Home / Tag Archives: geopolitica (page 4)

Tag Archives: geopolitica

La Russia, il gas e la rotta artica

Il mondo cambia da sempre i suoi assetti ed equilibri attraverso le rotte commerciali. L’esempio maggiore di ciò lo diede il navigatore genovese Cristoforo Colombo nel 1492, quando alla ricerca della rotta ad ovest per le Indie segnò il punto di non ritorno per l’intera umanità. Mentre in Italia continuano ad andare di moda i nostalgici del mondo diviso in due blocchi con gli occhi puntati solo agli Stati Uniti d’America, nella Federazione Russa si è trovato guadagno dal “fatidico” passaggio a nordest.

Al centro degli interessi della rotta marittima che collega le coste settentrionali della Federazione Russa al Pacifico attraverso il Mar glaciale Artico vi è il gas. Ed è il gas la novità e l’obiettivo, da sempre dichiarato dalla Gazprom e dei governi del Nord Europa, al centro delle analisi geopolitiche ed economiche dell’ultimo mese. Infatti, lo scorso dicembre, la prima nave adibita al trasporto di gas naturale liquido, partendo dal porto di Hammerfest in Norvegia, è riuscita ad attraccare regolarmente lungo le coste giapponesi. Il nome della nave che ha solcato le acque artiche e pacifiche è Ob River. Sicuramente non verrà ricordata per via della rotta solcata – lo scorso anno più di quaranta navi hanno solcato il Mar Artico – ma per essere stata la nuova via di rifornimento d’energia per l’Asia. Analizzando la rotta si potrà notare come dal Nord Europa si sia diretta verso l’Asia, senza coinvolgere gli Stati Uniti d’America. Partendo da tale considerazione, è utile concentrarsi su tre punti strategici.

Il primo risiede nella volontà russa e nordeuropea di puntare all’affamato mercato energetico asiatico basandosi su rotte meno soggette a crisi geopolitiche. Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’immensa quantità di gas prodotta e custodita dalla Federazione Russa che, con l’Europa in declino postindustriale, ha l’esigenza di trovare nuovi mercati dipendenti dalle sue materie prime. Terzo punto cruciale è l’ormai vicina indipendenza energetica degli Stati Uniti d’America. Se vi è un aspetto per il quale verrà ricordata l’Amministrazione Obama nei prossimi decenni, è quello dell’indipendenza energetica degli Usa, capace di risollevare la produzione industriale dei prossimi cinquant’anni nel paese stelle e strisce. Altro aspetto cruciale della rotta solcata nel trasporto di gas naturale liquido attraverso l’artico è di carattere logistico. Infatti, il cargo della Gazprom che ha attraversato la rotta artica ha visto un risparmio di tempo pari al 40% e aperto rotte più sicure rispetto a quelle tradizionali, che vedono il rifornimento energetico da ovest verso est passare attraverso lo Stretto di Suez o di Panama. In questa novità risiede il vero dato geopolitico, ove all’instabilità dei paesi del Medio Oriente si contrappone una rotta “sicura” per i Russi ed i paesi del Nord Europa. Se i Romani prima ed i nazionalisti risorgimentali Italiani poi appellavano il Mar Mediterraneo “Mare Nostrum”, la stessa idea è trasparita dal discorso del Premier russo Medvedev riguardo al “Mar Artico”. Tant’è che la Federazione Russa ed il Cremlino hanno deciso il potenziamento delle basi navali ed aeree nel Mar Artico, a cominciare da quella di Rogacjovo.

Ulteriore passo per rendere l’Artico il nuovo centro d’interesse economico russo da qui a cinquant’anni (da noi in piena campagna elettorale si parla al massimo di cinque) è la costruzione di una nuova rete di trasporti merci che colleghi i giacimenti di gas e petrolio alle coste artiche. Nel piano redatto e presentato dal Ministero dei Trasporti della Federazione Russa si prevede da qui al 2030 un potenziamento della rotta transiberiana ed in particolar modo della tratta ferroviaria Bajkal – Amur. In questo scenario, con il placet di alcuni paesi dell’Unione Europea come la Norvegia, i russi stanno in ogni modo cercando di dar fondamento alle pretese rispetto al Mar Artico ed al grande bacino economico che ne deriva, pur dovendo mantenere una conformità alle norme imposte dal Diritto Internazionale.

Sicuramente gli Stati Uniti attraverso l’Alaska ed i pozzi petroliferi già presenti nel Mar Artico faranno sentire il loro peso in questa partita, in contrasto al nuovo protagonismo su scala economica e geopolitica di Mosca. Eppure, di fronte all’impegno russo, statunitense e asiatico nella ricerca di nuove rotte commerciali è lampante un’assenza: quella dell’Unione Europea, che lascia ai singoli stati una partita strategica senza occuparsi direttamente dello sviluppo dell’intera Comunità Economica. Come a dire che non ci interessa il fronte del nord-est.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

A "Mali" estremi

Da un biennio il Nord Africa è il fulcro dei cambiamenti geopolitici e dei conflitti militari di maggior interesse su scala mondiale. La crescita nel continente nero di potenze geopolitiche come la Cina, il ritrovato ruolo della Russia e il cambio di passo nelle cancellerie occidentali sono alcune delle cause di questi cambiamenti. Indubbiamente con l’ondata di semi-rivoluzioni della cosiddetta “Primavera Araba” alcune problematicità del Nord Africa si sono acuite.

Prima fra tutte quella legata al fondamentalismo islamico e al suo perpetuo coinvolgimento in tutte le rivolte ed agitazioni che riguardano i paesi islamici. La maggior parte delle problematicità del quadrante nordafricano dipendono dagli errori di analisi commessi dalle cancellerie europee nell’affrontare la guerra in Libia. Il risultato dell’intervento militare sotto egida NATO, oltre alla caduta e morte di Mu’ammar Gheddafi, è stato quello di rendere la regione ancora più instabile rispetto al periodo antecedente. Dall’intervento militare promosso dall’Eliseo e dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy ne è scaturita, come effetto collaterale più evidente, la “Rivolta Tuareg” che ad oggi è l’antefatto della maggior preoccupazione per l’occidente ovvero la proliferazione nell’area di gruppi jihadisti.

L’escalation prende il via nella prima metà della scorsa estate quando il gruppo Ansar Dine ed altre organizzazioni legate ad al-Qa’ida dichiarano di aver preso possesso del Mali del Nord (Azawad). La “Battaglia di Goa” e la disfatta del Movimento di Liberazione dei Tuareg è il punto di non ritorno per il destino dell’intera area. Ad oggi il Mali del Nord potrebbe esser facilmente paragonato per due motivi all’Afghanistan di metà anni novanta. Il primo motivo risiede nella prolificazione di campi d’addestramento per le truppe ed i seguaci della Jihad islamica e nella costituzione di una base operativa internazionale. Il secondo motivo è nella superficialità con il quale i media occidentali affrontano il tema “Nord Africa”.

I paesi maggiormente coinvolti nell’area sono la Mauritania e l’Algeria. Ora se il primo è disposto a supportare un intervento militare, il secondo impegnato in un conflitto interno con le mai sradicate cellule islamiche opterebbe per una serie di negoziati. Sono di questa settimana le parole del portavoce del Ministero degli Esteri algerino Omar Balani, il quale nella conferenza stampa con i giornalisti stranieri, ha spiegato che l’attacco al Mali metterebbe a repentaglio la sicurezza interna dell’Algeria.

Vera protagonista della partita, come sempre quando si parla di Africa dall’inizio del nuovo millennio, è Parigi. Difatti con l’Amministrazione Obama a guida della Casa Bianca dedita alla prudenza nell’affrontare questioni internazionali non legate al Medio Oriente e con Russia e Cina impegnate nel mantenere ed accrescere interessi economici nell’area a tessere le trame di un probabile intervento militare è la Francia. Permane un problema per l’Eliseo nell’affrontare un intervento militare diretto che risiede nella volontà da parte del neo eletto Presidente della Repubblica Francese Hollande di non esser accusato di neocolonialismo. Al momento l’ordine a Parigi è quello di lavorare sottotraccia ad una risoluzione, in modo d’allontanarsi dal concetto imperialista di Françafrique e mantenere in vita i negoziati per la liberazione dei molti cittadini e cooperanti francesi ostaggio nell’area delle formazione jihadiste. Da questa scelta nasce la volontà di Parigi di affidarsi alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) per il supporto logistico e alle truppe dell’Unione Africana.

Tant’è che il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha dichiarato martedì che -La Francia non manderà ”truppe di terra” nel nord del Mali, ne’ effettuerà ”bombardamenti aerei” sull’area per aiutare i Paesi africani nella missione contro i gruppi islamisti che la occupano -. Si è detto invece disponibile alla probabilità che la Francia offra un contributo di ”intelligence” all’operazione militare africana, approvata domenica scorsa ad un vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas).

Non mancano gli scambi d’informazioni e richieste da parte di Parigi ai maggiori alleati europei. Se vi starete domandando se tra essi compaia l’Italia la risposta è sì. Difatti il Ministro per gli Esteri Terzi di Sant’Agata, lo stesso che da mesi non riesce a riportare sulle basi del Diritto Internazionale i Marò impegnati in un’operazione internazionale antipirateria nell’Oceano Indiano, si è reso disponibile ad un coinvolgimento dell’intelligence e delle truppe italiane. Ora mentre Washington è disponibile a sostenere solo ed esclusivamente operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo, sulla base del modulo con il quale l’attuale e riconfermata Amministrazione Obama ha dato il via all’Africom e alle operazioni d’intelligence nel continente nero, la questione rimane all’Europa.

Sì perché l’Europa per storia e posizione geografica è l’entità maggiormente coinvolta ed interessata dalla destabilizzazione nordafricana. Nel Mali, nella mancata assistenza ai profughi e rifugiati libici e nelle bombe che ogni settimana le formazioni legate ad al-Qa’ida fanno esplodere in Nigeria.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Geopolitica della Birra

Non starò a disquisirvi delle tecniche di mescita oppure dei miei gusti personali, chi mi conosce sa benissimo che diffido di chi in una sola volta ti mesce la birra e che nell’olimpo delle cose da assaporare almeno una volta nella vita, a mio modo di vedere, c’è la “Hacker Pschoor Keller”. Come sempre le insidie del mercato sono celate da nomi familiari o quantomeno dalla provenienza geografica certa, ove il consumatore di sente rassicurato dall’assonanza linguistica o dalla forte reclamizzazione dei marchi. Una reclame ormai celebre recita il motto – C’è più gusto ad essere italiani! – per pubblicizzare la birra Nastro Azzurro, eppure tale birra è prodotta per la Anglo-Sudafricana SABMiller. Altro caso emblematico in Italia è rappresentato dalla sarda “Ichnusa”, la quale pur sfoggiando i colori dell’isola è di proprietà Heineken. Da questo esempio è facile dedurre che il mercato derivato dalla birra è internazionalizzato ed immenso. Il rapporto “Italia Food Report 2010” ha quantificato il valore di questa fetta di mercato nell’astronomica cifra di 550.000.000 milioni solamente nella penisola italica.

Allorchè si affronta in ogni facoltà di Economia e Giurisprudenza lo studio dell’Economia Politica si differiscono le forme di mercato, l’analisi del mercato della birra porta a definire esso come un mercato chiuso. Infatti, l’industria birraia è dominata esclusivamente da quattro multinazionali (Anheuser-Busch InBev – Carlsberg – Heineken – SABMiller). Tutte queste multinazionali del luppolo sono quotate in borsa, vere holding della birra nei mercati cercano gli “input” capaci di allargare il capitale per essere investito nella diversificazione dei marchi e nelle capitalizzazioni azionarie.

Negli ultimi anni, visto il carattere universale della birra nelle culture dei continenti affacciati sull’Oceano Atlantico e dei paesi appartenenti al Commonwealth, è scattata la corsa ad accaparrarsi i nuovi mercati emergenti, ad eccezione della patria della SABMiller (Sudafrica). Ad esempio, l’America Latina e l’America Centrale, grazie ad efficaci campagne pubblicitarie nell’ultimo lustro, sono state inondate da centinaia di marchi che hanno permesso l’aumento della produzione in tali continenti fino al 6%. Prima fra tutte è stata la multinazionale belga Anheuser-Busch- InBev a conquistare il mercato dell’America Latina, tale colosso della birra è nato infatti da una prima grande fusione tra la belga Interbrew e la brasiliana AmBev, che ha permesso la conquista dell’America Latina con più di cinquanta marchi. La capacità della multinazionale belga di imporsi mondialmente è stata dimostrata il 14 luglio 2008, quando con una seconda fusione per 52 miliardi di $ ha acquisito la Anheuser-Busch, detentrice dello storico marchio statunitense di St. Louis Budweiser. La multinazionale belga al momento è la più grande produttrice di birra al mondo con una produzione che si aggira attorno ai 190 milioni di ettolitri di birra, circa il 15% del mercato globale.

Grande rivale della belga (o quasi) Anheuser-Busch-InBev è la Anglo- Sudafricana SABMiller che acquisendo a metà dello scorso decennio la colombiana Bavaria (sì, anch’io l’ho comprata pensando fosse bavarese) si è assicurata una quota di mercato maggioritaria, al limite del monopolio, in Perù, Colombia, Ecuador e Panama. Ugualmente si è imposta in Italia attraverso il già citato acquisto della Peroni e del marchio Nastro Azzurro. La vera svolta programmatica della SABMiller è stata la conquista del mercato cinese. Infatti, la birra Snow di proprietà del gruppo Anglo-Sudafricano è al primo posto per produzione nel paese, ove per mantenere un saldo rapporto con le autorità e popolazioni locali è prodotta in partnership con China Resources Lmt. L’importanza del mercato cinese è rappresentata dalla popolazione composta da 1,3 miliardi di persone e dal primato nella produzione mondiale di tale bevanda, ovvero 410 milioni di ettolitri l’anno. La SABMiller è nota non solo agli amanti del luppolo, ma anche a tutti gli analisti finanziari ed economisti,infatti tale marchio è quotato nel London Stock Exchange ed appartiene FTSE 100 index, vale a dire le prime cento società più capitalizzate. Dagli ultimi bilanci sociali, pubblicati a dicembre 2011, tale capitalizzazione ha un valore di 35,6 miliardi di sterline.

Dopo tutti questi dati e con la consapevolezza acquisita verrebbe voglia di non sorseggiare più una birra; eppure in Italia grazie a piccoli e medio birrifici l’antico sapore del luppolo continue a sopravvivere, in più andando di moda tra i radical-chic lo “slow food” tutto ciò agevola la vita con le ragazze. Ora non importa che voi beviate una “Duchessa” del Birrificio del Borgo, una “Bastarda Rossa” dell’Amiata oppure un Audace del 32; l’importate è che assaporiate la birra autentica in una vita vera.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli