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Macron – Le Pen, una sfida per nulla scontata

All’indomani del dibattito televisivo tra i candidati alla guida dell’Eliseo Macron e Le Pen, gli esiti del ballottaggio sembrano essere sempre più un’incognita.  Se da una parte i sondaggisti danno per spacciata la Le Pen con una percentuale del 41% contro il 59% dell’avversario Macron, esiste una grande porzione del Paese che ancora non si è espressa a favore di nessuno dei due. Infatti seppure il candidato Repubblicano insieme a tutti gli altri candidati, abbia indicato al suo elettorato di votare Macron, il popolo francese non sembra essere così convinto.

Il dibattito televisivo ha visto inizialmente avvantaggiata la leader del Front National, che viene da una legislatura in opposizione, mentre Macron, attuale ex Ministro dell’Economia francese, ha dovuto subire gli attacchi al suo operato. Il duello tv non ha avuto un vero filo conduttore e le tematiche sono sembrate sostanzialmente confusionarie. La strategia di entrambi i candidati era quella di attaccare l’avversario. Macron è risultato un po’ pedante, ma ha retto bene a Marine Le Pen che lo ha definito il “candidato della globalizzazione selvaggia”, e “candidato dei poteri forti”. Macron appare freddo, meno appassionato, ma risponde bene agli attacchi sui temi economici dimostrandosi più preparato su cifre e numeri. Marine Le Pen è più vicina ai problemi reali dei francesi, più “politica”, meno “tecnica”.

 

Il dibattito integrale

I temi più importanti affrontati sono stati l’immigrazione, l’euro, l’occupazione e lotta al terrorismo. I due candidati si dimostrano profondamente diversi, e con posizioni completamente opposte in tutte le tematiche di crisi più importanti da affrontare. Di positivo per i francesi c’è che almeno per una volta non si trovano a dover scegliere tra due candidati identici, figli dello stesso sistema. I francesi hanno la possibilità di tentare il cambiamento, almeno per una volta. Difficilmente accadrà anche in Italia.

Il tocco magico della French House

La musica degli ultimi decenni, probabilmente anche del prossimo, è stata condizionata ed ispirata al mito celato della French House. Nata dalla House Music si distinse dal filone madre per l’utilizzazione di samples spesso di origine funk e disco. Altre caratteristiche fondamentali sono state l’utilizzo costante dell’effetto “filtro” delle frequenze ed il ricorso a stabs vocali, nonché il campionamento di vecchi dischi funk e disco degli anni settanta e ottanta, con una una gamma ritmica di 110-130 battiti per minuto. Se siete nati tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta i suoi interpreti principali hanno sicuramente segnato i vostri ricordi e momenti.

I suoi principali rappresentanti sono stati: St Germain, Dimitri from Paris, Daft Punk, Alan Braxe, Air, Mr. Oizo, Cassius, Alex Gopher, Benjamin Diamond e Laurent Garnie. Interpreti di un suono mondiale che nella sua seconda generazione vede mantenere alta l’influenza transaplina sui suoni del futuro di: Lifelike, Justice, C2C, Kavinsky, Breakbot, M83 e Gesaffelstein. M83 che in pochi anni hanno rivoluzionato le tendenze e l’orientamento planetario della composizione musicale, come solo la Bristol di fine anni ottanta riuscì.
Come ogni filone musicale d’ispirazione globale la French House, termine nato solo a fine anni novanta grazie ai veejay di MTV Uk, prese vita in una precisa data e durante un atto di celebrazione popolare, che nel mondo post-industriale vede le sue cattedrali nei club. E’ infatti nel giugno 1987, quando il fotografo delle notti parigine Jean-Claude Lagrèze, un personaggio a metà tra Barillari e D’Agostino, produce e organizza French touch al Le Palace, facendo scoprire alla capitale della nazione francese la musica house e con essa Laurent Garnier, Guillaume la Tortue e David Guetta.
L’espressione French Touch, amalgamandosi e plasmando l’intero orientamento artistico di Parigi, fu ripresa nel 1991 sul retro di una giacca creata nel 1991 da Éric Morand per la F Communications e portando l’iscrizione « We Give a French Touch to House ». Era un leitmotiv che si sarebbe imposto per decenni sulla musica house e non solo nel mondo. Infatti, da lì l’esplosione prima dei Daft Punk e poi di Cassius, Modjo e Bob Sinclair fanno segnato ogni qual tipo di produzione house nel mondo.
Le influenze che ne hanno dettato lo sviluppo appartengono alla Space Disco al genere P Funk e infine al genio di Thomas Bangalter, che a mio personale giudizio può esser considerato il più importante francese degli ultimi trent’anni.
Qui di seguito la TOP 10 della French House di Polinice:
1. St Germain – Sentimental Mood
2. Motorbass – Ezio
3. Air – Moon Safari
4. Cheek – Venus (Sunshine People) (DJ Gregory remix)
5. Fantom – Faithful
6. Phoenix – Heatwave
7. Pete Heller – Big Love
8. Gotan Project – La revancha del tango
9. Alan Braxe and Fred Falke – Intro
10. Daft Punk – Human After All / Together / One More Time (reprise) / Music Sounds Better With You

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Paul Pogba: Il galletto dalle uova d’oro

“Lui è come un Van Gogh: chi lo sa quanto vale?
Dipende da quanti soldi ha in tasca chi vuol comprarlo”

Mino Raiola alla Gazzetta dello Sport parlando di Paul Pogba

Benché giovanissimo, Pogba è già uno dei giocatori più iconici e influenti di questa generazione calcistica. Tutti sanno che il campioncino della Juventus è nell’occhio del ciclone chiamato calciomercato ma la verità è che esiste una realtà, meno esposta ai riflettori, in cui il nome di Pogba è ancora più discusso: quella delle sponsorizzazioni.
Ultimamente si sta discutendo molto del fatto che il fuoriclasse francese non possegga un contratto di sponsorizzazione tecnica ufficiale ma la verità è che dietro c’è molto più di un paio di scarpini, ecco perché la sua decisione in merito potrebbe spostare gli equilibri più di quanto possa sembrare.

UNICO NEL SUO GENERE

Quando vieni riconosciuto come un talento unico e irripetibile dall’età di tredici anni, la tua vita non può essere normale. Tra trasferimenti, polemiche, traslochi, l’impatto con nuove lingue e nuove culture, la vita non è facile, ma se l’obiettivo è quello di diventare il calciatore migliore sul pianeta, sono esperienze che si mettono in preventivo. Dal Roissy-en-Brie al Torcy la strada è cortissima, da quest’ultima al Le Havre è altrettanto corta ma dalla Normandia al Manchester United il viaggio comincia ad essere lungo e impegnativo. I talenti unici sono anche i più particolari, ecco perché Pogba, dopo un solo anno in prima squadra, decide di voltare le spalle un’icona del livello di Sir Alex Ferguson e svincolarsi per poter trovare una squadra in cui giocare con costanza. Alla porta bussa la Juventus, ed è subito amore. In due anni e mezzo Paul diventa l’idolo dei tifosi, la stella di una squadra in grado di vincere due scudetti e due Supercoppe Italiane consecutive. Al tempo stesso, con la maglia della sua nazionale, vince un titolo Mondiale Under-20 e partecipa al Campionato del Mondo 2014 in Brasile vincendo anche il premio di Miglior Giovane della competizione. Come ciliegina sulla torta viene anche inserito tra i ventitre finalisti per la vittoria dell’ultimo Pallone d’Oro. Ovviamente tutti questi risultati gli permettono di far volare alle stelle il proprio valore di mercato, cosa che lo porta a firmare un prolungamento contrattuale con la Juventus dal valore di 4 milioni annui più bonus fino al 2019.

Penso sia cosa comune di ogni bar (almeno dalle mie parti è così) sentire gente più o meno anziana che commenta gli avvenimenti calcistici in modo più o meno approfondito. Bene o male si finisce sempre per sentire, nel rispettivo dialetto, la frase “che bella vita, un ragazzo così giovane che guadagna tutti questi soldi per giocare al pallone”. C’è da dire che Pogba di soldi potrebbe guadagnarne molti di più. E quando dico molti, intendo più del doppio di quello che già guadagna ora con il solo ingaggio. Pogba infatti rappresenta un caso piuttosto raro: non possiede alcuna sponsorizzazione tecnica. Nessuna tra Nike, adidas, Umbro, PUMA, Under Armour, New Balance e chi più ne ha, più ne metta lo paga per indossare il proprio materiale tecnico, cosa pressoché unica considerando la fama e il ritorno economico che un giocatore del suo livello permette di avere.

Pogba, in giovane età, aveva un contratto con Nike, cosa abbastanza comune quando si cresce nelle giovani del Manchester United, squadra che possiede il brand americano come sponsor tecnico, ma recentemente il suo contratto è scaduto e così, come fece con il Manchester, ha deciso di restare svincolato per ponderare la prossima mossa in attesa della sua prima vera firma importante con un’azienda. Anche questa, come quella di abbandonare i Red Devils, è una scelta rischiosa che praticamente nessuno avrebbe fatto.

LA NUOVA ERA DEL MERCHANDISING

Le grandi aziende hanno sempre influenzato il mondo del calcio, specie nell’immaginario di chi ha seguito questo sport a trecentosessanta gradi a cavallo tra anni novanta e anni duemila. Chi non ricorda lo spot di Nike con Maldini e Cantona mentre cercano di battere una squadra di demoni al Colosseo? E chi non ha sognato di giocare una partita come quella di Josè e del suo amico nello spot di adidas per il Mondiale 2006 (spot che si ispirava al videogame Fifa Street)? E chi non ha speso ore e ore a ricreare (ovviamente senza successo) il gol di Henry nella serie di spot Nike Joga Bonito? Nelle mie zone, per i ragazzi della mia età, questa serie di spot Nike fu così influente da dare vita a una realtà parallela in cui il tentativo di eseguire “numeri” e trick col pallone prendeva proprio il nome di Joga Bonito. Non so se i ragazzi delle mie zone fossero particolarmente influenzabili ma ricordo vivamente che quando ci si sfidava 2 vs 2 o 3 vs 3 senza le rimesse laterali e di fondo si diceva direttamente che si stava giocando “alla gabbia”, quella dello spot Nike del 2002.

Ora che è chiaro quanto gli spot influiscano sulla cultura popolare, la decisione di Pogba prende ancora più importanza, specialmente considerando che siamo nell’era d’oro del merchandising e degli scarpini. Mai come in questo periodo i brand si sono impegnati a realizzare sempre nuovi modelli e colorazioni oltre ad addentrarsi nel mondo delle collaborazioni con altre aziende e nella creazione delle cosiddette PE (Player’s Edition), ovvero modelli realizzati appositamente per alcuni giocatori con colorazioni e dettagli esclusivi. Questa delle PE è una realtà da anni comune nel basket ma non altrettanto nel calcio. Inoltre l’era del web 2.0 ha portato alla nascita di innumerevoli siti dedicati esclusivamente al mondo degli scarpini.

Nike ad esempio si è  dimostrata all’avanguardia per l’uso di materiali innovativi e si è anche addentrata nel mondo delle PE con le Nike Mercurial SuperFly nell’edizione di Cristiano Ronaldo e nelle Nike Hypervenom “Liquid Diamond”, create appositamente per Neymar.

Gli altri brand non stanno a guardare. PUMA ad esempio si è creata un nome con scelte particolari e interessanti, specialmente quando riguardano Mario Balotelli, uno dei loro uomini di punta. L’azienda tedesca ha infatti creato una linea relativa al calcio insieme a BAPE (A Bathing Ape), il famosissimo ed esclusivo marchio giapponese di streetwear che vede proprio Balotelli come testimonial principale. A Mario sono state dedicate anche diverse PE tra cui la stupenda PUMA evoPOWER “Stampa”, una scarpa caratterizzata dall’insieme dei provocatori titoli di giornale che coinvolgono proprio Super Mario, sfoggiata per la prima volta nel derby d’andata della stagione 2013/14 tra Milan e Inter all’interno della campagna “Why Always PUMA”, motto che ricalca il celebre “Why Always Me” di Mario. Un’azione di marketing per annunciare in grande stile il passaggio di Super Mario da Nike al marchio tedesco.

Sarebbe troppo facile parlare di uno scontro dicotomico tra Nike e PUMA ma la verità è che nemmeno adidas si è tirata indietro, anzi probabilmente è il marchio che più di tutti sta pensando in grande. L’azienda tedesca delle Three Stripes, storicamente rivale di PUMA, ha infatti creato la sua seconda scarpa di sempre interamente concepita per un singolo giocatore di cui prende anche il nome: la F50 Messi FG (la prima di sempre fu una scarpa derivata dalla adidas Predator dedicata a David Beckham). Di questa scarpa abbiamo visto una grande quantità di colorazioni esclusive quali una appositamente per il Mondiale, una per il compleanno della Pulce fino ad arrivare alla più recente The Messi 10.1, scarpino i cui colori riprendono quelli della città di Rosario, terra natia del fenomeno del Barcellona.
Per dimostrare quanto adidas punti forte sul 2015, basti sapere che ha “derubato” Nike di tre dei suoi principali designers: Marc Dolce, Mark Miner e Denis Dekovic. Quest’ultimo è l’uomo che più ci interessa dato che è colui che si cela dietro la gran parte dei prodotti calcistici di Nike, comprese le Nike Magista e le Nike Mercurial SuperFly, attuali pezzi pregiati dello Swoosh. La situazione però è decisamente tesa dato che Nike avrebbe denunciato Dekovic, Dolce e Miner (ma principalmente il primo) per danni alla propria immagine per oltre dieci milioni di dollari. La causa: la creazione di un centro di design adidas a Brooklyn a nome dei tre fenomeni appena trasferitisi al brand tedesco. Ma questa è un’altra storia.

CONTRATTI E MODELLI SENZA MARCHIO

In un mondo che si fa sempre più grande, importante e di conseguenza legato a cifre sempre più importanti, importante è cercare di capire perché giocatori come Pogba possano ritrovarsi senza una sponsorizzazione.
La questione principale è la seguente: siamo nella stagione successiva al Mondiale. Praticamente ogni azienda vuole fare in modo che il proprio giocatore sfoggi i propri modelli nelle grandi competizioni internazionali, ecco perché di solito un contratto con un grande brand è solito concludersi al termine della Coppa del Mondo o della propria competizione continentale. Questo sistema è ottimo sia per i marchi così come per i giocatori dato che le prestazioni in queste competizioni sono solite cambiare completamente il valore economico di un singolo. Basti pensare all’ultima Coppa del Mondo e alle prestazioni di James Rodriguez che gli hanno consentito di arrivare al Real Madrid per una cifra astronomica così come di diventare uno dei nuovi volti principali di adidas. Al contrario le brutte prestazioni in Brasile di Pepe e la sua espulsione contro la Germania hanno convinto Nike a non rinnovare il suo contratto facendolo così firmare con Umbro.
Talvolta i giocatori sono invece soliti utilizzare modelli totalmente neri o dei custom (modelli stilisticamente modificati da artisti esterni, solitamente per renderli poco riconoscibili) semplicemente perché si trovano in mezzo a una trattativa contrattuale tra un brand e un altro, come fece ad esempio Mesut Ozil. Altri ancora approfittano di questa situazione per intraprendere un nuovo progetto, come Zlatan Ibrahimovic. La stella del PSG si trova a metà tra Nike e adidas per via di una gestione turbolenta del rinnovo contrattuale con Nike e, di conseguenza, dopo un periodo in cui ha indossato diversi modelli in base al gusto personale, ha approfittato dell’uso dei modelli senza marchio per lanciare la campagna 805 Million Names, il nuovo progetto umanitario del World Food Programme che ha proprio Ibra come testimonial. In questo progetto Ibra non fa altro che indossare una scarpa monocolore, priva di marchio, decorata solamente dal logo della campagna.
Se però in allenamento vedete giocatori dichiaratamente simbolo di alcune aziende usare scarpini totalmente neri e senza marchio non vuol dire sempre che si siano distaccati dal proprio sponsor, anzi il più delle volte stanno utilizzando dei prototipi di modelli che al momento sono in via di miglioramento e progettazione.

UOMO IMMAGINE

Detto questo, non è difficile capire perché la decisone di una figura influente come quella di Pogba possa fare la differenza. Ma c’è dell’altro.
Pogba non è solo un simbolo in Italia, in Francia e in Europa in generale ma perfino in Guinea, il paese originario della sua famiglia. Il numero 6 juventino non ha mai scordato le sue radici, i suoi fratelli Florentin e Mathias infatti giocano nella nazionale della Guinea e Paul è solito guardare le partite dei Syli Nationale per sostenere i fratelli, nei momenti belli come in quelli difficili. Tempo fa, durante la Coppa d’Africa, ha mandato diversi messaggi di incoraggiamento alla Nazionale in vista dell’importante sfida contro il Mali (pareggiata 1-1, risultato che ha permesso alla Guinea di passare il turno mediante il sorteggio) e al fratello Florentin, infortunato. Il capitano della Guinea, Kamil Zayatte, ha detto che Paul Pogba è solito parlare con la squadra che, a sua volta, lo prende come modello da seguire. Chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di passare un lungo periodo in qualche paese del centro Africa, a stretto contatto con i ragazzi del posto, sa quanto un calciatore famoso possa influenzare le ambizioni della gente locale. I brand certe cose non le sottovalutano.

Il centrocampista juventino è anche un’icona francese ma non solo per le abilità calcistiche quanto per le connessioni con la cultura hip-hop nazionale, specialmente dal punto di vista del rap. Non è segreta la sua vicinanza con alcuni rapper appartenenti all’etichetta Wati-B, il collettivo che comprende gran parte dei principali rapper e gruppi di rapper quali Dry, Sexion d’Assaut e The Shin Sekai. Black M, uno dei leader della Sexion d’Assaut, ha anche nominato Pogba per l’Ice Bucket Challenge. Questa sua vicinanza con alcuni dei più famosi rappers parigini non è da sottovalutare in quanto non solo diffonde il suo nome tra gli innumerevoli fan di questi artisti ma perché la Wati-B, anche linea di abbigliamento, è molto legata al mondo del calcio e dello sport in generale. Wati-B è stata per più di un anno sponsor del Nanterre, squadra di basket di Eurolega, e dal 2012 è uno degli sponsor principali di squadre di Ligue 1 quali Montpellier e Caen. Dawala, capo e fondatore di Wati-B, ha anche fondato l’AS Wati-B, una squadra in Mali, ed è da poco diventato presidente del Bobigny, squadra dei sobborghi parigini militante nella Division d’Honneur, la sesta divisione francese. Questa enorme rete di connessioni tra sport e rap ricopre una gigantesca importanza. La musica può arrivare dove le reti televisive che trasmettono i campionati come la Serie A e la Champions League spesso non arrivano, come ad esempio in Africa, o in generale può trasmettere il nome di Pogba ai ragazzi francofoni (inizialmente) poco interessati al meraviglioso giuoco del calcio.
Ho solo perso tempo. Basta vedere il video “Qataris” di Black M per capire l’influenza di Wati-B sul pubblico e il rapporto che la scena rap parigina ha col calcio.

L’ennesimo motivo per cui è stato uno dei giocatori scelti per la campagna pre-Mondiale dei Poupluches: la versione peluche dei giocatori più rappresentativi della nazionale francese. Il sosia morbido e coccoloso di Pogba ha tanto da essere l’unico pupazzo a non essere mai stato messo in saldo pur riuscendo a vendere più degli altri.

MESSI + ROONEY + NEYMAR = POGBA

Cercare di capire per quale azienda firmerà Pogba è impossibile. L’unico modo per saperlo è essere Mino Raiola o Pogba. La situazione è quantomeno contorta. Si vocifera di almeno cinque aziende coinvolte nella ricerca di Pogba: Nike, adidas, PUMA, Umbro e New Balance. Si dice che, indipendentemente dall’azienda con cui firmerà la stella della Juve, l’accordo si aggirerà intorno ai 5 milioni annui più bonus, impressionante cifra che inserirà il suo contratto di sponsorizzazione tecnica tra i sei più remunerativi al mondo. Un bottino che equivale alla somma dei contratti di sponsorizzazione di Messi, Neymar e Rooney.
Ogni azienda ha diversi motivi per andare all in sull’ex United, ragioni che vanno analizzate.

Prima a bussare alla porta di Raiola sarà ovviamente Nike che fino all’anno scorso è stato lo sponsor tecnico del talento francese. La volontà di Nike è ovviamente quella di assicurarsi l’ennesimo fenomeno giovane e carismatico da  affiancare a stelle del livello di Hazard e Neymar nei prossimi spot. L’incentivo di Nike sarebbe quello di avere sotto lo stesso marchio sia la Nazionale Francese che la stella della squadra stessa, elemento importantissimo per le campagne pubblicitarie d’oltralpe dal momento che i giocatori di riferimento quali Benzema e Griezmann non fanno parte del marchio dello Swoosh.

Sempre inserita nella bagarre è adidas. Il brand tedesco può puntare su molti jolly tra cui la presenza dei designer autori dei modelli che Pogba maggiormente utilizza (Nike Magista) e una nuova linea imprenditoriale molto aggressiva in ambito calcistico, come testimonia l’ultima campagna pubblicitaria “#ThereWillBeHaters”. L’home run che adidas spera di battere nel suo turno in battuta consisterebbe nell’avere sotto contratto sia Pogba che la Juventus. Dalla stagione 2015/16 la Juve, conclusosi l’accordi di 148.2 milioni in 12 anni con Nike, passerà ad adidas con un accordo da 139.5 milioni in 6 anni. In matematica sono sempre stato scarso ma non ci vuole molto per capire che il nuovo accordo frutterà alla Juve quasi 11 milioni annui in più rispetto all’accordo con Nike. Praticamente il doppio.
L’avere sotto contratto sia la Juventus che la sua stella permetterebbe al marchio tedesco di portare avanti una campagna pubblicitaria pressoché perfetta, un’azione fondamentale per cercare di aumentare il numero di maglie bianconere vendute. Al momento infatti quelle juventine sono all’ottava posizione tra le divise da gioco più vendute al mondo, le più vendute se invece consideriamo solo le squadre italiane.

E’ storicamente noto che dove c’è adidas c’è anche PUMA a dare battaglia. Il marchio teutonico è alla ricerca del nuovo grande nome da affiancare a Balotelli, Aguero, Fabregas e Falcao per lanciare le proprie iniziative. Sarebbe importante l’arrivo di un giocatore di origine africana dato che PUMA è sempre stato il marchio più attento al calcio africano: il gran numero di nazionali sponsorizzate PUMA lo dimostra, così come anche tutte le campagne basate su Eto’o e la nazionale camerunense. Voci recenti parlano di una possibile scissione tra Eto’o e PUMA, ecco perché sarebbe fondamentale un giocatore con forti influenze in Africa.
Rischia di passare sottotraccia la presenza dell’agente Mino Raiola. Mentre Ibrahimovic continua a non figurare tra i giocatori più pagati dagli sponsor (e a litigare con Nike e adidas, come detto), Balotelli, altro protetto di Raiola, da quando ha firmato con PUMA è entrato tra i tre giocatori più pagati al mondo da uno sponsor tecnico grazie ai suoi 7 milioni annui. Sembra che Raiola sappia come trattare col marchio tedesco.

La situazione più interessante di tutte è quella di New Balance. Fino a quest’anno il marchio della NB non esisteva nel mondo del calcio, panorama in cui era presente sotto il nome di Warrior Sports. New Balance si è accorta di essere un nome più prestigioso della collega americana acquistata nel 2004 e di conseguenza ha deciso di produrre il materiale calcistico sotto il proprio nome dalla prossima stagione. Una scuderia che include squadre come Liverpool, Porto, Siviglia, Stoke City e Celtic oltre a giocatori come Nasri, Kompany, Ramsey, Negredo, Fellaini, Januzaj, Cahill e Fernando. Un gruppetto mica da ridere a cui potrebbe unirsi Pogba, l’ennesimo ex Manchester di questa lista.

Last but not least è Umbro. Dopo essere stata aggregata a Nike nel 2007, Umbro è stata rilevata dal gigante americano Iconix Brand Group nel 2012, tornando così indipendente. Ora Umbro punta ad attaccare qualche figurina sul proprio album. Precedentemente infatti il roster di Umbro era ben nutrito ma, poco prima della vendita da parte di Nike a Iconix, molti calciatori promettenti come Kyle Walker e Jordan Henderson sono migrati nelle scuderie dello Swoosh. Oggettivamente un marchio che punta a essere un’autorità nel mondo del calcio non può puntare su Pepe come principali testimonial. Non a caso Umbro ha deciso di lanciare il suo ultimo spot senza la presenza di giocatori professionisti dedicandosi a noi comuni mortali come recita lo slogan #GloryForAll.

Riprendendo le citazioni di Raiola, non saprei dire se Pogba è come un’opera di Van Gogh o di Salvador Dalì, la cosa certa è che Paul è sempre stato una mosca bianca, un’esemplare unico, sia per come gioca in campo così come per le scelte compiute al suo esterno. Ovviamente il mondo delle sponsorizzazioni non fa eccezioni. Non resta che aspettare per scoprire a quale marchio faranno riferimento, tra qualche anno, i ragazzini nelle loro tipiche frasi del tipo: “Prova a fare quel numero che faceva Pogba nello spot, quello di Nike/adidas/PUMA/New Balance/Umbro”.

Francia – Charlie Hebdo, quando la guerra sbarca in Europa

Il risveglio dalle vacanze natalizie per l’Europa è stato il peggiore possibile. Uno di quei risvegli che ti catapultano all’inferno. Un inferno fatto di armi, morte, che vede la guerra nella Nazione culla e ispiratrice del moderno concetto d’Europa. Non è questione di atteggiamenti allarmistici, qui non si tratta d’insurrezionalismo o black block. Qui si tratta di guerra. Guerra non più combattuta a migliaia di chilometri da noi, ma dentro le strade delle nostre capitali.

Nella giornata del 7 Gennaio un commando ha assaltato la sede del giornale satirico francese CHARLIE HEBDO, noto per le sue vignette sull’Islam, e ha aperto il fuoco al grido di “Allah akbar”. Si tratta di due fratelli franco-algerini e di un giovane senza fissa dimora. Sono Saïd Kouachi (34), Chérif Kouachi (32) – entrambi nati a Parigi – e Hamyd Mourad (18). Tutti cittadini francesi e quindi con libertà di movimento nell’Unione Europea. In Francia lo Ius Soli è legge da decenni.

Il giornale CHARLIE HEBDO è da sempre noto per la sua irriverente spregiudicatezza. Già nel 2006 il settimanale suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. Si ricorderà come l’esposizione nel 2011 delle vignette satiriche sul Profeta Maometto da parte del Senatore italiano della Lega Nord Calderoli sulla televisione di Stato Rai provocarono l’assalto al Consolato italiano di Bengasi. La sede del settimanale fu successivamente distrutta da un incendio provocato dal lancio di una bottiglia incendiaria nel novembre 2011. L’attentato, che non provocò vittime, avvenne nel giorno in cui era stata annunciata l’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria elettorale degli islamisti in Tunisia. “Maometto direttore responsabile di Charia Hebdo”, si leggeva su un comunicato stampa che annunciava il numero, con un gioco di parole sulla legge islamica.

Charlie Hebdo riuscì a conquistare nuovamente le pagine dei giornali internazionali nel 2012, quando pubblicò nuove vignette satiriche sul profeta dell’Islam. Uno di essi raffigurava Maometto nudo, steso sul letto, che ripete la battuta cult di Brigitte Bardot al regista che la inquadra nel film Il disprezzo: ”E il sedere? Ti piace il mio sedere?”. La pubblicazione avvenne nel pieno della bufera scatenata dal film sulla vita del profeta L’innocenza dei musulmani, prodotto semi-clandestinamente negli Usa, che aveva infiammato il Medio Oriente.

 

Je suis CHARLIE HEBDO
Je suis CHARLIE HEBDO

 

Vista la sua intransigenza Charb era finito nella lista nera dei most wanted di Al Qaeda, per i “crimini commessi contro l’Islam” a causa della satira pungente del settimanale contro Maometto. La foto del direttore di Charlie Hebdo, accanto a quella di altri 9 “nemici dell’Islam“, era stata pubblicata in un vero e proprio “manifesto di morte” nel marzo del 2013 su Inspire, il magazine gestito dall’Aqap. Inspire è come se fosse il bollettino ufficiale del mondo estremista islamico.

Così, mentre il mondo intero condanna la strage nella redazione di Charlie Hebdo, ad aprire un’anomala e scomoda riflessione, cosa impossibile nel desolante panorama italiano, è stato il giornale Financial Times che da oltre Manica ha posto il problema dei limiti di buonsenso alla libertà d’espressione. Libertà d’espressione che è comunque costata la vita a dodici giornalisti e due poliziotti. Ma, i britannici hanno un approccio molto più similare alla realpolitik rispetto alla ideologizzata e  sempre accesa Francia.

In un editoriale pubblicato online il Ft ha accusato il magazine, che in passato era stato già colpito per la pubblicazione delle vignette su Maometto, di aver peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione“, si legge ancora dalle colonne del quotidiano economico britannico. Così il giornale della City, cuore economico dell’Europa, ha attaccato nelle ore di lutto e sgomento, chi ha con quelle vignette causato la reazione terroristica.

“Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, che devono essere catturati e giudicati, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocando i musulmani sono soltanto stupide”.

All’inizio dell’articolo Toby Barber, direttore per l’Europa di Ft, afferma che l’attacco “non sorprenderà chiunque abbia familiarità con le crescenti tensioni” tra gli oltre 5 milioni di cittadini musulmani di Francia e “l’eredità velenosa del colonialismo francese in Nord Africa”. Barber ricorda che;

il peggior attacco terroristico in Europa degli ultimi anni, l’omicidio di 77 persone in Norvegia nel 2011, è stato commesso non da militanti islamici ma da un fanatico di estrema destra, Anders Behring Breivik.

Insomma, un’analisi argomentata, dal carattere storico e geopolitico.

Barber definisce “l’atrocità a Charlie Hebdo”, come del resto altri attentati tra cui quelli dell’11 settembre, “spregevole e indifendibile”. Ma allo stesso tempo l’editorialista ricorda che la rivista “è un bastione della tradizione francese” della satira più incisiva. “Ha una lunga storia di irrisione e pungolo” nei confronti dei musulmani. Nell’editoriale si ricorda che poco più di due anni fa la rivista ha pubblicato un 65 pagine con le vignette su Maometto e questa settimana ha dato la copertina a Sottomissione, un nuovo romanzo di Michel Houellebecq “che raffigura la Francia nella morsa di un regime islamico guidato da un presidente musulmano”.

A oggi la risposta, come suggerito dal Ft, va cercata nell’identità libera e pluralista della tradizione Europea. La quale è però priva del consenso sulle proprie origini cristiano giudaiche, ma piena di parole e di ideologie, come a fine ottocento.

 

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Ora, ci si chiederà chi è che ha portato la guerra nelle nostre città. Ebbene, siamo stati noi stessi o meglio i nostri governanti e apparati statali. Politiche immigratorie sbagliate, false integrazioni disposte solo sulla carta e, infine, le ferite storiche mai sanate hanno portato alla tragedia di ieri. Così come, e in ciò i Francesi hanno molteplici colpe, la miopia geopolitica dell’Occidente, la cui massima manifestazione di scarsa acutezza è stata dimostrata nella ” Questione Siriana “, che ha riportato linfa vitale all’estremismo islamico. Quali e quanti saranno gli interrogativi su chi ha appoggiato e favorito con aiuti materiali i ribelli siriani poi trasformatisi in massa in combattenti dell’Islamic State? Quanto incide quella piaga decennale e sociale che si concretizza nell’architettura di Le Courbusier e della sua  Unitè , nel cui esempio paragono sono nati e cresciutii presunti attentatori? Ora che la guerra e quei combattenti tornano dai paesi arabi bisognerà affrontarli. Affrontarli senza la capacità militare americana, senza uno spirito come quello degli israeliani o dei Cristiani del Medio Oriente e senza più anima europea. Anima che accoglie e costruisce nel Mediterraneo il suo terreno d’incontro, ma che schiacciata dal materialismo storico e dal positivismo è ormai morta.  La risposta all’odio  può essere  solo il dialogo e la piena consapevolezza di ciò che si è, dei propri errori ed origini e di ciò che si  vuol diventare.

L’economia francese, in bilico tra socialismo e riforme liberali

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Quando, lo scorso agosto, Emmanuel Macron rimpiazzò Arnaud Montebourg come ministro dell’Economia in Francia, la svolta liberale nella politica del governo fu subito chiara.

Sin dalla nomina, il trentaseienne Macron, ex banchiere di Rotschild, non ha mai fatto mistero della propensione a favorire le imprese per rilanciare la produzione in Francia, al contrario del socialista Montebourg.

Ieri, a quasi quattro mesi dalla nomina di Macron a Ministro, il Governo francese ha varato la serie di riforme economiche da lui proposta, dopo mesi di accese discussioni a riguardo.

Il nuovo piano per la crescita della Francia è frutto di una stretta collaborazione tra Macron e Manuel Valls, che condividono l’obiettivo di promuovere politiche “business-friendly” nella Francia socialista.

Tra i punti più discussi del progetto, spicca la proposta di estendere le aperture domenicali dei negozi a dodici domeniche all’anno, anziché’ cinque. A questo proposito, verrà imposta un’indennità alle attività commerciali che sceglieranno di lavorare la domenica; la medesima indennità riguarderà anche i lavoratori che decidono di estendere l’apertura dei propri negozi a orari serali.

L’obiettivo primario di Macron, in questo contesto, è creare alcune aree turistiche internazionali, che permettano a città del calibro di Parigi di competere con Londra e le altre capitali del commercio turistico in Europa.

Nonostante la proposta di estendere gli orari di apertura miri a incrementare l’economia francese, questo tema ha scatenato le ire dei politici di sinistra, secondo i quali Macron violerebbe i basilari diritti del lavoratore ottenuti con lunghe battaglie dalla sinistra, minando il progresso sociale.

Un’altra riforma estremamente dibattuta riguarda la liberalizzazione del settore dei trasporti su gomma, ossia i pullman, oggi in mano agli enti locali. Il prospetto di Macron suggerisce che, se il settore fosse liberalizzato, gli utenti riuscirebbero a risparmiare ingenti cifre e diecimila posti di lavoro in più potrebbero essere creati ogni anno.

Alla luce delle riforme da lui promosse, molti Socialisti considerano Macron più appropriato all’era di Sarkozy che a quella di Hollande, poiché il giovane ex-banchiere non sembra mostrare alcun rispetto per le storiche battaglie del socialismo in Francia.

In risposta alle critiche, il Ministro insiste nel sottolineare che questo è il terzo anno in cui la crescita economica della Francia è quasi pari a zero: soltanto radicali cambiamenti alle politiche economiche del Paese possono migliorare le cose.

Il progetto di legge di Macron, che dovrebbe approdare in Parlamento a fine Gennaio, sembra avere alla base uno scopo ancor più arduo rispetto a quello di risollevare l’economia francese.

Poiché la Commissione Europea ha da poco concesso alla Francia altri tre mesi prima di decidere se imporle una sanzione per violazione delle regole di budget-deficit, Macron mira a sfruttare quest’arco di tempo per dimostrare a Bruxelles che la Francia può rinascere ed essere un Paese dalla grande produttività.

Tuttavia, nel promuovere politiche economiche liberali, Macron non può scordarsi di appartenere a un governo socialista.

Usando i termini del The Economist,  il ministro dell’economia francese “must convince Brussels his reforms are liberal, and French Socialists they are not”.

Come potrà il giovane Ministro mostrare all’Europa l’apertura della Francia a nuovi orizzonti economici, pur permettendo al governo di mantenere il supporto dei Socialisti francesi?

Dal punto di vista idealista, le riforme economiche di Macron rappresentano un vero tradimento dei confronti del socialismo francese,; d’altro canto, perseverare nell’attuazione di politiche protezioniste e anti-globalizzazione costituirebbe un suicidio economico per la Francia, in una fase molto delicata per il futuro del Paese e dei suoi rapporti con ‘Unione Europea.

Il quesito che ci si pone è dunque: è possibile trovare un compromesso tra liberalismo economico e socialismo?

In un’Europa in cui la politica degli ideali sembra perdere gradualmente valore, l’ardore dei sentimenti socialisti in Francia merita di certo una forte considerazione. Ciononostante, la svolta verso il liberismo economico potrebbe rivelarsi indispensabile, in questa fase storica,  per incrementare il “progresso sociale” e garantire un futuro a tutti quei  lavoratori che il socialismo si e’ sempre impegnato a tutelare.

Rimpasto del Governo Francese: il no alle politiche anti-austerity di Montebourg

Poche vacanze, per la politica europea e mondiale, nell’estate 2014. La crisi ucraina, la guerra apparentemente priva di epilogo tra Israele e Palestina e le riforme promesse dal governo Renzi in Italia sono stati certamente tra gli argomenti più “caldi” di quest’estate.Ad aggiungersi a una serie di rivoluzioni e sconvolgimenti politici, è giunta il 25 agosto la notizia delle dimissioni di Manuel Valls, Primo Ministro francese.Alla base delle dimissioni, secondo quanto riportato da Le Parisien, sarebbe stato un aspro conflitto tra Valls e Arnauld Montebourg, ormai ex ministro dell’Economia in Francia.

Al centro del mirino sarebbero le accuse rivolte da Montebourg alla Banca Centrale Europea, rea di non essere in grado d’incoraggiare e supportare i Paesi che sono riusciti a iniziare una crescita dopo la crisi che ha colpito l’Europa. Pare, tuttavia, che ad aver scatenato le ire di Valls siano state le ancor più dure critiche volte da Montebourg ad Angela Merkel e alla destra tedesca, alle cui ideologie, come ha sottolineato l’ex ministro, la Francia non intende assoggettarsi.Durante l’intervista-attacco alla BCE e alla destra tedesca pubblicata su Le Monde, nell’enfatizzare la necessità di nuove politiche economiche per la Francia, Montebourg ha dichiarato che l’Europa dovrebbe seguire l’esempio di Matteo Renzi. Tale affermazione sarà di certo assai poco consolatoria per la Francia, ma è altrettanto lusinghiera per l’Italia, vista dopo decenni come un Paese i cui provvedimenti sono finalmente degni di emulazione.

 A seguito delle dimissioni del Primo Ministro e dell’irrecuperabile scontro con Montebourg, il Presidente francese Francois Hollande ha immediatamente incaricato Valls di formare un nuovo governo che, come dichiarato ufficialmente dall’Eliseo, sarà “coerente con gli orientamenti già definiti per la Francia”. In questo modo, Hollande ha chiarito che la linea anti-austerity agognata dall’ex Ministro dell’Economia non sarà perseguita.

Mentre Segolene Royal, Fabius e Sapin sono stati confermati rispettivamente con gli incarichi di Ministro dell’Ecologia ed Energia, Ministro degli Esteri e Ministro delle Finanze, l’ex ministro della Cultura Aurelie Filippetti è stato sostituito da Pellerin, ex sottosegretario al Commercio estero. La Filippetti, in una lettera indirizzata a Valls e Hollande, ha dichiarato di ascoltare la disperazione di coloro che ancora credono nella sinistra francese e di non accettare il rimpasto, per rispetto a questi elettori.Neppure a Benoit Hamon, ex ministro dell’Educazione e fervido sostenitore di Montebourg, è stato confermato l’incarico.A occupare il posto di Montebourg, probabilmente il più cardinale in questa fase della politica francese, è l’ex banchiere trentaseienne Emmanuel Macron, ex consigliere di Hollande per la politica economica.

Con un numero pari di uomini e donne (otto e otto), il nuovo governo Valls si pone come sostenitore delle pari opportunità; la scelta di sostituire Montebourg con un ex banchiere indica inoltre una svolta più liberista per la Francia, la cui sinistra appare notevolmente indebolita e la cui dipendenza dalla Germania della Merkel sembra sempre crescente.

Un punto di vista alla rovescia

La fenomenologia di Husserl si basa soprattutto sul concetto di intenzionalità, quindi è l’io al centro delle intenzioni. Ma se per Husserl è il punto iniziale da cui far partire il proprio metodo, per altri filosofi l’intenzionalità non è presa per niente in considerazione. Facciamo l’esempio del filosofo francese Jean-Luc Marion, che sarà il centro della nostra analisi odierna, che, prendendo come punto iniziale del prorprio pensiero la fenomenologia husserliana, cerca e vuole capovolgere alcuni punti principali della fenomenologia. In questo breve articolo vorrei parlarvi di come il Nostro cerca di capovolgere l’intenzionalità, o semplicemente vedere come viene elaborata. Se per Husserl è l’io che si dirige verso l’oggetto, in Marion è il contrario, è l’oggetto che chiama in causa l’io. In una delle sue prime opere intitolata Riduzione e donazione, Marion, inizia ad effettuare questo capovolgimento partendo proprio dalla riduzione. Per Husserl la riduzione non è altro che mettere tra parentesi l’ontologia, cioè sappiamo che il mondo è un oggetto é utilizzando lo stesso esempio che ho adoperato in un mio paper intitolato Al bivio della fenomenologia. Due sentieri agli antipodi, e cioè che noi sappiamo cosa sono i tablet, e sappiamo che esistono pure le loro custodie di diverso tipo e colore.

Guardando questa immagine una persona attenta nota subito che in realtà questo oggetto non è un libro. Lasciamo da parte la domanda che cos’è?, cioè sospendiamo per un attimo il giudizio e riflettiamo invece la sul come si presenta a noi. Una volta che abbiamo analizzato questo oggetto in tutte le sue parti possiamo dire che è una custodia per un tablet, in quanto un libro ha la stessa copertina, ma all’interno dovrebbe avere delle pagine, cosa che questo oggetto non ha.

Ritornando al Nostro, anche lui utilizza la riduzione ma in maniera diversa. Se per Husserl l’ontologia, cioè l’essere di un oggetto, ha un determinato peso, in Marion l’ontologia viene destituita facendola cadere sotto la riduzione. Infatti il Nostro dichiara «Più la riduzione (si) riduce, più estende la donazione» (J.L. Marion, Riduzione e donazione, 297). L’obiettivo che Marion vuole raggiungere è quello di dare più importanza alla donazione, in quanto è essa che dona il vero essere di un fenomeno, ma questa donazione si ha solamente grazie alla riduzione. Ecco svelato il senso dell’opera presa in esame.

Per concludere questo breve elaborato, in Marion non esiste nessun riferimento all’intenzionalità di un io, in quanto l’io viene chiamato in causa, per esempio come se stessimo passeggiando in un parco ci colpisce l’odore di un fiore che ci attira verso di esso. Sinceramente, questo ultimo fatto esposto, mi lascia alcuni dubbi in quanto é vero potremmo sentire l’odore di un fiore, ma è esso ad attirarci veramente? Siamo così passivi da essere chiamati dal mondo, o siamo noi a controllare le nostre intenzioni?

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.