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La Francia ha imposto sanzioni contro 18 sauditi per l’assassinio di Khashoggi

La Francia ha imposto sanzioni e limitazioni di viaggio nei confronti di 18 cittadini sauditi accusati di essere coinvolti nell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita e opinionista del Washington Post ucciso nel consolato saudita a Istanbul, in Turchia, lo scorso 2 ottobre. Il ministero degli Esteri francese ha detto in un comunicato che «la Francia si aspetta che sia fatta luce sul modo in cui l’omicidio è stato commesso» e che «vuole una risposta esaustiva, dettagliata e trasparente da parte delle autorità saudite».

Il Sol Levante a Parigi

Parigi, negli ultimi tempi, si sta dimostrando un porto privilegiato per l’approdo in terra europea degli architetti provenienti dal paese del sol levante. Tanti sono gli studi di architettura che hanno un ufficio nella capitale francese. Oltre al vincitore del premio pritzker per l’architettura del 2014, Shigeru Ban, hanno una sede a Parigi, Kengo Kuma e Sou Fujimoto.

Se gli scambi culturali tra il Giappone e la Francia risalgono all’era Meji (1868 – 1912), solamente con la creazione dei padiglioni temporanei per le varie esposizioni internazionali di architettura, i contatti si sono intensificati a partire dal 1928 con l’arrivo degli architetti Kunio Maekawa e Junzo Sakakura venuti in Francia alla scoperta delle opere di Le Corbusier.  L’attrazione si trasformerà successivamente in curiosità reciproca , testimoniata anche dall’interesse per la cultura nipponica di intellettuali francesi del calibro di Roland Barthes e Michel Foucault. Sarà solamente con un grande amante della cultura giapponese, l’allora sindaco di Parigi Jacques Chirac, che i fondatori dell’architettura giapponese moderna Kisho Kurokawa, Kenzo Tange e Tadao Ando metteranno in opera le loro prime realizzazioni parigine negli anni ’80 – ’90 del secolo scorso.

Tadao Ando, spazio di meditazione per l’UNESCO

Queste architetture apriranno la strada alla generazione emergente degli architetti giapponesi alla fine del secolo XX, tra i quali Toyo Ito, Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, Shigeru Ban o Kengo Kuma.

Ma non finisce qua: uno dei prossimi studi ad aprire in terra francese potrebbe essere quello di Junya Ishigami. Il giovane architetto, già vincitore del Leone d’oro alla biennale d’architettura di Venezia nel 2010, risulta finalista in una serie di concorsi nella capitale francese. Dal 2004, quando dopo qualche anno di lavoro presso lo studio SANAA, apre il suo studio a Tokio, Junya Ishigami non finisce di stupirci. E’ autore di un’opera concettuale e poetica nella quale il paesaggio trova grande spazio: costruzioni eteree come nuvole, edifici che galleggiano sull’acqua, facciate che riflettono i ciliegi in fiore sapendo esaltare la natura come nient’altro.

Immagine della futura casa della Pace di Copenaghen, progettata dall’architetto Junya Ishigami

Il futuro che lui cerca di disegnare non si puo’ che concepire sotto gli auspici di madre Natura. Lei, é per lui, il piu’ grande architetto. Montagne, rocce, laghi e foreste lo ispirano in ogni progetto e cerca , in un modo o nell’altro, di integrare il paesaggio per meglio sublimarlo.  L’estate passata, a Tytsjerk, nel nord dell’Olanda, progetta una sala conferenze in un parco del XVIII secolo, dandosi come obiettivo quello di non tagliare nessun albero e di non deviare nessun sentiero. L’edificio segue scrupolosamente tre percorsi esistenti: sono loro stessi diventati architettura, osserva Ishigami. Ho fatto entrare il paesaggio all’interno dell’edificio. Si ha l’impressione di essere letteralmente assorbiti dal paesaggio. 

Centro visitatori del parco Vijverburg a Tytsjerk (Paesi Bassi)

La Fondation Cartier a Parigi da qualche mese celebra per la prima volta un’ esposizione monotematica (Freeing Archtiecture) su di un’ architetto e non é un caso che sia proprio su di lui, su Ishigami. Insomma l’arrivo in Francia sembra imminente.

Macron vuole la Libia. La guerra per il Mediterraneo con l’Italia

Macron vuole la Libia. Il Paese nordafricano rappresenta la guerra per il Mediterraneo. Vuol sostituirsi all’Italia nel contesto libico, seguendo le orme del progetto di Sarkozy. Scordatevi le frasi sull’Unione Europea premio Nobel per la Pace, sulla fratellanza dei due popoli: in Libia Italia e Francia perseguono lo stesso scopo e sono pronte a tutto per ottenerlo. Attualmente finanziano milizie opposte, intrattengono rapporti privilegiati con tribù differenti e la loro posizione in Libia ricalca geograficamente la distribuzione delle tribù tra Tripolitania e Cirenaica.

Vi è subito da evidenziare che il Presidente Macron, nonostante le sue invettive al Parlamento Europeo sui rischi della fascinazione di Putin, in Libia persegue i suoi obiettivi in sintesi con la Russia. Mentre l’Italia, che ha accettato sanzioni alla Russia economicamente devastanti per alcuni suoi settori produttivi, è rimasta fedele all’alleato statunitense.

Dopo un governo della durata di un lustro guidato da una forza politica filofrancese ossia il Partito Democratico (la crisi libica del 2011 fu uno degli elementi propedeutici alle dimissioni di Berlusconi) il Bel Paese ha perso posizioni nel difficile scacchiere libico.

 

IL VERTICE DI PARIGI –  Il vertice organizzato lo scorso martedì a Parigi da Emmanuel Macron è un’iniziativa sostanzialmente unilaterale che scalza l’Italia dal suo tradizionale ruolo di interlocutore privilegiato e sancisce il ruolo della Francia come il più influente mediatore per la Libia. L’intesa raggiunta tra i più importanti leader libici, peraltro senza una firma ufficiale e senza il consenso di 13 importanti milizie della Tripolitania, è una dichiarazione di intenti che attende la ratifica delle prossime elezioni fissate al 10 dicembre prossimo.

 

AL SARRAJ E HAFTR ALL’ELISEO – Già lo scorso 25 luglio, solo due mesi dopo essersi insediato all’Eliseo, Macron aveva colto di sorpresa il mondo invitando i due leader rivali della Libia nel castello di Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi. Per la prima volta Fayez al-Sarraj, premier di quel Governo di accordo nazionale (Gnc) sostenuto dalla Comunità Internazionale, e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, trovarono un accordo. L’esclusione dell’Italia, fino a quel momento protagonista dei negoziati insieme all’Onu, aveva provocato il disappunto di Roma. Roma che però all’epoca viveva attraverso il suo Governo una sostanziale subalternità e senso di prostrazione nei confronti francesi, per ovvi motivi politici interni.

L’invito di Haftar nel luglio 2017 rappresentò lo sdoganamento del generale ribelle e in parte secessionista alleato e uomo forte di Parigi.

Pur cercando assiduamente di portare i due rivali al tavolo dei negoziati, l’Italia ha sempre sostenuto le autorità di Tripoli. Non è peraltro irrilevante il fatto che la maggior parte dei giacimenti dove opera l’Eni si trovi proprio in Tripolitania. Parigi non stava a guardare. Sotto la presidenza di François Hollande, forze speciali francesi si erano già insediate in Cirenaica.

 

PERCHE’ MACRON VUOLE LA LIBIA . Con un abile equilibrismo diplomatico Parigi sosteneva ufficialmente il Gnc, ma al contempo, stava al fianco del suo nemico. Di nascosto. Fino al 20 luglio 2016, quando la morte di tre soldati francesi precipitati con un elicottero nei pressi di Bengasi, dove Haftar stava combattendo contro milizie islamiste, costrinse il ministero francese della Difesa a uscire allo scoperto: la Francia aveva inviato forze speciali in Libia. A fianco di chi, è facile immaginarlo. Il bottino sarebbero i pozzi petroliferi da strappare alla nostra ENI. 

Macron sembra aver rafforzato i rapporti con Haftar, e con il suo alleato, l’Egitto. Cogliendo una straordinaria occasione durante la visita a Parigi del presidente americano Donald Trump, il 13 luglio scorso. «Il presidente Trump ed io condividiamo le stesse intenzioni riguardo alla Libia», aveva ribadito.

Roma ora necessita di ritrovare il suo ruolo primario, magari contando sull’alleato e protettore americano (viste le ultime due settimane) in Libia e nel Mediterraneo. Esulando dal patto Sarkozy-Merkel che voleva in Europa a sud-ovest del Reno l’influenza francese e a nord-est quella tedesca. D’altronde il Mediterraneo o torna a essere Mare Nostrum oppure l’Italia morirà.

La conta dell’immigrazione e le implicazioni tra gli Stati UE. Italia vs Francia?

Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato

con queste parole Einstein ci pone davanti ad un quesito apicale. I numeri sono sempre dirimenti nel nostro processo decisionale? Oppure sono solo un palliativo che ci distoglie da una gestione strategica e più a lungo termine che implica il fattore rischio?

Il crescente flusso migratorio che sta attraversando il continente europeo negli ultimi anni non può esimerci queste riflessioni profonde. I risultati delle elezioni politiche in molti paesi europei come Ungheria, Italia, Svizzera ci segnalano che i numeri dell’immigrazione contano davvero a scapito della gestione strategica, dell’investimento sostenuto da una visione. Ma anche qui sentiamo parlare molto ma vediamo fare poco in termini pratici, tutto permane fluttuante di fronte ad un fenomenoche necessita un costante adattamento gestionale. La teoria della scelta pubblica di Buchanan e Tullock mi supporta affermando che i politici ottengono molto più con la visibilità in televisione che non con le decisioni prese nelle commissioni o in parlamento.

Si crea dunque uno stato di confusione totale dove il corpus politico prende il sopravvento direzionando azioni statali non ancora supportate da una base legislativa solida, uscendo de facto dal perimetro di legittimità (si vedano i respingimenti dell’Ungheria in paesi terzi non sicuri, il blocco delle partenze derivato dall’accordo tra Italia e Libia).

Posto dunque che l’andamento generale europeo è quello di gestire i flussi migratori facendo la conta della figlia del dottore, ancora a monte dobbiamo districarci dentro una ragnatela (mi sembra anche calyante la non voluta metafora) chiamata Europa. In questa gestione chi conta chi? Chi conta cosa? Ma soprattutto chi fa cosa, come e dove?

E’ noto che l’immigrazione -in quanto legata al tema della difesa, identitaria come delle frontiere- è una competenza esclusiva degli Stati membri che viene tuttavia fatta rientrare in un sottile perimetro comunitario attraverso regolamenti e limiti comunitari, tra i più noti il Regolamento di Dublino, il TFUE, la direttiva procedure e qualifiche, oltre che altri strumenti.

In questo groviglio complesso diventa ancor più complicato coniugare i propri interessi con quelli europei, ma soprattutto individuare le singole competenze. Ciò è essenziale se si considera che la gestione dei flussi di un paese –o di un blocco di paesi- influisce incredibilmente con la gestione di quelli limitrofi fino ad inficiarne la regolamentazione strategica oltre che l’umore politico. Va da sé dunque che la difficoltà di individuazione delle competenze rende difficile anche l’individuazione di un colpevole e la confusione, si sa, è il concime prediletto di rabbia e litigi.

Quanto può influire dunque il fattore immigrazione in termini di relazioni bilaterali tra i singoli stati membri? In un contesto dove l’adolescente Unione europea sta cercando di trovare la sua strada e come ogni adolescente lo fa con piagnistei, capricci, perdendosi i pezzi, la questione delle relazioni “familiari” è la chiave di volta per permetterle di crescere e diventare adulta senza implodere. Se dunque l’immigrazione diventa la causa dirompente delle frizioni tra gli stati membri è chiaro che la riflessione che l’Unione europea deve fare non sarà più solo identitaria ma ancor prima sull’operatività della sua struttura.

Due eventi del mese scorso, che hanno coinvolto Italia e Francia, possono farci comprendere come il gestire un fenomeno -di per sé transnazionale- secondo logiche nazionali e poco comunitarie possa mettere in discussione le ben più complesse relazioni diplomatiche ed estere tra i singoli stati, minando la nostra pace europea.

I FATTI DELLA BARDONECCHIA 

Cosa è successo

La Bardonecchia, si trova al confine tra Italia e Francia, e dal 2015 si registrano insediamenti informali di migranti che hanno l’obiettivo di oltrepassare le Alpi per arrivare in Francia. Facendo ciò violano il tanto dibattuto principio di “primo paese di approdo” sancito dal Regolamento di Dublino, ovvero quello che predispone che sia il paese di primo arrivo quello che deve prendere in carico la procedura dei singoli richiedenti asilo.

Considerando che la gran parte dei migranti viene in Italia via mare, a seguito della chiusura della rotta balcanica nel marzo del 2016, senza avere nessuna intenzione di rimanerci va da sé che l’atteggiamento delle forze dell’ordine italiane sia quello di chiudere un occhio e viceversa quello degli omologhi francesi sia quello di fare controlli a tappeto.

Venerdì 30 marzo, intorno alle 19, i douaniers francesi sono però andati un po’ oltre le proprie competenze facendo irruzione nella stazione della Bardonecchia dove, dall’inizio dell’inverno i volontari della Ong torinese Rainbow4Africa hanno predisposto un ambulatorio di soccorso per i migranti che decidono di oltrepassare le Alpi. In questo contesto operano operatori sanitari, mediatori e operatori legali dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione).

 

Durante i controlli, che la polizia francese fa regolarmente nella tratta ferroviaria Milano Parigi, hanno prelevato un ragazzo nigeriano appena arrivato in stazione dalla Francia. Si trattava di un ragazzo con regolare permesso di soggiorno in Italia, che viaggiava con biglietto, ma che secondo le autorità francesi era sospettato di avere in corpo sostanze stupefacenti (non meglio definito se per uso personale o per secondo quanto dichiarato, è stato portato nella sala per sospetto uso di stupefacenti.

Per questa ragione con le armi puntate sono entrati nella sala di Rainbow for Africa e hanno costretto il ragazzo ad andare in bagno per svolgere i relativi test, gettando per terra i suoi oggetti personali. Nonostante il personale di Rainbow for Africa abbia sollecitato l’illegittimità dell’irruzione la polizia ha proceduto con test, mentre nel frattempo sono state chiamate le forze dell’ordine locali.

LE REAZIONE DELLA FARNESINA E IL BATTIBECCO DIPLOMATICO

La questione è meno semplice e molto più delicata di quel che può apparire.

Innanzitutto l’irruzione armata senza preavviso in un presidio sanitario, per eccellenza luogo neutro, per giunta di un altro paese è certamente inaccettabile. Soprattutto se si aggiunge che non si trattava di una situazione di grave pericolo per la sicurezza pubblica di nessuno dei due stati.

Vanno fatte tuttavia delle opportune considerazioni legali del caso.

Secondo gli accordi di Chambery, firmato nel 1997, è possibile svolgere il presidio delle frontiere, (a scapito degli accordi di Shengen), per accertarsi della regolarità dei migranti provenienti dai rispettivi paesi.Inoltre esiste anche un accordo firmato nel 1990 dai due paesi che regola i controlli transfrontalieri e che mette a disposizione della polizia doganale francese, lo spazio in questione.

È proprio su questi punti che si sono sviluppate le interlocuzioni diplomatiche tra i due paesi. Gérald Darmanin, ministro francese dei Conti pubblici, a cui fa capo la Polizia di dogana, infatti ha fatto riferimento proprio al suddetto trattato a cui hanno fatto fede le autorità francesi.

La Farnesina però è stata ben più severa e in un pubblico comunicato ha dichiarato l’evento «del tutto al di fuori della cornice della collaborazione tra Stati frontalieri». Alla mancata risposta di spiegazione da parte delle autorità francesi la Farnesina ha convocato l’Ambasciatore francese in Italia, Christian  Masset per un colloquio durante il quale sono state mostrate le comunicazioni di FS alle autorità francesi, da cui emerge chiaramente come queste fossero a conoscenza dell’impossibilità di occupare lo spazio in oggetto per la presenza della Ong.

La Farnesina conclude affermando che “quanto avvenuto mette oggettivamente in discussione, con conseguenti e immediati effetti operativi, il concreto funzionamento della sinora eccellente collaborazione frontaliera”.

Proprio qualche giorno fa, in seguito ad ulteriori accertamenti legislativi  il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, intervenuto in una conferenza stampa annunciando di avere emesso un “ordine di investigazione europeo” per gli agenti in questione (spariti dopo il misfatto).

È stato inoltre chiesto alle autorità transalpine di identificare gli agenti e di interrogarli, alla loro presenza e con un avvocato difensore, per i reati di concorso in violazione di domicilio e perquisizione illegale.

 

LA DENUNCIA DEI RESPINGIMENTI SULLA GESTIONE DEI MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI, LA LETTERA ALLA COMMISSIONE EUROPEA

Con tutte le accortezze del caso, che non minerà in modo inequivocabile le relazioni diplomatiche, risulta essenziale comprendere il potere dirompente che ruota intorno al fenomeno migratorio, in termini di diplomazia e di politica estera. L’immigrazione non è quindi un mero fenomeno “sociale”.

Il fatto di Bardonecchia poi è un pretesto che da sfogo a mesi di tensioni provocate dal gioco dello specchio riflesso di competenze in materia di accoglienza di migranti. Ad aggiungere suspance il 9 aprile è stato l’invio di una lettera da parte di denuncia e condanna nei confronti dei respingimenti di minori stranieri non accompagnati in Italia, effettuati dalle autorità francesi alla frontiera di Ventimiglia. I firmatari della lettera sono ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), INTERSOS, Terres des Hommes Italia, Oxfam Italia, Caritas Diocesana di Ventimiglia – Sanremo e Diaconia Valdese.

La Francia disattende dunque il diritto internazionale che sui MSNA non applica la clausola di primo approdo. Ma sembra andare ancora oltre con le osservazioni del Tribunale di Nizza delle “pratiche di identificazione come maggiorenni di persone che si dichiarano minorenni e che erano state precedentemente identificate come minorenni in Italia”.

Anche l’Italia non viene risparmiata dalle condanne ma la domanda rimane: come si evolveranno le relazioni tra i due paesi?  questi eventi inficeranno altre questioni di politica estera?

Forse abbiamo sbagliato qualcosa. 6-3 può fare 6.

Sarkozy rideva e la Libia piangeva

Era il 2011 quando Sarkozy in tandem con Angela Merkel rideva delle sorti dell’Italia. Era il 2011 quando la Libia piangeva sotto il flagello dell’esportazione della democrazia dall’alto ossia attraverso le bombe.

Sarkozy rideva, la Libia piangeva e con essa l’Italia, vittima di una crisi indotta dalla quasi fallita Deutsche Bank. In quel periodo nacque la crisi dello spread italiano e congiutamente si destabilizzò l’intera Libia, Paese strategico per gli interessi italiani.

I pasaran dell’Unione Europea in Italia spesso tacciono ancora di come la Francia, in associazione con la Federazione Russa, appoggi tutt’oggi le milizie del generale Haftar in contrasto con il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti d’America.

Ha scritto Luciano Lipparini su L’Indro:

Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).

Ora a distanza di anni si scopre di come il protagonista dell’operazione Libia Nicolas Sarkozy rideva per poter nascondere i fondi ricevuti in campagna elettorale proprio dai libici. L’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, è stato interrogato in stato di fermo per giorni dalla polizia a Nanterre (Parigi), nel quadro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti libici alla sua campagna elettorale del 2007. Sia chiaro che è arduo trovare nostalgie per il colonnello, ma le cancellerie che detengono la leadership dell’Unione Europea dovranno presto trovare una soluzione al vuoto creatosi nella regione.

Il premier francese Edouard Philippe, intervistato dai media francesi, ha detto di non voler rilasciare “alcun commento” sul fermo di Sarkozy nel quadro dell’inchiesta sui presunti soldi libici alla sua campagna presidenziale del 2007 ma ha evocato una “relazione intrisa di rispetto”. Al centro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti dell’allora dittatore libico Muammar Gheddafi a Nicolas Sarkozy, ci sarebbero “donazioni” sospette per 5 milioni di euro in denaro contante.

Dalla pubblicazione, nel maggio 2012, da parte del sito Mediapart, di un documento libico che evocava un presunto finanziamento di Gheddafi alla campagna presidenziale di Sarkozy, le indagini dei magistrati sono “molto progredite, rafforzando i sospetti che pesano sulla campagna dell’ex capo dello Stato”, ha scritto il quotidiano francese Le Monde.

Sarkozy rideva e la Libia ancora piangeva quando nel novembre 2016, quando durante le primarie dei Républicains, il faccendiere Ziad Takieddine dichiarò di aver trasportato 5 milioni di euro in contanti da Tripoli a Parigi tra fine 2006 e inizio 2007 prima di consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente, poi allo stesso Sarkozy. Vi è da segnalare come la testimonianza di Takieddine risultò in linea con quella dell’ex direttore dell’intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, il 20 settembre 2012, dinanzi alla procura generale del consiglio nazionale di transizione libico. Ciò fa si che a oggi le fonti vicine al dossier parlano di “indizi gravi e concordanti“.

A distanza di sette anni la Libia piange ancora, ormai divisa in Cirenaica e Tripolitania. In Francia, Italia e Europa le forze che ridevano dovranno rispondere difronte il sangue lasciato scorrere per l’oro nero. Nero come l’Africa e le coscienze di chi nel buio profondo ha speculato su interi popoli.

Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Emmanuel Macron – Nuovo Imperatore d’Europa

Quando la Francia negli ultimi seicento anni non ha governato in Europa, perché sempre più debole della perfetta macchina economica tedesca o degli Imperi (Britannico e Asburgico), ha scelto la via della guerra. Poi con il Trattato di Roma (mi spiace tanto per Severgnini che non lo abbiano sottoscritto a Milano) le cose si sono modificate.

Da quel momento è iniziato il lungo e tortuoso processo che ha portato alla costituzione e formazione dell’ente sovranazionale denominato attualmente Unione Europea. La Francia ne è stata tra le fondatrici e alle volte, guidata dal suo Padre, il generale De Gaulle ne ha condizionato tempi e struttura.

La storiografia racconta che siano stati dei funzionari francesi ad aver imposto il tetto del 3% del deficit.

Il 2017 sarebbe dovuto esser l’anno della conferma della stabilità tedesca e del magma incerto francese, alle prese entrambi con le votazioni per il rinnovo del potere esecutivo nazionale. Ebbene, se la Große Koalition, che solamente oggi ha ancora visto una risoluzione al vuoto di potere in Germania, i transalpini hanno incoronato come loro leader l’ambizioso Emmanuel Macron. Allo stesso tempo e modo la Francia, da cui nacquero le moderne destra e sinistra, nella contemporaneità ha distrutto i paradigmi del passato in nome del pragmatismo e della società liquida ha nuovamente segnato la strada che verrà nei processi decisionali collettivi.

Il giovane presidente ha fatto della bilateralità e degli stretti rapporti internazionali, si badi non per l’Unione Europea, la chiave del proprio successo personale.

Solamente in questo mese Emmanuel Macron è stato in Cina per rinsaldare i ricchi rapporti che rendono la Francia il player europeo d’eccellenza. L’approccio che caratterizza Macron è certamente il pragmatismo, che l’analista Tian Dongdong di Xinhua sintetizza in un’uscita del francese: quando durante la campagna elettorale gli fu chiesto di commentare la divisione tra sinistra e destra, l’allora candidato di En Marche rispose che

 “non importa se il gatto è nero o bianco, a patto che catturi i topi”, ossia usò una famosa massima del leader cinese Deng Xiaoping.

 

A dicembre Macron ha risolto la complicata e, in parte ancor oggi misteriosa, questione Ḥarīrī. Il quale il 4 novembre 2017 ha annunciato le sue dimissioni durante una visita di Stato in Arabia Saudita, denunciando una forte interferenza dell’Iran (che supporta Hezbollah, a sua volta una delle forze politiche a sostegno del Governo Ḥarīrī) in Libano ed ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Dopo aver avuto colloqui in Francia con il presidente Emmanuel Macron, è rientrato nel paese dei cedri il 22 novembre e, su richiesta di Aoun, ha sospeso le dimissioni, per poi revocarle definitivamente il 5 dicembre. Il Libano vede la Missione di pace sotto l’effige ONU guidata da Italia e Francia. Ma, se la prima è in scia, la seconda ne trae benefici.

E’ palese come durante l’ultima legislatura italiana appena conclusa, la Francia si sia impossessata degli asset del Bel Paese di maggior valore: da Telecom, a parte di Mediaset, fino ad arrivare a Luxottica. Senza scordare il possesso di quella che fu la Banca Nazionale del Lavoro e le intenzioni di prenderci Generali.

In questo quadro se la sponda con i sauditi è salda, Macron nel vuoto di carisma degli altri grandi è volato recentemente in Qatar. Nei giorni in cui il mondo discuteva sull’opportunità di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, la Francia ha guidato il fronte contrario a tal decisione. Al contempo il presidente francese Emmanuel Macron, in visita a Doha, ha firmato contratti per il valore di 14 miliardi di dollari con il piccolo ma ancora ricchissimo Emirato del Qatar, potenza mondiale del gas naturale liquefatto. Qatar proprietario anche del PSG. Nella fattispecie si è trattato di contratti per l’acquisto di almeno 12 caccia Rafale e 50 aerei passeggeri Airbus A-321.

Se questo non bastasse la Francia di Macron ha strappato i contratti maggiormente vantaggiosi dall’accordo con l’Iran, piazzando la Total e la Renault.

Il mondo europeo, nell’attesa che l’eterna potenza del mare si riorganizzi, ha ritrovato nella Francia la sua guida. Giusta o sbagliata che sia, la Francia di Macron si è ripresa un ruolo che gli mancava dal 1870 e lo ha fatto a dicembre. D’altronde ai francesi è sempre piaciuto farsi imperatori sotto Natale.  

La rivoluzione culturale in Francia made in Italy

La Francia punta sulla cultura e lo fa grazie a (un ulteriore) talento proveniente dalla nostra penisola. In questo caso non si tratta di un artista o uno scienziato, ma di una consigliera (c’è di la definirebbe “tecnica”) che fa parte del team di Macron ed ha un ambizioso progetto: Claudia Ferrazzi punta ad attuare una vera rivoluzione culturale della mondo artistico dal basso, o meglio a rendere davvero accessibile la cultura alla totalità della popolazione.

Il proposito è quello di “raggiungere l’obiettivo del 100% di ogni generazione messa nelle condizioni di accedere alla cultura del Paese”.

Ma come fare tutto ciò? la politica culturale prescelta è chiara: rinunciare alle illustri e rinomate esposizioni per puntare ad una più capillare diffusione dell’arte in tutte le sue forme e a tutti i livelli, a partire dalla scuola.

Le direttrici indicate: non solo aumento delle ore di arte negli istituti specializzati, già attuato nelle precedenti riforme scolastiche, ma accrescimento di un approccio pratico e diretto alla branca prescelta, con la riscoperta dell’apprendimento “in bottega”; un sistema di telecomunicazione che riesca a raggiungere la popolazione nelle proprie abitazioni per far conoscere l’arte anche comodamente seduti divano di casa, una nuova prospettiva dell’arte comodamente fruibile in alternativa agli svaghi domestici; infine una concreta e più profonda commistione tra arti eterogenee e plurietniche, veicolo per una compenetrazione anche linguistica e culturale coerente con gli sviluppi globali in atto.

Quindi in concreto meno mostre collettive degli Impressionisti o personali celeberrime, ma utilizzo dei fondi pubblici per avvicinare i giovani all’arte, sia essa francese o extraparigina, per creare un vero legame tra giovani ed arte, “mettere in movimento le persone e le opere, far ritrovare loro la fisicità del rapporto diretto”: sembrerebbe il manifesto di una “Europa culturale” ed invece è il programma di diffusione artistico franco(-italico) di visione cosmopolita.

Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Francia – Trionfa nuovamente Macron, muoiono i socialisti

La Francia conferma la sua fiducia verso il neo eletto presidente Emmanuel Macron. Il movimento dell’ex banchiere, fondato appena un anno addietro, “En Marche!”  esce nettamente e clamorosamente in testa alle legislative francesi con il 32,6%  con un bottino in seggi che va da 415 a 445. Una maggioranza schiacciante, visto che l’Assemblée Nationale ha in tutto 577 deputati. Una vittoria fuori da ogni aspettativa, che calcolando il poco tempo a disposizione, ma che pone ora un onere privo di scusanti.

Nella storia dell’elezioni in Europa solo il partito Forza Italia di Berlusconi ebbe un successo paragonabile in un lasso di tempo assai breve. La scelta dei Francesi fa in modo che il primo Presidente post-ideologico dovrebbe riuscire ad incassare un numero di seggi inedito nella storia politica francese, una maggioranza talmente schiacciante da aver fatto dire a qualcuno dei collaboratori che “sarebbe stato meglio vincere con una maggioranza minore per la compattezza del movimento”.

Seppur con qualche difficolta resiste la destra gollista dei Républicains che  riesce a raggiungere tra il 19 e il 21 per cento dei voti. Ciò fa sì che alla luce del sistgema elettorale francese che prevede i collegi uninominali potrebbe portare l’UMP a conquistare un centinaio seggi al parlamento. Seppur in difficoltà entrerà nell’Assemblea Francese il Front National di Marine Le Pen, che il 7 maggio era riuscita a conquistare il 33 per cento del voto contro il 66,1 di Macron. L’attuale 14% contato in un sistema maggioritario dovrebbe penalizzarla: potrebbe avere dai 3 ai 10 seggi, sempre qualcosa in più rispetto al 2012 quando vide eletta nell’Assemblea una sola parlamentare.

Vera sorpresa è invece il movimento “La France Insoumise” il partito del tribuno della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon con il 12% dei voti, che sì sconterà come il FN il sistema maggioritario, ma seppellisce definitivamente i socialisti francesi e qul che resta della socialdemocrazia in Europa. Corbyn è rimasto fedele ai cardini dell’ideologia, cosa che nel continente non è accaduta per i partiti della sinistra democratica. un requiem che sembra aspettare nei prossimi anni il sequael nel resto dell’Unione Europa.