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Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Una nuova crisi è alle porte?

Siamo alle porte di una nuova crisi?

Non è facile affermarlo, ma molti degli elementi base sussistono. La locuzione crisi economica è usata comunemente in diversi contesti: come sinonimo di recessione, di deflazione o come caduta dei mercati finanziari. La mia intenzione è quella di non apparire come oracolo di una nuova stagione di pianti, ma i segnali che parlano dell’incombere di una nuova crisi globale sono numerosi. Durante l’ultimo ventennio i cicli economici si sono accorciati a causa di diversi fattori, quali la deregulation, la finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione degli scambi, e l’accelerazione del ciclo dell’industrie.

Le numerose correzioni al ribasso alle previsioni di crescita da parte delle principali organizzazioni internazionali per il 2016, rendono quest’ipotesi sempre meno concreta. Il principale driver della crescita globale è costituito da uno slancio del Prodotto interno lordo, specialmente negli Stati Uniti; ad oggi sembra rallentare. Inoltre, la mancanza di chiare risposte nel coordinamento da parte degli Istituti preposti al controllo e alla direzione della politica monetaria internazionale, ossia le Banche Centrali, rendono sterili qualsiasi tentativo delle singole di far ripartire i cicli di crescita in maniera sostenuta.

“Bisogna far presto, si deve riunire in tempi rapidissimi un tavolo internazionale su temi economici e politici. I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico”. Romano Prodi, una una conversazione con l’Agi, lancia l’allarme sull’economia. “Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi paesi e si prospettano svalutazioni competitive. Quando tutto è in subbuglio se non si arriva a una riunione di emergenza i rischi sono altissimi”. Un monito che come nel 2008 sta andando perso tra mille temi etici o di solidarietà che tolgono l’attenzione dal collante di sussistenza principale per famiglie e aziende ossia l’economia.

Il 2016 è iniziato nel peggiore dei modi per i mercati finanziari globali. Un esempio è dato dal prezzo degli idrocarburi il quale è sceso sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003. Il Dragone Cinese dall’inizio dell’anno ha visto l’indice della borsa di Shanghai crollare del 15 per cento. In tal mondo, anche i mercati americani ed europei, resi nervosi dal prezzo del petrolio e dal crollo dei listini cinesi, hanno seguito la scia negativa, iniziando l’anno con performance preoccupanti.

I primi avvertimenti sono comparsi già alla fine dello scorso anno. In un articolo uscito il 27 dicembre sul Guardian, Larry Elliott, caporedattore economico del quotidiano britannico, aveva avvertito che il 2016 sarebbe stato un anno “vissuto pericolosamente.” Secondo il giornalista, anche se non ci sarà una nuova crisi globale nei prossimi 12 mesi, il 2016 sarà l’anno in cui si “nasconderanno le crepe e si cercherà di guadagnare tempo prima che riemergano di nuovo tutti i vecchi problemi.”

Se per il premier italiano e la stampa che gli fa seguito i temi sui quali discutere sono altri, per la mia persona “l’Italia potrebbe essere l’epicentro di una nuova crisi economica europea”. Infatti,il mercato finanziario italiano sembra soffrire di un ulteriore malattia che investe, in particolare, il settore bancario.

Di certo, però, non sono le sofferenze dei bilanci delle banche italiane, pari ad oltre 200 miliardi di euro, ma interamente coperte da accantonamenti per oltre 110 miliardi e dai valori a garanzia delle sofferenze, che possono spiegare la caduta delle quotazioni dei titoli bancari sul mercato di Milano; neanche la crisi dell’immobiliare, con una svalutazione intorno al 7%, non giustifica quello che sta accadendo. Bensì, tutto risiede nella governance di molti istituti di credito del centro Italia e nel non giustificabile adeguamento dei criteri di regolamentazione bancaria a quanto previsto da anni in sede europea ripetto al bail in ossia il salvataggio interno della banche. A ciò si aggiunge la mancata spensing review, una crescita sovrastimata che puntualmente delude le aspettative e un tasso di povertà e disoccupazione altissimi.

Per concludere gli elementi e non le variabili sono tutte pronte a far scoppiare la prossima crisi. E anche questa volta a pagare saranno gli ultimi. Ossia voi. Voi che siete troppo impegnati in dibattiti su temi etici e poco attenti alla vita quotidiana e alla sua sussistenza. Che i poveri piangano ancora per la loro mancanza di ribellione. D’altronde mercanti e sindacati sul banchetto trattano assieme.

Il Medioriente alla Cina

La lunga corsa della Cina a superpotenza ha radici lontane. Radici per l’appunto, poiché solo nell’ultimo decennio sta raccogliendo i frutti dell’avvedutezza nella composizione e sostegno al Terzo Mondo. Se l’Europa non conta più nulla come rilevanza geopolitica, Francia e Gran Bretagna assumo tutt’oggi un peso specifico. Certamente, questo peso anglofrancese, non è minimamente confrontabile con le protagoniste del dopoguerra, Usa e Russia, e a oggi la Cina.

 

Se la leadership di Pechino nel mondo industriale non è in discussione, allo stesso tempo e modo la forza geopolitica cinese è sempre stata considerata al rango di regionale e non globale. Eppure in queste ore di caos è avvenuto un fatto meritevole di entrare nella prossima storiografia. Poiché la Cina ha iniziato a giocare la sua partita nel fortino americano ossia il Medioriente, che preferisco chiamare Rimland. Nelle ultime ore, Xi Jinping si è calato in una visita che l’agenzia ufficiale cinese ha definito «storica». Arrivare in Medio Oriente, visitare in cinque giorni Arabia Saudita, Egitto e Iran di questi tempi, non può essere solo una questione di affari. Il presidente cinese vuole «aiutare a facilitare e allargare i comuni interessi negli affari internazionali e regionali». La Cina è un nuovo venuto. Le relazioni diplomatiche con i Sauditi sono iniziate nel 1990. Da allora gli scambi sono aumentati di 230 volte e nel 2014 avevano raggiunto i 69 miliardi di dollari.

 

In Egitto, il presidente cinese terrà un discorso alla Lega Araba: l’organismo politico dei Paesi della regione non conta molto ma in questo caso il suo quartier generale in piazza Tahrir sarà un autorevole megafono nella regione. Xi non intende impegnare la Cina nel caos mediorientale come americani e russi. Nessuna presenza militare o interferenza, nessuno schieramento preferito a un altro. Ma la priorità della Cina è la stabilità della regione dalla quale viene l’energia che fa funzionare la sua economia. Se il profilo politico di Xi è il più nuovo e dunque il più interessante, l’economia naturalmente non manca. Nel Paese nel quale la Cina è il principale acquirente mondiale di greggio, Xi e i suoi interlocutori hanno firmato importanti intese su energia, comunicazioni, ambiente, aerospaziale.

Rilevanti sono gli accordi industriali ora che l’Arabia Saudita ha deciso di diversificare la sua economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Come a dire se da un lato si guarda alla stabilità politica internazionale con l’ingresso di un nuovo attore globale, la mano sul portafogli resta sempre.

Quel che è importante per il Medioriente e il mondo è la presenza di un attore terzo nel caos del Rimland, nel centro del vortice di ogni odio e resistenza. Laddove, forse, Usa e Russia non sono ancora riuscite a pacificare, chissà che non riesca Pechino.

Libia – Delitto in cerca d’autore

Il conto alla fine è arrivato e l’incertezza e la pressapochezza della dottrina internazionale post sessantottina presto si dovranno scontrare e confrontare con l’Islamic State. L’indecisione degli ultimi due anni circa la Libia e il ruolo di subalternanza in nome di un tecnicismo all’europea stanno definitivamente strappando la terra che fu di Gheddafi all’Italia.

Alla quiete italiana nelle ultime settimane sta corrispondendo una forte propensione all’interventismo da parte di Regno Unito e Francia. Questo interventismo è giustificato e da una necessità di risposte certe e forti sul fronte poiltico interno e, come nel 2011, dalla ricchezza di risorse di cui dispone la Libia. Oltre a ciò, si è registrato un forte avanzamento del cosiddetto Islamic State, che preso e chiuso nella tenaglia di Russia e Coalizione Internazionale, sta spostando il proprio baricentro nel pur sempre ricco Nord Africa.

L’attentato kamikaze a Zliten che ha causato 74 morti e oltre 100 feriti, l’offensiva a Misurata e Khoms e gli attacchi ai terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanouf, sulle coste vicino a Sirte, sono i primi episodi di una nuova accelerata dello Stato islamico per conquistare terreno in Libia. Dopo la firma, il 16 dicembre, dell’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale e le indiscrezioni che vogliono 6mila forze speciali a guida italiana pronte per un’operazione di terra nel Paese, i miliziani fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi hanno sferrato nuovi attacchi, con l’obiettivo di trasformare la Libia in un’alternativa al Califfato in Siria e Iraq. “Daesh (appellativo arabo di Stato islamico, ndr) – commenta Jon Marks, membro del programma Medio Oriente e Nord Africa del think tank Royal Institute of International Affairs (Chatham House) di Londra – rimane uno degli attori presenti nel Paese. L’obiettivo dei suoi sostenitori, però, è quello di creare un nuovo Califfato, una nuova Siria in Libia”.

Se il cosiddetto governo di unità nazionale affidato al «carneade» Fayez Al Sarraj si rivela più lungo e complesso del previsto. Cominciamo le urgenze. La più pressante è l’avanzata del Califfato che lunedì ha attaccato Sidra, il più importante terminale petrolifero della Cirenaica, 191 chilometri ad est di Sirte.

In risposta vi è stato un raid anonimo, un’operazione “umanitaria”, la prospettiva di un intervento militare nella giornata di domenica. In tale intervento dalla dubbia collocazione, è stato colpito un convoglio dell’IS a Sirte. Un delitto in cerca d’autore.

Scansati i tecnocrati le cancellerie europee si sono affidate a esperti i quali mantengono massimo riserbo sia su implicazioni militari che sulle prospettive in campo di geoeconomia. Regna, dunque, il silenzio da Parigi e Londra. Sono loro, però, dice Sky News Arabia, insieme agli Usa, a far volare aerei da guerra sopra la Libia. Mille soldati britannici sono già sul terreno, i jet di Sua Maestà volano a Cipro; marines sono già nel paese e 6mila francesi, inglesi e statunitensi (scrive il Daily Mirror) sono pronti a partire. Un’operazione che avrebbe come target la Mezzaluna petrolifera, tra Sirte e Bengasi.

Ad accelerare sono Gran Bretagna e Francia, mentre l’Italia frena. Perchè se è vero che Parigi e , soprattutto, Londra possiedono un’alto consiglio di uomini capaci di avere una chiara dottrina geopolitica, Roma è semplicemente piena di tecnocrati toscoemiliani che temono le prossime elezioni, mettendo a rischio la zona d’influenza del Mediterraneo Allargato e gli interessi strategici del paese e di Eni.

Secondo quanto emerso, è stato il premier designato dell’esecutivo di unità al-Sarraj ad aver chiesto l’intervento italiano per soffocare così la rabbia libica che giovedì scorso ha avuto come obiettivoil suo convoglio, assaltato a Zliten da una folla inferocita. Inoltre, trattare con Roma sembra assai più agevole che con Parigi e Londra.

Resta un paese, la Libia , distrutto da guerre e da un’intervento nel 2011 acclamato dagli stessi membri della ( non) intelighenzia chic che acclamarono le bombe umanitarie. Bombe che questa volta dovranno cascare di nuovo e che verranno accompagnate da migliaia di soldati europei, forse a guida italiana. Forse. Perchè la Libia è un delitto in cerca di autore e pacificazione.

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Attacchi di Parigi – La banalità del giorno dopo

Tutto il mondo è rimasto scosso dagli attacchi di Parigi sferrati nella notte di Venerdì 13 novembre. Un attentato nella culla della democrazia, la Francia, quella stessa Francia che viene ricordata con orgoglio europeo come la patria di tutte le Rivoluzioni contro l’autoritarismo.

Subito dopo l’accaduto ondate di solidarietà hanno invaso web e social network, dando vita ad hashtag e post senza tregua che esprimevano oltre il proprio sentimento di vicinanza nei confronti dei parigini e delle vittime, anche odio e disgusto nei confronti degli attentatori ed una serie di invettive senza tregua nei confronti dell’estremismo islamico e non solo.

L’inventore di Facebook non ha tardato a dar vita ad una nuova “bandiera-profilo”, colorando di blu bianco rosso le bacheche di ognuno di noi, generando una sorta di moda, uno sfoggio, una gara al più solidale della piattaforma virtuale.
In una società in cui ogni accadimento diventa frutto di mercificazione e di macabro esibizionismo non ci siamo fatti mancare lo sciacallaggio mediatico, incline all’accaparramento di likes e all’aumento dello share televisivo, che hanno reso un accadimento drammatico, l’ennesima occasione di rivoltante omologazione.

Dal cappello abbiamo ritirato fuori l’ormai inflazionata, per quanto riguardo l’argomento, Oriana Fallaci, rimarcando le sue doti da Nostradamus, persone che non hanno mai nemmeno sfiorato l’idea di informarsi su cosa accadeva nel mondo sono diventati improvvisati professori di geopolitica.

Il tema è delicato, l’allarmismo alto, la paura giustificata ha generato una caccia l’uomo senza precedenti, si vive con il sospetto che il proprio vicino possa non essere la persona che si crede, e che il ristorante vicino casa sia il luogo dove si potrebbe perdere la vita.

Si grida al blocco dell’immigrazione, alla chiusura delle frontiere, la cacciata di massa di musulmani; soluzioni fittizie, contentini da massa ignorante. I principali artefici degli attentati infatti sono regolari cittadini europei, cresciuti e formatisi nelle nostre scuole, nelle nostre università, segno che l’infiltrazione, l’indottrinamento agiscono in modo subdolo e che non sono frutto dell’importazione di qualche “uomo nero” immaginario che varca il confine.

Contro ogni buonismo sappiamo per certo che nella religione Islamica esiste da sempre una corrente più estrema, che rivendica la volontà di voler ripulire il mondo dagli infedeli e dalla corruzione delle abitudini occidentali, con il sangue e con le bombe e che la tolleranza in certi casi è inutile se non dannosa.

Dobbiamo quindi avere il coraggio di ammettere che questi fenomeni sono anche la causa di un’integrazione mal riuscita, non sempre perché noi europei siamo “brutti e cattivi”, come spesso noi stessi amiamo dipingerci per darci un accento cosmopolita, ma per il semplice e naturale fatto che il meltin pot che tanto abbiamo cercato di raggiungere ,può trovare dei limiti sostanziosi quando si ha a che fare con determinate culture.

Che l’Europa abbia la responsabilità di fare fronte comune in modo unitario contro il fanatismo religioso che ormai non è più alle porte, ma che striscia silenziosamente nelle nostre strade, è chiaro; che lo si voglia fare generando una nuova ventata di xenofobia incontrollata è certamente sbagliato.

Il continente Europeo baluardo di civiltà e valori riconducibili alla tolleranza ha il bisogno di ritrovare un po’ del suo orgoglio, quel coraggio che sembra l’unica e reale arma contro un movimento terroristico che basa la sua propaganda e trae linfa vitale dal terrore che riesce a scatenare.

La paura rende forti i militanti dell’Is, e non saranno dei bombardamenti a tappeto da parte di Francia e Russia a fermarli: l’onnipotenza che l’allarmismo di questi giorni ha generato è andata solo ad accrescere la convinzione per quegli estremisti che il tempo per la loro ascesa è ormai giunta.

Purtroppo con rammarico oltre agli attacchi dell’Islamic State quello che davvero spaventa è l’idiozia e la superficialità della gente che ha sentito la necessità di dare libero sfogo alla propria ignoranza, abusando quasi di quel diritto sacro che è la libertà d’espressione: forse sarebbe necessario abbandonare un po’ delle nostre messe in scena da terzo millennio fatte di scuse virtuali e canzoni condivise per riscoprire la nostra cultura, per sapere cosa stiamo difendendo così affannosamente, ancorandosi a quelle credenze che ci hanno reso unici come popoli e soprattutto avendo la consapevolezza che i primi ad essere indottrinati siamo noi, che ormai pigri di ricercare la verità e troppo spesso incapaci di una vera analisi su quello che accade ci abbandoniamo agli eventi e ci scarichiamo la coscienza con la condivisione di un link.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.