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Geopolitica della Birra

Non starò a disquisirvi delle tecniche di mescita oppure dei miei gusti personali, chi mi conosce sa benissimo che diffido di chi in una sola volta ti mesce la birra e che nell’olimpo delle cose da assaporare almeno una volta nella vita, a mio modo di vedere, c’è la “Hacker Pschoor Keller”. Come sempre le insidie del mercato sono celate da nomi familiari o quantomeno dalla provenienza geografica certa, ove il consumatore di sente rassicurato dall’assonanza linguistica o dalla forte reclamizzazione dei marchi. Una reclame ormai celebre recita il motto – C’è più gusto ad essere italiani! – per pubblicizzare la birra Nastro Azzurro, eppure tale birra è prodotta per la Anglo-Sudafricana SABMiller. Altro caso emblematico in Italia è rappresentato dalla sarda “Ichnusa”, la quale pur sfoggiando i colori dell’isola è di proprietà Heineken. Da questo esempio è facile dedurre che il mercato derivato dalla birra è internazionalizzato ed immenso. Il rapporto “Italia Food Report 2010” ha quantificato il valore di questa fetta di mercato nell’astronomica cifra di 550.000.000 milioni solamente nella penisola italica.

Allorchè si affronta in ogni facoltà di Economia e Giurisprudenza lo studio dell’Economia Politica si differiscono le forme di mercato, l’analisi del mercato della birra porta a definire esso come un mercato chiuso. Infatti, l’industria birraia è dominata esclusivamente da quattro multinazionali (Anheuser-Busch InBev – Carlsberg – Heineken – SABMiller). Tutte queste multinazionali del luppolo sono quotate in borsa, vere holding della birra nei mercati cercano gli “input” capaci di allargare il capitale per essere investito nella diversificazione dei marchi e nelle capitalizzazioni azionarie.

Negli ultimi anni, visto il carattere universale della birra nelle culture dei continenti affacciati sull’Oceano Atlantico e dei paesi appartenenti al Commonwealth, è scattata la corsa ad accaparrarsi i nuovi mercati emergenti, ad eccezione della patria della SABMiller (Sudafrica). Ad esempio, l’America Latina e l’America Centrale, grazie ad efficaci campagne pubblicitarie nell’ultimo lustro, sono state inondate da centinaia di marchi che hanno permesso l’aumento della produzione in tali continenti fino al 6%. Prima fra tutte è stata la multinazionale belga Anheuser-Busch- InBev a conquistare il mercato dell’America Latina, tale colosso della birra è nato infatti da una prima grande fusione tra la belga Interbrew e la brasiliana AmBev, che ha permesso la conquista dell’America Latina con più di cinquanta marchi. La capacità della multinazionale belga di imporsi mondialmente è stata dimostrata il 14 luglio 2008, quando con una seconda fusione per 52 miliardi di $ ha acquisito la Anheuser-Busch, detentrice dello storico marchio statunitense di St. Louis Budweiser. La multinazionale belga al momento è la più grande produttrice di birra al mondo con una produzione che si aggira attorno ai 190 milioni di ettolitri di birra, circa il 15% del mercato globale.

Grande rivale della belga (o quasi) Anheuser-Busch-InBev è la Anglo- Sudafricana SABMiller che acquisendo a metà dello scorso decennio la colombiana Bavaria (sì, anch’io l’ho comprata pensando fosse bavarese) si è assicurata una quota di mercato maggioritaria, al limite del monopolio, in Perù, Colombia, Ecuador e Panama. Ugualmente si è imposta in Italia attraverso il già citato acquisto della Peroni e del marchio Nastro Azzurro. La vera svolta programmatica della SABMiller è stata la conquista del mercato cinese. Infatti, la birra Snow di proprietà del gruppo Anglo-Sudafricano è al primo posto per produzione nel paese, ove per mantenere un saldo rapporto con le autorità e popolazioni locali è prodotta in partnership con China Resources Lmt. L’importanza del mercato cinese è rappresentata dalla popolazione composta da 1,3 miliardi di persone e dal primato nella produzione mondiale di tale bevanda, ovvero 410 milioni di ettolitri l’anno. La SABMiller è nota non solo agli amanti del luppolo, ma anche a tutti gli analisti finanziari ed economisti,infatti tale marchio è quotato nel London Stock Exchange ed appartiene FTSE 100 index, vale a dire le prime cento società più capitalizzate. Dagli ultimi bilanci sociali, pubblicati a dicembre 2011, tale capitalizzazione ha un valore di 35,6 miliardi di sterline.

Dopo tutti questi dati e con la consapevolezza acquisita verrebbe voglia di non sorseggiare più una birra; eppure in Italia grazie a piccoli e medio birrifici l’antico sapore del luppolo continue a sopravvivere, in più andando di moda tra i radical-chic lo “slow food” tutto ciò agevola la vita con le ragazze. Ora non importa che voi beviate una “Duchessa” del Birrificio del Borgo, una “Bastarda Rossa” dell’Amiata oppure un Audace del 32; l’importate è che assaporiate la birra autentica in una vita vera.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli