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Una nuova crisi è alle porte?

Siamo alle porte di una nuova crisi?

Non è facile affermarlo, ma molti degli elementi base sussistono. La locuzione crisi economica è usata comunemente in diversi contesti: come sinonimo di recessione, di deflazione o come caduta dei mercati finanziari. La mia intenzione è quella di non apparire come oracolo di una nuova stagione di pianti, ma i segnali che parlano dell’incombere di una nuova crisi globale sono numerosi. Durante l’ultimo ventennio i cicli economici si sono accorciati a causa di diversi fattori, quali la deregulation, la finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione degli scambi, e l’accelerazione del ciclo dell’industrie.

Le numerose correzioni al ribasso alle previsioni di crescita da parte delle principali organizzazioni internazionali per il 2016, rendono quest’ipotesi sempre meno concreta. Il principale driver della crescita globale è costituito da uno slancio del Prodotto interno lordo, specialmente negli Stati Uniti; ad oggi sembra rallentare. Inoltre, la mancanza di chiare risposte nel coordinamento da parte degli Istituti preposti al controllo e alla direzione della politica monetaria internazionale, ossia le Banche Centrali, rendono sterili qualsiasi tentativo delle singole di far ripartire i cicli di crescita in maniera sostenuta.

“Bisogna far presto, si deve riunire in tempi rapidissimi un tavolo internazionale su temi economici e politici. I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico”. Romano Prodi, una una conversazione con l’Agi, lancia l’allarme sull’economia. “Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi paesi e si prospettano svalutazioni competitive. Quando tutto è in subbuglio se non si arriva a una riunione di emergenza i rischi sono altissimi”. Un monito che come nel 2008 sta andando perso tra mille temi etici o di solidarietà che tolgono l’attenzione dal collante di sussistenza principale per famiglie e aziende ossia l’economia.

Il 2016 è iniziato nel peggiore dei modi per i mercati finanziari globali. Un esempio è dato dal prezzo degli idrocarburi il quale è sceso sotto i 28 dollari al barile per la prima volta dal 2003. Il Dragone Cinese dall’inizio dell’anno ha visto l’indice della borsa di Shanghai crollare del 15 per cento. In tal mondo, anche i mercati americani ed europei, resi nervosi dal prezzo del petrolio e dal crollo dei listini cinesi, hanno seguito la scia negativa, iniziando l’anno con performance preoccupanti.

I primi avvertimenti sono comparsi già alla fine dello scorso anno. In un articolo uscito il 27 dicembre sul Guardian, Larry Elliott, caporedattore economico del quotidiano britannico, aveva avvertito che il 2016 sarebbe stato un anno “vissuto pericolosamente.” Secondo il giornalista, anche se non ci sarà una nuova crisi globale nei prossimi 12 mesi, il 2016 sarà l’anno in cui si “nasconderanno le crepe e si cercherà di guadagnare tempo prima che riemergano di nuovo tutti i vecchi problemi.”

Se per il premier italiano e la stampa che gli fa seguito i temi sui quali discutere sono altri, per la mia persona “l’Italia potrebbe essere l’epicentro di una nuova crisi economica europea”. Infatti,il mercato finanziario italiano sembra soffrire di un ulteriore malattia che investe, in particolare, il settore bancario.

Di certo, però, non sono le sofferenze dei bilanci delle banche italiane, pari ad oltre 200 miliardi di euro, ma interamente coperte da accantonamenti per oltre 110 miliardi e dai valori a garanzia delle sofferenze, che possono spiegare la caduta delle quotazioni dei titoli bancari sul mercato di Milano; neanche la crisi dell’immobiliare, con una svalutazione intorno al 7%, non giustifica quello che sta accadendo. Bensì, tutto risiede nella governance di molti istituti di credito del centro Italia e nel non giustificabile adeguamento dei criteri di regolamentazione bancaria a quanto previsto da anni in sede europea ripetto al bail in ossia il salvataggio interno della banche. A ciò si aggiunge la mancata spensing review, una crescita sovrastimata che puntualmente delude le aspettative e un tasso di povertà e disoccupazione altissimi.

Per concludere gli elementi e non le variabili sono tutte pronte a far scoppiare la prossima crisi. E anche questa volta a pagare saranno gli ultimi. Ossia voi. Voi che siete troppo impegnati in dibattiti su temi etici e poco attenti alla vita quotidiana e alla sua sussistenza. Che i poveri piangano ancora per la loro mancanza di ribellione. D’altronde mercanti e sindacati sul banchetto trattano assieme.

Il Medioriente alla Cina

La lunga corsa della Cina a superpotenza ha radici lontane. Radici per l’appunto, poiché solo nell’ultimo decennio sta raccogliendo i frutti dell’avvedutezza nella composizione e sostegno al Terzo Mondo. Se l’Europa non conta più nulla come rilevanza geopolitica, Francia e Gran Bretagna assumo tutt’oggi un peso specifico. Certamente, questo peso anglofrancese, non è minimamente confrontabile con le protagoniste del dopoguerra, Usa e Russia, e a oggi la Cina.

 

Se la leadership di Pechino nel mondo industriale non è in discussione, allo stesso tempo e modo la forza geopolitica cinese è sempre stata considerata al rango di regionale e non globale. Eppure in queste ore di caos è avvenuto un fatto meritevole di entrare nella prossima storiografia. Poiché la Cina ha iniziato a giocare la sua partita nel fortino americano ossia il Medioriente, che preferisco chiamare Rimland. Nelle ultime ore, Xi Jinping si è calato in una visita che l’agenzia ufficiale cinese ha definito «storica». Arrivare in Medio Oriente, visitare in cinque giorni Arabia Saudita, Egitto e Iran di questi tempi, non può essere solo una questione di affari. Il presidente cinese vuole «aiutare a facilitare e allargare i comuni interessi negli affari internazionali e regionali». La Cina è un nuovo venuto. Le relazioni diplomatiche con i Sauditi sono iniziate nel 1990. Da allora gli scambi sono aumentati di 230 volte e nel 2014 avevano raggiunto i 69 miliardi di dollari.

 

In Egitto, il presidente cinese terrà un discorso alla Lega Araba: l’organismo politico dei Paesi della regione non conta molto ma in questo caso il suo quartier generale in piazza Tahrir sarà un autorevole megafono nella regione. Xi non intende impegnare la Cina nel caos mediorientale come americani e russi. Nessuna presenza militare o interferenza, nessuno schieramento preferito a un altro. Ma la priorità della Cina è la stabilità della regione dalla quale viene l’energia che fa funzionare la sua economia. Se il profilo politico di Xi è il più nuovo e dunque il più interessante, l’economia naturalmente non manca. Nel Paese nel quale la Cina è il principale acquirente mondiale di greggio, Xi e i suoi interlocutori hanno firmato importanti intese su energia, comunicazioni, ambiente, aerospaziale.

Rilevanti sono gli accordi industriali ora che l’Arabia Saudita ha deciso di diversificare la sua economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Come a dire se da un lato si guarda alla stabilità politica internazionale con l’ingresso di un nuovo attore globale, la mano sul portafogli resta sempre.

Quel che è importante per il Medioriente e il mondo è la presenza di un attore terzo nel caos del Rimland, nel centro del vortice di ogni odio e resistenza. Laddove, forse, Usa e Russia non sono ancora riuscite a pacificare, chissà che non riesca Pechino.

Libia – Delitto in cerca d’autore

Il conto alla fine è arrivato e l’incertezza e la pressapochezza della dottrina internazionale post sessantottina presto si dovranno scontrare e confrontare con l’Islamic State. L’indecisione degli ultimi due anni circa la Libia e il ruolo di subalternanza in nome di un tecnicismo all’europea stanno definitivamente strappando la terra che fu di Gheddafi all’Italia.

Alla quiete italiana nelle ultime settimane sta corrispondendo una forte propensione all’interventismo da parte di Regno Unito e Francia. Questo interventismo è giustificato e da una necessità di risposte certe e forti sul fronte poiltico interno e, come nel 2011, dalla ricchezza di risorse di cui dispone la Libia. Oltre a ciò, si è registrato un forte avanzamento del cosiddetto Islamic State, che preso e chiuso nella tenaglia di Russia e Coalizione Internazionale, sta spostando il proprio baricentro nel pur sempre ricco Nord Africa.

L’attentato kamikaze a Zliten che ha causato 74 morti e oltre 100 feriti, l’offensiva a Misurata e Khoms e gli attacchi ai terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanouf, sulle coste vicino a Sirte, sono i primi episodi di una nuova accelerata dello Stato islamico per conquistare terreno in Libia. Dopo la firma, il 16 dicembre, dell’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale e le indiscrezioni che vogliono 6mila forze speciali a guida italiana pronte per un’operazione di terra nel Paese, i miliziani fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi hanno sferrato nuovi attacchi, con l’obiettivo di trasformare la Libia in un’alternativa al Califfato in Siria e Iraq. “Daesh (appellativo arabo di Stato islamico, ndr) – commenta Jon Marks, membro del programma Medio Oriente e Nord Africa del think tank Royal Institute of International Affairs (Chatham House) di Londra – rimane uno degli attori presenti nel Paese. L’obiettivo dei suoi sostenitori, però, è quello di creare un nuovo Califfato, una nuova Siria in Libia”.

Se il cosiddetto governo di unità nazionale affidato al «carneade» Fayez Al Sarraj si rivela più lungo e complesso del previsto. Cominciamo le urgenze. La più pressante è l’avanzata del Califfato che lunedì ha attaccato Sidra, il più importante terminale petrolifero della Cirenaica, 191 chilometri ad est di Sirte.

In risposta vi è stato un raid anonimo, un’operazione “umanitaria”, la prospettiva di un intervento militare nella giornata di domenica. In tale intervento dalla dubbia collocazione, è stato colpito un convoglio dell’IS a Sirte. Un delitto in cerca d’autore.

Scansati i tecnocrati le cancellerie europee si sono affidate a esperti i quali mantengono massimo riserbo sia su implicazioni militari che sulle prospettive in campo di geoeconomia. Regna, dunque, il silenzio da Parigi e Londra. Sono loro, però, dice Sky News Arabia, insieme agli Usa, a far volare aerei da guerra sopra la Libia. Mille soldati britannici sono già sul terreno, i jet di Sua Maestà volano a Cipro; marines sono già nel paese e 6mila francesi, inglesi e statunitensi (scrive il Daily Mirror) sono pronti a partire. Un’operazione che avrebbe come target la Mezzaluna petrolifera, tra Sirte e Bengasi.

Ad accelerare sono Gran Bretagna e Francia, mentre l’Italia frena. Perchè se è vero che Parigi e , soprattutto, Londra possiedono un’alto consiglio di uomini capaci di avere una chiara dottrina geopolitica, Roma è semplicemente piena di tecnocrati toscoemiliani che temono le prossime elezioni, mettendo a rischio la zona d’influenza del Mediterraneo Allargato e gli interessi strategici del paese e di Eni.

Secondo quanto emerso, è stato il premier designato dell’esecutivo di unità al-Sarraj ad aver chiesto l’intervento italiano per soffocare così la rabbia libica che giovedì scorso ha avuto come obiettivoil suo convoglio, assaltato a Zliten da una folla inferocita. Inoltre, trattare con Roma sembra assai più agevole che con Parigi e Londra.

Resta un paese, la Libia , distrutto da guerre e da un’intervento nel 2011 acclamato dagli stessi membri della ( non) intelighenzia chic che acclamarono le bombe umanitarie. Bombe che questa volta dovranno cascare di nuovo e che verranno accompagnate da migliaia di soldati europei, forse a guida italiana. Forse. Perchè la Libia è un delitto in cerca di autore e pacificazione.

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Attacchi di Parigi – La banalità del giorno dopo

Tutto il mondo è rimasto scosso dagli attacchi di Parigi sferrati nella notte di Venerdì 13 novembre. Un attentato nella culla della democrazia, la Francia, quella stessa Francia che viene ricordata con orgoglio europeo come la patria di tutte le Rivoluzioni contro l’autoritarismo.

Subito dopo l’accaduto ondate di solidarietà hanno invaso web e social network, dando vita ad hashtag e post senza tregua che esprimevano oltre il proprio sentimento di vicinanza nei confronti dei parigini e delle vittime, anche odio e disgusto nei confronti degli attentatori ed una serie di invettive senza tregua nei confronti dell’estremismo islamico e non solo.

L’inventore di Facebook non ha tardato a dar vita ad una nuova “bandiera-profilo”, colorando di blu bianco rosso le bacheche di ognuno di noi, generando una sorta di moda, uno sfoggio, una gara al più solidale della piattaforma virtuale.
In una società in cui ogni accadimento diventa frutto di mercificazione e di macabro esibizionismo non ci siamo fatti mancare lo sciacallaggio mediatico, incline all’accaparramento di likes e all’aumento dello share televisivo, che hanno reso un accadimento drammatico, l’ennesima occasione di rivoltante omologazione.

Dal cappello abbiamo ritirato fuori l’ormai inflazionata, per quanto riguardo l’argomento, Oriana Fallaci, rimarcando le sue doti da Nostradamus, persone che non hanno mai nemmeno sfiorato l’idea di informarsi su cosa accadeva nel mondo sono diventati improvvisati professori di geopolitica.

Il tema è delicato, l’allarmismo alto, la paura giustificata ha generato una caccia l’uomo senza precedenti, si vive con il sospetto che il proprio vicino possa non essere la persona che si crede, e che il ristorante vicino casa sia il luogo dove si potrebbe perdere la vita.

Si grida al blocco dell’immigrazione, alla chiusura delle frontiere, la cacciata di massa di musulmani; soluzioni fittizie, contentini da massa ignorante. I principali artefici degli attentati infatti sono regolari cittadini europei, cresciuti e formatisi nelle nostre scuole, nelle nostre università, segno che l’infiltrazione, l’indottrinamento agiscono in modo subdolo e che non sono frutto dell’importazione di qualche “uomo nero” immaginario che varca il confine.

Contro ogni buonismo sappiamo per certo che nella religione Islamica esiste da sempre una corrente più estrema, che rivendica la volontà di voler ripulire il mondo dagli infedeli e dalla corruzione delle abitudini occidentali, con il sangue e con le bombe e che la tolleranza in certi casi è inutile se non dannosa.

Dobbiamo quindi avere il coraggio di ammettere che questi fenomeni sono anche la causa di un’integrazione mal riuscita, non sempre perché noi europei siamo “brutti e cattivi”, come spesso noi stessi amiamo dipingerci per darci un accento cosmopolita, ma per il semplice e naturale fatto che il meltin pot che tanto abbiamo cercato di raggiungere ,può trovare dei limiti sostanziosi quando si ha a che fare con determinate culture.

Che l’Europa abbia la responsabilità di fare fronte comune in modo unitario contro il fanatismo religioso che ormai non è più alle porte, ma che striscia silenziosamente nelle nostre strade, è chiaro; che lo si voglia fare generando una nuova ventata di xenofobia incontrollata è certamente sbagliato.

Il continente Europeo baluardo di civiltà e valori riconducibili alla tolleranza ha il bisogno di ritrovare un po’ del suo orgoglio, quel coraggio che sembra l’unica e reale arma contro un movimento terroristico che basa la sua propaganda e trae linfa vitale dal terrore che riesce a scatenare.

La paura rende forti i militanti dell’Is, e non saranno dei bombardamenti a tappeto da parte di Francia e Russia a fermarli: l’onnipotenza che l’allarmismo di questi giorni ha generato è andata solo ad accrescere la convinzione per quegli estremisti che il tempo per la loro ascesa è ormai giunta.

Purtroppo con rammarico oltre agli attacchi dell’Islamic State quello che davvero spaventa è l’idiozia e la superficialità della gente che ha sentito la necessità di dare libero sfogo alla propria ignoranza, abusando quasi di quel diritto sacro che è la libertà d’espressione: forse sarebbe necessario abbandonare un po’ delle nostre messe in scena da terzo millennio fatte di scuse virtuali e canzoni condivise per riscoprire la nostra cultura, per sapere cosa stiamo difendendo così affannosamente, ancorandosi a quelle credenze che ci hanno reso unici come popoli e soprattutto avendo la consapevolezza che i primi ad essere indottrinati siamo noi, che ormai pigri di ricercare la verità e troppo spesso incapaci di una vera analisi su quello che accade ci abbandoniamo agli eventi e ci scarichiamo la coscienza con la condivisione di un link.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

Il Pentagono teme un cielo affollato per Damasco

Prosegue la scabrosa escalation russa in Siria. I cacciabombardieri della VVS (Военно-воздушные силы Российской Федерации) arrivati la scorsa settimana nella base di Latakia, l’avamposto militare avanzato sulla costa siriana dove dall’inizio di settembre i capienti aerei da trasporto An-124 scaricano mezzi corazzati e materiale logistico per approntare una forza offensiva, hanno portato il primo attacco russo contro l’IS nei pressi di Talbiseh, nella provincia di Homs.

L’approvazione è stata data ieri della camera alta di Mosca, sottolineando che per ora verranno coinvolte solo le forze aeree. Il Cremlino ha annunciato:

“L’obiettivo militare delle operazioni è mirato al supporto aereo delle forze governative siriane nella loro lotta contro lo Stato islamico. Il presidente della Repubblica araba siriana ha richiesto alla leadership del nostro Paese di fornire assistenza militare. Il terrorismo deve essere combattuto, ma è ancora necessario osservare le norme del diritto internazionale.”

Si parla di una forza area 28 cacciabombardieri ( 4xSu-30, 12xSu-25, 12xSu-24) oltre ai 12 elicotteri da combattimento, presenti sulle piste della base siriana che nell’ultimo mese è stata allestita per accogliere quello che ora completato è: il contingente russo in supporto delle forze governative di Damasco.

Durante l’incontro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Obama e Putin hanno discusso riguardo la posizione della Russia all’interno della coalizione anti-IS, ma non sono ancora chiari i risultati, anzi, sembrerebbe che il messaggio emanato oggi dalla Russia sia stato –” Sgombrate i cieli” –  Richiamando la violazione del diritto internazionale da parte della NATO, e questo potrebbe essere un problema da non sottovalutare.

Proprio nei giorni scorsi per esempio, l’Armée de l’Air francese ha operato con 5 dei suoi caccia, sferrando il suo primo discussimo raid non permesso su un campo di addestramento del Daesh designato dalle forse di coalizione come attivo. Le missioni di ricognizione e i bombardamenti strategici o di supporto delle forze congiunte della NATO, al quale interno operano attivamente da vari mesi USAF per gli Stati Uniti, RAF e RCAF per Uk e Canada, AAF per la Francia, e RJAF per la Giordania, UAEAF per l’Arabia Saudita, sono all’ordine del giorno nello spazio aero siriano, e un ennesimo giocatore non contemplato nella partita potrebbe creare confusione e una certa dose di rischio.

Dopo il fallimento maturato dalla strategia USA contro l’IS, che l’ha visti perdere il 90% dei ribelli addestrati dalle agenzie preposte, tra i morti e quelli passati al nemico con l’intero equipaggiamento fornitogli (777,000 $ per unità), il Pentagono avrebbe ridisegnato i propri piani concentrandosi sulle unità JTAC, capaci attraverso il puntamento laser, o un nuovissimo programma Android, di coordinare le forze di terra con il supporto aereo ravvicinato e fulmineo della coalizione.

Per questo si accende il timore del Pentagono riguardo agli eventuali rischi che potrebbe provocare la presenza nello spazio aereo siriano dei jet da combattimento inviati dal Cremlino senza piani di volo o piani missione condivisi ( senza contare la presenza di una portaerei cinese). Nonostante le contromisure e tutte le regole d’ingaggio che il protocollo contempla, lo stretto contatto con gli aerei già operanti della coalizione potrebbe dare luogo ad attriti o peggio a incidenti in volo che potrebbero aggravare non poco gli equilibri diplomatici su una crisi che rivela due modi antitetici, o due vecchi assetti se preferiamo, di misurasi e impegnarsi su uno scenario che racchiude interessi politici ed economici per entrambi le parti: reggenza legittima di uno stato straniero, flussi migratori, e simpatie per Assad a parte.

Come per tanti altri casi nella storia della Guerra Fredda, quella che fu, non quella che ora si aggira come uno spettro in Medio Oriente, la distesa celeste da percorrere a mach 2 è il palcoscenico, e le uniche vittime sacrificali di un incidente tra potenze mondiale sarebbero gli sventurati piloti militari che potrebbero rimanerne coinvolti.  Perché ad essere seri, riusciamo ad immaginare una prospettiva che voglia tenere conto delle conseguenze di un abbattimento tra potenze mondiali ?

 

 

Greekment: l’accordo che porterà alla morte di un paese

 

La bella favola che sembrava stesse vivendo la Grecia in questi giorni è da ieri giunta al suo termine.

Niente scarpette di cristallo o principi azzurri,solo debiti e un accordo kamikaze che sarà impossibile da rispettare.

La Grecia con la vittoria dell’Oxi si era dipinta nell’immaginario comune come l’alternativa all’Europa dell’austerity , “l’Europa delle banche” che tanto è cara ad Angela Merkel , ma che in pochi anni è diventato il cavallo di battaglia contro cui si scagliano nuovi movimenti e partiti, sia a destra che a sinistra.

Il responso del referendum aveva dato vita ad un’euforia generale, un pathos che univa magistrali intellettuali di tutto il mondo fino al più modesto popolo del web , dove impazzava virale una grecità diventata in poche ore mainstream, che ha avuto quasi più proseliti delle immaginette colorate di facebook dopo l’approvazione dei matrimoni gay in tutti gli U.S.A.

Insomma Tsipras aveva un forte appoggio popolare , nonostante le immagini toccanti di anziani che cercavano inutilmente di ritirare la propria pensione e si accasciavano mesti addosso lo sportello, o dichiarazioni incerte di chi non aveva ancora commisurato la propria scelta, dopo il responso era emersa un Grecia in piena crisi economica pronta al collasso, ma che difendeva ancora con orgoglio il proprio paese.

Gli accordi a cui si è giunti a Bruxelles, fra i leader politici dell’Eurozona, non farà che affondare la barca greca ,già da tempo imbarcante acqua.

Il “ ricatto” a cui si è giunti consiste nell’erogazione di 86 miliardi di euro a condizioni folli e durissime; prime fra le quali l’approvazione lampo di nuove riforme richieste da mamma Europa: un’altra garanzia sarà data dalla supervisione dei creditori su un fondo di beni pubblici di 50 miliardi di euro.

Quasi irriverente il commento ad accordo raggiunto del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha affermato: “Abbiamo raggiunto un Greekment, lo abbiamo fatto a condizioni molto severe, ma la decisione dà alla Grecia la possibilità di rimettersi in carreggiata ed evita le conseguenze economiche negative che un fallimento dei negoziati avrebbe comportato. Un accordo che consente di ripristinare la fiducia tra Atene i partner dell’Eurozona”.

Come se fosse la sua fiducia a rimpinguare le tasche dei cittadini greci,come se fosse la sua fiducia ad evitare di svendere una casa al centro di Atene a 9000 euro.

Dopo il “Greekment” nuovamente la massa virtuale si è scatenata a suon di ashtag: il più diffuso “ThisisaCoup” ( “questo è un colpo di stato”) , riferito alla spietatezza delle condizioni imposte dai creditori e accettate dalla Grecia, è stato adottato anche da autorevoli voci in campo politico ed economico.

Fra questi, ad esprimere un forte e indignato dissenso il Nobel per l’Economia,Paul Krugman che sottolinea come l’accettazione di questo compromesso porti alla completa erosione della sovranità nazionale, e alla servile sottomissione alle richieste feroci dei creditori ma soprattutto alla consumazione personale della vendetta Merkeliana.

Nel frattempo Syriza si spacca e il leader perde ogni secondo che passa fiducia,da parte dei compagni di partito ma in particolare da parte di quel popolo che aveva riposto nella sua figura tutta la speranza che li sosteneva per andare avanti.

Il quadro Europeo non è mai stato così limpido e cristallino: la Germania traina l’Eurogruppo e chi si oppone al suo cammino verrà calpestato, l’Europa tace o ha la voce flebile di Michel Sapin (ministro francese), e la Grecia si consuma, tra il fuoco appiccato dai creditori e quello stesso che stanno per scatenare gli anarchici e i neo-nazisti di Alba Dorata che Tsipras pensava di poter controllare.

Arianna Pepponi

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

Cina&Russia – L’accordo del secolo ( Parte II )

In geopolitica e in analisi geoeconomica si utilizza frequentemente il termine “Eurasia”. Con l’Unione Europea impegnata ad essere il braccio politico della NATO e non un nuovo Stato federale e quindi in contrasto con Mosca, il terzo litigante ossia la Cina ne gode. Come illlustrato nella prima parte da Francesco Tamburini la Russia fornirà trentotto miliardi di metri cubi di gas annui alla Cina.  Un accordo che i Cinesi hanno limato per dieci lunghi anni e sono stati al contempo così abili da sfruttare, distruggendo tutte le analisi dei report dei grandi istituti finanziari,  il carbone brasiliano portandolo a essere la prima fonte di energia al mondo.

Come detto la trattativa è durata ben dieci anni e la sua conclusione favorevole anche nelle condizioni a Pechino ha creato un nuovo e rinvigorito entusiasmo nei confronti del nuovo corso governativo di Xi Jinping. L’accordo trentennale siglato nella fattispecie da Gazprom e la China National Petroleum Corporation potrebbe già secondo i rumors di fine estate arrivare a una fornitura pari a sessanta miliardi di metri cubi.  Poiché la dipendenza cinese dal gas è pari a cinquantatre miliardi l’anno, Mosca si ritroverebbe a essere il fornitore unico di Pechino.  Quello energetico non è stato l’unico accordo siglato lo scorso maggio e ora agli esordi operativi.  Infatti, assieme al suddetto accordo ve ne sono altri quarantotto alcuni nel settore militare. Un elemento di altissimo rilievo concerne il fatto  che la più grande infrastruttura destinata al rifornimento di gas dalla Russia passa direttamente dalla Mongalia, paese nell’orbita dei due paesi, arrivando nel Nord della Cina e andando di fatto a  sanare un’area geografica in ritardo nello sviluppo rispetto il resto del paese. Nei colloqui intercorsi tra il Presidente Cinese Xi Jinping e il suo omologato Vladimir Putin si è discusso anche della stabilizzazione asiatica e dei due paesi che si sentono sempre più accerchiati se non direttamente nel mirino dei missili e della potenza bellica americana e dell’ alleanza nordatlantica. In parte tale accordo è figlio dell’intervento russo cinese a protezione della Repubblica di Siria dai preventivati bombardamenti occidentali. Il che, alla luce della vera natura dei Ribelli ossia l’Isis, è stato un bene.

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Come a dire che nell’accordo del secolo ve ne è per tutti, dagli analisti geopolitici agli economisti. Ma, soprattutto c’è un’alleanza che nemmeno il comunismo aveva creato.  Un’alleanza che per il peso specifico deve far riflettere quantomeno, la dipendente da tutti in tutto, Europa.