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A "Mali" estremi

Da un biennio il Nord Africa è il fulcro dei cambiamenti geopolitici e dei conflitti militari di maggior interesse su scala mondiale. La crescita nel continente nero di potenze geopolitiche come la Cina, il ritrovato ruolo della Russia e il cambio di passo nelle cancellerie occidentali sono alcune delle cause di questi cambiamenti. Indubbiamente con l’ondata di semi-rivoluzioni della cosiddetta “Primavera Araba” alcune problematicità del Nord Africa si sono acuite.

Prima fra tutte quella legata al fondamentalismo islamico e al suo perpetuo coinvolgimento in tutte le rivolte ed agitazioni che riguardano i paesi islamici. La maggior parte delle problematicità del quadrante nordafricano dipendono dagli errori di analisi commessi dalle cancellerie europee nell’affrontare la guerra in Libia. Il risultato dell’intervento militare sotto egida NATO, oltre alla caduta e morte di Mu’ammar Gheddafi, è stato quello di rendere la regione ancora più instabile rispetto al periodo antecedente. Dall’intervento militare promosso dall’Eliseo e dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy ne è scaturita, come effetto collaterale più evidente, la “Rivolta Tuareg” che ad oggi è l’antefatto della maggior preoccupazione per l’occidente ovvero la proliferazione nell’area di gruppi jihadisti.

L’escalation prende il via nella prima metà della scorsa estate quando il gruppo Ansar Dine ed altre organizzazioni legate ad al-Qa’ida dichiarano di aver preso possesso del Mali del Nord (Azawad). La “Battaglia di Goa” e la disfatta del Movimento di Liberazione dei Tuareg è il punto di non ritorno per il destino dell’intera area. Ad oggi il Mali del Nord potrebbe esser facilmente paragonato per due motivi all’Afghanistan di metà anni novanta. Il primo motivo risiede nella prolificazione di campi d’addestramento per le truppe ed i seguaci della Jihad islamica e nella costituzione di una base operativa internazionale. Il secondo motivo è nella superficialità con il quale i media occidentali affrontano il tema “Nord Africa”.

I paesi maggiormente coinvolti nell’area sono la Mauritania e l’Algeria. Ora se il primo è disposto a supportare un intervento militare, il secondo impegnato in un conflitto interno con le mai sradicate cellule islamiche opterebbe per una serie di negoziati. Sono di questa settimana le parole del portavoce del Ministero degli Esteri algerino Omar Balani, il quale nella conferenza stampa con i giornalisti stranieri, ha spiegato che l’attacco al Mali metterebbe a repentaglio la sicurezza interna dell’Algeria.

Vera protagonista della partita, come sempre quando si parla di Africa dall’inizio del nuovo millennio, è Parigi. Difatti con l’Amministrazione Obama a guida della Casa Bianca dedita alla prudenza nell’affrontare questioni internazionali non legate al Medio Oriente e con Russia e Cina impegnate nel mantenere ed accrescere interessi economici nell’area a tessere le trame di un probabile intervento militare è la Francia. Permane un problema per l’Eliseo nell’affrontare un intervento militare diretto che risiede nella volontà da parte del neo eletto Presidente della Repubblica Francese Hollande di non esser accusato di neocolonialismo. Al momento l’ordine a Parigi è quello di lavorare sottotraccia ad una risoluzione, in modo d’allontanarsi dal concetto imperialista di Françafrique e mantenere in vita i negoziati per la liberazione dei molti cittadini e cooperanti francesi ostaggio nell’area delle formazione jihadiste. Da questa scelta nasce la volontà di Parigi di affidarsi alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) per il supporto logistico e alle truppe dell’Unione Africana.

Tant’è che il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha dichiarato martedì che -La Francia non manderà ”truppe di terra” nel nord del Mali, ne’ effettuerà ”bombardamenti aerei” sull’area per aiutare i Paesi africani nella missione contro i gruppi islamisti che la occupano -. Si è detto invece disponibile alla probabilità che la Francia offra un contributo di ”intelligence” all’operazione militare africana, approvata domenica scorsa ad un vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas).

Non mancano gli scambi d’informazioni e richieste da parte di Parigi ai maggiori alleati europei. Se vi starete domandando se tra essi compaia l’Italia la risposta è sì. Difatti il Ministro per gli Esteri Terzi di Sant’Agata, lo stesso che da mesi non riesce a riportare sulle basi del Diritto Internazionale i Marò impegnati in un’operazione internazionale antipirateria nell’Oceano Indiano, si è reso disponibile ad un coinvolgimento dell’intelligence e delle truppe italiane. Ora mentre Washington è disponibile a sostenere solo ed esclusivamente operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo, sulla base del modulo con il quale l’attuale e riconfermata Amministrazione Obama ha dato il via all’Africom e alle operazioni d’intelligence nel continente nero, la questione rimane all’Europa.

Sì perché l’Europa per storia e posizione geografica è l’entità maggiormente coinvolta ed interessata dalla destabilizzazione nordafricana. Nel Mali, nella mancata assistenza ai profughi e rifugiati libici e nelle bombe che ogni settimana le formazioni legate ad al-Qa’ida fanno esplodere in Nigeria.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Geopolitica della Birra

Non starò a disquisirvi delle tecniche di mescita oppure dei miei gusti personali, chi mi conosce sa benissimo che diffido di chi in una sola volta ti mesce la birra e che nell’olimpo delle cose da assaporare almeno una volta nella vita, a mio modo di vedere, c’è la “Hacker Pschoor Keller”. Come sempre le insidie del mercato sono celate da nomi familiari o quantomeno dalla provenienza geografica certa, ove il consumatore di sente rassicurato dall’assonanza linguistica o dalla forte reclamizzazione dei marchi. Una reclame ormai celebre recita il motto – C’è più gusto ad essere italiani! – per pubblicizzare la birra Nastro Azzurro, eppure tale birra è prodotta per la Anglo-Sudafricana SABMiller. Altro caso emblematico in Italia è rappresentato dalla sarda “Ichnusa”, la quale pur sfoggiando i colori dell’isola è di proprietà Heineken. Da questo esempio è facile dedurre che il mercato derivato dalla birra è internazionalizzato ed immenso. Il rapporto “Italia Food Report 2010” ha quantificato il valore di questa fetta di mercato nell’astronomica cifra di 550.000.000 milioni solamente nella penisola italica.

Allorchè si affronta in ogni facoltà di Economia e Giurisprudenza lo studio dell’Economia Politica si differiscono le forme di mercato, l’analisi del mercato della birra porta a definire esso come un mercato chiuso. Infatti, l’industria birraia è dominata esclusivamente da quattro multinazionali (Anheuser-Busch InBev – Carlsberg – Heineken – SABMiller). Tutte queste multinazionali del luppolo sono quotate in borsa, vere holding della birra nei mercati cercano gli “input” capaci di allargare il capitale per essere investito nella diversificazione dei marchi e nelle capitalizzazioni azionarie.

Negli ultimi anni, visto il carattere universale della birra nelle culture dei continenti affacciati sull’Oceano Atlantico e dei paesi appartenenti al Commonwealth, è scattata la corsa ad accaparrarsi i nuovi mercati emergenti, ad eccezione della patria della SABMiller (Sudafrica). Ad esempio, l’America Latina e l’America Centrale, grazie ad efficaci campagne pubblicitarie nell’ultimo lustro, sono state inondate da centinaia di marchi che hanno permesso l’aumento della produzione in tali continenti fino al 6%. Prima fra tutte è stata la multinazionale belga Anheuser-Busch- InBev a conquistare il mercato dell’America Latina, tale colosso della birra è nato infatti da una prima grande fusione tra la belga Interbrew e la brasiliana AmBev, che ha permesso la conquista dell’America Latina con più di cinquanta marchi. La capacità della multinazionale belga di imporsi mondialmente è stata dimostrata il 14 luglio 2008, quando con una seconda fusione per 52 miliardi di $ ha acquisito la Anheuser-Busch, detentrice dello storico marchio statunitense di St. Louis Budweiser. La multinazionale belga al momento è la più grande produttrice di birra al mondo con una produzione che si aggira attorno ai 190 milioni di ettolitri di birra, circa il 15% del mercato globale.

Grande rivale della belga (o quasi) Anheuser-Busch-InBev è la Anglo- Sudafricana SABMiller che acquisendo a metà dello scorso decennio la colombiana Bavaria (sì, anch’io l’ho comprata pensando fosse bavarese) si è assicurata una quota di mercato maggioritaria, al limite del monopolio, in Perù, Colombia, Ecuador e Panama. Ugualmente si è imposta in Italia attraverso il già citato acquisto della Peroni e del marchio Nastro Azzurro. La vera svolta programmatica della SABMiller è stata la conquista del mercato cinese. Infatti, la birra Snow di proprietà del gruppo Anglo-Sudafricano è al primo posto per produzione nel paese, ove per mantenere un saldo rapporto con le autorità e popolazioni locali è prodotta in partnership con China Resources Lmt. L’importanza del mercato cinese è rappresentata dalla popolazione composta da 1,3 miliardi di persone e dal primato nella produzione mondiale di tale bevanda, ovvero 410 milioni di ettolitri l’anno. La SABMiller è nota non solo agli amanti del luppolo, ma anche a tutti gli analisti finanziari ed economisti,infatti tale marchio è quotato nel London Stock Exchange ed appartiene FTSE 100 index, vale a dire le prime cento società più capitalizzate. Dagli ultimi bilanci sociali, pubblicati a dicembre 2011, tale capitalizzazione ha un valore di 35,6 miliardi di sterline.

Dopo tutti questi dati e con la consapevolezza acquisita verrebbe voglia di non sorseggiare più una birra; eppure in Italia grazie a piccoli e medio birrifici l’antico sapore del luppolo continue a sopravvivere, in più andando di moda tra i radical-chic lo “slow food” tutto ciò agevola la vita con le ragazze. Ora non importa che voi beviate una “Duchessa” del Birrificio del Borgo, una “Bastarda Rossa” dell’Amiata oppure un Audace del 32; l’importate è che assaporiate la birra autentica in una vita vera.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La fine del petrolio? Ancora molto lontana

Nel corso della mia vita, ad intervalli di anni regolari, ho sentito e letto teorie che predicevano, nel decennio successivo al momento che vivevo, l’esaurimento del petrolio.

Ad oggi, sebbene in molti teorizzino ed indirizzino le proprie aspirazioni verso le fonti rinnovabili, le major petrolifere si stanno concentrando sulla ricerca e lo sviluppo di idrocarburi non convenzionali, di fatto allontanando la fine dell’era del petrolio. Gli idrocarburi non convenzionali sono un insieme costituito da composti che differiscono molto tra loro, ma accumunati da densità e viscosità molto elevate.

L’abbattimento dei costi di trivellazione orizzontale e nuove tecniche di frammentazione idraulica delle falde rocciose hanno aperto nuovi scenari nella politica ed economia energetica mondiale. Nuovi metodi di estrazione e prospezione hanno reso possibile lo sfruttamento di giacimenti fino a poco tempo fa impossibili.

E’ necessario considerare, che questa rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali, è focalizzata, soprattutto, nelle Americhe , ovvero dal Canada all’Argentina. Per comprendere meglio questo cambiamento basta tenere in considerazione le parole di Edward Luce dalle colonne del Financial Times, il quale affermava che all’inizio del mandato del presidente democratico americano Barack Obama “il paese progettava di dover importare gas da posti come il Qatar. Di colpo gli Stati Uniti si sono accorti di essere seduti sulla fornitura di gas del secolo”.

Gli Stati Uniti d’America, sempre protagonisti nelle guerre energetiche, già ad oggi producono metà del proprio fabbisogno energetico in patria, hanno ridotto le importazioni dell’estero nell’ultimo quadriennio del 15% per poi improvvisamente ritrovarsi un nuovo tipo di oro nero, nel solito Texas e nel Nord Dakota, il che secondo alcune società di consulenza finanziaria potrebbe portare a diminuire la dipendenza energetica del paese stelle e strisce, nei prossimi dieci anni, di un ulteriore 20%.

Analizzando i dati sopra riportati sarà ai più maggiormente comprensibile il timido approccio degli USA nel Vertice di Durban sui cambiamenti climatici del 2011, definito dal Sole 24 ore “un buco nell’acqua”, e l’accantonamento di quella parte di programma sui cambiamenti climatici che ha portato il Senatore democratico di Chicago alla Casa Bianca. Spostando ora la nostra analisi sull’America Latina, non ci si può non soffermare sul campione e protagonista emergente globale, ovvero, il Brasile.

Brasile che attraverso la società a partecipazione maggioritaria statale Petrobras S.A., grazie ad un grande sforzo finanziario di quest’ultima, concentrandosi sull’estrazione di idrocarburi nascosti sotto falde saline ad una grande profondità, potrebbe secondo alcuni analisti arrivare a produrre, tra dieci anni, la stessa quantità di barili dell’Iran. L’altro grande paese del Sud America, l’Argentina, sta concentrando i propri sforzi nell’accertare la presenza di idrocarburi shale gas. Per shale gas si intende un gas naturale derivato dalla scomposizione anaerobica degli scisti argillosi bituminosi. Tanto che il Canada, primo esportatore del continente americano, ha previsto di raddoppiare nei prossimi due lustri la produzione di idrocarburi da gas shale. Un’altra parte rilevante di questi idrocarburi non convenzionali è rappresentata dagli idrocarburi ultra-pesanti, presenti in Venezuela e Russia, i quali assieme alle fonti bituminose canadesi, rappresentano un valore superiore rispetto alle riserve mondiali di idrocarburi convenzionali.

Ora magari verrà da chiedersi come e se l’Italia si stia muovendo, la risposta è sì. L’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) si è da tempo impegnata a ritagliarsi uno spazio e collaborare con paesi quali Russia e Venezuela, intensificando la ricerca tecnologica nell’abbattimento dei costi di estrazione e prospezione da giacimenti di idrocarburi ultra-pesanti. Le nuove tecnologie, gli investimenti e la focalizzazione delle ricerche scientifiche sugli idrocarburi non convenzionali nel prossimo decennio cambieranno molti degli assetti geopolitici mondiali ed energetici, di fatto sostituendo in buona parte la provenienza di idrocarburi da regioni calde (come il medio e il vicino oriente), che probabilmente porterà ad una nuova spinta dei consumi.

Di sicuro è che, per quanto politiche ambientaliste e la diminuzione delle riserve convenzionali di idrocarburi, stiano facendo presa sulle popolazioni occidentali, la parola fine all’epoca degli idrocarburi è ancora lontana. D’altronde il petrolio è solo due secoli che impera sulle scelte di nazioni ed individui.