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USA 2016: tutto quello che c’è da sapere

Il prossimo gennaio, dopo una interminabile e costosa campagna elettorale, la nazione più potente della terra avrà un nuovo leader. Barack Obama terminerà il suo secondo mandato e verrà succeduto dal 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America, vale a dire uno tra Hillary D. R. Clinton e Donald J. Trump. Quando i cittadini statunitensi eleggeranno il loro presidente, non sceglieranno solamente il capo di Stato, ma anche il capo di governo – in quanto gli USA sono una repubblica presidenziale – nonché il comandante in capo del più grande esercito del pianeta. Hanno, in sostanza, una grande responsabilità.
Ma come funzionano le elezioni negli Stati Uniti?

Chi può essere presidente?

Tecnicamente, per correre alla presidenza, bisogna “solamente” possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita, avere almeno 35 anni ed essere stato residente negli States per almeno 14 anni. Sembra facile, no?
In realtà, quasi ogni presidente è stato, prima di ricoprire tale ruolo, un governatore, un senatore o un generale dell’esercito USA.
Il candidato, una volta scelto, viene dunque nominato a rappresentare i partiti repubblicano o democratico nelle elezioni presidenziali.

Chi arriva a essere la scelta presidenziale per ciascuna delle parti?

Il processo, per la scelta di un candidato presidenziale, è lungo e complesso.
In ogni Stato degli USA, a partire dal mese di febbraio, si svolgono una serie di elezioni (le c.d. primarie). Queste determinano chi diventerà in seguito il candidato presidenziale ufficiale di ciascun partito.
Le primarie sono incentrate a vincere più “delegati” in ogni Stato, proporzionalmente alla propria popolazione ed alla propria influenza politica. I delegati sono membri del partito che si impegnano ad appoggiare uno dei candidati alle convention del partito. Più delegati un candidato vince per ogni Stato, più delegati lo appoggeranno durante la convention
La democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump sono stati ufficialmente nominati dai loro partiti nelle convention del mese di luglio. Questi, hanno inoltre presentato ufficialmente le loro scelte per il vicepresidente: il senatore Tim Kaine della Virginia per la signora Clinton, ed il governatore dell’Indiana Mike Pence per i repubblicani.

Come funziona il voto di novembre?

L’uomo politico con il maggior numero di voti in ogni Stato diventerà il candidato che tale Stato sosterrà poi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Quello americano è un sistema elettorale semidiretto. Il cittadino vota, tramite una lista collegata ad un candidato presidente, per eleggere i c.d. Grandi Elettori, i quali formeranno lo United States Electoral College (USEC). Saranno proprio i Grandi Elettori, in seguito, ad esprimere il proprio voto per uno dei candidati alla Casa Bianca, decretando così il presidente degli Stati Uniti.
Lo USEC è composto da 538 Grandi Elettori e, secondo la Costituzione statunitense, per essere eletti presidenti bisogna conquistare la maggioranza assoluta, vale a dire almeno 270 voti.
Tuttavia, non tutti gli Stati federali hanno lo stesso peso politico: la California, per esempio, ha una popolazione 10 volte maggiore del Connecticut. Ecco perché il numero dei Grandi Elettori di uno Stato è proporzionale alla sua popolazione.
Quando i cittadini votano per il loro candidato preferito in realtà votano per i Grandi Elettori, impegnati sostenere il candidato di partito, che a loro volta saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In quasi ogni Stato americano (tranne nel Nebraska e nel Maine, dove storicamente si vota col sistema proporzionale), il sistema elettorale è un maggioritario secco, noto ai più come il sistema del winner takes it all. Questo sta a significare che il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ha diritto ad ottenere tutti i voti di quello Stato.
Nella gara per raggiungere il magic number (270) sono gli Stati indecisi, cioè quelli non storicamente schierati né da una parte né dall’altra, a giocare spesso un ruolo fondamentale.

Cosa sono gli Stati indecisi?

Dunque, abbiamo due candidati, entrambi in corsa per arrivare a 270 grandi elettori attraverso la vittoria dei voti di interi stati. Entrambe le parti sanno di poter confidare sull’esito positivo delle votazioni di determinati stati, grandi e piccoli. I repubblicani, ad esempio, contano sul voto del Texas, pertanto non hanno sprecato i loro fondi in grandi campagne elettorali in quel territorio. Allo stesso modo, la California sarà con molta probabilità uno stato schierato verso i democratici.
Gli altri stati sono considerati gli swing states (gli Stati indecisi), dove il risultato elettorale potrebbe indistintamente andare in entrambe le direzioni. È noto, infatti, che la Florida in particolare, con i suoi 29 voti, ha deciso le elezioni del 2000 a favore di George W. Bush, il quale, nonostante avesse perso il voto popolare a livello nazionale, grazie ai voti del Sunshine State divenne il 43esimo presidente degli USA.
Ciò sta a significare che non è tanto necessario vincere nel maggior numero di stati per essere eletti, quanto invece trionfare in quelli che assegnano il maggior numero di Grandi Elettori.
Altri stati indecisi, oggi, sono l’Ohio, la Virginia, il Colorado, la North Carolina ed il Nevada.

I “grandi” punti di discussione della campagna 2016

Dall’inizio della campagna elettorale Trump è stato avvolto da numerose polemiche. La sua prima “uscita imbarazzante” l’ha avuta quando, durante le prime dichiarazioni in qualità di candidato alla Casa Bianca, l’uomo d’affari di New York ha etichettato gli immigrati messicani come “stupratori e criminali”. La sua candidatura ha ininterrottamente suscitato un ardente scalpore mediatico. Ha attaccato verbalmente un giudice, Miss Universo, un conduttore di Fox News nonché la famiglia musulmana di un soldato caduto. Trump si è inoltre dovuto difendere pubblicamente dalle accuse di non aver pagato le imposte federali per 18 anni e si è dovuto giustificare del fatto di non aver voluto rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Oltre a ciò, poi, ha dovuto prendere le distanze da diverse questioni controverse circa la sua fondazione di beneficienza. L’ultima bomba, del fenomeno mediatico Trump, è esplosa il 7 ottobre scorso con la pubblicazione di un video del 2005, nel quale il tycoon offendeva una donna con insulti a sfondo sessuale. Il furore mediatico che ne è risultato lo ha costretto a chiedere scusa pubblicamente. Questi ed altri comportamenti hanno dissuaso decine di repubblicani dal votare il proprio candidato e convinto gli stessi ad optare per i democratici, innescando così una guerra civile all’interno del loro partito. Tra questi, figurano i nomi illustri dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, dell’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, nonché dei due ex candidati alle primarie repubblicane Marco Rubio e Ted Cruz.

Anche Hillary Clinton, dalla sua, ha avuto i suoi “momenti da dimenticare”. Significativo è stato il danno causato alla sua reputazione dalla questione delle mail segretate. Sono state, inoltre, sollevate perplessità anche circa le donazioni, provenienti dall’estero, alla Clinton Foundation. Ancora, Donald Trump ha puntato le sue accuse su come la Clinton abbia gestito la tematica delle varie relazioni extraconiugali di suo marito Bill. Con WikiLeaks, inoltre, sono state portate alla luce delle mail hackerate, le quali hanno rivelato alcune imbarazzanti conversazioni tra i membri del suo team durante questa campagna elettorale.

Chi ha vinto il secondo dibattito?

Quello dello scorso 9 ottobre, tenutosi a St. Louis, è stato raccontato come uno dei peggiori dibattiti presidenziali di sempre.
La candidata democratica ha incentrato il suo discorso sul video del 2005, in cui sono evidenti i commenti volgari sulle donne da parte di Trump. Il video ha dimostrato, ha detto la Clinton, “chi sia lui esattamente”.
Trump si è invece focalizzato sul passato da avvocato della ex segretaria di Stato, in particolare a quando aveva accettato l’incarico di difendere uno stupratore, nonché sulla scorrettezza sessuale di Bill Clinton, nei confronti della moglie Hillary.
“La signora Clinton dovrebbe finire in prigione a causa dello scandalo riguardante l’uso di un account di posta elettronica privata per le attività ufficiali quando era segretario di Stato” ha, infine, dichiarato il candidato repubblicano.

E il primo?

Il primo dibattito, tenutosi a New York nel settembre scorso, ha visto i due candidati condividere un palco per la prima volta. È stato uno spettacolo che non ha deluso le aspettative.

Trump e Clinton si sono scontrati per 97 minuti, con la democratica che sembrava avesse indossato i panni di Trump, accusandolo a ripetizione di rapinare gli imprenditori, di evitare il pagamento delle tasse federali, di essere un misogino e di promuovere “la razzista, menzogna nazionalista”.
Il newyorkese Trump, dal canto suo, ha sferrato alcuni colpi sugli accordi commerciali della ex senatrice, sulle sue e-mail e sul Medio Oriente, definendola una donna che non è riuscita a raggiungere nessun risultato per la nazione dopo circa trent’anni di carriera politica.

Quali sono i prossimi momenti chiave delle elezioni?

Dopo l’ultimo dibattito, tenutosi a Las Vegas lo scorso 19 ottobre, finalmente l’8 novembre (Election Day) si andrà al voto. Dopodiché, il 20 gennaio 2017, potremmo assistere all’Inauguration Day ovvero il giorno dell’insediamento del nuovo presidente.

#GolpeTurchia – I primi numeri

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Mar Cinese Meridionale – Il vaso di Pandora

L’acqua è da sempre elemento imprescindibile al quale l’uomo per sua genesi e importanza è legato. Allo stesso tempo e modo a essa sono legati i traffici commerciali. Nella disputa globale si è inserito da alcuni anni la sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che con i suoi è uno dei tratti di mare di maggior importanza per il commercio mondiale.

La Corte permanente di arbitrato dell’Aja, lo scorso martedì, ha emesso il suo verdetto circa il Ricorso proposto dalle Filippine per alcuni atti posti in essere dalla Cina nel mar Cinese meridionale. Il tribunale ha deliberato sulle violazioni cinesi, denunciate dalle Filippine, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). La Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha deciso che gran parte delle aree rivendicata da Pechino – secondo cui il 90% delle acque contese le appartiene – sono in realtà acque internazionali. Nell’area ci dovrebbero essere riserve significative di gas naturale e di petrolio. Anche altri paesi dell’area, tra cui Vietnam, Malaysia, Brunei e Taiwan, ne rivendicavano la proprietà.

L’arbitrato richiesto dalle Filippine ha stabilito che «non ci sono le basi legali per cui la Cina possa rivendicare storicamente diritti e risorse sulle acque circoscritte dalla ’linea a nove tratti’», ma per la Repubblica popolare è carta straccia. In un libro bianco di quasi 14mila caratteri presentato mercoled’ 13 luglio, Pechino ribadito la sua passata posizione secondo cui le Filippine hanno «distorto i fatti, interpretato male le leggi e inventato un sacco di bugie» e che la sentenza di ieri «manca tristemente di prove». «Non reclamiamo un centimetro in più rispetto a quelli di cui abbiamo diritto», gli fa eco il Quotidiano del popolo.

Più pesante e lontanissima dagli impegni dei leader europei pieni di prosopopea, è la dichiarazione del viceministro degli esteri Liu Zhenmin nel quale afferma che la Repubblica Popolare Cinese è pronta a stabilire una Zona di identificazione per la Difesa aerea (Adiz), qualora «la nostra sicurezza venga minacciata». Una sorta di no-fly zone simile a quella Nato in Ucraina.

Il perchè del confronto scontro sul Mar Cinese Meridionale e sulle isole Spratly sui giacimenti sottomarini, sul controllo delle rotte e diritti di pesca.Questa controversia così come quella sulle Spratly nasce dalla storia coloniale. Il primo atto formale che le riguarda risale al 13 aprile 1930, quando la nave francese Malicieuse vi approdò sparando 21 colpi a salve di cannone per annetterle all’Indocina, davanti agli sguardi perplessi dei pochi pescatori presenti all’epoca in quella porzione di mare. Parigi temeva allora che il Giappone li precedesse, ma si dimenticò stranamente di depositare una documentazione ufficiale fino al 1933, quando lo fece su richiesta britannica.

Nonostante la confusione geografica nel 1933 il governo cinese non accetto in alcun modo l’atto francese, senza aver ben chiara la localizzazione della rivendicazione. Nanchino tendeva a confonderle con le Paracelse. Che “ragioni storiche” con cui Pechino rivendica oggi gli arcipelaghi siano difficili da sostenere è confermato dal fatto che la “mappa dell’umiliazione nazionale”, disegnata dalla società cartografica di Shanghai nel 1916, include Hong Kong e Taiwan ma ignora del tutto le isole del Mar Cinese Meridionale. Solo nel 1947 la Cina produsse una mappa che (

A complicare il tutto, va detto che in linea teorica pure la Francia potrebbe rientrare oggi tra i pretendenti all’arcipelago, visto che dopo quella balzana annessione del 1930 non vi ha mai formalmente rinunciato. E conoscendo Hollande e la geopoltica francese degli ultimi anni è probabilissimo un suo ritorno in lizza.

Nel frattempo il vero grande competitor dei Cinesi, ossia gli Stati Uniti, alleati militari delle Filippine, hanno fin qui affermato di non voler prendere posizione sull’arbitrato. Ciò è dipeso dal fatto che gli Stati Uniti d’America non possono farlo poiché Washington non ha mai ratificato l’Unclos, la Convenzione sulla Legge del Mare. Il Pentagono ha inviato alcune unità della US Navy nei pressi di Scarborough e nell’arcipelago delle Spratly e la portaerei USS Ronald Reagan fornisce copertura, ha scritto la rivista americana “Navy Times”. Nel 2013 alla Azid sul Mar Cinese orientale il Pentagono rispose facendo volare sulle Senkaku/Diaoyu anche i bombardieri B-52. Insomma, se sotto terra c’è ricchezza in superficie tanta tempesta.

Una tempesta che racconta la geopolitica di ieri e oggi. Dove alle dimenticanze di Francia e Gran Bretagna provano a metter riparo gli Stati Uniti d’America nella speranza di temperare il ri-sorgere di veri competitor (Cina e Russia). Con i due ormai alleati ormai nel dimenticatoio, così come la forza delle strutture sovranazionali.

All’armi internazionali

Tre eventi di sangue hanno colpito tre diversi paesi del mondo negli ultimi dieci giorni. Il 12 giugno gli Stati Uniti, il 13 la Francia e il 16 la Gran Bretagna. Tre casi diversi.

La strage che ha portato alla morte di 49 persone in un club frequentato dalla comunità LGBT di Orlando in Florida il primo, l’uccisione di una coppia di poliziotti a Magnanville, vicino Parigi il secondo e l’assassinio di una deputata laburista a Birstall, nello Yorkshire il terzo.

Tre sono anche i fattori che accomunano gli assassini: possesso di armi, estremismo, religioso e politico e l’aver agito in solitaria.

Omar Mateen è l’autore della sanguinosa sparatoria al Pulse, il club che secondo alcune rivelazioni, usava frequentare e che ha trasformato da luogo di divertimento ed evasione a luogo di orrore e morte.

Come ha detto Obama, ha rilevanza che ad essere colpita sia stata la comunità LGBT ma ricorda che prima di tutto, sono state colpite delle persone, degli americani. In un momento difficile come questo è l’intero Paese ad essere sotto attacco, senza distinzioni di razza, di orientamento sessuale o religioso.

Da quanto riportato, l’attentatore nell’ultimo atto della strage ha annunciato fedeltà all’ ISIL ma non vi sono prove che fosse diretto dal sedicente Stato Islamico e che il suo gesto facesse parte di un complotto più grande. La CIA ha infatti smentito un legame tra l’attentatore e le organizzazioni terroristiche. In questo caso sembrerebbe trattarsi di un tipo di estremismo homegrown, nato e cresciuto in suolo americano.

Il problema che emerge è la facilità con cui Mateen sia riuscito a procurarsi delle armi e che lo abbia potuto fare legalmente. Una delle più grandi sfide che gli Stati Uniti e il mondo intero stanno vivendo è un tipo di propaganda terroristica, di perversione dell’Islam che trova la sua massima espressione di degenerazione e di diffusione su internet. La capacità di chi compie l’indottrinamento è quella di fare leva su categorie di persone in difficoltà, non integrate e che vivono in condizioni di disagio sociale, individui deboli e motivarli a prendere parte ad azioni terroristiche dirette contro il paese in cui vivono.

Il ventinovenne, di nascita e cittadinanza americana ma di origine afghane, voleva raggiungere il paradiso tramite il martirio. Paradiso promessogli dalla propaganda islamica estremista che lo aveva radicalizzato su internet e da internet lo aveva portato a recarsi in Arabia Saudita nel 2011 e nel 2012.

Momenti tragici come questo devono portare la riflessione sul piano dei rischi che si corrono in un mondo in cui armi da fuoco così potenti sono messe a disposizione di persone intenzionate ad utilizzarle per spargere terrore prima che sangue. La lotta al terrorismo di organizzazioni come l’ISIL non può ignorare le conseguenze poste dal facile accesso alle armi e non può essere combattuta senza aver prima risolto questo problema.

La Gran Bretagna si è trovata a fronteggiare questa medesima minaccia quando Tommy Mair, 52 anni, ha prima ferito a coltellate e poi ucciso a colpi di pistola Joe Cox, la parlamentare laburista contraria alla Brexit, ovvero all’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

La matrice di questa azione è decisamente differente ma ugualmente estrema. Le prime parole che Mair ha pronunciato davanti ai giudici della Westminster Magistrates Court che gli chiedevano di dire il suo nome sono state “morte ai traditori, Gran Bretagna libera”.

L’uomo dovrà rispondere non solo dell’omicidio contro la deputata ma anche del possesso di armi, da fuoco e da taglio con cui ha commesso il crimine. Dalle indagini è emerso che Mair ha sofferto di problemi mentali ed epilessia per cui era stato ricoverato presso un centro di cure. Ad aumentare lo sconcerto per l’accaduto è che la parlamentare aveva manifestato una certa preoccupazione per la sua sicurezza e che il Governo britannico non ne abbia tenuto sufficientemente considerazione.

Il punto è che individui instabili o radicalizzati sono presenti ormai in ogni paese e nonostante il continuo lavoro dell’intelligence, risulta difficile trovarli e neutralizzarli prima che possano agire. La facilità o meno con cui riescono ad impossessarsi delle armi può fare la differenza.

Un altro rischio proviene dalla propaganda che organizzazioni come ISIL o Al-Qāʿida stanno promuovendo tramite internet con il risultato di riuscire a fidelizzare e avvelenare le menti di ragazzi sempre più giovani. Omar guardava i video dell’ISIL ai quali si è ispirato per compiere la strage ad Orlando.

Quei video li guardava anche Larossi Abballa, il venticinquenne francese di origini marocchine che ha ucciso a coltellate una coppia, lui funzionario e lei impiegata in polizia, nella loro casa non distante da Parigi.

Gridava “Allah Akbar” in preda alla furia omicida, postava le foto e i video dei coniugi agonizzanti in diretta su Facebook, emulando le immagini delle esecuzioni di ostaggi da parte dei terroristi islamici.

Alle forze speciali francesi, che stavano negoziando con lui, aveva detto di aver prestato giuramento di fedeltà all’ ISIL e al suo leader Abu Bakr al-Baghdadi e di aver così adempiuto al suo appello di “uccidere gli infedeli nelle loro case e con le loro famiglie”.

Abballa era stato condannato nel 2013 per appartenenza a una rete di reclutamento alla jihad che si occupava di inviare combattenti in Afghanistan e Pakistan ed era stato schedato tra gli individui radicalizzati e a rischio terrorismo. Il killer, cittadino francese è stato ucciso nel blitz delle forze speciali ma prima di morire ha lasciato un messaggio inquietante. Il campionato europeo di calcio in Francia sarà un cimitero, appellandosi a tutti i “lupi solitari” come lui, perché uccidano poliziotti, giornalisti. “Uccideteli- prosegue il messaggio- anche se il loro nome è Mohammad o Aisha. Attaccateli, anche se morite. Così andrete in paradiso”.

Gli ultimi due attacchi terroristici subiti dagli Stati Uniti, quello di Orlando e quello precedente di San Bernardino, così come gli attentati in Francia sono stati il frutto di un terrorismo domestico, coltivato direttamente sul suolo dell’attacco. Non si è trattato di gesti diretti da attori esterni, da vaste reti o cellule sofisticate ma da individui che sono stati deformati da un’odiosa quanto efficace propaganda.

Abbiamo dei limiti nella lotta al terrore, dice Obama. Non si può catturare ogni singolo individuo più o meno squilibrato che potrebbe voler fare del male ai suoi vicini, alle persone per strada, nei ristoranti o nei locali ma sicuramente si può circoscrivere l’entità del danno che arrecano.
Non si potrà fermare o evitare che le tragedie avvengano, come non si può cancellare il male e l’odio. La nostra sicurezza e la nostra libertà possono essere assicurate scegliendo di utilizzare l’intelligenza al posto della pistola, scegliendo delle politiche che non rendano né facile né possibile ad un terrorista o a un individuo di procurarsi delle armi. Solo in questo modo si potrà finalmente ridurre l’impatto di un attacco terroristico e di salvare delle vite. Se non si agirà in questo senso, continueremo ad assistere a massacri come questi perché ora come ora stiamo lasciando che accadano.

TTIP – Cosa prevede?

Il TTIP è il più importante accordo in discussione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea. Ufficialmente il TTIP è un Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA),  in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Quanto ai contenuti nessuno sa bene cosa prevedano le fasi dibattimentali, poiché i negoziati sono posti sotto il massimo riservo e coperti ufficialmente da “segreto negoziale”.

 

L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti e regole sanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. La rimozione di regolamenti e standard rappresenterebbe la più grande rivoluzione normativa in Europa dalla firma del Trattato di Maastricht.

 

Qualora si dovesse raggiungere l’accordo sul TTIP e si pervenisse alla sua approvazione esso rappresenterebbe la più vasta area di libero scambio esistente, poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. L’accordo potrebbe essere esteso ad altri paesi con cui le due controparti hanno già in vigore accordi di libero scambio, in particolare i paesi membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA).

 

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:

1 – accesso al mercato

2 – ostacoli non tariffari

3 – questioni normative

 

Il trattato coinvolge circa 820 milioni di cittadini e legherebbe in un’unica zona di scambio l’Oceano Atlantico. La somma del Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45% del PIL mondiale, rappresentando la zona dominante il mercato. La mancanza di certezze sui contenuti e la scarsa informazione fanno temere il peggio, anche se i dati relativi a una possibile crescita ne costituiscono il fattore di maggior adesione.

 

IL FRONTE DEL Sì –  Autorevoli istituti come  Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute sostengono  che attraverso il Parteneariato Atlantico potrebbe concretizzarsi un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, di cui l’incremento quantificato sarebbe pari al 28%, circa 187 miliardi di euro. Va rilevato come i dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea siano in media piuttosto bassi, quasi la metà di quanto imposto verso gli altri paesi del mondo, anche se ci sono grandi differenze tra settori . Nonostante ciò, come sostenuto da parte della dottrina macroeconomica, se i dazi vengono applicati su un grande volume possono diventare un ostacolo rilevante. Questo vale ancora di più visto che il processo produttivo è spezzato tra paesi diversi (componenti o fasi prodotti o realizzati in vari paesi): piccoli dazi applicati più volte possono avere dunque un impatto importante sul prezzo del bene finale.

 

IL NUTRITO FRONTE DEL NO – Prima questione da affrontare che rapprersenta una delle principali critiche ai negoziati è la loro segretezza e mancanza di trasparenza; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia  stato il Center for Economic Policy Research di Londra, che gli oppositori al TTIP non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

 

La più autorevole critica è stata riassunta nel numero di giugno 2015 di Le Monde Diplomatique. Il fronte contrario si divide equamente tra Usa e Unione Europea. Nel caso americano il fronte di opposizione è guidato da Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – la quale  ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. Sul fronte europeo si schierano principalmente: la Francia con la Presidenza Hollande, Slow Food, GreenPeace, l’European Social Forum e le maggiori confederazioni di lavoratori.

 

Le principali critiche sono le seguenti:

NORMATIVA SUL LAVORO –  I paesi dell’UE  adottano  normative in conformità con l’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO). Di queste normative gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi secondo le confederazioni dei lavoratori e la dottrina giuslavorista si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori.

 

AGRICOLTURA – L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM. Si discute in termi economici in questo caso e non scientifici.

 

CONSUMATORI – Se il consumatore è al centro di quel prodotto normativo che nel 2009 ha rivoluzionato l’Unione Europea, ossia il Trattato di Lisbona, ciò differisce dagli Stati Uniti d’America. Infatti, in Europa vige il principio di precauzione, l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi, mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria).

 

SERVIZI PUBBLICI – I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici e ciò desta parecchii timori nelle reti per i Beni Comuni. Sarebbero, secondo la critica, a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza. Inoltre, questa parte dell’accordo potrebbe creare problemi di legittimità costituzionale in alcuni paesi membri dell’Unione Europea.

 

PROPRIETA’ INTELLETTUALE– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, brevetti la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

 

TTIPLEAKS – A inizio maggio, precisamente alle ore 11 di martedì 3 maggio, Greenpeace ha scosso l’Europa svelando parte della trattativa, che doveva restare coperta da segreto negoziale. Tra i “Ttip papers” svelati  da Greenpeace, una nota segreta ad uso interno della Commissione europea ha spiegato come stiano andando i negoziati. Su questa fuga di notizie, l’indiziata principale è quella parte di Commissione Europea legata con i suoi funzionari ad alcuni Paesi Membri contrari all’accordo.

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Ecco i punti principali del documento ottenuti da Greenpeace Olanda:

Denominazione d’origine per i vini –  “Sul vino l’Ue ha ribadito che il Ttip deve includere regole complessive sui vini e alcool basate sull’integrazione degli accordi bilaterali esistenti ed eliminare la possibilità per i produttori Usa di utilizzare le 17 denominazioni di vini Ue (cosiddettì semi-generici) elencati nell’annesso 2 dell’accordo del 2006 sul vino. Gli Usa hanno reitrerato la propria opposizione all’integrazione delle norme sul vino nel Ttip e alla richiesta Ue sulle denominaizioni semi-generiche. L’Ue ha espresso forte preoccupazione e continuerà a seguire la questione a livello politico”.

 

Gli Stati Uniti dunque rifiutano la domanda Ue di non utilizzare per i loro prodotti 17 denominazioni “semi-generiche” di vini europei, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, l’ungherese Tokaj, il portoghese Madeira, lo spagnolo Malaga e i francesi Chablis, Sauterne e Champagne.

 

Cosmetici – “La discussione sui cosmetici rimane molto difficile e  il margine per raggiungere obiettivi comuni è abbastanza limitato”. A causa della limitazione in Europa ad eseguire test sugli animali “l’approccio di Ue e Usa resta inconciliabile e i problemi di accesso al mercato europeo dunque rimarranno”.

Definizione degli standard – “Gli Stati Uniti hanno insistito nella loro domanda affinché la Commissione europea ‘richieda’ (…) che esperti statunitensi siano coinvolti nello sviluppo del processo di standardizzazione di CEN e CENELEC (senza garanzie di reciprocità) come condizione per riferirsi agli standard tecnici armonizzati”.

Il CEN è il comitato europeo per lal standardizzazione tecnica e il CENELEC svolge la stessa funzione in campo elettrotecnico. Tra gli ultimi standard fissati, ad esempio quelli sulla sicurezza degli accendini con particolare attenzione alla protezione dei bambini, le caratteristiche tecniche per le prese elettriche o gli standard dell’osteopatia.

Appalti pubblici – Nel capitolo sull’attività regolatoria, la proposta degli Stati Uniti ripetutamente chiede che “la regolazione sia riferita e applicabile a livello di Stati membri”, ma parlando di appalti pubblici la Commissione europea sottolinea che “gli Stati Uniti non sono stati in grado di offrire risposte o commenti al riguardo degli appalti a livello sub-federale ed hanno sottolineato le loro difficoltà e la sensibilità in questo settore”.

Regolazione servizi finanziari – Unione europea e Stati Uniti non hanno modificato le loro posizioni sulla cooperazione regolatoria nei servizi finanziari: gli Usa continuano ad opporsi a discutere questo aspetto nel Ttip, mentre l’Ue ha confermato che la sua offerta per un mutuo accesso ai Servizi finanziari si incardina su un impegno soddisfacente degli Usa nella cooperazione nelle regolazione”.

 

Infine, a sostenere il fronte avverso al TTIP, non vi sono politici al governo, bensì l’economista e saggista statunitense, premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz. Joseph Stiglitz, statunitense “europeista” alla vigilia del Brexit, il referendum che il prossimo giugno chiederà agli inglesi di esprimersi sull’adesione all’Unione europea, ingaggiato come consulente da John McDonnell, ha sostenuto che: se l’accordo transatlantico di libero scambio tra Unione e Stati Uniti (Ttip) fosse simile a quello già raggiunto tra Usa e Pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) «nessuna democrazia» dovrebbe sostenerlo.

Al futuro e ai governanti dei 28 Paesi dell’UE e Parlamentari Europei sarà concesso il privilegio di decidere se aderire o meno all’accordo. In questo clima di segreti e “fughe di notizie” resta un dato certo: che si parla della libertà. Ma, come sempre essa riguarda merci e flussi di denaro e non le persone. Persone che poi affidano alla “democrazia” il loro destino, in un deficit di rappresentatività e trasparenza. D’altronde, a quanto pare, l’unica trasparenza che è richiesta nel duemilasedici è quella delle vetrine.

L’Europa muore al Brennero

Il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Europa ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

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UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.

USA 2016. La rivoluzione di Bernie Sanders

Nelle primaria americane, oltre Trump, c’è un dibattito tra i democratici fatto di idee e soprattutto di visioni del mondo. Se Hillary Clinton rappresenta la politica dei potentati familiari americani, che incidono con le loro fondazioni sulla struttura della più grande superpotenza globale da ormai trent’anni, è nel competitor che si rivelano gli aspetti contenutistici più interessanti.

 

Il rivale della Clinton e di conseguenza dell’establishment statunitense, porta il nome di Bernard Sanders. Bernard Sanders, detto Bernie  è nato a New York l’otto settembre 1941, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Pur essendo nato nella grande mela, Bernie Sanders rappresenta lo Stato del Vermont. E’ un personaggio anticonformista e lontanissimo dalla banalità dei contenuti progressisti democratici.

 

Esponente indipendente affiliato al Partito Democratico si qualifica come un socialista democratico  dagli anni cinquanta, ovvero dal periodo della persecuzione anticomunista e antisocialista del maccartismo. Infatti, è stato l’unico membro del Congresso ad autodefinirsi espressamente «socialista» e non genericamente progressista o liberal, come la dottrina del “politicamente corretto” richiederebbe.

 

Se la Clinton è la luce dei leader del Pse, come Renzi e Hollande, Bernie Sanders rappresenta il faro per la generazione dei giovani nati dopo il muro. La sua peculiarità risiede nell’essere un vecchio che non vuol necessariamente apparire giovane, ma che vuol apportare delle rivoluzioni al sistema attraverso alcuni shock. Tra questi shock spicca la richiesta e promessa di un sistema sanitario nazionale, in contrasto con i miglioramenti della Obamacare, che pur essendo un atto dalla portata storica, resta troppo cara per ampie fette di ceti medi e bassi ossia laddove si concentrano i sostenitori del candidato indipendente.

 

Più volte nei suoi discorsi ha auspicato al ritorno al Glass-Steagall Act, ossia la la legge bancaria del 1933, che prese il nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall. Fu una legge fondamentale per i cittadini la quale istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti d’America e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione finanziaria.

Inoltre, in antitesi con la candidata dei potentati finanziari, Bernard Sanders vorrebbe promuovere la separazione tra banche e banche d’investimento, contro la difesa dell’attuale Dodd-Frank.

 

Se si pensa che il voto dei giovani sia una questione di semplice marketing, Sanders rappresenta il contrario. Poiché i giovani statunitensi sono maggiormente interessati ai programmi che li riguardano, più che ai bellissimi spot d’autore che impervarsano sulle reti di ogni Stato interessato dalle primarie. Per fare un parallelo, mentre la Commissione del Parlamento italiano si appresta a osteggiare ancor di più gli atenei pubblici attraverso la prossima riforma della “ buona università”, Sanders promuove l’idea di un’università pubblica gratuita pagata con una imposta sulla speculazione a Wall Street, contro modesti aiuti a ridurre i debiti della rivale. Ulteriore parallelo con l’Italia, dove manca ogni tipo di controllo normativo sul minimo salariale è l’idea del Senatore del Vermont portare il salario minimo a 15 dollari l’ora.

 

L’appeal sull’elettorato e le politiche di marketing son di rilevanza accademica durante le primarie per la corsa alla Casa Bianca. Eppure, anche in questo caso Sanders ha stravolto tutti i dettami della canonica iconografia statunitense e contemporanea. Si nota come nelle immagini prodotte nella sua campagna si noti un Bernie Sanders che marcia contro il Vietnam e poi contro ogni tipo di guerra, Iraq compreso. In ogni Stato dove si presenta lo si nota mentre parla nelle assemblee dei ceti più deboli dove si concentra di norma l’astensionismo. Mentre, illustra i suoi progetti dai palchi del comune di Burlington di cui è stato sindaco, e infine da candidato presidente.

 

La politica di Bernie è riassunta nella sua frase che rappresenta una sfida all’establishment “Non piaccio a Wall Street e ricambio la diffidenza” a 18 anni come a 30, 50, 70.

Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery - MARZO, 1965
Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery – MARZO, 1965

 

Gli Stati Uniti d’America anche dopo Obama stanno cambiando e vogliano continuare a farlo. E’ probabile che vinca il candidato dei potentati che da sempre segnano la politica stelle e strisce. Ma, il processo innescato dal socialismo democratico di Sanders e dalla distruzione del banale e nichilista “ politicamente corretto” da parte di Trump è ormai in atto. E non è arrestabile dagli scogli dell’attuale classe dirigente occidentale.

Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.