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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Las Malvinas are British

Ogni storia ha un inizio, ma non tutte hanno una fine. E a volte la storia passa anche attraverso il calcio. C’è una partita nella storia del calcio che ha una valenza storica e politica quasi mitica. E’ il 22 giugno 1986 e allo Stadio Azteca di Città del Messico l’Argentina sfida l’Inghilterra. Per chi non conosce il calcio questa potrebbe essere considerata una partita come tante; eppure in essa s’intrecciano mito, guerra e vendetta. Sì, perché quel giorno di un giugno di ventisette anni fa Diego Armando Maradona diventa per tutti la “Mano de Dios”. Il motivo? Segna il primo dei due gol con la mano, vendicando di fatto la sconfitta militare, politica e morale subita quattro anni prima dal suo paese nella guerra delle Isole Falkland/ Malvinas.

Dal marzo al giugno 1982 un conflitto tra Argentina e Regno Unito coinvolse l’area delle Isole Falkland o Isole Malvinas, appartenute alla Regina d’Inghilterra e rivendicate da sempre, per la loro posizione geografica e importanza strategica, dal paese che fu di Evita Peron. Esse erano invece considerate dal Regno Unito patrimonio della Regina. A distanza di ventisette anni, se l’Argentina ha consumato la vendetta sul campo di calcio grazie ai mitici gol di Diego Armando Maradona, la ferita è ancora aperta per quei 1000 morti e per la sconfitta militare. D’altro canto i Britannici, per senso storico e spirito nazionalista, hanno sempre considerato proprio quell’arcipelago. Grazie alla sua fermezza in occasione del conflitto con l’Argentina, il Premier Margaret Thatcher, che fino al conflitto era al 30% di popolarità in Inghilterra, vide un impennata del consenso intorno alla propria figura e leadership.

Lo scorso lunedì nelle Isole Falkland i cittadini sono stati chiamati ad esprimere attraverso un referendum consultivo il loro assenso a mantenere il legame con Londra. Il quesito è stato espresso nel seguente modo: «Volete che le Isole Falkland mantengano il loro attuale status politico di territorio oltremare del Regno Unito?». L’esito delle urne ha visto trionfare il “sì” a favore di Londra con una percentuale che ha toccato il 99,8%: l’ennesimo schiaffo per gli argentini e la conferma che Londra e il Commonwealth sono tuttora garanzie per qualsiasi legato al Regno Unito. Lo scorso gennaio il Primo Ministro inglese David Cameron aveva annunciato alla BBC che l’Inghilterra sarebbe pronta a combattere per le Falkland.

Da dove deriva questo interesse per le Falkland? E’ da lungo tempo che ho imparato che nella vita non esistono stati “buoni” e guerre prive d’interessi. O meglio, spesso i conflitti affondano le proprie radici in ragioni ideali, ma in realtà rivelano ulteriori motivazioni meno nobili. Nel caso delle isole Falkland queste motivazioni sono almeno tre. Primo, una ragione determinante per gli interessi di Argentina e Regno Unito è che i mari circostanti l’arcipelago sono ricchi di giacimenti petroliferi. Come spiegato da questa rubrica nell’articolo sull’Antartide, più si hanno possedimenti vicino ad un territorio e maggiori saranno, secondo le basi del diritto internazionale, le possibilità di ottenere il riconoscimento giuridico del controllo su di esso. Il controllo delle Falkland/Malvinas aiuterebbe quindi a vedere riconosciuto il diritto di sfruttamento delle fondamentali risorse energetiche della zona circostante. La seconda motivazione del contrasto tra Inghilterra e Argentina risiede nella posizione strategica dell’arcipelago conteso, testimoniata anche dalle celeberrime Battaglie delle Falkland nella I Guerra Mondiale. A queste ragioni vanno poi aggiunti l’orgoglio di Buenos Aires ed il nazionalismo britannico.

A voi le considerazioni finali. Celebrando il quarantesimo anniversario di “The Dark Side of the Moon” vi lascio con i versi di un altro album dei Pink Floyd contrari alla Guerra nelle Falkland e alla Thatcher. Come a dire le Falkland/Malvinas non sono isole come altre, ma un concentrato di mito, passione ed orgoglio. E Roger Waters ci insegna che non sempre la ragione segue il cuore.

 

« Brezhnev took Afghanistan.

Begin took Beirut.
Galtieri took the Union Jack.
And Maggie, over lunch one day,
Took a cruiser with all hands.
Apparently, to make him give it back. »
« Brezhnev ha preso l’Afghanistan.

Begin ha preso Beirut.
Galtieri ha preso la bandiera inglese.
E Maggie, un giorno dopo pranzo,
Ha preso un incrociatore con tutti quelli a bordo.
Evidentemente, per costringerlo a farsela restituire. »
(Pink Floyd – Get your filthy hands off my desert)

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

Gran Bretagna ed Unione Europea: In or Out!

Gatwick Airport of London: atterri e ti dirigi verso il terminal del treno che porta alla Stazione Victoria. Prendi il treno e in mancanza di musica sintonizzi la radio del lettore mp3 sulla BBC1 e ascolti il seguente messaggio: “Il primo ministro David Cameron ha annunciato di voler concedere un Referendum per far scegliere ai cittadini se la Gran Bretagna resterà nell’Unione Europea”. Così, neanche atterrato, mi ritrovo a pensare che forse la vincitrice del premio Nobel per la Pace, ovvero l’Unione Europea, non è vista con diffidenza esclusivamente dai paesi latini e di derivazione culturale cattolica.

Ad analizzare alcuni degli aspetti maggiormente importanti di una tale decisione, anticipando come sempre su questo blog i tempi dei media convenzionali, fu Giulio Sansone nell’agosto dello scorso anno nell’articolo “Brexit”. La questione “In or Out” non è da affrontare in modo emotivo ed ideologico, né tantomeno la si può affrontare esclusivamente dal punto di vista economico o giuridico. L’impegno preso dal Premier inglese verso i propri cittadini è quello di ridare a loro il potere di decidere democraticamente. Infatti, chiunque abbia solamente sfogliato una decina di pagine del Diritto dell’Unione Europea può facilmente rendersi conto di come l’Europa unita sia un immenso paradosso. Nessun cittadino può scegliere chi viene messo al vertice decisionale dell’Unione, le cui direttive sono vincolanti. E, ciliegina della “non democrazia rappresentativa”, l’organo per eccellenza al centro del concetto e dell’architettura dell’ordinamento democratico, ovvero il Parlamento Europeo, vota quel che producono le Commissioni. Se Berlino e Parigi finora erano pronte a contrastare le inutili richieste dei governi di Roma e Madrid, oltre che della depredata Atene, adesso si ritrovano di fronte Londra. I britannici non hanno il concetto di “ce lo chiede l’Europa”, né tantomeno sono disposti a cedere quote di “sovranità”.

Il punto centrale è questo: nessuno tra i maggiori partiti britannici vuole realmente uscire dall’Unione Europea, ma la Gran Bretagna vuole che l’UE lasci ai singoli parlamenti nazionali specifiche politiche (capitolo sociale, immigrazione, sovranità alimentare). Qualora Bruxelles o meglio il direttorio franco-tedesco non concederà tali prerogative a Londra essa si rifiuterà di firmare i Trattati che richiedono il consenso equanime. Cinque sono i punti attualmente delineati da David Cameron per evitare il pur difficile referendum. Al primo punto vi è la richiesta di un “mercato unico” privo di sovrastrutture e burocrazia. Al secondo punto, il più importante, e per il quale neanche i più convinti unionisti tacciono le critiche, è il sopracitato “deficit democratico” espresso nelle parole del leader dei Conservatori così: “Non esiste un demos europeo, i poteri vanno nuovamente concentrati nei parlamenti nazionali” (fonte: Sole24 ore). Sicuramente molti hanno visto nell’annuncio di David Cameron un appiglio elettorale e dall’elezione del 2015 dipenderà l’indizione o meno del referendum “In or Out”. In caso di vittoria i Laburisti si sono detti contrari al voto sulla permanenza nell’Unione Europea.

Quel che resta da osservare è di come alcuni paesi, per convenienza o storia, non sono disposti a svendere la propria sovranità monetaria, la propria sovranità alimentare e le proprie politiche sociali. Berlino e Parigi sono avvertite, la partita sul futuro d’Europa e Gran Bretagna è all’inizio e nessuno accuserà mai di “populismo” gli inglesi. Una partita che interesserà il prossimo lustro e nella quale Angela Merkel sa che neanche la Luftwaffe è riuscita a piegare Londra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli