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Un punto di vista alla rovescia

La fenomenologia di Husserl si basa soprattutto sul concetto di intenzionalità, quindi è l’io al centro delle intenzioni. Ma se per Husserl è il punto iniziale da cui far partire il proprio metodo, per altri filosofi l’intenzionalità non è presa per niente in considerazione. Facciamo l’esempio del filosofo francese Jean-Luc Marion, che sarà il centro della nostra analisi odierna, che, prendendo come punto iniziale del prorprio pensiero la fenomenologia husserliana, cerca e vuole capovolgere alcuni punti principali della fenomenologia. In questo breve articolo vorrei parlarvi di come il Nostro cerca di capovolgere l’intenzionalità, o semplicemente vedere come viene elaborata. Se per Husserl è l’io che si dirige verso l’oggetto, in Marion è il contrario, è l’oggetto che chiama in causa l’io. In una delle sue prime opere intitolata Riduzione e donazione, Marion, inizia ad effettuare questo capovolgimento partendo proprio dalla riduzione. Per Husserl la riduzione non è altro che mettere tra parentesi l’ontologia, cioè sappiamo che il mondo è un oggetto é utilizzando lo stesso esempio che ho adoperato in un mio paper intitolato Al bivio della fenomenologia. Due sentieri agli antipodi, e cioè che noi sappiamo cosa sono i tablet, e sappiamo che esistono pure le loro custodie di diverso tipo e colore.

Guardando questa immagine una persona attenta nota subito che in realtà questo oggetto non è un libro. Lasciamo da parte la domanda che cos’è?, cioè sospendiamo per un attimo il giudizio e riflettiamo invece la sul come si presenta a noi. Una volta che abbiamo analizzato questo oggetto in tutte le sue parti possiamo dire che è una custodia per un tablet, in quanto un libro ha la stessa copertina, ma all’interno dovrebbe avere delle pagine, cosa che questo oggetto non ha.

Ritornando al Nostro, anche lui utilizza la riduzione ma in maniera diversa. Se per Husserl l’ontologia, cioè l’essere di un oggetto, ha un determinato peso, in Marion l’ontologia viene destituita facendola cadere sotto la riduzione. Infatti il Nostro dichiara «Più la riduzione (si) riduce, più estende la donazione» (J.L. Marion, Riduzione e donazione, 297). L’obiettivo che Marion vuole raggiungere è quello di dare più importanza alla donazione, in quanto è essa che dona il vero essere di un fenomeno, ma questa donazione si ha solamente grazie alla riduzione. Ecco svelato il senso dell’opera presa in esame.

Per concludere questo breve elaborato, in Marion non esiste nessun riferimento all’intenzionalità di un io, in quanto l’io viene chiamato in causa, per esempio come se stessimo passeggiando in un parco ci colpisce l’odore di un fiore che ci attira verso di esso. Sinceramente, questo ultimo fatto esposto, mi lascia alcuni dubbi in quanto é vero potremmo sentire l’odore di un fiore, ma è esso ad attirarci veramente? Siamo così passivi da essere chiamati dal mondo, o siamo noi a controllare le nostre intenzioni?

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

Marine Le Pen, nuova regina di Francia

I sondaggi lo avevano anticipato da più di un anno, ma, in Italia, nessuno ci aveva creduto, o perlomeno, nessuno si era immaginato un risultato di questo tipo, fino a quando, domenica sera arriva la notizia che il Front National, il partito del più famoso Jean-Marie Le Pen, ormai da qualche anno guidato dalla figlia Marine, diventa il primo partito di Francia con il 24,9% dei voti ottenendo 24 seggi al Parlamento Europeo. “Il popolo sovrano ha deciso di voler riprendere le redini del proprio destino”, queste sono le prime parole che Marine Le Pen ha pronunciato pochi minuti dopo l’annuncio del clamoroso risultato ottenuto dal partito nazionalista francese. Il partito della politica “de les français, pour les français, avec les français” che tra i punti principali del suo programma propone l’uscita dall’ Euro, una moneta che, secondo il FN ha creato solo debito, disoccupazione, esplosione dei prezzi e delocalizzazione, e di tornare al Franco, trasformando l’Euro in una moneta comune, che dovrà coesistere con le monete nazionali. E ancora il “patriottismo economico” contro la delocalizzazione delle imprese, per il rilancio dell’agricoltura e dell’industria nazionale, la liberazione dai mercati finanziari e dalla schiavitù degli interessi sul debito “de-privatizzando” il denaro, misure durissime contro l’immigrazione clandestina e criteri di preferenza nazionale per i francesi rispetto al lavoro, agli alloggi e agli aiuti statali. Infine la rinegoziazione dei trattati europei per recuperare la sovranità nazionale. E su questo punto del programma la Le Pen, guardando alle Presidenziali del 2017, ha subito dichiarato, ieri, che, una volta al potere in Francia (una previsione non troppo campata in aria vista la straordinaria crescita del partito), uno dei primi provvedimenti del FN sarà proprio l’indizione di un referendum per chiedere ai francesi di pronunciarsi su un’eventuale uscita dall’Unione Europea. Delle dichiarazioni che stanno facendo preoccupare un po’ tutti gli europeisti, considerando il consenso di cui il partito gode fra i francesi: uno su quattro ha votato il Front National e si tratta perlopiù di giovani e categorie svantaggiate.

Il quotidiano francese Le Figaro, citando l’ istituto Ispos-Steria, riporta alcune percentuali che spiegano la composizione del consenso ottenuto dal partito nazionalista: il 30% dei giovani sotto i 35 anni hanno votato il FN, e hanno fatto lo stesso il 37% dei disoccupati e il 38% degli impiegati. La percentuale raggiunge addirittura il 43% fra gli operai. Categorie con redditi inferiori ai 20.000 euro l’anno, che qualche anno fa avrebbero probabilmente votato a sinistra e che oggi invece hanno scelto di affidarsi ad un partito nazionalista, che, sebbene sia cambiato sotto la direzione di Marine, è stato sempre bollato come di estrema destra: tutti ricordano le manifestazioni di protesta contro il “fascista” le Pen, quando nel 2002 il Front National raggiunse il 16% alle Presidenziali, andando al ballottaggio con il Presidente uscente Jacques Chirac.

Ma oggi le cose sono cambiate. L’ideologia non conta più nulla ed a contare sono invece le proposte. E quelle del FN piacciono ai francesi: semplici ma non banali, incisive ma non radicali, popolari ma non populiste. La ricetta del FN infatti è quella che, con le varianti del caso, è stata premiata in tutta Europa in questa tornata elettorale: in Ungheria il partito nazionalista Jobbik, guidato da Gabor Vona, nonostante la campagna di odio e screditamento subita nell’ultimo anno, cresce inarrestabilmente garantendosi un risultato strepitoso a queste europee, che lo hanno consacrato il secondo partito del paese con il 15% dei voti. E poi c’ è Alba Dorata, un po’ in calo, ma che si conferma il terzo partito in Grecia con il 10% dei consensi, che gli permettono di guadagnare dei seggi al Parlamento Europeo, uno dei quali sarà occupato dal padre di Yorgos Fundulis, uno dei due giovani militanti uccisi a colpi di arma da fuoco, lo scorso anno, di fronte alla sede del movimento ad Atene. L’NPD, il partito nazional-popolare tedesco ottiene un seggio, e l’onda di affermazione dei partiti nazionalisti in Europa non si ferma qui: dal partito belga Vlaams Belang, al Partito del Popolo Danese, all’Fpo in Austria, fino allo UKIP in Inghilterra, passando per la Finlandia e l’Olanda, i consensi sono fortissimi ovunque. Solo in Italia questa tendenza è stata edulcorata probabilmente dal forte astensionismo, ma anche qui è un dato il buon risultato della Lega di Matteo Salvini, sicuramente sopra le aspettative.

Front National

Eppure esiste una differenza tra i partiti nazionalpopolari come per esempio Jobbik e Alba Dorata e quelli euroscettici tout-court come il Movimento 5 Stelle e lo UKIP. La differenza sta nelle idee fondanti, che nel primo caso sono chiare e precise e nel secondo sono più confuse e adatte a raccogliere la rabbia popolare, che però rischia di restare intrappolata in un limbo perpetuo e di non concretizzarsi in alcun risultato, come ha dimostrato il caso italiano. E il Front National potrebbe avere un ruolo di sintesi tra queste due differenti espressioni di un comune sentimento popolare. Ma l’illusione forse è durata troppo poco perché il fronte sembra già spaccarsi: dal nocciolo duro del suo gruppo anti-euro e anti-immigrazione infatti la Le Pen ha già escluso Alba Dorata, Jobbik ed NPD, con cui, secondo la leader “ci sono divergenze maggiori”. Ok invece per la Lega, Fpo e Vlaams Belang, che, ormai è certo, affiancheranno i 24 parlamentari del Front National nel gruppo europeo che va costituendosi.

 

Alessandra Benignetti

Ius soli: evoluzione inevitabile nella società odierna

Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico, ha recentemente dichiarato di voler restare “Al governo con il centrodestra solo per approvare ius soli e unioni civili”. Al di la dell’attendibilità della promessa, il tema dello ius soli è tornato al centro del dibattito politico italiano negli ultimi mesi, con l’accelerazione imposta dal neo-ministro dell’integrazione Cecile Kyenge verso la modifica della normativa vigente.

Lo ius soli è il principio giuridico in base al quale colui che nasce sul territorio di uno Stato ne acquisisce automaticamente la cittadinanza. A questo si contrappone il principio dello ius sanguinis, per cui il genitore cittadino di uno Stato trasmette la cittadinanza al figlio indipendentemente dal luogo di nascita.

La differenza nell’adozione dei due sistemi trova una sua coerenza se si osserva che lo ius soli è adottato da paesi con un alto numero di immigrati come Stati Uniti d’America, Argentina, Brasile e Canada. Al contrario, lo ius sanguinis, che tutela i diritti dei discendenti degli emigrati, vige in quei paesi che hanno vissuto periodi caratterizzati da un alto tasso di emigrazione.

Nonostante l’ultimo ventennio abbia registrato significative aperture a forme di ius soli più o meno temperate in diverse nazioni, lo ius sanguinis ad oggi continua ad essere il sistema largamente più diffuso nel mondo.

Non stupisce dunque che mentre gli Stati Uniti, nazione fondata da immigrati, adottino lo ius soli per natura, lo ius sanguinis sia invece alla base di tutte le legislazioni in Europa, culla degli Stati nazionali e di una concezione della nazione come comunità legata da affinità di sangue e di cultura .

In Germania la normativa sulla cittadinanza ha riflettuto a lungo questo mito. Negli ultimi venti anni, tuttavia, una serie di riforme hanno attenuato la rigidità di questo modello, riducendo a otto gli anni di residenza necessari per richiedere la naturalizzazione e applicando il riconoscimento automatico della cittadinanza tedesca ai nati in Germania da stranieri, a patto chealmeno uno dei genitori abbia risieduto nel paese negli ultimi otto anni e disponga di un permesso di soggiorno permanente.

In Francia vige il doppio ius soli, in base al quale può ottenere la cittadinanza chi nasce in Francia da genitori stranieri a loro volta nati in Francia, mentre qualsiasi cittadino straniero maggiorenne può richiedere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza sul territorio francese dopo gli undici anni di età.

In Italia la legislazione prevede criteri restrittivi per l’ottenimento della cittadinanza da parte dei cittadini stranieri, a meno che non vantino una qualche ascendenza italiana o non acquisiscano legami di parentela con cittadini italiani attraverso il matrimonio: un approccio che Giovanna Zincone ha definito “familismo legale” nel suo omonimo saggio.

Gli immigrati di prima generazione devono dimostrare di aver risieduto ininterrottamente nel Paese per quattro anni se originari di paesi comunitari e per dieci anni nel caso di paesi extra-UE. Alle seconde generazioni, ovvero i bambini nati in Italia da genitori stranieri, si applica una sorta di ius soli, con stringenti requisiti di residenza: il ragazzo deve aver vissuto ininterrottamente per diciotto anni in Italia (è concesso solo un vacuum di sei mesi), e ha a disposizione solo dodici mesi dal compimento della maggiore età per effettuare la richiesta.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per giustificare come il bambino X, che è nato in Italia, frequenta le scuole italiane e parla con l’inflessione dialettale del luogo in cui vive si possa considerare italiano a tutti gli effetti, così come lo è –di fatto e di diritto- la maggioranza dei suoi compagni di classe. Eppure la legge ad oggi impedisce al bambino X di accedere a tutti i diritti connessi alla cittadinanza almeno fino alla maggiore età, e anche successivamente può essergli di ostacolo.

Si arriva dunque all’assurdo, in paesi come Italia, Spagna, Germania, che emigrati di terza o quarta generazione, nati e vissuti all’estero, senza alcun legame con gli usi e i costumi della nazione d’origine (in più di qualche caso neanche con la lingua) siano cittadini a tutti gli effetti, mentre un figlio di immigrati, parte della comunità in cui vive e di cui conosce le problematiche affrontandole tutti i giorni, sia considerato estraneo dalle leggi che regolano quella comunità. La questione ha un impatto rilevante anche dal punto di vista elettorale: l’emigrato di terza o quarta generazione può votare dall’estero, mentre immigrati di lunga residenza sul territorio italiano, che lavorano e pagano le tasse in Italia, non hanno alcun diritto politico.

E’ evidente come nella società attuale, caratterizzata dall’abbattimento delle frontiere sancito in primo luogo da Schengen e in continua espansione grazie alle nuove adesioni all’Unione Europea, il legame di sangue ceda sempre di più il passo al legame di comunità. Lo ius sanguinis trova le sue origini in logiche antiche, risalenti al periodo della costituzione degli Stati nazionali e ormai sorpassate dalla storia.

Vi sono diritti fondamentali e fondativi, come l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di espressione e di culto, diritti da modificare, diritti da creare. L’espansione dei diritti dell’uomo e del cittadino è una necessità storica. Ogni paese dovrebbe adeguare la carta dei diritti all’evoluzione della società, affinché le leggi massime dello Stato abbiano un’effettiva corrispondenza con ciò che avviene nel mondo reale.

Thomas Jefferson affermava che “every generation needs a new revolution”. Lo ius soli è uno di quei traguardi ineludibili, una volta raggiunti i quali non si torna indietro. E’ stato così con tutte le grandi conquiste sui diritti, sancite dalla società prima ancora che dalle leggi che la regolano: dal superamento della segregazione razziale al diritto all’aborto, fino alla legislazione sulle coppie di fatto. Chi nasce e cresce in una comunità ne è a tutti gli effetti parte integrante ed è giusto e doveroso che la legge ne riconosca i diritti e i doveri connessi alla cittadinanza.

Paolo Magnani – AltriPoli

A "Mali" estremi

Da un biennio il Nord Africa è il fulcro dei cambiamenti geopolitici e dei conflitti militari di maggior interesse su scala mondiale. La crescita nel continente nero di potenze geopolitiche come la Cina, il ritrovato ruolo della Russia e il cambio di passo nelle cancellerie occidentali sono alcune delle cause di questi cambiamenti. Indubbiamente con l’ondata di semi-rivoluzioni della cosiddetta “Primavera Araba” alcune problematicità del Nord Africa si sono acuite.

Prima fra tutte quella legata al fondamentalismo islamico e al suo perpetuo coinvolgimento in tutte le rivolte ed agitazioni che riguardano i paesi islamici. La maggior parte delle problematicità del quadrante nordafricano dipendono dagli errori di analisi commessi dalle cancellerie europee nell’affrontare la guerra in Libia. Il risultato dell’intervento militare sotto egida NATO, oltre alla caduta e morte di Mu’ammar Gheddafi, è stato quello di rendere la regione ancora più instabile rispetto al periodo antecedente. Dall’intervento militare promosso dall’Eliseo e dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy ne è scaturita, come effetto collaterale più evidente, la “Rivolta Tuareg” che ad oggi è l’antefatto della maggior preoccupazione per l’occidente ovvero la proliferazione nell’area di gruppi jihadisti.

L’escalation prende il via nella prima metà della scorsa estate quando il gruppo Ansar Dine ed altre organizzazioni legate ad al-Qa’ida dichiarano di aver preso possesso del Mali del Nord (Azawad). La “Battaglia di Goa” e la disfatta del Movimento di Liberazione dei Tuareg è il punto di non ritorno per il destino dell’intera area. Ad oggi il Mali del Nord potrebbe esser facilmente paragonato per due motivi all’Afghanistan di metà anni novanta. Il primo motivo risiede nella prolificazione di campi d’addestramento per le truppe ed i seguaci della Jihad islamica e nella costituzione di una base operativa internazionale. Il secondo motivo è nella superficialità con il quale i media occidentali affrontano il tema “Nord Africa”.

I paesi maggiormente coinvolti nell’area sono la Mauritania e l’Algeria. Ora se il primo è disposto a supportare un intervento militare, il secondo impegnato in un conflitto interno con le mai sradicate cellule islamiche opterebbe per una serie di negoziati. Sono di questa settimana le parole del portavoce del Ministero degli Esteri algerino Omar Balani, il quale nella conferenza stampa con i giornalisti stranieri, ha spiegato che l’attacco al Mali metterebbe a repentaglio la sicurezza interna dell’Algeria.

Vera protagonista della partita, come sempre quando si parla di Africa dall’inizio del nuovo millennio, è Parigi. Difatti con l’Amministrazione Obama a guida della Casa Bianca dedita alla prudenza nell’affrontare questioni internazionali non legate al Medio Oriente e con Russia e Cina impegnate nel mantenere ed accrescere interessi economici nell’area a tessere le trame di un probabile intervento militare è la Francia. Permane un problema per l’Eliseo nell’affrontare un intervento militare diretto che risiede nella volontà da parte del neo eletto Presidente della Repubblica Francese Hollande di non esser accusato di neocolonialismo. Al momento l’ordine a Parigi è quello di lavorare sottotraccia ad una risoluzione, in modo d’allontanarsi dal concetto imperialista di Françafrique e mantenere in vita i negoziati per la liberazione dei molti cittadini e cooperanti francesi ostaggio nell’area delle formazione jihadiste. Da questa scelta nasce la volontà di Parigi di affidarsi alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) per il supporto logistico e alle truppe dell’Unione Africana.

Tant’è che il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha dichiarato martedì che -La Francia non manderà ”truppe di terra” nel nord del Mali, ne’ effettuerà ”bombardamenti aerei” sull’area per aiutare i Paesi africani nella missione contro i gruppi islamisti che la occupano -. Si è detto invece disponibile alla probabilità che la Francia offra un contributo di ”intelligence” all’operazione militare africana, approvata domenica scorsa ad un vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas).

Non mancano gli scambi d’informazioni e richieste da parte di Parigi ai maggiori alleati europei. Se vi starete domandando se tra essi compaia l’Italia la risposta è sì. Difatti il Ministro per gli Esteri Terzi di Sant’Agata, lo stesso che da mesi non riesce a riportare sulle basi del Diritto Internazionale i Marò impegnati in un’operazione internazionale antipirateria nell’Oceano Indiano, si è reso disponibile ad un coinvolgimento dell’intelligence e delle truppe italiane. Ora mentre Washington è disponibile a sostenere solo ed esclusivamente operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo, sulla base del modulo con il quale l’attuale e riconfermata Amministrazione Obama ha dato il via all’Africom e alle operazioni d’intelligence nel continente nero, la questione rimane all’Europa.

Sì perché l’Europa per storia e posizione geografica è l’entità maggiormente coinvolta ed interessata dalla destabilizzazione nordafricana. Nel Mali, nella mancata assistenza ai profughi e rifugiati libici e nelle bombe che ogni settimana le formazioni legate ad al-Qa’ida fanno esplodere in Nigeria.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli