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Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Il fallimento della Merkel e l’ascesa della Alternative für Deutschland

La politica di accoglienza voluta da Angela Merkel si è dimostrata fallimentare. Non sono più gli analisti a dirlo ma ora anche gli elettori tedeschi.

Nelle ultime tornate elettorali la CDU della Merkel ha subito una flessione lenta ma costante in termini di percentuali di voto. In occasione delle elezioni  regionali a Berlino,  la Cdu ha ottenuto il 17,6%, in calo rispetto alle precedenti consultazioni è di 5,7 punti.  Per i democristiani si tratta del peggior risultato dal dopoguerra ad oggi nelle elezioni della capitale. Cattive notizie anche per i socialdemocratici della Spd, che pur confermandosi primo partito col 21,5% , hanno perso 6,8 punti rispetto alle elezioni del 2011.

La domanda da porsi è che fine abbia fatto questo 11% totale di flessione nei partiti maggiori tedeschi; la risposta risiede nell’esplosione di consensi sempre crescente che sta ottenendo l’AFD, Alternativa per la Germania, il partito di destra euroscettico., fondato nel 2013 da un economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Cade quindi la grande coalizione Cdu-Spd, che governa il paese dal 2013. I due partiti non hanno più i 75 seggi necessari per governare, mentre l’AFD  con 14,2% al suo debutto nelle elezioni berlinesi e ora è rappresentata nei parlamenti di 10 dei 16 Laender tedeschi.

L’opinione pubblica sta facendo pagare amaramente alla cancelliera Merkel la decisione di aprire le frontiere per risolvere la crisi migratoria nei Balcani. Lo scorso anno sono stati 1,1 milioni i profughi “censiti” in Germania,  provocando nelle popolazione forte disagio per la mancata integrazione. D’altra parte negli ultimi giorni i media tedeschi e internazionali si sono armati contro il neonato AFD e, come tradizione vuole, ci è voluto poco per affibbiargli la targa di partito xenofobo. Addirittura la Süddeutsche Zeitung ha accusato il nuovo deputato tedesco Kay Nerstheimer di omofobia, islamofobia e filonazismo.

La tentazione è quella di credere che si stia cercando di fare con la stampa quello che la politica non è stata in grado di fare: ovvero screditare l’AFD con l’intenzione di affossarne l’ascesa. Senza dubbio le politiche adottate fino ad ora in Europa in tema di sovranità economica e immigrazione si stanno dimostrando sempre più fallimentari e lo dimostra il fatto che i partiti euroscettici, in tutte le nazioni europee, stanno ricevendo consensi sempre più ampi.  Sembra giunta l’ora di fare un passo indietro.

Il Volkswagen Gate

Ricordate il duemilaundici quando da Berlino e Parigi a colpi di spread e comunicati venne fatto cadere il Governo Italiano, con la complicità di  poteri forti interni, che segnò la fine dei governi democraticamente eletti? Oppure, la crisi greca che ha imposto ad Atene sacrifici tanto duri quanto insensati per la maggior parte dei premi Nobel per le scienze economiche? Ecco, ora un terremoto sta per toccare Berlino.

Generalmente si è abituati a sentire che ” Germania è sinonimo di affidabilità “. Eppure, in un quadro granitico si è aperta la frattura della Volkswagen. Qui di seguito i punti per capire la prossima crisi tedesca.

LO SCANDALO EMISSIONI – Per comprendere appieno le tappe dello scandalo Volkswagen bisogna premunirsi innanzitutto della dettagliata relazione di Bloomberg, la quale ricostruisce le tappe dello scandalo, che ha il suo prologo nei primi mesi del 2014. I primi sospetti sorgono a Peter Mock, responsabile per l’Europa dell’International Council on Clean Transportation. L’Icct, organizzazione indipendente che si occupa di trasporti e sostenibilità, condusse test sulle emissioni nocive delle versioni europee di tre automobili diesel: una Volkswagen Jetta e una Passat, oltre che una Bmw X5. Dalle analisi in laboratorio nessuno dei tre modelli risultò fuori norma per quanto riguarda la valutazione degli inquinanti, in particolare degli ossidi di azoto NOx. Le incongruenze riguardarono in realtà le prove su strada. E’ durante esse che i veicoli Volkswagen fornirono prestazioni diverse e decisamente peggiori rispetto a quelle effettuate nei laboratori. La discrepanza fu troppo evidente per passare inosservata, soprattutto per autoveicoli equipaggiati con un motore di ultima generazione come il diesel 2.0 Tdi ad iniezione diretta.
Il ruolo di Mock negli Stati Uniti d’America viene assunto da John German. I modelli automobilistici presentano sempre sensibili differenze tra i due continenti ed è dunque probabile che, a parità di condizioni, le versioni americane sforino i limiti consenti per legge. Per tal ragione, Mock contattatò due istituti: il California Air Resources Board, incaricato di effettuare i test sui rulli, mentre ai tecnici della Università della West Virginia spettarono i controlli su strada. Il tutto è stato svolto grazie al Pems, Portable Emission Measurement SystemIl Pems è una sorta scatola, che si inserisce nel bagagliaio, e rappresenta la tecnologia più sofisticata in circolazione per il controllo e l’omologazione di consumi ed emissioni.

Casualità vuole che la Commissione Europea, del lussemburghese Junker che tanto ostacola Draghi, voglia che questa tecnologia si inserita nei programmi europei a partire dal 2017. Dagli ormai noti risultati si evince che sulle autovetture le emissioni di NOx della Jetta superano i limiti di 15-35 volte, quelle della Passat di 5-20 volte. Nessuno sforamento per la BMW X5.

AFFARE E COMPLICITA’ DI STATO – In questo contesto, il Volkswagen gate sta diventando un caso di Stato che rischia di creare serio imbarazzo anche alla Cancelleria non certo estranea alle vicende della più grande azienda d’Europa. Secondo quanto riportato dal quotidiano Die Welt, lo stesso, avrebbe rivelato di essere in possesso di un documento provante come la cancelleria fosse al corrente del grave problema . Sarebbero stati i Verdi Tedeschi a luglio a presentare un’interrogazione sull’argomento e il ministero dei Trasporti tedesco avrebbe risposto di non essere all’oscuro del fatto che i costruttori di auto alteravano le emissioni con il software poi incriminato. Dal dossier emerge che pure le autorità di Bruxelles erano informate della vicenda.

Ora, quel che insegna il Wolksvagen Gate è che non siamo dinanzi a un errore tecnico o al tentativo colpevole di risparmiare su alcune parti meccaniche, ma davanti a una frode. Nello stesso modo in cui la Grecia ha truccato i conti pubblici per entrare nella zona euro, Volkswagen ha truccato i motori delle sue automobili per apparire meno inquinante e attirare nuovi clienti in un momento in cui l’ecologia influenza le scelte d’acquisto.

E la colpa non risiede nella semplice ricerca del surplus economico. Ma, nell’aver ridotto l’economia ad un semplice ed estenuante viaggio verso la crescita trimestrale. Nell’aver ridotto la percezione dell’affidabilità di una società a un incredibile senso della competizione internazionale per la dominazione del mercato. Ove non è la crescita tecnologica, del benessere di azienda e consumatori a farne una ” buona compagnia “, ma la quantità di autovetture prodotte. D’altronde ” quantità, non è sinonimo di qualità”. E ciò non riguarda solo Volkswagen.

Un italiano per la Deutsche Bank

La Deutsche Bank parla italiano. Almeno nell’architettura. La ristrutturazione delle due torri simbolo del potere finanziario di Francoforte porta la firma di Mario Bellini.

DEUTSCHE BANKL’architetto è stato artefice di una ristrutturazione che ha avuto il merito di perseguire la volontà di rinnovamento fortemente voluta dalla Deutsche Bank, non trascurando l’importanza storica degli edifici. Ed è in questo modo che un punto di riferimento della finanza mondiale diventa un’icona di Architettura contemporanea. “Debito” e “Credito” , questo il nome che i tedeschi attribuirono alle torri ,  sono diventate, a fronte di un investimento di 200 milioni di euro, le “green towers” , gli edifici più ecologici d’Europa. Il radicale rinnovamento di Bellini non ne ha intaccato la forma ma la sostanza. Gli interventi in materia di ecosostenibilità si sposano con un progetto architettonico che pur modificando il meno possibile l’immagine esterna è riuscito nell’intento di ottenere un edificio radicalmente nuovo. Le torri sono state svuotate, gli impianti sostituiti, della costruzione originale rimangono in fin dei conti soltanto i pilastri e le solette ed il risultato è la riduzione di emissioni di CO2 del 90% , riduzione del consumo di acqua del 74% e di elettricità del 67%. Non c’è da stupirsi dunque se l’edificio abbia raggiunto le massime certificazioni per quanto riguarda il risparmio energetico e il rispetto dell’ambiente: LEED platinum (americana) e DGNB Gold (tedesca).

DEUTSCHE BANK5Le due torri, alte 155 metri, hanno avuto per più di vent’anni un ingresso piuttosto modesto che non rendeva giustizia al ruolo di prim’ordine che erano chiamate a svolgere. L’intervento è partito da questa problematica creando un enorme foyer, di dimensioni quattro volte superiori all’originale al quale si accede da un portale d’ingresso vetrato alto 14 metri. Il visitatore o cliente nella maggior parte dei casi, trova di fronte a se un enorme spazio, simile ad una piazza, costituente il centro dell’intero complesso, dominato da una sfera di 35 tonnellate composta da 55 anelli d’acciaio in grado di collegare le due torri che si innalzano attraverso un soffitto rotondo vetrato del diametro di 18 metri. Nell’idea di Bellini, i due ponti che attraversano la sfera, costituiscono un flusso ininterrotto di energia che idealmente, ma anche concretamente connette le torri, attribuendo all’area un maggiore dinamismo, quello voluto dalla Deutsche Bank. La trasparenza del vetro, dominatore incontrastato della struttura, è la trasparenza che uno degli istituti di credito più famosi del mondo vuole avere nei confronti del proprio cliente. In questo senso, l’opera si configura come un passo verso il dipendente, non un semplice lavoratore ma parte integrante della società, per questo gli ambienti sono stati ripensati ed arredati in modo da garantire a tutti i dipendenti standard di comfort abbastanza elevati, attraverso piccoli ma significativi accorgimenti, a partire dall’inserimento di poltrone più ergonomiche fino alla possibilità di poter aprire le finestre, cosa impossibile nel precedente grattacielo “sigillato”.

«Non abbiamo calcato la mano con il lusso ma con la bellezza» precisa Bellini; il restyling della Deutsche Bank, spogliatasi del suo vecchiume non soltanto funziona a meraviglia per clienti e dipendenti ma riesce ad integrarsi perfettamente nella città, appare quasi come un estensione degli spazi adiacenti. Tutto è trasparente, la sfera si vede dall’esterno e può essere apprezzata da vicino senza dover passare migliaia di controlli di sicurezza. Paradossalmente rispetto ai tempi d’odio più o meno giustificati che viviamo nei confronti delle banche, Bellini crea un edificio che avvicina l’istituto bancario a qualsiasi individuo introducendo un nuovo tipo di fruizione dello spazio

«È stata una sfida enorme: le torri sono da sempre un punto di riferimento per il centro finanziario di Francoforte e sono parte integrante dello skyline della città. Quindi bisognava intervenire senza stravolgere», spiega Bellini. «Ma anche ristrutturare significa dare nuova vita: si interpretano nuove funzioni e si incarnano nuove aspirazioni».

Giovanni B. Croce