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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Emmanuel Macron – Nuovo Imperatore d’Europa

Quando la Francia negli ultimi seicento anni non ha governato in Europa, perché sempre più debole della perfetta macchina economica tedesca o degli Imperi (Britannico e Asburgico), ha scelto la via della guerra. Poi con il Trattato di Roma (mi spiace tanto per Severgnini che non lo abbiano sottoscritto a Milano) le cose si sono modificate.

Da quel momento è iniziato il lungo e tortuoso processo che ha portato alla costituzione e formazione dell’ente sovranazionale denominato attualmente Unione Europea. La Francia ne è stata tra le fondatrici e alle volte, guidata dal suo Padre, il generale De Gaulle ne ha condizionato tempi e struttura.

La storiografia racconta che siano stati dei funzionari francesi ad aver imposto il tetto del 3% del deficit.

Il 2017 sarebbe dovuto esser l’anno della conferma della stabilità tedesca e del magma incerto francese, alle prese entrambi con le votazioni per il rinnovo del potere esecutivo nazionale. Ebbene, se la Große Koalition, che solamente oggi ha ancora visto una risoluzione al vuoto di potere in Germania, i transalpini hanno incoronato come loro leader l’ambizioso Emmanuel Macron. Allo stesso tempo e modo la Francia, da cui nacquero le moderne destra e sinistra, nella contemporaneità ha distrutto i paradigmi del passato in nome del pragmatismo e della società liquida ha nuovamente segnato la strada che verrà nei processi decisionali collettivi.

Il giovane presidente ha fatto della bilateralità e degli stretti rapporti internazionali, si badi non per l’Unione Europea, la chiave del proprio successo personale.

Solamente in questo mese Emmanuel Macron è stato in Cina per rinsaldare i ricchi rapporti che rendono la Francia il player europeo d’eccellenza. L’approccio che caratterizza Macron è certamente il pragmatismo, che l’analista Tian Dongdong di Xinhua sintetizza in un’uscita del francese: quando durante la campagna elettorale gli fu chiesto di commentare la divisione tra sinistra e destra, l’allora candidato di En Marche rispose che

 “non importa se il gatto è nero o bianco, a patto che catturi i topi”, ossia usò una famosa massima del leader cinese Deng Xiaoping.

 

A dicembre Macron ha risolto la complicata e, in parte ancor oggi misteriosa, questione Ḥarīrī. Il quale il 4 novembre 2017 ha annunciato le sue dimissioni durante una visita di Stato in Arabia Saudita, denunciando una forte interferenza dell’Iran (che supporta Hezbollah, a sua volta una delle forze politiche a sostegno del Governo Ḥarīrī) in Libano ed ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Dopo aver avuto colloqui in Francia con il presidente Emmanuel Macron, è rientrato nel paese dei cedri il 22 novembre e, su richiesta di Aoun, ha sospeso le dimissioni, per poi revocarle definitivamente il 5 dicembre. Il Libano vede la Missione di pace sotto l’effige ONU guidata da Italia e Francia. Ma, se la prima è in scia, la seconda ne trae benefici.

E’ palese come durante l’ultima legislatura italiana appena conclusa, la Francia si sia impossessata degli asset del Bel Paese di maggior valore: da Telecom, a parte di Mediaset, fino ad arrivare a Luxottica. Senza scordare il possesso di quella che fu la Banca Nazionale del Lavoro e le intenzioni di prenderci Generali.

In questo quadro se la sponda con i sauditi è salda, Macron nel vuoto di carisma degli altri grandi è volato recentemente in Qatar. Nei giorni in cui il mondo discuteva sull’opportunità di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, la Francia ha guidato il fronte contrario a tal decisione. Al contempo il presidente francese Emmanuel Macron, in visita a Doha, ha firmato contratti per il valore di 14 miliardi di dollari con il piccolo ma ancora ricchissimo Emirato del Qatar, potenza mondiale del gas naturale liquefatto. Qatar proprietario anche del PSG. Nella fattispecie si è trattato di contratti per l’acquisto di almeno 12 caccia Rafale e 50 aerei passeggeri Airbus A-321.

Se questo non bastasse la Francia di Macron ha strappato i contratti maggiormente vantaggiosi dall’accordo con l’Iran, piazzando la Total e la Renault.

Il mondo europeo, nell’attesa che l’eterna potenza del mare si riorganizzi, ha ritrovato nella Francia la sua guida. Giusta o sbagliata che sia, la Francia di Macron si è ripresa un ruolo che gli mancava dal 1870 e lo ha fatto a dicembre. D’altronde ai francesi è sempre piaciuto farsi imperatori sotto Natale.  

La rivoluzione culturale in Francia made in Italy

La Francia punta sulla cultura e lo fa grazie a (un ulteriore) talento proveniente dalla nostra penisola. In questo caso non si tratta di un artista o uno scienziato, ma di una consigliera (c’è di la definirebbe “tecnica”) che fa parte del team di Macron ed ha un ambizioso progetto: Claudia Ferrazzi punta ad attuare una vera rivoluzione culturale della mondo artistico dal basso, o meglio a rendere davvero accessibile la cultura alla totalità della popolazione.

Il proposito è quello di “raggiungere l’obiettivo del 100% di ogni generazione messa nelle condizioni di accedere alla cultura del Paese”.

Ma come fare tutto ciò? la politica culturale prescelta è chiara: rinunciare alle illustri e rinomate esposizioni per puntare ad una più capillare diffusione dell’arte in tutte le sue forme e a tutti i livelli, a partire dalla scuola.

Le direttrici indicate: non solo aumento delle ore di arte negli istituti specializzati, già attuato nelle precedenti riforme scolastiche, ma accrescimento di un approccio pratico e diretto alla branca prescelta, con la riscoperta dell’apprendimento “in bottega”; un sistema di telecomunicazione che riesca a raggiungere la popolazione nelle proprie abitazioni per far conoscere l’arte anche comodamente seduti divano di casa, una nuova prospettiva dell’arte comodamente fruibile in alternativa agli svaghi domestici; infine una concreta e più profonda commistione tra arti eterogenee e plurietniche, veicolo per una compenetrazione anche linguistica e culturale coerente con gli sviluppi globali in atto.

Quindi in concreto meno mostre collettive degli Impressionisti o personali celeberrime, ma utilizzo dei fondi pubblici per avvicinare i giovani all’arte, sia essa francese o extraparigina, per creare un vero legame tra giovani ed arte, “mettere in movimento le persone e le opere, far ritrovare loro la fisicità del rapporto diretto”: sembrerebbe il manifesto di una “Europa culturale” ed invece è il programma di diffusione artistico franco(-italico) di visione cosmopolita.

Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Francia – Trionfa nuovamente Macron, muoiono i socialisti

La Francia conferma la sua fiducia verso il neo eletto presidente Emmanuel Macron. Il movimento dell’ex banchiere, fondato appena un anno addietro, “En Marche!”  esce nettamente e clamorosamente in testa alle legislative francesi con il 32,6%  con un bottino in seggi che va da 415 a 445. Una maggioranza schiacciante, visto che l’Assemblée Nationale ha in tutto 577 deputati. Una vittoria fuori da ogni aspettativa, che calcolando il poco tempo a disposizione, ma che pone ora un onere privo di scusanti.

Nella storia dell’elezioni in Europa solo il partito Forza Italia di Berlusconi ebbe un successo paragonabile in un lasso di tempo assai breve. La scelta dei Francesi fa in modo che il primo Presidente post-ideologico dovrebbe riuscire ad incassare un numero di seggi inedito nella storia politica francese, una maggioranza talmente schiacciante da aver fatto dire a qualcuno dei collaboratori che “sarebbe stato meglio vincere con una maggioranza minore per la compattezza del movimento”.

Seppur con qualche difficolta resiste la destra gollista dei Républicains che  riesce a raggiungere tra il 19 e il 21 per cento dei voti. Ciò fa sì che alla luce del sistgema elettorale francese che prevede i collegi uninominali potrebbe portare l’UMP a conquistare un centinaio seggi al parlamento. Seppur in difficoltà entrerà nell’Assemblea Francese il Front National di Marine Le Pen, che il 7 maggio era riuscita a conquistare il 33 per cento del voto contro il 66,1 di Macron. L’attuale 14% contato in un sistema maggioritario dovrebbe penalizzarla: potrebbe avere dai 3 ai 10 seggi, sempre qualcosa in più rispetto al 2012 quando vide eletta nell’Assemblea una sola parlamentare.

Vera sorpresa è invece il movimento “La France Insoumise” il partito del tribuno della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon con il 12% dei voti, che sì sconterà come il FN il sistema maggioritario, ma seppellisce definitivamente i socialisti francesi e qul che resta della socialdemocrazia in Europa. Corbyn è rimasto fedele ai cardini dell’ideologia, cosa che nel continente non è accaduta per i partiti della sinistra democratica. un requiem che sembra aspettare nei prossimi anni il sequael nel resto dell’Unione Europa.

Macron – Le Pen, una sfida per nulla scontata

All’indomani del dibattito televisivo tra i candidati alla guida dell’Eliseo Macron e Le Pen, gli esiti del ballottaggio sembrano essere sempre più un’incognita.  Se da una parte i sondaggisti danno per spacciata la Le Pen con una percentuale del 41% contro il 59% dell’avversario Macron, esiste una grande porzione del Paese che ancora non si è espressa a favore di nessuno dei due. Infatti seppure il candidato Repubblicano insieme a tutti gli altri candidati, abbia indicato al suo elettorato di votare Macron, il popolo francese non sembra essere così convinto.

Il dibattito televisivo ha visto inizialmente avvantaggiata la leader del Front National, che viene da una legislatura in opposizione, mentre Macron, attuale ex Ministro dell’Economia francese, ha dovuto subire gli attacchi al suo operato. Il duello tv non ha avuto un vero filo conduttore e le tematiche sono sembrate sostanzialmente confusionarie. La strategia di entrambi i candidati era quella di attaccare l’avversario. Macron è risultato un po’ pedante, ma ha retto bene a Marine Le Pen che lo ha definito il “candidato della globalizzazione selvaggia”, e “candidato dei poteri forti”. Macron appare freddo, meno appassionato, ma risponde bene agli attacchi sui temi economici dimostrandosi più preparato su cifre e numeri. Marine Le Pen è più vicina ai problemi reali dei francesi, più “politica”, meno “tecnica”.

 

Il dibattito integrale

I temi più importanti affrontati sono stati l’immigrazione, l’euro, l’occupazione e lotta al terrorismo. I due candidati si dimostrano profondamente diversi, e con posizioni completamente opposte in tutte le tematiche di crisi più importanti da affrontare. Di positivo per i francesi c’è che almeno per una volta non si trovano a dover scegliere tra due candidati identici, figli dello stesso sistema. I francesi hanno la possibilità di tentare il cambiamento, almeno per una volta. Difficilmente accadrà anche in Italia.

Il tocco magico della French House

La musica degli ultimi decenni, probabilmente anche del prossimo, è stata condizionata ed ispirata al mito celato della French House. Nata dalla House Music si distinse dal filone madre per l’utilizzazione di samples spesso di origine funk e disco. Altre caratteristiche fondamentali sono state l’utilizzo costante dell’effetto “filtro” delle frequenze ed il ricorso a stabs vocali, nonché il campionamento di vecchi dischi funk e disco degli anni settanta e ottanta, con una una gamma ritmica di 110-130 battiti per minuto. Se siete nati tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta i suoi interpreti principali hanno sicuramente segnato i vostri ricordi e momenti.

I suoi principali rappresentanti sono stati: St Germain, Dimitri from Paris, Daft Punk, Alan Braxe, Air, Mr. Oizo, Cassius, Alex Gopher, Benjamin Diamond e Laurent Garnie. Interpreti di un suono mondiale che nella sua seconda generazione vede mantenere alta l’influenza transaplina sui suoni del futuro di: Lifelike, Justice, C2C, Kavinsky, Breakbot, M83 e Gesaffelstein. M83 che in pochi anni hanno rivoluzionato le tendenze e l’orientamento planetario della composizione musicale, come solo la Bristol di fine anni ottanta riuscì.
Come ogni filone musicale d’ispirazione globale la French House, termine nato solo a fine anni novanta grazie ai veejay di MTV Uk, prese vita in una precisa data e durante un atto di celebrazione popolare, che nel mondo post-industriale vede le sue cattedrali nei club. E’ infatti nel giugno 1987, quando il fotografo delle notti parigine Jean-Claude Lagrèze, un personaggio a metà tra Barillari e D’Agostino, produce e organizza French touch al Le Palace, facendo scoprire alla capitale della nazione francese la musica house e con essa Laurent Garnier, Guillaume la Tortue e David Guetta.
L’espressione French Touch, amalgamandosi e plasmando l’intero orientamento artistico di Parigi, fu ripresa nel 1991 sul retro di una giacca creata nel 1991 da Éric Morand per la F Communications e portando l’iscrizione « We Give a French Touch to House ». Era un leitmotiv che si sarebbe imposto per decenni sulla musica house e non solo nel mondo. Infatti, da lì l’esplosione prima dei Daft Punk e poi di Cassius, Modjo e Bob Sinclair fanno segnato ogni qual tipo di produzione house nel mondo.
Le influenze che ne hanno dettato lo sviluppo appartengono alla Space Disco al genere P Funk e infine al genio di Thomas Bangalter, che a mio personale giudizio può esser considerato il più importante francese degli ultimi trent’anni.
Qui di seguito la TOP 10 della French House di Polinice:
1. St Germain – Sentimental Mood
2. Motorbass – Ezio
3. Air – Moon Safari
4. Cheek – Venus (Sunshine People) (DJ Gregory remix)
5. Fantom – Faithful
6. Phoenix – Heatwave
7. Pete Heller – Big Love
8. Gotan Project – La revancha del tango
9. Alan Braxe and Fred Falke – Intro
10. Daft Punk – Human After All / Together / One More Time (reprise) / Music Sounds Better With You

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Paul Pogba: Il galletto dalle uova d’oro

“Lui è come un Van Gogh: chi lo sa quanto vale?
Dipende da quanti soldi ha in tasca chi vuol comprarlo”

Mino Raiola alla Gazzetta dello Sport parlando di Paul Pogba

Benché giovanissimo, Pogba è già uno dei giocatori più iconici e influenti di questa generazione calcistica. Tutti sanno che il campioncino della Juventus è nell’occhio del ciclone chiamato calciomercato ma la verità è che esiste una realtà, meno esposta ai riflettori, in cui il nome di Pogba è ancora più discusso: quella delle sponsorizzazioni.
Ultimamente si sta discutendo molto del fatto che il fuoriclasse francese non possegga un contratto di sponsorizzazione tecnica ufficiale ma la verità è che dietro c’è molto più di un paio di scarpini, ecco perché la sua decisione in merito potrebbe spostare gli equilibri più di quanto possa sembrare.

UNICO NEL SUO GENERE

Quando vieni riconosciuto come un talento unico e irripetibile dall’età di tredici anni, la tua vita non può essere normale. Tra trasferimenti, polemiche, traslochi, l’impatto con nuove lingue e nuove culture, la vita non è facile, ma se l’obiettivo è quello di diventare il calciatore migliore sul pianeta, sono esperienze che si mettono in preventivo. Dal Roissy-en-Brie al Torcy la strada è cortissima, da quest’ultima al Le Havre è altrettanto corta ma dalla Normandia al Manchester United il viaggio comincia ad essere lungo e impegnativo. I talenti unici sono anche i più particolari, ecco perché Pogba, dopo un solo anno in prima squadra, decide di voltare le spalle un’icona del livello di Sir Alex Ferguson e svincolarsi per poter trovare una squadra in cui giocare con costanza. Alla porta bussa la Juventus, ed è subito amore. In due anni e mezzo Paul diventa l’idolo dei tifosi, la stella di una squadra in grado di vincere due scudetti e due Supercoppe Italiane consecutive. Al tempo stesso, con la maglia della sua nazionale, vince un titolo Mondiale Under-20 e partecipa al Campionato del Mondo 2014 in Brasile vincendo anche il premio di Miglior Giovane della competizione. Come ciliegina sulla torta viene anche inserito tra i ventitre finalisti per la vittoria dell’ultimo Pallone d’Oro. Ovviamente tutti questi risultati gli permettono di far volare alle stelle il proprio valore di mercato, cosa che lo porta a firmare un prolungamento contrattuale con la Juventus dal valore di 4 milioni annui più bonus fino al 2019.

Penso sia cosa comune di ogni bar (almeno dalle mie parti è così) sentire gente più o meno anziana che commenta gli avvenimenti calcistici in modo più o meno approfondito. Bene o male si finisce sempre per sentire, nel rispettivo dialetto, la frase “che bella vita, un ragazzo così giovane che guadagna tutti questi soldi per giocare al pallone”. C’è da dire che Pogba di soldi potrebbe guadagnarne molti di più. E quando dico molti, intendo più del doppio di quello che già guadagna ora con il solo ingaggio. Pogba infatti rappresenta un caso piuttosto raro: non possiede alcuna sponsorizzazione tecnica. Nessuna tra Nike, adidas, Umbro, PUMA, Under Armour, New Balance e chi più ne ha, più ne metta lo paga per indossare il proprio materiale tecnico, cosa pressoché unica considerando la fama e il ritorno economico che un giocatore del suo livello permette di avere.

Pogba, in giovane età, aveva un contratto con Nike, cosa abbastanza comune quando si cresce nelle giovani del Manchester United, squadra che possiede il brand americano come sponsor tecnico, ma recentemente il suo contratto è scaduto e così, come fece con il Manchester, ha deciso di restare svincolato per ponderare la prossima mossa in attesa della sua prima vera firma importante con un’azienda. Anche questa, come quella di abbandonare i Red Devils, è una scelta rischiosa che praticamente nessuno avrebbe fatto.

LA NUOVA ERA DEL MERCHANDISING

Le grandi aziende hanno sempre influenzato il mondo del calcio, specie nell’immaginario di chi ha seguito questo sport a trecentosessanta gradi a cavallo tra anni novanta e anni duemila. Chi non ricorda lo spot di Nike con Maldini e Cantona mentre cercano di battere una squadra di demoni al Colosseo? E chi non ha sognato di giocare una partita come quella di Josè e del suo amico nello spot di adidas per il Mondiale 2006 (spot che si ispirava al videogame Fifa Street)? E chi non ha speso ore e ore a ricreare (ovviamente senza successo) il gol di Henry nella serie di spot Nike Joga Bonito? Nelle mie zone, per i ragazzi della mia età, questa serie di spot Nike fu così influente da dare vita a una realtà parallela in cui il tentativo di eseguire “numeri” e trick col pallone prendeva proprio il nome di Joga Bonito. Non so se i ragazzi delle mie zone fossero particolarmente influenzabili ma ricordo vivamente che quando ci si sfidava 2 vs 2 o 3 vs 3 senza le rimesse laterali e di fondo si diceva direttamente che si stava giocando “alla gabbia”, quella dello spot Nike del 2002.

Ora che è chiaro quanto gli spot influiscano sulla cultura popolare, la decisione di Pogba prende ancora più importanza, specialmente considerando che siamo nell’era d’oro del merchandising e degli scarpini. Mai come in questo periodo i brand si sono impegnati a realizzare sempre nuovi modelli e colorazioni oltre ad addentrarsi nel mondo delle collaborazioni con altre aziende e nella creazione delle cosiddette PE (Player’s Edition), ovvero modelli realizzati appositamente per alcuni giocatori con colorazioni e dettagli esclusivi. Questa delle PE è una realtà da anni comune nel basket ma non altrettanto nel calcio. Inoltre l’era del web 2.0 ha portato alla nascita di innumerevoli siti dedicati esclusivamente al mondo degli scarpini.

Nike ad esempio si è  dimostrata all’avanguardia per l’uso di materiali innovativi e si è anche addentrata nel mondo delle PE con le Nike Mercurial SuperFly nell’edizione di Cristiano Ronaldo e nelle Nike Hypervenom “Liquid Diamond”, create appositamente per Neymar.

Gli altri brand non stanno a guardare. PUMA ad esempio si è creata un nome con scelte particolari e interessanti, specialmente quando riguardano Mario Balotelli, uno dei loro uomini di punta. L’azienda tedesca ha infatti creato una linea relativa al calcio insieme a BAPE (A Bathing Ape), il famosissimo ed esclusivo marchio giapponese di streetwear che vede proprio Balotelli come testimonial principale. A Mario sono state dedicate anche diverse PE tra cui la stupenda PUMA evoPOWER “Stampa”, una scarpa caratterizzata dall’insieme dei provocatori titoli di giornale che coinvolgono proprio Super Mario, sfoggiata per la prima volta nel derby d’andata della stagione 2013/14 tra Milan e Inter all’interno della campagna “Why Always PUMA”, motto che ricalca il celebre “Why Always Me” di Mario. Un’azione di marketing per annunciare in grande stile il passaggio di Super Mario da Nike al marchio tedesco.

Sarebbe troppo facile parlare di uno scontro dicotomico tra Nike e PUMA ma la verità è che nemmeno adidas si è tirata indietro, anzi probabilmente è il marchio che più di tutti sta pensando in grande. L’azienda tedesca delle Three Stripes, storicamente rivale di PUMA, ha infatti creato la sua seconda scarpa di sempre interamente concepita per un singolo giocatore di cui prende anche il nome: la F50 Messi FG (la prima di sempre fu una scarpa derivata dalla adidas Predator dedicata a David Beckham). Di questa scarpa abbiamo visto una grande quantità di colorazioni esclusive quali una appositamente per il Mondiale, una per il compleanno della Pulce fino ad arrivare alla più recente The Messi 10.1, scarpino i cui colori riprendono quelli della città di Rosario, terra natia del fenomeno del Barcellona.
Per dimostrare quanto adidas punti forte sul 2015, basti sapere che ha “derubato” Nike di tre dei suoi principali designers: Marc Dolce, Mark Miner e Denis Dekovic. Quest’ultimo è l’uomo che più ci interessa dato che è colui che si cela dietro la gran parte dei prodotti calcistici di Nike, comprese le Nike Magista e le Nike Mercurial SuperFly, attuali pezzi pregiati dello Swoosh. La situazione però è decisamente tesa dato che Nike avrebbe denunciato Dekovic, Dolce e Miner (ma principalmente il primo) per danni alla propria immagine per oltre dieci milioni di dollari. La causa: la creazione di un centro di design adidas a Brooklyn a nome dei tre fenomeni appena trasferitisi al brand tedesco. Ma questa è un’altra storia.

CONTRATTI E MODELLI SENZA MARCHIO

In un mondo che si fa sempre più grande, importante e di conseguenza legato a cifre sempre più importanti, importante è cercare di capire perché giocatori come Pogba possano ritrovarsi senza una sponsorizzazione.
La questione principale è la seguente: siamo nella stagione successiva al Mondiale. Praticamente ogni azienda vuole fare in modo che il proprio giocatore sfoggi i propri modelli nelle grandi competizioni internazionali, ecco perché di solito un contratto con un grande brand è solito concludersi al termine della Coppa del Mondo o della propria competizione continentale. Questo sistema è ottimo sia per i marchi così come per i giocatori dato che le prestazioni in queste competizioni sono solite cambiare completamente il valore economico di un singolo. Basti pensare all’ultima Coppa del Mondo e alle prestazioni di James Rodriguez che gli hanno consentito di arrivare al Real Madrid per una cifra astronomica così come di diventare uno dei nuovi volti principali di adidas. Al contrario le brutte prestazioni in Brasile di Pepe e la sua espulsione contro la Germania hanno convinto Nike a non rinnovare il suo contratto facendolo così firmare con Umbro.
Talvolta i giocatori sono invece soliti utilizzare modelli totalmente neri o dei custom (modelli stilisticamente modificati da artisti esterni, solitamente per renderli poco riconoscibili) semplicemente perché si trovano in mezzo a una trattativa contrattuale tra un brand e un altro, come fece ad esempio Mesut Ozil. Altri ancora approfittano di questa situazione per intraprendere un nuovo progetto, come Zlatan Ibrahimovic. La stella del PSG si trova a metà tra Nike e adidas per via di una gestione turbolenta del rinnovo contrattuale con Nike e, di conseguenza, dopo un periodo in cui ha indossato diversi modelli in base al gusto personale, ha approfittato dell’uso dei modelli senza marchio per lanciare la campagna 805 Million Names, il nuovo progetto umanitario del World Food Programme che ha proprio Ibra come testimonial. In questo progetto Ibra non fa altro che indossare una scarpa monocolore, priva di marchio, decorata solamente dal logo della campagna.
Se però in allenamento vedete giocatori dichiaratamente simbolo di alcune aziende usare scarpini totalmente neri e senza marchio non vuol dire sempre che si siano distaccati dal proprio sponsor, anzi il più delle volte stanno utilizzando dei prototipi di modelli che al momento sono in via di miglioramento e progettazione.

UOMO IMMAGINE

Detto questo, non è difficile capire perché la decisone di una figura influente come quella di Pogba possa fare la differenza. Ma c’è dell’altro.
Pogba non è solo un simbolo in Italia, in Francia e in Europa in generale ma perfino in Guinea, il paese originario della sua famiglia. Il numero 6 juventino non ha mai scordato le sue radici, i suoi fratelli Florentin e Mathias infatti giocano nella nazionale della Guinea e Paul è solito guardare le partite dei Syli Nationale per sostenere i fratelli, nei momenti belli come in quelli difficili. Tempo fa, durante la Coppa d’Africa, ha mandato diversi messaggi di incoraggiamento alla Nazionale in vista dell’importante sfida contro il Mali (pareggiata 1-1, risultato che ha permesso alla Guinea di passare il turno mediante il sorteggio) e al fratello Florentin, infortunato. Il capitano della Guinea, Kamil Zayatte, ha detto che Paul Pogba è solito parlare con la squadra che, a sua volta, lo prende come modello da seguire. Chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di passare un lungo periodo in qualche paese del centro Africa, a stretto contatto con i ragazzi del posto, sa quanto un calciatore famoso possa influenzare le ambizioni della gente locale. I brand certe cose non le sottovalutano.

Il centrocampista juventino è anche un’icona francese ma non solo per le abilità calcistiche quanto per le connessioni con la cultura hip-hop nazionale, specialmente dal punto di vista del rap. Non è segreta la sua vicinanza con alcuni rapper appartenenti all’etichetta Wati-B, il collettivo che comprende gran parte dei principali rapper e gruppi di rapper quali Dry, Sexion d’Assaut e The Shin Sekai. Black M, uno dei leader della Sexion d’Assaut, ha anche nominato Pogba per l’Ice Bucket Challenge. Questa sua vicinanza con alcuni dei più famosi rappers parigini non è da sottovalutare in quanto non solo diffonde il suo nome tra gli innumerevoli fan di questi artisti ma perché la Wati-B, anche linea di abbigliamento, è molto legata al mondo del calcio e dello sport in generale. Wati-B è stata per più di un anno sponsor del Nanterre, squadra di basket di Eurolega, e dal 2012 è uno degli sponsor principali di squadre di Ligue 1 quali Montpellier e Caen. Dawala, capo e fondatore di Wati-B, ha anche fondato l’AS Wati-B, una squadra in Mali, ed è da poco diventato presidente del Bobigny, squadra dei sobborghi parigini militante nella Division d’Honneur, la sesta divisione francese. Questa enorme rete di connessioni tra sport e rap ricopre una gigantesca importanza. La musica può arrivare dove le reti televisive che trasmettono i campionati come la Serie A e la Champions League spesso non arrivano, come ad esempio in Africa, o in generale può trasmettere il nome di Pogba ai ragazzi francofoni (inizialmente) poco interessati al meraviglioso giuoco del calcio.
Ho solo perso tempo. Basta vedere il video “Qataris” di Black M per capire l’influenza di Wati-B sul pubblico e il rapporto che la scena rap parigina ha col calcio.

L’ennesimo motivo per cui è stato uno dei giocatori scelti per la campagna pre-Mondiale dei Poupluches: la versione peluche dei giocatori più rappresentativi della nazionale francese. Il sosia morbido e coccoloso di Pogba ha tanto da essere l’unico pupazzo a non essere mai stato messo in saldo pur riuscendo a vendere più degli altri.

MESSI + ROONEY + NEYMAR = POGBA

Cercare di capire per quale azienda firmerà Pogba è impossibile. L’unico modo per saperlo è essere Mino Raiola o Pogba. La situazione è quantomeno contorta. Si vocifera di almeno cinque aziende coinvolte nella ricerca di Pogba: Nike, adidas, PUMA, Umbro e New Balance. Si dice che, indipendentemente dall’azienda con cui firmerà la stella della Juve, l’accordo si aggirerà intorno ai 5 milioni annui più bonus, impressionante cifra che inserirà il suo contratto di sponsorizzazione tecnica tra i sei più remunerativi al mondo. Un bottino che equivale alla somma dei contratti di sponsorizzazione di Messi, Neymar e Rooney.
Ogni azienda ha diversi motivi per andare all in sull’ex United, ragioni che vanno analizzate.

Prima a bussare alla porta di Raiola sarà ovviamente Nike che fino all’anno scorso è stato lo sponsor tecnico del talento francese. La volontà di Nike è ovviamente quella di assicurarsi l’ennesimo fenomeno giovane e carismatico da  affiancare a stelle del livello di Hazard e Neymar nei prossimi spot. L’incentivo di Nike sarebbe quello di avere sotto lo stesso marchio sia la Nazionale Francese che la stella della squadra stessa, elemento importantissimo per le campagne pubblicitarie d’oltralpe dal momento che i giocatori di riferimento quali Benzema e Griezmann non fanno parte del marchio dello Swoosh.

Sempre inserita nella bagarre è adidas. Il brand tedesco può puntare su molti jolly tra cui la presenza dei designer autori dei modelli che Pogba maggiormente utilizza (Nike Magista) e una nuova linea imprenditoriale molto aggressiva in ambito calcistico, come testimonia l’ultima campagna pubblicitaria “#ThereWillBeHaters”. L’home run che adidas spera di battere nel suo turno in battuta consisterebbe nell’avere sotto contratto sia Pogba che la Juventus. Dalla stagione 2015/16 la Juve, conclusosi l’accordi di 148.2 milioni in 12 anni con Nike, passerà ad adidas con un accordo da 139.5 milioni in 6 anni. In matematica sono sempre stato scarso ma non ci vuole molto per capire che il nuovo accordo frutterà alla Juve quasi 11 milioni annui in più rispetto all’accordo con Nike. Praticamente il doppio.
L’avere sotto contratto sia la Juventus che la sua stella permetterebbe al marchio tedesco di portare avanti una campagna pubblicitaria pressoché perfetta, un’azione fondamentale per cercare di aumentare il numero di maglie bianconere vendute. Al momento infatti quelle juventine sono all’ottava posizione tra le divise da gioco più vendute al mondo, le più vendute se invece consideriamo solo le squadre italiane.

E’ storicamente noto che dove c’è adidas c’è anche PUMA a dare battaglia. Il marchio teutonico è alla ricerca del nuovo grande nome da affiancare a Balotelli, Aguero, Fabregas e Falcao per lanciare le proprie iniziative. Sarebbe importante l’arrivo di un giocatore di origine africana dato che PUMA è sempre stato il marchio più attento al calcio africano: il gran numero di nazionali sponsorizzate PUMA lo dimostra, così come anche tutte le campagne basate su Eto’o e la nazionale camerunense. Voci recenti parlano di una possibile scissione tra Eto’o e PUMA, ecco perché sarebbe fondamentale un giocatore con forti influenze in Africa.
Rischia di passare sottotraccia la presenza dell’agente Mino Raiola. Mentre Ibrahimovic continua a non figurare tra i giocatori più pagati dagli sponsor (e a litigare con Nike e adidas, come detto), Balotelli, altro protetto di Raiola, da quando ha firmato con PUMA è entrato tra i tre giocatori più pagati al mondo da uno sponsor tecnico grazie ai suoi 7 milioni annui. Sembra che Raiola sappia come trattare col marchio tedesco.

La situazione più interessante di tutte è quella di New Balance. Fino a quest’anno il marchio della NB non esisteva nel mondo del calcio, panorama in cui era presente sotto il nome di Warrior Sports. New Balance si è accorta di essere un nome più prestigioso della collega americana acquistata nel 2004 e di conseguenza ha deciso di produrre il materiale calcistico sotto il proprio nome dalla prossima stagione. Una scuderia che include squadre come Liverpool, Porto, Siviglia, Stoke City e Celtic oltre a giocatori come Nasri, Kompany, Ramsey, Negredo, Fellaini, Januzaj, Cahill e Fernando. Un gruppetto mica da ridere a cui potrebbe unirsi Pogba, l’ennesimo ex Manchester di questa lista.

Last but not least è Umbro. Dopo essere stata aggregata a Nike nel 2007, Umbro è stata rilevata dal gigante americano Iconix Brand Group nel 2012, tornando così indipendente. Ora Umbro punta ad attaccare qualche figurina sul proprio album. Precedentemente infatti il roster di Umbro era ben nutrito ma, poco prima della vendita da parte di Nike a Iconix, molti calciatori promettenti come Kyle Walker e Jordan Henderson sono migrati nelle scuderie dello Swoosh. Oggettivamente un marchio che punta a essere un’autorità nel mondo del calcio non può puntare su Pepe come principali testimonial. Non a caso Umbro ha deciso di lanciare il suo ultimo spot senza la presenza di giocatori professionisti dedicandosi a noi comuni mortali come recita lo slogan #GloryForAll.

Riprendendo le citazioni di Raiola, non saprei dire se Pogba è come un’opera di Van Gogh o di Salvador Dalì, la cosa certa è che Paul è sempre stato una mosca bianca, un’esemplare unico, sia per come gioca in campo così come per le scelte compiute al suo esterno. Ovviamente il mondo delle sponsorizzazioni non fa eccezioni. Non resta che aspettare per scoprire a quale marchio faranno riferimento, tra qualche anno, i ragazzini nelle loro tipiche frasi del tipo: “Prova a fare quel numero che faceva Pogba nello spot, quello di Nike/adidas/PUMA/New Balance/Umbro”.