Home / Tag Archives: Franco Purini

Tag Archives: Franco Purini

Una calda estate, o dell’ultima Scuola Romana

A Luglio non si dovrebbe scrivere. Si fa fatica. Il caldo; poi un cicaleggiare costante che si insinua dentro le stanze in penombra, suggerisce piuttosto una pennica. Al massimo una carrellata di pensieri non troppo connessi, che messi assieme potrebbero raccontare una storia, un domani. Eppure Roma d’estate scintilla, di una bellezza anestetica, che induce anestesia.
E’ una responsabilità da distribuirsi quindi: il caldo e la bellezza accecante di Roma.
A Luglio a Roma non si dovrebbe scrivere davvero.

Come si susseguono le stagioni, si susseguono le cronache.
La cronaca, con il suo discutibile senso del dovere, spinge a destarci, a rendicontare.
Da settimane oramai, non riesco a liberarmi di un pensiero.
Sta calando il sipario sull’ultima Scuola Romana.
Quella che si può intendere come l’ultima stagione di una classe di eccellenti architetti e pensatori romani, sta volgendo al termine.

Ci ha lasciato pochi mesi fa Giorgio Muratore, custode di una romanità autentica, difficilmente esportabile. Un fuoriclasse, formatosi nella primavera de La Sapienza, la cui voce ha saputo attingere da intellettuali di Serie A – spesso agli antipodi – i quali, per nascita, formazione, traiettorie professionali, si sono ritrovati, tutti contemporaneamente, sulle rive del Tevere.
Parliamo di una fucina di critici di primo ordine, da Zevi fino a Tafuri passando per Benevolo e Portoghesi, l’intellighenzia romana poteva ergersi a paradigma dell’intero scenario internazionale.
Un’ideale istantanea dei suddetti, avrebbe potuto sintetizzare pienamente il milieu di un fervente e chiassoso dibattito architettonico, ad oggi ineguagliato.

Non credo nelle coincidenze. Penso che ci sia qualcosa di straordinario e beffardo al contempo, nel registrare come alla scomparsa di Giorgio Muratore, siano seguite due iniziative riguardanti altri due alfieri della medesima Scuola. Franco Purini e Dario Passi, sono due facce della stessa medaglia.
Una medaglia incisa da un tratto geniale e da un pensiero raffinato.
Il MAXXI resuscita il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, opera di Purini, mentre alla Fondazione Pastificio Cerere troviamo un’intima antologia su Passi, a cura di Alexandra Andresen in collaborazione con DIVISARE.

Purini e Passi, tra loro Giorgio Muratore. Nati negli anni Quaranta, sarebbe errato raccontare i tre come equidistanti, equilateri. Qui stiamo forzando la mano, per una lettura iconica, a tratti romantica.
In realtà Passi e Muratore condividono un percorso di ricerca e progettazione che li vedrà impegnati assieme per molti anni, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Mentre è con Purini che il palleggio dialettico è rimasto sempre polemico, canzonatorio, fin troppo accurato per potersi ritenere improvvisato. Quasi a suggerire una concertata assegnazione dei ruoli, prima di salire sul palcoscenico. Le distanze erano evidenti, lo spartito il medesimo.

 

G. Muratore, D. Passi; Concorso internazionale della Biennale di Venezia per la sistemazione dell’area del Ponte dell’Accademia e di Ca’ Venier dei leoni; 1985_

 

Sarà la Storia, vicende umane e professionali divergenti, a decretare Purini un architetto compiuto, capace di confrontarsi – a modo suo – con le piaghe del fare architettura a Roma, comunque in condizione di arrivare a costruire, e non poco.

Varrà diversamente per Passi, il quale scelse, forse fin da principio, un altro corso. Riuscendo a sublimare le sue visioni ed i suoi disegni, proprio lasciandoli tali, ineffabili.

Scrive Purini di Passi:

Evoca una Roma la quale, pur non essendoci mai stata, è più vera di quella di molti suoi quartieri. E’ soprattuto una città di intensivi, nei quali si ritrovano memorie delle grandi architetture urbane di protagonisti quali Mario De Renzi, Cesare Pascoletti, Mario Marchi, Gaetano Rapisardi. Atmosfere razionaliste si mescolano a memorie del Novecento e a risonanze dechirichiane e sironiane in una ibridazione coinvolgente nella quale la dimensione poetica di Dario Passi acquista una verità nella quale la teoria incontra l’emozione.

Chi già conosce questa storia, i protagonisti di cui si sta scrivendo – oltre a rimanere vagamente stizzito per una certa fatica che muove queste poche righe – non potrà discutere il concetto di Scuola Romana, almeno per questo nucleo di professionisti, al quale potremmo aggiungere pochi altri.

La definiremmo una scuola, un movimento, un gruppo più che altro, borghese, erudito, in modo quasi compiaciuto, fanatico, ironico e beffardo, con inflessioni dialettali ricorrenti; un gruppo consapevole – del proprio valore e dei propri limiti – nostalgico, progressista anche, realista soprattutto. Perché mai lontano dalla realtà.

E come ha scritto Giorgio, che già ci manca e che ogni giorno vorremmo ancora interrogare per sapere chi ha fatto cosa, per capire i retroscena di una città palcoscenico, di un mondo, quello dell’architettura, che troppo spesso si sopravvaluta e non si considera fondale alla vita, ma vita stessa; come ha scritto Giorgio:

Certo è che tutte le architetture cui facciamo riferimento non avrebbero senso se non a Roma.
Eventi contrapposti, occasioni banali o seducenti, personaggi piccoli o grandi, mediocri o geniali sono tutti accomunati nel dar corpo a una città che non è mai la città che si spera, ma è sempre quella che si teme; eppure, finalmente è ancora l’unica vera città.

Memento effimero

“Il senso dell’effimero non riguarda la provvisorietà di un fatto, perché gli avvenimenti vengono inevitabilmente cancellati. L’avvenimento effimero è quello che lascia dei segni nella nostra memoria, nelle nostre emozioni, nelle nostre passioni. Credo sia necessario accettare il fatto che la nostra vita sia effimera, che le cose cambiano, per riuscire a mantenere il senso.” Renato Nicolini, Intervista a Chronicalibri, 2012

Il 25 Agosto romano del 1977 nella basilica di Massenzio l’assessore alla Cultura Renato Nicolini inaugura il primo evento dell’Estate romana con una rassegna cinematografica intitolata Cinema epico. L’evento lascia il segno, l’ingresso alla basilica viene decentrato rispetto all’ asse di via dei Fori Imperiali e si restituisce con un allestimento essenziale, composto di un grande schermo e numerose sedute, la corretta prospettiva interna del complesso archeologico.

[…] Entriamo nella Basilica, entriamo dalla parte giusta e qui la tribù metropolitana potrà far festa. Renato Nicolini [1]

Massenzio 1977

Massenzio inaugura nell’anno di apogeo delle insurrezioni in piazza, delle azioni di lotta studentesche e delle manifestazioni sanguinose. Il giovane assessore con “tribù metropolitana” sembra rivolgersi proprio all’ala creativa del Movimento del ’77 nata all’Università di Lettere di Roma: gli indiani metropolitani. In queste parole si riconosce quindi la volontà politica e sociale di accogliere nel suo programma culturale un pubblico trasversale, composto anche e soprattutto da quegli studenti che negli stessi anni animano le proteste. Nicolini avvia un’iniziativa sociopolitica che prende la forza di una risposta all’aria spessa di paura e tensione degli anni di piombo.

Quale altro Assessore avrebbe affidato la propria iniziativa di maggior prestigio, di punta, ad un gruppo di giovani sotto i trent’anni? [1]

Seguono gli anni del riflusso e l’onda di violenza che si era infranta sul bagnasciuga della penisola lentamente si ritira per aprire il sipario a sua evanescenza il decennio degli anni ottanta, il decennio dell’effimero e dell’apparenza, nel nome di una leggerezza d’azione individuale non più aggrappata alle forti ideologie collettive.

Si definisce come Estate romana il programma stagionale di eventi culturali compreso tra il 1977 ed il 1985.  A fare da spazio scenico a questa sequenza di manifestazioni e spettacoli si costruiscono all’interno della città eterna una serie di architetture provvisorie, che ancora oggi seppur compiute e dismesse rimangono nell’immaginario collettivo.

Una di queste è il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, disegnato da Purini, Thermes, Colombari e De Boni e parte del progetto Parco centrale che riconnetteva idealmente un quadrilatero di Roma aldilà delle mura aureliane (Via Sabotino, l’Ex Mattatoio, il parco della Caffarella e villa Torlonia) attraverso interventi puntuali, sulla suggestione dei passages parigini descritti da Walter Benjamin. Al centro della questione v’era “la ricerca di momenti in cui l’alto e il basso si mescolavano in una rottura dei confini tradizionali tra espressioni elitarie e fruizioni di massa delle realtà comunicative che venivano definendosi nella città”. [2]

Il quadrilatero ideale di Parco centrale, 1977

Il teatrino si colloca su uno dei due isolati sgombrato dalla demolizione di case popolari: nel borghese quartiere Mazzini viene innestato un piccolo cubo 9×9 dove si ribalta il rapporto spettatore/attore, platea/palco: la scena si guarda dall’alto come fossero gli affacci delle case su una piazzetta e la vita si confonde con il teatro.

Un anno dopo seguirà il Teatro del mondo di Aldo Rossi a Venezia. Non è un caso che le opere più rappresentative dell’effimero degli anni Ottanta consistano in due teatri. Quale arte più di quella teatrale accetta ed esalta la consapevolezza che la vita si consumi nella gestualità del presente e che la realtà prenda atto solo in ciò che si manifesta.  Nikolaj  Evreinov , drammaturgo e regista del teatro russo, teorizzò come l’istinto di teatralità sia una condizione primaria della struttura psicologica dell’uomo, insieme al desiderio incessante di trasformazione.

In occasione dei quarant’anni dell’Estate romana il Maxxi, in collaborazione con lo studio Purini Thermes, ha ricostruito ed inaugurato una porzione del Teatrino Scientifico di Via Sabotino al centro di Piazza Alighiero Boetti, che farà da scenografia alla kermesse estiva del museo ricca di eventi per discutere sull’ eredità ed attualità della stagione romana, tra le quali anche la mostra  Future Architecture Platform, su progetti di giovani architetti per possibili (chissà) interventi temporanei negli spazi pubblici di Roma.

E’ decisivo notare come riproponendo nel 2017 l’opera già compiuta del 1977 si sia scelto di chiamare l’effimero in causa per rappresentare il passato, interrompendo l’unica occasione di architettura provvisoria che abitava con cadenza annuale da qualche anno la piazza del Maxxi: lo Young Architects Program.

Perché essere moderni significa arrischiarsi e cogliere l’occasione, il kairos. Significa avventurarsi […] (per questo) il moderno è partigiano dell’evento contro l’ordine monumentale, dell’effimero contro gli agenti di un’eternità marmorea; è un’apologia della fluidità contro l’onnipresenza della reificazione.[3]

Così nella piazza del Museo del XXI secolo si svela la meravigliosa onnipresenza della contraddizione romana: un monumento all’effimero.  Il teatrino scientifico risorto recita il suo atto di mezza estate, tra trionfi e lamenti acclama a voce forte la morte del presente ad un gioioso pubblico forse inconsapevole.

Per approfondire l’argomento si consiglia la recente pubblicazione di Estate Romana – Tempi e pratiche della ricerca effimera, volume scritto da Federica Fava, edizioni Quodlibet, a cui questo articolo fa riferimento. Il testo riempie un vuoto narrativo sulle stagioni di quegli anni, coniugando alle interviste dei principali attori e ad un’attenta ricerca d’archivio, un incisivo studio critico sulla complessità teorica che si radica nella dignità dell’attimo e nelle potenzialità dell’architettura provvisoria.

Sullo sfondo della città eterna, con la sua fissità stratificata e contraddittoria, il volume della Fava racconta dell’instabilità mutevole dell’architettura nel presente, che mescolata al cinema ed al teatro, attraverso la forza episodica dell’effimero, diviene anch’essa un’arte del tempo; un evento concreto non più esclusivamente spaziale.

 

[1] Renato Nicolini, Estate romana. 1976-85: un effimero lungo nove anni

[2] Intervista a Franco Purini in Federica Fava, Estate Romana – Tempi e pratiche della ricerca effimera, Quodlibet, Macerata 2017

[3] Nicolas Bourriaud, Il radicante. Per un’estetica della globalizzazione, Postmedia Books, Milano 2014

Roma effimera

Si ritorna spesso al proverbio cinese di Laozi: “Fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce”. Soprattutto per chi si occupa di informazione. Poi se si è chiamati a parlare di architettura contemporanea a Roma la questione si complica e non di poco. In tema di foreste verrebbe da dire che nella Capitale si riscontra una sorta di disboscamento, in assenza del quale persiste qualche albero in procinto di cadere. Raccontiamo di grandi architetture che cadono, o meglio piombano, sul tessuto dell’Urbe provenienti da rinomati studi di progettazione internazionali, o ci ritroviamo a parlare del meno noto ma altrettanto tangibile sottobosco di pessimi interventi equamente distribuiti tra centro e periferia, o ancora, nel migliore dei casi, di qualche goffo tentativo di recupero di una delle tante aree monitorate dalla sovraintendenza sulle quali il sindaco di turno ha messo gli occhi per  ambiziose operazioni di speculazione.

Ma non tutto è perduto. Non ancora. In questo panorama desolante,  giovani architetti romani riscoprono le grandi possibilità che torna ad offrire la cosiddetta architettura temporanea. Quando non ci sono fondi, ed i vincoli sono maggiori dei permessi, quando già dopo qualche mese si devono levare le tende e le amministrazioni comunali non possono finanziare ma solo garantire il patrocinio, ecco allora, squillino le trombe – rullino i tamburi, che la parola passa ai progettisti under 30! Specie mai nata ma già in via d’estinzione.

Oggi insomma vi propongo uno stringatissimo focus su due episodi degni di nota, nella quale giovani architetti romani, come detto, hanno potuto esprimere le loro doti e soprattutto la loro grande voglia di emergere, confrontandosi con un tema tanto glorioso quanto delicato come quello delle architetture effimere.

Da una parte abbiamo il collettivo Orizzontale, vincitore dello Y.A.P.Young Architects Program, iniziativa promossa dal MAXXI per giovani progettisti ai quali è offerta l’opportunità di ideare e realizzare uno spazio temporaneo per gli eventi live del periodo estivo. I progetti, devono rispondere a linee guida orientate a temi ambientali, quali sostenibilità e riciclo.

Dall’altra raccontiamo dell’iniziativa MANIPHESTA ROMABRUCIANCORA e del relativo progetto per la galleria espositiva lungo il Tevere, sulla banchina di Lungotevere Ripa ai piedi del complesso del San Michele, ad opera di Giovanni Romagnoli di Anonima Architetti.

Sia per la location, sia per gli enti promotori, il primo intervento può godere di una cassa di risonanza senza eguali. Nel mezzo della piazza intitolata ad Alighiero Boetti, sotto l’aggetto più enigmatico e gratuito dell’architettura contemporanea, ha preso forma il palco di Orizzontale.

orizzontale

Il titolo della struttura site-specific è , cifra che comunica l’altezza stessa dell’opera. Naturalmente il rimando immediato è a Federico Fellini, la quale citazione è oggi capace di garantire da sola il successo in un qualsiasi tipo di competizione (non a caso è animato da un sapore per così dire felliniano  anche il progetto che più mi ha colpito tra i cinque finalisti, ovvero Good News ad opera di Matilde Cassani). Nel progetto dei ragazzi romani torna subito alla mente, ed è questa la suggestione offerta più interessante, l’onirica impalcatura presente proprio nel brano finale di Otto e mezzo di Fellini. Ancor più la sera, quando le grandi lampadine fuori scala, ottenute mediante il recupero di fusti di birra, animano il grande spazio aperto prospiciente il museo.

orizzontale dett

Mi sembra sia qui il caso di ribadire come l’appropriazione da parte della cittadinanza dello spazio antistante l’intervento di Zaha Hadid, rappresenti il più grande successo di questa colossale operazione chiamata MAXXI, per altri versi fallimentare.

Sono decisamente divergenti i sentieri percorsi dall’immaginario di Giovanni Romagnoli, architetto classe ’83. Distante dalle pratiche di co-working, che caratterizzano il collettivo sopracitato, ci troviamo in questo caso di fronte ad un architetto solitario, studioso, vicino ad una tensione progettuale tipica di una scuola romana sempre più difficile da rintracciare. Non a caso Romagnoli ha collaborato per anni, e continua a farlo, con Franco Purini Antonino Saggio, non a caso i riferimenti più o meno impliciti per la sua galleria espositiva sono Duilio Cambellotti e Luigi Moretti, non a caso la sua “spiga” ricorda i prospetti laterali della palazzina Il Girasole in Viale Bruno Buozzi. Anche in questo progetto è il legno a caratterizzare l’opera. Qui parliamo di pannelli OSB, ma ancora una volta proprio il differente trattamento del suddetto ci porta verso scenari opposti; abbiamo come la sensazione che se avesse potuto, Giovanni Romagnoli questo padiglione lo avrebbe realizzato in travertino (e forse è lui stesso ad avercelo raccontato).

Model

Come il serpente, simbolo del dio Esculapio risalendo la corrente del fiume scelse l’isola per erigere un tempio consacrato al dio, lo stesso Spaziospiga punta verso l’isola Tiberina, tradendo nel suo profondo quella sorta di carattere universale (quindi traslabile ad ogni latitudine) richiesto, oggi più che mai, ai piccoli spazi espositivi.

prospettiva light
ph. di Simon d’Exea

Un messaggio incoraggiante per chi, come chi scrive, si appresta a fare i conti con le secche economico-culturali dei nostri tempi. Due interventi profondamente diversi, di pregevole fattura, entrambi animati da un grande coraggio. Roma interrotta riparte da una Roma giovane ed effimera. Chissà che non torni presto la Roma Città eterna.

Città malate

Dove finisce la città? A cosa cede il passo? Le periferie, la forma urbis, le aree metropolitane sono, o dovrebbero essere, al centro dell’attenzione di architetti e urbanisti, perché in essi risiede la chiave della vivibilità della città contemporanea.
Tra gli anni ’60 ed ’80 gli architetti si sono visti impegnati su due versanti, opposti e complementari: da un lato la battaglia per la conservazione dei centri storici delle nostre città; dall’altro la progettazione di nuovi brani urbani, laboratori per la sperimentazione di nuove forme dell’abitare. Il primo obiettivo ha, in buona misura, avuto successo: la salvaguardia del carattere della città storica è ormai un punto fermo nella teoria del progetto di molti architetti contemporanei, sebbene talvolta assuma caratteri sin troppo radicali. A tal proposito rimandiamo alla rubrica “Sold Out”, nella quale la redazione di PoliLinea ha già analizzato quali siano i rischi di una politica eccessivamente restrittiva nei centri storici.

Corviale, Roma.

Ma che ne è stato delle periferie? Gli interventi di quel ventennio di innovazione hanno risolto il nodo, teorico e progettuale insieme, della città contemporanea? Credo che se si ponesse questa domanda ad un abitante di una qualunque periferia di una grande città la risposta sarebbe negativa. In questa sede non sarebbe possibile affrontare in maniera esaustiva l’argomento, ma pochi esempi potrebbero essere sufficienti per comprendere l’entità del fallimento degli esperimenti compiuti. Tra questi ultimi alcuni sono già tristemente celebri: il quartiere Zen a Palermo, progettato da V. Gregotti e F. Purini, le Vele di Napoli, progettate da F. Di Salvo, il Corviale a Roma, progettato da un team capitanato da M. Fiorentino, il quartiere Matteotti a Terni, progettato da G. De Carlo. Sebbene le soluzioni, ed i principi ad esse sottostanti, siano molto diversi tra loro, i risultati di questi interventi sono stati piuttosto simili: ad oggi questi quartieri sono caratterizzati dal degrado architettonico, un quadro sociale disagiato, un rapporto negato con la città circostante. I motivi di questo fallimento sono molteplici, alcuni dei quali non ascrivibili alla sola architettura e credo che questo sia il fulcro della riflessione oggi necessaria: l’architettura, come disciplina autonoma, non può essere la cura per la città contemporanea. Qualcuno storcerà il naso, per altri questa affermazione sarà solo una puntualizzazione dell’ovvio, ma è necessario che questo sia il terreno comune su cui erigere solide riflessioni sull’abitare contemporaneo: architettura, società civile ed istituzioni devo produrre soluzioni chiare e partecipate.

Quartiere Matteotti, Terni.

In questo scenario una delle migliori opportunità degli ultimi anni è certamente rappresentata dal gruppo G124, il gruppo di giovani architetti che Renzo Piano ha messo su nel suo ufficio di Senatore. Il forte contatto con le istituzioni, la presenza di giovani, ed il patrocinio di una figura autorevole come Piano rappresentano ottimi punti di partenza, ai quali va aggiunto l’oggetto della ricerca dei G124: le periferie, appunto. In una recente intervista al Fatto Quotidiano, il Senatore a vita ha articolato in 7 punti il suo programma di intervento sulla città:

1. Smettere di costruire. Quasi tutte le città italiane sono sature dal punto di vista edilizio e, mentre si costruisce sempre di più – spesso senza pianificazione, fuori dalle norme prescritte e aumentando lo sprawl – all’interno della città consolidata migliaia di edifici giacciono privati della propria funzione, in stato di abbandono.

2. Ridistribuire i servizi nelle aree periferiche. L’espressione “quartiere dormitorio” è ormai di uso comune anche tra i non addetti ai lavori, figlia di un’idea di urbanistica ormai sorpassata e fallimentare. La città monocentrica, in cui gli unici flussi possibili sono quelli radiali , condannerà sempre la periferia al degrado. Se musei, scuole, ospedali fossero distribuiti in maniera omogenea nel tessuto urbano si creerebbero poli multifunzionali in più zone della città, rivitalizzandole. A questo proposito particolare attenzione meriterebbero gli spazi pubblici, fulcro della vita di una comunità, ormai quasi assenti o mal progettati.

3. Consolidamento strutturale del tessuto esistente con cantieri “tolleranti”. Certo la pianificazione non è la sola responsabile del degrado delle periferie: spesso è la stessa architettura a creare degrado, con la sua struttura indifferente al contesto. Lo studio G124 propone una rete capillare di interventi sostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, ad opera di piccole imprese, che possano contribuire a migliorare la struttura di questi quartieri.

4. Adeguamento energetico. Intervenire sul patrimonio edile esistente anche dal punto di vista tecnologico: i vantaggi dal punto di vista economico ed ambientale non possono che contribuire al miglioramento della qualità di vita.

5. Rafforzare i trasporti. Forse il più ambizioso, ed al tempo stesso più ovvio, punto del programma. La mancanza di collegamento tra le varie parti della città è la prima causa di isolamento e del conseguente degrado delle aree interessate.

6. Il Verde. Il sistema ambientale non può più essere identificato da episodi isolati all’interno della città, deve essere invece costituito da spazi comunicanti che formino una rete fitta lungo tutto il tessuto urbano. I benefici di un simile sistema non sarebbero solo quelli estetici, ma anche pratici: abbassamento delle temperature nella stagione estiva, miglioramento della qualità dell’aria, abbassamento dell’inquinamento.

7. Processi partecipativi. L’idea che l’architetto possa essere l’artefici dei destini di una città, o di un solo brano urbano, è certamente da abbandonare, dal momento che già si è rivelata fallimentare. Agire secondo il sentire collettivo è strettamente necessario se si vuole che gli abitanti si riconoscano nella città che abitano, e dunque la rispettino.

Certo non esiste una soluzione unica per ogni città, ma la patologia è diffusa e caratterizzata da tratti simili, e linee guida come quelle tracciate da Piano, benché certamente non nuove, possono essere la base per ricerche future, sperando che queste voci vengano ascoltate, nascendo in seno alle stesse istituzioni.

Matteo Baldissara – PoliLinea

Eisenman a Roma – Koolhaas a Venezia

Peter Eisenman sbarca a Roma. Lo fa mentre il suo più autorevole collega, Rem Koolhaas, è in laguna, a Venezia, per presentare la sua prossima Biennale (la prima di architettura a durare sei mesi) dal titolo Fundamentals. Colleghi non solo perché entrambi architetti. Colleghi perché entrambi architetti secondo quella accezione oramai in disuso del termine. Una accezione che vedeva la ‘ratiocinatio’ vitruviana, la capacità del discorso, come virtù fondamentale per la figura dell’architetto.

1974. Al IAUS (Institute for Architecture and Urban Studies), colleghi e amici di Peter Eisenman a una cena indiana. Photo by Suzanne Frank. Da sinistra verso destra scorrendo lungo la tavola. 1. Bill Ellis, 2. Rick Wolkowitz, 3. Peter Eisenman, 4. Liz Eisenman, 5. Mario Gandelsonas, 6. Madelon Vriesendorp, 7. Rem Koolhaas, 8. Julia Bloomfield, 9. Randall Korman, 10. Stuart Wrede, 11. Andrew Macnair, 12. Anthony Vidler, 13. Richard Meier, 14. unidentified woman, 15. Kenneth Frampton, 16. Diana Agrest, 17. Caroline ‘Coty’ Sidnam, 18. Jane Ellis, 19. Suzanne Frank, 20. Alexander Gorlin.

“Oggi invece la ‘teoria’ viene presentata per lo più in un secondo tempo, come se fosse una coroncina o un ricciolo di panna decorativo, e inutilmente se ne cercherebbero i requisiti nella costruzione stessa. [..] Ci si ricorda di come questo sia avvenuto già nella fase iniziale di quel fenomeno che fu più tardi assolutizzato come star-system. Famosi architetti europei andavano in pellegrinaggio nelle scuole americane di architettura, quasi sempre senza essere in grado di svolgere una relazione, e in genere, dopo due o tre frasi di cortesia per scusarsi della propria goffaggine, facevano seguire le immagini delle proprie opere: “next slide” e ancora “next slide”, e non molto di più.”[1]

Loro no. In modi decisamente diversi, Eisenman e Koolhaas hanno portato avanti una tradizione che proprio i nostri architetti italiani hanno reso celebre nel mondo. Non a caso, nell’articolato discorso dedicato all’opera dell’architetto statunitense, ieri alla Casa dell’Architettura Franco Purini ha definito Peter Eisenman un vero e proprio trattatista. Il suo lavoro “possiede la compattezza e la coerenza di un trattato”. La presentazione/lezione di Purini avrebbe meritato un paio di articoli aggiuntivi, ma facendo tesoro di questo spunto iniziale possiamo completare l’identikit dell’architetto Eisenman con due particolari non trascurabili.
Il primo è che nell’individuare 3 padri lungo il corso della sua carriera, l’architetto statunitense nomini il suo maestro Colin Rowe e poi uno storico dell’architettura italiano ed un filosofo francese: Manfredo Tafuri e Jacques Derrida (con il primo dei tre Eisenman compirà un viaggio in Italia di enorme importanza per i successivi sviluppi della propria ricerca).

Il secondo è proprio riguardo all’argomentazione.

“Ci siamo abituati a parlare a vanvera e preferiamo senz’altro abbellire l’architettura con le parole. Ma si tratta invece di motivare e di spiegare, si tratta di argomentare, e questo, a sua volta deve in ultima analisi accordarsi con un conferimento di senso”.[2]

Giunto per ricevere il Piranesi Prix de Rome alla carriera, ieri Eisenman ha dimostrato come si possa tenere una ‘lectio magistralis’ applicando proprio i precetti vitruviani di ‘firmitas’, ‘utilitas’, ‘venustas’ al proprio discorso, aggiungendo, perché no, anche un tocco di stile nel non abusare del mezzo informatico, facendo scorrere poche ma necessarie slide.

Anche se non sappiamo come sia andata nel contempo a Venezia, di certo non ci saremmo potuti aspettare lo stesso da Koolhaas. E’ stato lui a sdoganare le dinamiche da one man show nelle conferenze di architettura. Le parole d’ordine sarebbero state: ironia, sarcasmo, polemica, provocazione, il tutto condito da una raffica di immagini ad effetto e da una raffinatissima retorica affatto noiosa, diventata la sua personalissima chiave di lettura paranoico-critica del mondo. Un mix esplosivo a tal punto da rischiare alle volte di offuscare un corpus teorico di prima classe. Distante da i canoni classici della trattatistica ma senza dubbio tra gli episodi più interessanti nella letteratura in campo architettonico di tutto il Novecento.

Giungendo da percorsi personali ed accademici profondamente diversi, Peter Eisenman e Rem Koolhaas rappresentano oggi quanto di meglio l’architettura internazionale possa offrire, sia come prassi che come teoria. Due intellettuali a tutto tondo che hanno posto le loro torri d’avorio nel pieno centro delle grandi metropoli del mondo.

“…documentando una volta di più che il pensare e il fare vanno insieme e devono accordarsi reciprocamente…” [3] [1] Werner Oechslin, Quale prassi senza teoria?, in Domus, n.976, gennaio 2014, pp. 2-4.
[2] Ibidem, pp. 2-4.
[3] Ibidem pp. 2-4.

Jacopo Costanzo – PoliLinea