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Le funambole delle Alpi

In tempi romani di bianca neve e voti neri, la pioggia a lavare le strade e le conseguenze delle scelte che son lì a schiacciare il sonno, viene da alzare lo sguardo e volare alto, oltre i tremori e l’affannarsi delle città, oltre i saliscendi collettivi ed i crocevia individuali, là sopra i crinali dormienti delle Alpi da dove tutto è più piccolo, insignificante e libero. Così, se gli scorsi anni abbiamo ricordato l’operare degli Architetti rivolto alla sconfinata orizzontalità del mare (link), oggi vorremmo riportare quegli episodi in danza con la verticalità dolomitica: opere d’autore incastonate tra i monti pallidi, ai fianchi curvi dei più conosciuti impianti sciistici.

La costruzione delle Alpi antecedente l’arrivo della Modernità, si radica su episodi di architettura nati secondo tradizione, in un rapporto col contesto vernacolare, dato dal tempo e da un sapere esperito che, forte di questa autenticità, alla Storia è rimasto anonimo. Dagli anni ’30  incisivi fenomeni, come il turismo di villeggiatura, l’industria idroelettrica, lo sviluppo infrastrutturale, influiscono sulla civilizzazione ad alta quota. L’arrivo roboante dei nuovi topoi della velocità, dell’automobile e della macchina, investe anche le vette sfidando la loro severa natura con le nuove tecnologie. Ma nonostante la forte pressione linguistica e strutturale degli standard del Moderno, nelle mani d’Autore si ritrova questo dialogo commovente tra la tradizione storica di un fare architettura materno ed il nuovo modo paterno di pensarla.

Franco Albini in arrampicata

Una prima roccaforte insediativa è lo Sporthotel in Val Martello, a Nord Ovest di Trento, progettato da Giò Ponti e costruito nel 1937. La costruzione era stata pensata come principio motore di un sistema infrastrutturale dolomitico, fatto di funivie abitate a collegamento tra Cortina, Val di Siusi, Arabba, Ortisei ecc, anticipando e superando di visione il moderno Sellaronda. Realizzato rosso invece che verde e successivamente sopraelevato di due piani in più rispetto al progetto di Ponti, l’edificio viene abbandonato nel 1955 e rimane tutt’oggi in quello stato di limbo che separa i vivi dall’aldilà.

Spostandoci sulla corona della valle D’Aosta, nell’area del Monte Cervino, Franco Albini e Luigi Colombini progettano e realizzano a Cervinia nel 1949 un albergo per ragazzi, battezzandolo Pirovano con il nome dell’amico di arrampicate Giuseppe.

Come reazione alla situazione urbanistica esistente, l’edificio da me realizzato in collaborazione con Luigi Colombini, si propone il problema dell’ambientamenti nel paesaggio alpino, valendosi di quelle esperienze dell’architettura antica della Valle d’Aosta tuttora attuali e aderenti allo spirito moderno. [1]

Mai mimetico o folkloristico, l’atteggiamento dei Maestri è di un continuo dialogo fra i giganti del passato, la vernacolare tradizione e quotidianità del presente e le pulsanti innovazioni del futuro. Albini riprende la soluzione tipica delle case valdostane di sovrapporre un blocco in legno ad un basamento in pietra e la coniuga alle espressioni della modernità. Così le colonne di un ordine gigante, quasi dorico o cinquecentesco, in muratura portante reggono una struttura lignea leggera di abitazioni su cella modulare con orientamento ruotato per accogliere “equamente i raggi del sole in ogni stanza”.

A sinistra Albergo Pirovano, Franco Albini; A destra disegno di Giò Ponti progetto per la funivia albergo da Bolzano ad Ortisei fino a Cortina

Nel 1954 il presidente del gruppo petrolifero Eni, Enrico Mattei, incarica l’architetto Edoardo Gellner a progettare un villaggio per le vacanze dei dipendenti d’azienda a Corte di Cadore, a sud delle valli di Cortina D’Ampezzo, nuovamente in area dolomitica. L’opera cardine di aggregazione sociale ed urbanistica dell’agglomerato urbano deve essere la chiesa, di cui Gellner definisce collocazione e protoforma nei piani di dettaglio dell’area. E’ il 1956 quando l’architetto delle Alpi bellunesi decide di chiamare Carlo Scarpa a collaborare con lui alla progettazione dell’edificio sacro. In quello stesso anno Scarpa è impegnato nell’allestimento della mostra di Piet Mondrian a Roma, negli inizi dell’esperienza di Castelvecchio a Verona, ma in particolar modo nella realizzazione della boiserie dell’aula Baratto al secondo piano della Ca’ Foscari di Venezia. Quest’ultimo progetto, confrontato con la precedente risistemazione dell’intera facoltà, compiuta che era ancora trentenne, racconta più di altri una personale plasticità organica legata alle influenze di Frank L. Wright.

Tendenza progettuale condivisa con Gellner, che conosce personalmente il maestro americano agli inizi degli anni ’50 ed aderisce inoltre all’APAO (Associazione per l’Architettura Organica fondata da Zevi e Piccinato). Alcuni suoi lavori vengono infatti riconosciuti e pubblicati sulla rivista Metron, manifesto zeviano dell’organicismo.

A sinistra Carlo Scarpa, Edoardo Gellner, Chiesa di Borca di Cadore; a destra Carlo Scarpa, boiserie dell’Aula Baratto

Nel progetto di Cadore la collaborazione fra i due è intensa e rapida. La frase interrotta scarpiana in dialogo con un’altra mano si asciuga per rivolgere tensioni e forze ad un rapporto più essenziale e stereometrico con il paesaggio delle vette alpine. Il progetto svela oltre all’interesse tettonico verso la natura, anche lo stretto legame dei due architetti con l’artigianato, che Gellner matura da giovane nella bottega di allestimenti ed insegne del padre. Scarpa non ha ancora compiuto il viaggio in Giappone (1969), che indissolubilmente segnerà la definizione spaziale e poetica delle opere successive: la riproposizione della lezione giapponese risulta quivi mediata dagli occhi organicisti del maestro occidentale Wright e mirata soprattutto ad una cura del dettaglio e del materiale.

Altra personalità che ha impreziosito i crinali e le valli alpine è quella di Carlo Mollino. Figura dall’animo istrionico e di passione eclettica, amava pilotare aerei sopra le Alpi dell’area piemontese ed osservare quel mare bianco dall’alto. Una passione per lo studio aerodinamico che si manifesta nell’espressione episodica e fluida degli elementi strutturali in calcestruzzo armato, accoppiata ad un amore per il vuoto che trova, in questo caso, radice spaziale matura nella lezione giapponese. (link)

Carlo Mollino: a sinistra Stazione di sci al Lago Nero, Sauze d’Oulx; al centro Casa sull’Altopiano, Luino, Varese; a destra La casa del Sole a Cervinia

 

Se nella vita cercava donne vestite di nulla, in architettura le sue opere si vestivano di vuoto. Le opere di Mollino risultano come delle trampoliere su un pavimento in discesa. Un’intenzionale precarietà di equilibrio, protesa al paesaggio, che esalta la leggerezza integrata delle strutture con la natura. Non servono i solidi e contemporanei titani d’acciaio aggrappati come piante rampicanti, conficcate ed invasive, nelle rocce alpine .

Come il saliscendi di uno stambecco, è tutto essenziale nel suo dimensionato gioco di forze a (s)balzo tra le rocce sul vuoto dei precipizi.

 

Carlo Mollino: a sinistra Stazione di sci al Lago Nero, Sauze d’Oulx; al centro Casa sull’Altopiano, Luino, Varese;

[1]Albini F. albergo per ragazzi a Cervinia, in Edilizia Moderna, n.47, Dicembre 1951

De Rossi A., La costruzione delle Alpi. Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017), Donzelli Editore, Roma, 2014

About Renzo Piano


Mi chiedevo proprio oggi come sia possibile che di Cristoforo Colombo venga ancora discussa la nazionalità. Chi lo vuole spagnolo, chi portoghese, chi polacco e chi italiano. Certo sulle enciclopedie troveremo la versione più diffusa, ovvero “Christophorus Columbus natione Genuensi”. Dopo quella sul dove, la disputa sul quando. Risulta tuttora incerta l’esatta data di nascita dell’illustre esploratore. Si pensa, tra il 26 agosto ed il 31 ottobre 1451. 

Ora vi chiedo: di quale altro illustre personaggio si discute tuttora la nazionalità – se non effettiva potremmo dire artistica – Anch’egli effettivamente cresciuto ai piedi della Lanterna, anch’egli nato tra il 26 agosto ed il 31 ottobre – precisamente il 14 settembre 1937 – ?

Ebbene il nostro Cristoforo Colombo si chiama Renzo Piano.

Forse non tutto vi tornerà. E’ vero che i due possono entrambi definirsi genovesi. E’ vero che i due potrebbero essere nati sotto il segno della Vergine il 14  di settembre, con quattrocentoottantasei anni di differenza, ma perché mai noi dovremmo mettere in discussione la nazionalità, anche quella artistica soltanto, dell’architetto, neo Senatore a vita, Renzo Piano?

Perché Renzo Piano è indiscutibilmente un architetto gotico.

MuSe di Trento ; Laura Cristallini, Agosto 2013.

Se voi doveste individuare un podio di architetti italiani, universalmente riconosciuti, certamente non inserireste mai e poi mai un architetto gotico. Potrei immaginare un terzetto tipo Il Vignola, Pietro da Cortona e Luigi Moretti od un più audace Peruzzi, Carlo Rainaldi e Sant’Elia. Ma in linea di massima difficilmente inserireste un maestro attivo in Italia nei primi trecento anni dopo il mille.

Questo non vuole affatto stare a significare che in Italia non ci siano straordinari manufatti ascrivibili ad un’architettura tendenzialmente gotica, vedi San Galgano, Castel del Monte, Castel Maniace, la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, il Duomo di Orvieto o Palazzo Ducale. Ma bensì che l’architettura ritenuta esattamente italiana è quella più dialettica e mentale del Rinascimento, quella romanica più modesta e raccolta, o ancora quella barocca controriformata, per non parlare delle antichità classiche senza tempo. L’architettura gotica, come d’altronde quella bizantina, ha delle manifestazioni eccellenti lungo la Penisola, ma di certo non comparabili alle tendenze sopracitate.    

Curioso insomma come oggi il nostro architetto più famoso nel mondo sia decisamente distante dalla più canonica scuola italiana. Piano si forma a Firenze e poi a Milano, figlio di costruttori, si interessa inizialmente alle tensostrutture prima di approdare sul palcoscenico dei grandi con la vittoria con Richard Rogers per il Centre Georges Pompidou di Parigi. I due saranno da quel momento, e per sempre, i maestri indiscussi dell’estetica high-tech.

Nicolai Ouroussof, a mio modo di vedere uno dei più acuti critici di architettura contemporanea, trova le parole esatte in riferimento al lavoro di Piano:

« La serenità dei suoi migliori progetti può quasi farci credere che viviamo in un mondo civile ».[1]

Non mi ritengo un grande fan dell’architetto genovese, forse perché in Italia, non a caso, non ha mai dato il meglio di sé, ma sottoscriverei pienamente le parole del critico.

Quando lavora per prestigiose committenze, preferibilmente in paesi anglofoni o quantomeno non mediterranei, Renzo Piano difficilmente sbaglia. E’ esattamente vero il contrario se lo posizioni più a Sud di Genova (d’altra parte “co l’high tech sotto Genova ce fai poco” ..).

Infatti, come chiederei senza problemi alle committenza di riferimento di abbattere i lavori di Nola, San Giovanni Rotondo, Bari e, fatemelo dire anche se non ci sono mai stato, il centro culturale in Nuova Caledonia, individuerei nella sede del New York Times di New York e nel complesso Saint Giles Court di Londra alcune delle opere più sofisticate del nuovo millennio.

Saint Giles Court di Londra ; Archivio PoliLinea, Agosto 2012.
In definitiva, Piano entra nel Senato Italiano anche se di italiano ha ben poco: non a caso non è riuscito a stimolare una vera e propria scuola al suo seguito, dinamica tipicamente italiana, non è un teorico di riferimento nel dibattito contemporaneo, aspirazione -spesso mai realizzata- dell’intera classe di architetti postmoderni italiani, fattura decisamente più all’estero, con i suoi studi di Parigi e New York, che in Italia.

Ma prima di chiudere questa scapestrata digressione sul nostro unico Pritzker in vita, accennerei all’unica chiave di lettura sensata ed italiana che giustifica l’iter così globalizzato e poliglotta del nostro Renzo. Ovvero il lungo tirocinio presso lo studio di Franco Albini, l’architetto più mitteleuropeo nel panorama del Razionalismo Italiano, capace di progetti memorabili, sempre strettamente legati al dato tecnologico ed al dettaglio costruttivo.

Sono inequivocabilmente presenti nel maestro le caratteristiche che hanno reso celebre l’allievo.  

Jacopo Costanzo – PoliLinea

  



[1] Nicolai Ouroussoff, Renzo Piano Embraces Chicago, The New York Times, 13 Maggio 2009.