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Biennale 2018: cosa aspettarci da Yvonne Farrell e Shelley McNamara

Lo scorso 19 Gennaio il Cda della Biennale di Venezia ha annunciato che a curare la 16^ Mostra internazionale di Architettura del 2018 saranno Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondatrici dello studio irlandese Grafton Architects. Lo studio è ben noto sulla scena internazionali per realizzazioni di prestigio – specialmente nel campo dell’istruzione superiore – ed è attivo dal 1978, è stato insignito di diversi premi e vanta già tre partecipazioni alla Biennale. Che Biennale possiamo dunque aspettarci dalle due curatrici?

Per iniziare, una considerazione sul contesto culturale in cui avviene l’assegnazione della curatela: nel giro di pochi mesi i Grafton vengono insigniti del RIBA International Prize 2016 per il miglior progetto con il nuovo campus dell’UTEC – University of Engineering and Technology in Perù, definito un capolavoro di Brutalismo sensibile, sono stati inseriti nella Shortlist dello European Union Prize for Contemporary Architecture – Mies van der Rohe Award per la sede della facoltà di medicina dell’Università di Limerick e Paulo Mendes Da Rocha, sul cui lavoro le stesse architette avevano incentrato il proprio intervento alla Biennale del 2012 vincendo anche il Leone d’Argento, riceve la Riba Royal Gold Medal. Una convergenza di attenzioni e riconoscimenti che, trattandosi di uno studio che esercita solidamente la professione da molti anni, determina una continuità con il trend degli ultimi anni e che vede la comunità internazionale sempre più interessata al rapporto tra progettisti e società, tra architettura e territorio. Continuità ribadita anche dalle parole del Presidente della Biennale di Venezia:

La Mostra di Alejandro Aravena ha offerto ai visitatori un esame critico dell’evoluzione dell’architettura nel mondo e ha sottolineato l’importanza che una qualificata domanda da parte dei singoli e delle comunità incontri una risposta altrettanto efficace, confermando così il fatto che l’architettura fa parte degli strumenti della società civile per organizzare lo spazio in cui vive e opera. Su questa linea Yvonne Farrell e Shelley McNamara riprenderanno lo stesso tema da un altro punto di vista volgendo attenzione alla qualità dello spazio pubblico e privato, dello spazio urbano, del territorio e del paesaggio quali riferimenti principali e finalità della stessa architettura. Le curatrici, note per la raffinatezza del loro lavoro, sono conosciute anche per una intensa attività pedagogica e per la loro capacità di coinvolgere e appassionare le nuove generazioni.”

Per capire meglio l’idea architettonica che sostiene l’attività di Grafton partiamo proprio dall’ultima delle affermazioni di Baratta, ovvero la loro attività pedagogica. Farrell e McNamara hanno iniziato ad insegnare, grazie ad un’illuminata politica dell’UCD (University College Dublin), un solo anno dopo essersi laureate, ed hanno proseguito la loro attività di insegnamento sino al 2002 presso lo stesso istituto e sono state anche docenti all’Accademia di Mendrisio, all’EPFL di Losanna, ad Harvard e Yale. Accanto a questa prestigiosa carriera hanno concentrato l’attività dello studio proprio sul tema dell’educazione: a partire dal 2003, con la North Kildare Educate Together School, hanno realizzato almeno dodici edifici di rilievo legati al tema dell’educazione. Alcuni di questi sono certamente più celebri di altri: il progetto per la sede dell’Università Bocconi, nel 2008, e quelli già citati per la facoltà di Medicina dell’Università di Limerick e il campus dell’UTEC, in particolare, sono stati oggetto di molte pubblicazioni e vincitori di molti premi.

Grafton Architects - UTEC Campus
Grafton Architects – UTEC Campus

Da una parte abbiamo quindi l’attività didattica che, con le parole della stessa McNamara, “ha fornito 25 anni di conversazioni sull’architettura per conoscere il lavoro di altri ed il proprio lavoro”, dall’altra un’esperienza progettuale che si basa su due forti assunti: il primo è il radicamento al territorio in cui operano; il secondo è la convinzione, ereditata e condivisa da Mendes da Rocha, che l’architettura sia una nuova forma di geografia o, se si preferisce, che la geografia sia una forma primordiale di architettura.

Grafton Architects, UTEC campus
Grafton Architects, UTEC campus

Partendo dal primo assunto: il radicamento al territorio, che non è solo quello irlandese in cui sono formate, ma quello in cui operano, è evidente in molte delle opere di Grafton, a partire dalla mostra della Biennale del 2012. In quell’occasione infatti, accanto allo studio plastico delle opere di Mendes da Rocha, erano stati esposti i primi modelli del campus dell’UTEC ed accanto ad essi una selezione fotografiche di luoghi che avevano guidato la progettazione. E a vedere l’edificio, infatti, non stupisce che la selezione fotografica fosse dominata da scene fortemente orografiche: un interessante parallelismo tra la conformazione territoriale di Machu Picchu e l’isolotto di Skellig Michael, da cui gli architetti non elaborano solo una strategia morfogenetica dell’edificio, ma l’idea di identificare ambiti di intimità in un paesaggio sconfinato. Lo stesso tipo di interesse è tanto più evidente nel padiglione Pibamarmi all’edizione Marmomacc 2012, in cui i Grafton rielaborano l’idea del Burren – il cretto pietrificato irlandese – in un allestimento dal sapore apparentemente neoplastico, ma che è in realtà ispirato alle forze telluriche che muovono la terra. Ma il radicamento non ha solo a che vedere con la composizione spaziale, sempre connotata da questo binomio tra spazio intimo e spazio pubblico: l’uso dei materiali ed il linguaggio cercano sempre una connesione con il contesto edificato, una continuità con la tradizione costruttiva. Non è certamente una scelta puramente espressiva quella che guida la Farrell e la McNamara ad utilizzare il laterizio nel progetto per l’Università di Limerick: si tratta invece di un vero imprinting, di un riconoscimento in una cultura, di un adattamento delle esigenze progettuali al contesto.

Grafton Architects, The Burren
Grafton Architects, The Burren

Accanto a questo aspetto locale, l’idea che l’architettura sia geografia è l’altro fattore cardine del lavoro di Grafton. Quando si parla di geografia si intende lo studio e la descrizione della conformazione superficiale della terra. Non si parla quindi di paesaggio, né di natura, ma di forma del territorio. Anche questo, ancora una volta, legato all’imprinting irlandese delle fondatrici: un territorio fortemente tettonico, in cui le scogliere si stagliano dure sulla costa, in cui il contrasto fra la roccia scura e l’acqua generano una continua dualità, in cui la massa predomina. Ma l’architettura di Grafton non vuole uniformarsi alla geografia, piuttosto crearne una nuova. Questo appare evidente guardando tanto il già citato progetto per il campus dell’UTEC, che determina una nuova geografia urbana distinta sui due fronti, quanto il progetto per l’Università Bocconi di Milano. Anche in quest’ultimo caso la geografia generata vive di una dualità: l’esterno, fortemente stereometrico, determina un rapporto chiaroscurale tra le masse dei corpi longitudinali, nella lavorazione del corpo del fronte strada e nello scavo del corpo d’ingresso; d’altra parte l’interno, specialmente nella sala conferenze, assume piuttosto l’aspetto di una massa generata da forze tettoniche, fortemente plastica.

Grafton Architects, Bocconi
Grafton Architects, Bocconi

Se questa è la poetica dello studio, che biennale proporranno dunque la Farrell e la McNamara? Io credo sarà una biennale con molta architettura, più delle ultime due certamente. Una biennale di professionismo solido, che cercherà di coniugare una ricerca plastica contemporanea con la dimensione del locale, come l’attuale trend pare confermare.

Mar Cinese Meridionale – Il vaso di Pandora

L’acqua è da sempre elemento imprescindibile al quale l’uomo per sua genesi e importanza è legato. Allo stesso tempo e modo a essa sono legati i traffici commerciali. Nella disputa globale si è inserito da alcuni anni la sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che con i suoi è uno dei tratti di mare di maggior importanza per il commercio mondiale.

La Corte permanente di arbitrato dell’Aja, lo scorso martedì, ha emesso il suo verdetto circa il Ricorso proposto dalle Filippine per alcuni atti posti in essere dalla Cina nel mar Cinese meridionale. Il tribunale ha deliberato sulle violazioni cinesi, denunciate dalle Filippine, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). La Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha deciso che gran parte delle aree rivendicata da Pechino – secondo cui il 90% delle acque contese le appartiene – sono in realtà acque internazionali. Nell’area ci dovrebbero essere riserve significative di gas naturale e di petrolio. Anche altri paesi dell’area, tra cui Vietnam, Malaysia, Brunei e Taiwan, ne rivendicavano la proprietà.

L’arbitrato richiesto dalle Filippine ha stabilito che «non ci sono le basi legali per cui la Cina possa rivendicare storicamente diritti e risorse sulle acque circoscritte dalla ’linea a nove tratti’», ma per la Repubblica popolare è carta straccia. In un libro bianco di quasi 14mila caratteri presentato mercoled’ 13 luglio, Pechino ribadito la sua passata posizione secondo cui le Filippine hanno «distorto i fatti, interpretato male le leggi e inventato un sacco di bugie» e che la sentenza di ieri «manca tristemente di prove». «Non reclamiamo un centimetro in più rispetto a quelli di cui abbiamo diritto», gli fa eco il Quotidiano del popolo.

Più pesante e lontanissima dagli impegni dei leader europei pieni di prosopopea, è la dichiarazione del viceministro degli esteri Liu Zhenmin nel quale afferma che la Repubblica Popolare Cinese è pronta a stabilire una Zona di identificazione per la Difesa aerea (Adiz), qualora «la nostra sicurezza venga minacciata». Una sorta di no-fly zone simile a quella Nato in Ucraina.

Il perchè del confronto scontro sul Mar Cinese Meridionale e sulle isole Spratly sui giacimenti sottomarini, sul controllo delle rotte e diritti di pesca.Questa controversia così come quella sulle Spratly nasce dalla storia coloniale. Il primo atto formale che le riguarda risale al 13 aprile 1930, quando la nave francese Malicieuse vi approdò sparando 21 colpi a salve di cannone per annetterle all’Indocina, davanti agli sguardi perplessi dei pochi pescatori presenti all’epoca in quella porzione di mare. Parigi temeva allora che il Giappone li precedesse, ma si dimenticò stranamente di depositare una documentazione ufficiale fino al 1933, quando lo fece su richiesta britannica.

Nonostante la confusione geografica nel 1933 il governo cinese non accetto in alcun modo l’atto francese, senza aver ben chiara la localizzazione della rivendicazione. Nanchino tendeva a confonderle con le Paracelse. Che “ragioni storiche” con cui Pechino rivendica oggi gli arcipelaghi siano difficili da sostenere è confermato dal fatto che la “mappa dell’umiliazione nazionale”, disegnata dalla società cartografica di Shanghai nel 1916, include Hong Kong e Taiwan ma ignora del tutto le isole del Mar Cinese Meridionale. Solo nel 1947 la Cina produsse una mappa che (

A complicare il tutto, va detto che in linea teorica pure la Francia potrebbe rientrare oggi tra i pretendenti all’arcipelago, visto che dopo quella balzana annessione del 1930 non vi ha mai formalmente rinunciato. E conoscendo Hollande e la geopoltica francese degli ultimi anni è probabilissimo un suo ritorno in lizza.

Nel frattempo il vero grande competitor dei Cinesi, ossia gli Stati Uniti, alleati militari delle Filippine, hanno fin qui affermato di non voler prendere posizione sull’arbitrato. Ciò è dipeso dal fatto che gli Stati Uniti d’America non possono farlo poiché Washington non ha mai ratificato l’Unclos, la Convenzione sulla Legge del Mare. Il Pentagono ha inviato alcune unità della US Navy nei pressi di Scarborough e nell’arcipelago delle Spratly e la portaerei USS Ronald Reagan fornisce copertura, ha scritto la rivista americana “Navy Times”. Nel 2013 alla Azid sul Mar Cinese orientale il Pentagono rispose facendo volare sulle Senkaku/Diaoyu anche i bombardieri B-52. Insomma, se sotto terra c’è ricchezza in superficie tanta tempesta.

Una tempesta che racconta la geopolitica di ieri e oggi. Dove alle dimenticanze di Francia e Gran Bretagna provano a metter riparo gli Stati Uniti d’America nella speranza di temperare il ri-sorgere di veri competitor (Cina e Russia). Con i due ormai alleati ormai nel dimenticatoio, così come la forza delle strutture sovranazionali.