ragionevolmente della nobile committenza – si trattava pur sempre del Pontefice Giulio III Ciocchi del Monte (1550-55) – offrì l’opportunità per testare in piccolo un modello che, poi, avrebbe avuto grande fortuna. Basti pensare alla chiesa di San Giacomo degli Incurabili (dal 1592) realizzata da Francesco Capriani da Volterra (1535-94): un’architettura che in tutto recepì quelle intenzioni già espresse da Vignola e che fece da amplificatore a un’idea vincente successivamente sempre tenuta in considerazione.

Solo un ulteriore dettaglio vale a questo punto la pena di precisare. Se si osserva dall’esterno, la piccola chiesa di Sant’Andrea nasconde il suo contenuto di alto valore dietro semplici paramenti di laterizio a faccia-vista e uno scarno perimetro rettangolare, così come ancora accadrà in Sant’Anna dei Palafrenieri (dal 1565): un accorgimento proprio del progettista e – plausibilmente – una precisa cifra distintiva. L’esterno non anticipa mai l’interno. È qualcosa che va scoperto piano piano e il tutto va perciò investigato nella sua integrità prima di poter essere commentato; un monito – forse – ispirato dalle stesse parole del Vangelo: «Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con giusto giudizio».[3]

fig.02 – J. Barozzi da Vignola, Sant’Andrea a Via Flaminia, foto storica.

Bibliografia

W. Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, Rizzoli, Milano 2008 (1995), pp. 119-120.

R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo, Einaudi, Torino 2010 (1964).

 

[1] R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo, Einaudi, Torino 2010 (1964), p. 33.

[2] Ibidem.

[3] Giovanni 7:24