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Medio Oriente, una prognosi aggiornata

Il 12 e 14 maggio scorsi, Donald Trump ha mosso due importanti pedine sulla scacchiera del Vicino e Medio Oriente.
Il 12 maggio ha ritirato gli USA dall’accordo sul nucleare stipulato nel 2015 tra Obama e Rohani.
Appena due giorni dopo ha inaugurato l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Due mosse dall’enorme portata diplomatica che seguono un calcolo preciso.

 

L’abrogazione del trattato sul nucleare con l’Iran ha provocato una profonda spaccatura con gli alleati europei. Francia e Germania si sono subito smarcate dalle posizioni statunitensi.
Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha sottolineato l’importanza dell’accordo nel mantenere la stabilità dell’area.
Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire si è spinto oltre, affermando che l’Europa debba distanziarsi dalle pretese statunitensi di agire come vigilantes del Mondo.
Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno poi telefonato a Vladimir Putin, stabilendo una linea di difesa comune dell’accordo.
La mossa di Trump ha mostrato al Mondo che la distanza tra USA e UE si sta allargando di giorno in giorno.

Chi ha gioito per questo accordo sono stati due preziosi alleati degli USA nell’area: Israele e l’Arabia Saudita.
Benyamin Nethanyahu, a inizio maggio, ha premuto sul piede dell’acceleratore affermando che il Mossad avrebbe raccolto migliaia di documenti che dimostrano la malafede degli iraniani. Un assist insperato a Trump. Nethanyahu sembra voler puntare  ad un risultato storico: l’annessione de jure del Golan siriano (occupato dal 1967).
Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita e factotum del regno, ha annunciato la possibilità di un riarmo nucleare saudita, probabilmente grazie un alleato storico provvisto di testate atomiche: il Pakistan.

Il 14 maggio Donald e Ivanka Trump hanno inaugurato l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. La cerimonia è stata accompagnata da imponenti manifestazioni organizzate dal popolo palestinese (organizzate ogni venerdì già da aprile).
Le manifestazioni avevano provocato la reazione violenta degli israeliani, con decine di morti. Gran parte della comunità internazionale aveva condannato la risposta brutale dell’esercito israeliano, invano.
Il 14 maggio i cortei palestinesi sono stati meno pacifici, e gli israeliani hanno risposto militarmente, uccidendo sessanta manifestanti e ferendone quasi tremila. Una strage rimasta impunita.

Di fronte a questi fatti, la diplomazia europea si è mossa in maniera  contraddittoria. Francia e Germania hanno ribadito di voler mantenere le proprie ambasciate a Tel Aviv, mentre Repubblica Ceca, Austria, Ungheria e Romania hanno affermato di voler imitare l’esempio statunitense.
Trump, con questa mossa, è riuscito a dividere l’Unione Europea, creando una frattura tra il fronte islamofobo conservatore e il blocco fautore dell’integrazione religiosa e culturale.

Tuttavia, se Donald Trump ha segnato un punto contro l’unità europea, questa azione ha fatto rallentare il percorso di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.
Già invisi a buona parte dell’opinione pubblica sunnita per le nuove aperture a Israele, i sauditi faranno passare un po’ d’acqua sotto i ponti prima di tendere di nuovo la mano a Nethanyahu. Cosa che faranno, vista l’instabilità innescata col ritiro degli USA dall’accordo con l’Iran.

 

A ben vedere, per gli USA queste azioni si muovono in una sola direzione: quella di rientrare prepotentemente nella politica dell’area. Dopo il rimescolamento di carte con la Corea del Nord, Trump vuole un successo netto nel Medio Oriente per rilanciare una politica estera statunitense in affanno.
Trump vuole usare lo strumento economico per far ritirare gli iraniani dalla Siria e per innescare una rivolta popolare che rovesci il regime. Si tratta di aspettative illusorie: l’Iran è supportato in Siria dalla Russia, e il sentimento antiamericano è ben radicato nel paese.
Questa filosofia può essere semplificata in una frase: se non possiamo avere influenza diretta nell’area, che non l’abbia nessuno.

Louis Kahn, la Sinagoga di Hurva

I sense a Threshold: Light to Silence, Silence to Light – an ambiance of inspiration, in which the desire to be, to express, crosses with the possible Light to Silence, Silence to Light crosses in the sanctuary of art.

Louis Kahn

Sono passati quindici anni da quando Kent Larson scrisse “Louis Kahn: unbuilt masterworks”. Sulla copertina del volume campeggia una ricostruzione tridimensionale di quella che, se costruita, sarebbe di certo stata una delle più maestose opere di architettura sacra di sempre: la Sinagoga di Hurva. Basta un colpo d’occhio per capire il perché di tanto entusiasmo: ancora prima della qualità spaziale, dell’efficacia dell’articolazione plastica degli elementi della struttura, è la luce a far vibrare e vivere quegli spazi virtuali.

Ho già parlato di Kahn e di come, nella sua visione, l’istituzione rappresenti la formalizzazione normata di un’aspirazione umana, costituendo così il ponte tra l’individuo e la collettività. In quest’ottica è chiaro come per un uomo la cui spiritualità ha costituito il fondamento della propria architettura, la realizzazione del luogo sacro della propria fede rappresentasse la massima aspirazione di progettista e fedele.

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Credit: Kent Larson, MIT

Così quando agli inizi del 1967 l’architetto Ada Karmi-Melamede, accompagnata da Yaacov Salomon, proprietario del sito su cui era eretta la sinagoga di Hurva distrutta nel 1948, si recò a Philadelphia per incontrare Kahn e, su mandato dell’amministrazione della città di Gerusalemme, affidargli l’incarico della ricostruzione dell’edificio, non stupisce l’entusiasmo con il quale egli accettò l’invito. Dato, questo, non scontato, dal momento che Ram Karmi, architetto brutalista molto attivo in quegli anni a Gerusalemme, rifiutò l’incarico credendo che fosse meglio che un compito così importante venisse svolto da Kahn. Nonostante l’iniziale entusiasmo, Kahn non inizio subito a lavorare al progetto: anche dopo il sopralluogo a Gerusalemme, nel Dicembre del ’67, non iniziò subito a progettare il nuovo edificio perché ancora coinvolto nella progettazione e realizzazione del museo Kimbell e galleria di arti britanniche a Yale. In effetti il primo dei tre progetti presentati vide la luce soltanto a Luglio del 1969. Il ritardo nella redazione del progetto è imputabile, oltre all’eccesso di lavoro che in quel momento oberava lo studio di Kahn, anche alla complessità dell’incarico: l’originale sinagoga di Hurva era stata distrutta due volte, l’ultima nel 1948, durante il conflitto arabo-israeliano, ed occupava un sito storico all’interno di Gerusalemme, alla stessa quota altimetrica della Moschea della roccia.

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Credit: Kent Larson, MIT

Dal momento che sul sito insistevano le rovine dell’antica sinagoga, Kahn decise di progettare il nuovo edificio accanto alle preesistenze, utilizzando queste ultime come impianto planimetrico per un giardino archeologico. Alla ricerca di un’adeguata documentazione per il compito progettuale Kahn si dedicò quindi alla lettura del testo “The origin of Synagogue”, di Louis Finkelstein, trovando però il testo troppo specialistico, con un eccesso di riferimento alle Scrittura e, soprattutto, privo di un comparto grafico adeguato. Data la mancanza di un testo di riferimento adeguato Kahn si lasciò ispirare, come ben documentato da Larson, dallo studio delle ricostruzioni di Ferguson del Tempio di Salomone. Osservando quella successione di spazi lungo un asse direzionato, coronati da una successione di celle perimetrali Kahn decise che il nuovo edificio sarebbe dovuto essere costituito da due costruzioni: una esterna che assorbisse la luce ed il calore del sole, ed una interna, dando l’effetto di due edifici separati ma in relazione.

“The new building should itself consist of two buildings, an outer one which would absorb the light and heat of the sun, and an inner one, giving the effect of a separate but related building…”

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Credit: Kent Larson, MIT

La pianta del primo progetto della sinagoga è dunque il risultato di tutte queste riflessioni: un impianto quadrato, quasi perfettamente simmetrico, delimitato da un basamento di pochi gradini. Lungo il perimetro del basamento insistono sedici torri rastremate, quattro per lato, che contengono due ordini di nicchie. Le torri costituiscono un recinto, l’edificio esterno di cui Kahn parlava, reso permeabile dagli spazi tra le stesse e dallo svuotamento degli angoli. Al centro del quadrato campeggiano quattro grandi pilastri cavi a base quadrata, ognuno dei quali sorregge una copertura costituita da una piramide quadrangolare tronca. Come risultante di questo sistema strutturale la copertura è composta da quattro superfici giustapposte, che determinano un’apertura cruciforme da cui entra la luce. Lo spazio tra i piloni definisce l’aula centrale della sinagoga, che ospita il pulpito e che si configura come mezzo tronco di cono cavo a pianta esagonale. Ai lati di questo spazio centrale sono disposte quattro scale radiali che permettono di raggiungere il livello superiore, dove sono disposti i banchi.

Come è facile evincere dalla descrizione, il progetto presenta un elevato grado di complessità formale e geometrica, che restituisce uno spazio connotato da una circolarità concentrica e su più livelli. Ma, come sempre, il valore aggiunto delle architetture di Kahn è lo studio della sorgente luminosa: il taglio cruciforme della copertura, staccata anche dalle torri perimetrali, crea un sistema di fasci luminosi che, adagiandosi sulle numerose superfici rastremate della struttura interna, crea una tensione dinamica straordinaria. Percepire la qualità spaziale e atmosferica di quest’architettura sarebbe impossibile se non attraverso un’elaborazione tridimensionale geolocalizzata, che permette di ricreare i fattori di luce adeguati al contesto. Il primo a cimentarsi in quest’operazione è stato Kent Larson, le cui ricostruzioni rappresentano ancora oggi una delle più alte vette dello studio delle opere non costruite di Kahn. Propongo qui un’elaborazione realizzata da Francesco Cerbella e Federico Caponi, che illustra efficacemente non solo la resa spaziale dell’edificio ma anche le sue assonanze con il tempio di Salomone.

Come mai, dunque, un’opera così importante e ben ragionata non ha mai visto la luce? A fermare la realizzazione dell’opera furono le riflessioni di Teddy Kollek, che in quegli anni era sindaco di Gerusalemme. Per Kollek l’edificio presentava una problematica di grande rilievo: essendo situato alla stessa quota altimetrica della Mosche della roccia, una struttura così maestosa e grande sarebbe stata in competizione con l’architettura musulmana, rappresentando così un ulteriore elemento di tensione con le comunità autoctone. Kollek era inoltre preoccupato per l’impatto che un edificio così moderno avrebbe potuto avere all’interno del contesto storico di Gerusalemme. Per tutti questi motivi il sindaco decise di non realizzare l’edificio che, in seguito, lui stesso avrebbe definito come “la più grande opera mai realizzata”.

Al posto del progetto di Kahn, nel 2000 le autorità di Gerusalemme decisero di realizzare il progetto di Nahum Meltzer, che costituisce una ricostruzione delle forme originali della Sinagoga, realizzato però secondo tecniche contemporanee.