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La Macedonia presto cambierà nome

Sembra il capriccio di una ragazza eppure la Macedonia a breve cambierà il proprio nome. Non  lo farà ne’ per un capriccio, ne’per una reale volontà del Paese. Il territorio dell’attuale Repubblica di Macedonia ha fatto parte, durante i secoli, di numerosi Stati e imperi antichi. La Peonia, l’antica Macedonia, l’Impero romano e l’Impero bizantino; nel VI-VII secolo d.C. arrivarono i primi Slavi e in seguito si formarono gli Stati medioevali di Bulgaria e di Serbia. Nel XV secolo la regione venne conquistata dall’Impero ottomano.

In seguito alle due guerre balcaniche nel 1912 e nel 1913 e la dissoluzione dell’Impero ottomano, diventò parte della Serbia e fu riconosciuta come Јужна Србија (Južna Srbija, “Serbia meridionale”). Dopo la Prima guerra mondiale la Serbia si unì al neo-formato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni.

Infine dopo l’occupazione dell’Asse e la spartizione tra Bulgaria e Italia, la popolazione con l’appoggio alla resistenza Titina legò il suo nome a quello della Jugoslavia, fino al 1991. Da allora riprese la sua autonoma e si auto-determinò, ma nell’essenza del suo nome si sono celati molti dei suoi problemi di apertura e nuovo corso post-socialista.

ietro a quello che sembra un capriccio, sta montando, invece, un caso politico e diplomatico tra due Paesi, la Macedonia e la Grecia. Quest’ultima, infatti, sostiene che lo Stato Macedone utilizzi il proprio nome in maniera indebita, non avendone il diritto di possederlo, e che al contrario questo si debba invece riferire esclusivamente a una delle sue regioni.

Per suddetto motivo i governi di Atene hanno sempre posto sullo Stato antagonista un veto che ha sempre bloccato l’apertura macedone verso l’Europa e la Nato.

Come riporta l’Osservatorio per i Balcani e il Caucaso la questione è geopoliticamente rilevante, infatti:

L’appoggio di UE e USA non è privo di considerazioni squisitamente geopolitiche. La nuova fase di instabilità generale nei Balcani, di cui la Macedonia ha costituito negli ultimi anni il focolaio più pericoloso – con uno scontro politico che ha rischiato più volte di riaprire le tensioni etniche tra maggioranza macedone e minoranza albanese – ha creato le condizioni per un nuovo attivismo della Russia di Putin nella regione.

Nella partita macedone, Mosca ha preso le parti di Gruevski, accusando Unione Europea e Stati Uniti di ingerenza indebita negli affari della piccola repubblica ex-jugoslava.

 

Ciò ha portato recentemente il Governo a proporre di  cambiare il nome della nazione dalle due confessioni religiose. Il  ministro degli Esteri macedone Nikola Dimitrov, nella giornata di ieri è stato ad Atene per discutere della questione. Infatti, fin dalla dissoluzione della Jugoslavia, la Grecia rifiuta il nome “Macedonia” ritenuto una potenziale rivendicazione territoriale verso la sua regione settentrionale che porta lo stesso nome, qualcosa che in passato è stato accettato dall’Occidente per appoggiare rivolte etniche. Allo stesso tempo il paese ellenico  accusa Skopje di appropriazione indebita di simboli ed eredità storica che considera suo appannaggio esclusivo. Su queste basi, negli anni scorsi Atene ha bloccato l’ingresso della Macedonia nell’Ue, nonostante Skopje abbia ottenuto lo status di candidato ufficiale fin dal 2005, per poi boicottare il suo ingresso nella Nato nel 2008.

Per cercare una base popolare il cambio di nome sarà sottoposto a un referendum, con il governo che proporrà il nome di “Alta Macedonia“.

Per l’attuale Macedonia più che un cambio di nome appare esser un cambio di campo e di prospettiva nella storia.

Greekment: l’accordo che porterà alla morte di un paese

 

La bella favola che sembrava stesse vivendo la Grecia in questi giorni è da ieri giunta al suo termine.

Niente scarpette di cristallo o principi azzurri,solo debiti e un accordo kamikaze che sarà impossibile da rispettare.

La Grecia con la vittoria dell’Oxi si era dipinta nell’immaginario comune come l’alternativa all’Europa dell’austerity , “l’Europa delle banche” che tanto è cara ad Angela Merkel , ma che in pochi anni è diventato il cavallo di battaglia contro cui si scagliano nuovi movimenti e partiti, sia a destra che a sinistra.

Il responso del referendum aveva dato vita ad un’euforia generale, un pathos che univa magistrali intellettuali di tutto il mondo fino al più modesto popolo del web , dove impazzava virale una grecità diventata in poche ore mainstream, che ha avuto quasi più proseliti delle immaginette colorate di facebook dopo l’approvazione dei matrimoni gay in tutti gli U.S.A.

Insomma Tsipras aveva un forte appoggio popolare , nonostante le immagini toccanti di anziani che cercavano inutilmente di ritirare la propria pensione e si accasciavano mesti addosso lo sportello, o dichiarazioni incerte di chi non aveva ancora commisurato la propria scelta, dopo il responso era emersa un Grecia in piena crisi economica pronta al collasso, ma che difendeva ancora con orgoglio il proprio paese.

Gli accordi a cui si è giunti a Bruxelles, fra i leader politici dell’Eurozona, non farà che affondare la barca greca ,già da tempo imbarcante acqua.

Il “ ricatto” a cui si è giunti consiste nell’erogazione di 86 miliardi di euro a condizioni folli e durissime; prime fra le quali l’approvazione lampo di nuove riforme richieste da mamma Europa: un’altra garanzia sarà data dalla supervisione dei creditori su un fondo di beni pubblici di 50 miliardi di euro.

Quasi irriverente il commento ad accordo raggiunto del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha affermato: “Abbiamo raggiunto un Greekment, lo abbiamo fatto a condizioni molto severe, ma la decisione dà alla Grecia la possibilità di rimettersi in carreggiata ed evita le conseguenze economiche negative che un fallimento dei negoziati avrebbe comportato. Un accordo che consente di ripristinare la fiducia tra Atene i partner dell’Eurozona”.

Come se fosse la sua fiducia a rimpinguare le tasche dei cittadini greci,come se fosse la sua fiducia ad evitare di svendere una casa al centro di Atene a 9000 euro.

Dopo il “Greekment” nuovamente la massa virtuale si è scatenata a suon di ashtag: il più diffuso “ThisisaCoup” ( “questo è un colpo di stato”) , riferito alla spietatezza delle condizioni imposte dai creditori e accettate dalla Grecia, è stato adottato anche da autorevoli voci in campo politico ed economico.

Fra questi, ad esprimere un forte e indignato dissenso il Nobel per l’Economia,Paul Krugman che sottolinea come l’accettazione di questo compromesso porti alla completa erosione della sovranità nazionale, e alla servile sottomissione alle richieste feroci dei creditori ma soprattutto alla consumazione personale della vendetta Merkeliana.

Nel frattempo Syriza si spacca e il leader perde ogni secondo che passa fiducia,da parte dei compagni di partito ma in particolare da parte di quel popolo che aveva riposto nella sua figura tutta la speranza che li sosteneva per andare avanti.

Il quadro Europeo non è mai stato così limpido e cristallino: la Germania traina l’Eurogruppo e chi si oppone al suo cammino verrà calpestato, l’Europa tace o ha la voce flebile di Michel Sapin (ministro francese), e la Grecia si consuma, tra il fuoco appiccato dai creditori e quello stesso che stanno per scatenare gli anarchici e i neo-nazisti di Alba Dorata che Tsipras pensava di poter controllare.

Arianna Pepponi

L’occasione mancata

Il parlamento di piazza Syntagma ha votato sì al primo pacchetto di misure euroimposte oltre la mezzanotte di mercoledì ponendo così fine alla prima fase della più cruenta crisi che l’Unione abbia mai dovuto fronteggiare. Ad Alexis Tsipras la storia tributerà qualche alloro e tante gramigne.
Tra i pregi vi è quello indiscusso di aver dato una smorzata alla grigia estetica di Bruxelles e delle istituzioni europee con la nomina del mascalzone latino di Varoufakis, con il rifiuto dei protocolli, con l’uso continuo della mediterranea arte della procrastinazione, con l’audacia virtuale di aver proposto una via d’uscita solonica a proposte draconiane. Ma quello più importante è stato di aver rimesso la politica in ogni suo senso al centro della discussione storica sull’Unione europea e sui suoi meccanismi, sul suo funzionamento e sul suo stesso destino. Al netto dell’impatto scenografico, culminato con il referendum, il giovane premier di Syriza, ormai logorato da dissidi intestini, è stato autore di una interminabile partita a poker che lo sta vedendo in queste ore uscire inesorabilmente sconfitto poiché anche l’Unione è stata in grado di spostare il baricentro dialettico su temi politici – come l’opzione Grexit- e di condurre i negoziati in organismi, e con strumenti, extra Ue (eurogruppo, ESM ecc.).
La verità, che si può accettare o meno, è che dall’insediamento di febbraio ad oggi il governo greco ha attuato un decimo del suo programma e non ha cantierato nessuna della riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno da sessant’anni. Il premier, come si diceva, ha fatto il politico, bene, ma non lo statista, male. Il dark side della trovata referendaria è quello di aver consegnato l’illusione al proprio popolo di poter auto-determinarsi e di rinvigorire la propria capacità contrattuale nei negoziati senza consegnare un serio prospetto informativo di quali sarebbero state le conseguenze dell’una o dell’altra scelta.
Il gesto, irresponsabile quanto coraggioso, è stato subito preso in prestito da euroscettici, retori della dignità dei popoli ed ogni genere di pecorone. Ci si è messi in bocca l’antichità- Grecia antica e moderna sono come l’acqua e l’olio- lo sprezzo per i numeri e i fatti economici, il pretesto per disseminare commenti da bar per il disabile Schauble e la Kaiser culona. Gli ultras dell’ochì referendario si sono dimostrati abilissimi a paventare le terapie ma poco propensi ad impegnarsi in una diagnostica lucida dei problemi. Un po’ di chiarezza.
L’Europa così com’è è un mostro ibrido zeppo di malattie congenite che ha dimostrato oltremodo le ambiguità e la malafede sui cui si fonda. Dall’autunno del 2009, quando Papandreu disse al mondo che i greci truccavano i conti da trent’anni e il deficit superava il 15% del pil, ad oggi l’Europa ha percorso con folle convinzione la strada opposta a quella del buonsenso. Occorreva ristrutturare il debito e procedere in un concordato preventivo che permettesse tagli e dilazioni all’esposizione di allora (un terzo di quella odierna) e riportare il paese in bonis anziché condurre la nave nella tempesta di un fallimento irreversibile. Invece si è continuato a prestare danaro- in partite di giro ESM-Bce – ad un paese di 11 milioni di anime che ha l’economia siciliana, il malcostume calabrese e il welfare svedese, vessato dalla speculazione sui rendimenti dei titoli attuata dalle stesse banche tedesche e francesi, ora sole ed effettive creditrici. Lo spauracchio Troijka (l’Fmi è in ordine il quinto creditore e si sta dimostrando compiacente a un taglio netto stimolato da Washington impaurita di soluzioni eterodosse della vicenda) ha ipnotizzato l’opinione pubblica europea spostando il focus dell’attenzione dal reale quadro della situazione: la Grecia è un nonnulla economico che non ha mai avuto le credenziali per vivere in un sistema di mercato unico a moneta unica, amministrata per anni da delinquenti che la hanno depauperata offrendo il panem della spesa pubblica e del pubblico impiego ad un popolo pigro e godereccio che ha vissuto sopra le sue possibilità per decenni, successivamente attaccata dallo sciacallaggio finanziario degli speculatori, spinta per sopravvivere a ricorrere allo strozzinaggio di un’Europa/ Germania che ora, in preda ad una trance rigoristica è incapace, dolosamente, di vedere le prospettive a vent’anni e cioè di vedere pagare le colpe dei padri e degli usurai ad un’intera generazione di greci incolpevole.
Così l’Europa ha volutamente sconfessato ogni suo credo e ha riversato su un’intera nazione il gioco volumetrico della speculazione dei mercati- quantunque Mario Draghi abbia portato allo stremo le possibilità offertegli dagli angusti spazi dello statuto BCE- scoprendo le carte ed ammettendo la sua vera anima con una sentenza di condanna all’austerità perpetua.
La melassa buonista degli eurofili irriducibili deve ora interfacciarsi con una nuova e più matura forma di euro scetticismo, forte di argomentazioni inopinabili. La vera Europa, quella promessa come l’America, non si è fatta per preciso intento dei suoi architetti. Il trattato di Roma del 2004, iperbolicamente definito “Costituzione”, fu rispedito al mittente dai referendum francese e olandese, e la successiva frettolosa e inconsistente negoziazione di Lisbona ha lasciato un’Unione che null’altro è che una fabbrica di San Pietro fumosa e contraddittoria. Gli unici assetti definiti sono a totale appannaggio della macchina industriale tedesca per consolidare il ruolo del marco-dominus nella nuova veste di euro. Un’Europa colma di capetti e povera di padri nobili, accartocciata in un sistema di governance rarefatto. In ogni Stato membro si è aperta una discussione più ampia ed articolata sull’esistenza stessa dell’Unione. Si è coniato il termine Brexit per annunciare il prossimo referendum britannico sulla permanenza nell’Ue, la Finlandia è al settimo anno di recessione scalpita, la Danimarca ha virato verso destre nazionaliste, in autunno si vota in una Spagna affascinata da Podemos, la Polonia e la sua dinamica economia hanno frenato il processo di ingresso nell’eurozona. Come se non bastasse al coro anti Atene si è unito il partito dei neo-falchetti, ovvero sia quei paesi come Irlanda, Portogallo e statarelli dell’est che hanno obbedito all’austerity e ora rivendicano peso politico. Cosa avrebbero dovuto fare in questo scenario dantesco i principali attori non tedeschi?
Tsipras avrebbe dovuto avere la forza di andare oltre l’accordo con Putin, avrebbe potuto ad esempio, sfruttando anche la congiuntura del deal iraniano, corteggiare la sorniona Cina in realtà molto interessata a portare la sua ombra sul porto del Pireo. Solo così avrebbe trovato il passante vincente per strappare politicamente, oltre che economicamente, da Berlino e Bruxelles e fare andare su tutte le furie Obama, cosa parzialmente accaduta, e far diventare il caso ellenico una questione geopolitica di valenza mondiale.

 

Il premier greco ha preferito bluffare con l’intesa di Mosca e stuzzicare poco i creditori-ricattatori palesando limiti personali e ritrosie ideologiche troppo granitiche per consegnarlo alla storia. Ma i due principali falliti dell’intera vicenda sono François Hollande e Matteo Renzi, emanazione di due paesi codardi e miopi.
Il primo, con tutta probabilità il peggior capo di stato della storia francese repubblicana e non, se si votasse domani per l’Eliseo si piazzerebbe terzo dietro Marine Le Pen e il redivivo napoleonico Sarkò, ha perso l’opportunità di sferrare un colpo semi-mortale al Berliner consensus conducendo i giochi della trattativa e ha dimostrato definitivamente che l’asse franco-tedesco di matrice carolingia è solo una rubrica teorica perché tutte le decisioni fondamentali sono prese al Bundestag. Il secondo, uscito dal summit maratona con quell’aria da paninaro che racconta ai suoi amici le gesta della sera prima, ha confermato di essere il primattore di Firenze e la comparsetta di Bruxelles dopo la batosta sul caso migranti. Senso di smarrimento, inadeguatezza ed incompetenza lo hanno portato al capo chino su ogni questione rilegando ulteriormente l’Italia a quarto violino delle vicende europee. Avrebbero, i due, dovuto guidare il catamita greco e i terroni in genere contro il bullismo nordico, sfruttando pretestuosamente il caso greco per ridisegnare l’ingegneria costituzionale europea e rivedere i rapporti di forza. Entrambi, quindi, hanno ed avranno la colpa storica di non aver saputo sfruttare l’occasione di degermanizzare l’Europa, inanellando una serie di sconfitte politiche che non hanno fatto altro che rafforzare la leadership tedesca anziché indebolirla. Se si fossero fatti portavoce di proposte alternative serie per affrontare la “questione meridionale europea”, che vede protagonista anche Francia e Italia, come taglio del debito e protezione ipotecaria sulle richieste ad Atene, avrebbero potuto nel breve ritrattare il tetto al rapporto deficit-pil del 3% che è il principale motivo per cui i due paesi non possono abbattere la pressione fiscale e pianificare crescita. Si sono altresì accontentati di mostrare il fianco ancora una volta a questo progetto meschino di convivenza forzata, antropologica prima che politico-economica, invece di proporsi come guide di una nuova stagione costituente.

L’Europa, quella dei conti, ha vinto di nuovo ma inizia a vacillare.

La Grecia di Tsipras dice “NO”. Vincono la democrazia e il coraggio.

Con il 61,3% dei voti, il “NO” ha trionfato al referendum in Grecia.

Se il Paese avra’ un futuro all’interno dell’Unione Europea, e quale esso sara’, e’ ancora da stabilirsi. Ma Alexis Tsipras, Primo Ministro ellenico, ha certamente dimostrato all’Europa che la Grecia e’ forte e unita, dando al Paese una nuova forza per intraprendere nuove negoziazioni.

Il Primo Ministro ha espresso la gioia per i risultati del referendum su Twitter. “Oggi celebriamo la vittoria della democrazia. Domani, continueremo i nostri sforzi per raggiungere un accordo,” ha scritto sul social network Tsipras che, in un tweet successivo, ha aggiunto: “Procederemo con il supporto dei cittadini greci e con la democrazia e la giustizia dalla nostra parte.”

Nonostante la forte opposizione del Presidente del Parlamento Martin Schulz e della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Tsipras ha ricevuto il supporto di illustri economisti e politici.

Che la vittoria del “NO” non sia la vittoria personale di Alexis Tsipras, ma la vittoria della democrazia, e’ infatti stato riconosciuto non soltanto da vari movimenti politici della sinistra europea, come L’altra Europa per Tsipras, ma anche da leader d’oltreoceano del calibro di Fidel Castro.

Il Líder máximo ha indirizzato una lettera al Primo Ministro Greco per esprimere supporto e ammirazione. “Il suo Paese, soprattutto il suo coraggio in questo frangente, suscita ammirazione tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di questo emisfero nel vedere come la Grecia, contro le aggressioni esterne, difende la propria identità e cultura,” ha scritto Castro.

Il coraggio con cui Tsipras si e’ opposto all’austerita’ che ha devastato le sorti della Grecia e di molti altri Paesi europei per cinque anni dimostra, come scrive Marco Travaglio “la serieta’ e la dignita’ dei nuovi politici di Atene.”

 

A opporsi all’auterita’ in fovore della Grec ia e’, tra gli altri, il noto economista americano Paul Krugman, che accusa le politiche di austerita’ dell’UE di essere responsabili per la crisi dell’economia greca. “Le misure di austerita’ hanno dimostrato di essere fallimentari e continueranno a esserlo,” scrive Krugman sul The New York Times, definendo la creazione dell’euro come errore principale.

Oltre a Krugman, anche l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz e il Professor Piketty si sono schierati a favore della Grecia. Insieme ad altri esperti e politici, tra i quali Massimo D’Alema, i due hanno usato il Financial Times per rivolgere un appello ai leader europei. “We call on European leaders to avoid creating bad history!,” ha esordito il gruppo nella lettera di appello, criticando in seguito le misure di austerita’ imposte alla Grecia ed evidenziando la volonta’ dei politici di Atene di attuare riforme.

Per Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea, il vero problema giace nella mancanza di una vera autorita’ europea. Intervistato da La Repubblica, Prodi ha asserito che l’assenza di una forte autorita’ federale abbia permesso alla Grecia di entrare nell’Euro pur non avendo i requisiti per farlo.

 

Il fulcro della questione, nel caso della Grecia, non e’ economico. Anche nell’ipotesi di un’improbabile Grexit, l’UE non risentirebbe economicamente dei danni, ma la sua credibilita’ politica fallirebbe. Gli ideali d’integrazione e solidarieta’ sui quali l’UE si dovrebbe basare sarebbero irrimediabilmente minati. Mentre la Grecia, nonostante il falliento economico a breve termine, ne uscirebbe vincitrice, come il primo Stato in grado di sfidare apertamente l’austerity di Angela Merkel. Il primo Stato della moderna Europa in cui coraggio politico e democrazia sono prevalsi.

 

 

 

Tsipras l’uomo in più di Putin

 

La Madre Russia ha da  sempre un appeal particolare sui leader della sinistra socialista autentica. Nell’attuale assetto liberista incentrato sul riconoscimento di fatto dell’economia di mercato come fondamento della struttura sovranazionale UE, l’unico leader di quel mondo che ha le sue origini nel neo marxismo è Tsipras. A differenza di molti leader europei la sua autentica predisposizione al socialismo non è capace di spiegare l’importanza del passo economico e geopolitico che la Grecia si appresta a fare.

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Infatti, Tsipras ha modificato l’attuale assetto europeo del gas aprendo la strada alla partecipazione della Grecia a una pipeline russo-turca dopo lo stop al progetto South Stream. È questa una delle conclusioni dell’incontro durato circa due ore e mezzo al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier greco. La visita di urgenza del Segretario di Stato statunitense John Kerry dopo le minacce di aprire alla Russia lo scorso febbraio assume un senso profondo. Perché energia significa in primis un partenariato geopolitico. Ora Merkel, Hollande e Renzi dovranno indubbiamente cercare di recuperare una frattura così ampia nella zona di interesse occidentale, in special modo per gli Stati Uniti d’America. Infatti, era dai tempi della Jugoslavia di Tito che la Russia non otteneva a ovest di Cipro un partner.

L’incontro tra Tsipras e Putin si è incentrato sulla crisi ucraina, e soprattutto sulla cooperazione energetica. La Grecia «è interessata alla realizzazione di un prolungamento della pipeline che porti il gas russo in Europa» ha detto Tsipras, un riferimento alla partecipazione di Atene al progetto di gasdotto che attraverserà la Turchia: ogni Stato membro, ha precisato, «ha diritto a firmare accordi bilaterali in campo energetico». Questo progetto può assicurare la «sicurezza energetica rispettando le regole sia della Grecia che dell’Unione Europea». Tsipras ha più volte sottolineato che la Grecia, pur facendo parte dell’Unione Europea, è un Paese sovrano e quindi ha il diritto di tutelare i suoi interessi nazionali in linea «con il suo ruolo geopolitico di Paese mediterraneo e balcanico». Atene, ha detto, è contraria alle sanzioni imposte dalla Ue a Mosca, una forma di «guerra economica» che non condivide affatto: spero, ha affermato, che sorga «una nuova primavera nelle relazioni tra i nostri due Paesi».

In cambio della partecipazione e messa a disposizione del proprio territorio Atene ha chiesto forti aiuti economici sotto forma di anticipi ai lavori. Una tecnica già sperimentata dalla Grecia nella vendita del Porto del Pireo a una società cinese. La Grecia ha un forte e disperato bisogno di aiuti o entrate per tener fede agli impegni presi. Non tanto nella tipologia di politiche economiche impostali, quanto più nei confronti dei sottoscrittori dei suoi titoli di Stato.

 

In questo quadro se Troika e il trio Merkel – Hollande – Renzi credevano di stringere nella loro morsa le aspirazioni di Alexis Tsipras e di un Paese stremato; ora dovranno correrre ai ripari. Ma, come sempre, l’incapacità europea dell’ultimo secolo, sarà rimessa in piedi da Washington. Washington che dopo il successo di Obama a Losanna sul Nucleare Iraniano dovrà recuperare al caos mediterraneo ampliato dai suoi alleati, con Mosca che si riprende le sue rivincite su chi le ha imposto sanzioni. Ma, si sa che quella greca è una delle tante battaglie in una guerra tra Usa-Nato e Russia-Cina ormai globale.

La Grecia al voto

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Domenica 25 Gennaio in Grecia si terranno le nuove elezioni politiche. Si arriva al voto in anticipo sulla fine della legislatura, data l’incapacità del Parlamento di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. L’ordinamento greco prevede, infatti, l’automatico scioglimento della camera in caso di mancata elezione entro tre votazioni. Il candidato proposto dal governo, Stavros Dimas, nonostante i grandi sforzi del Premier Samaras, non è riuscito a ottenere le preferenze necessarie e le borse europee sono andate in fibrillazione.

Samaras stesso parla di “elezioni più importanti degli ultimi decenni”. In effetti, molte sono le questioni rilevanti dietro questo appuntamento, questioni che travalicano i confini nazionali e interessano gli equilibri e le dinamiche interne di tutta la struttura europea.

La scelta è tra continuità e un’eventuale alternativa. È, infatti, una corsa a due tra Nuova Democrazia, il partito di destra al governo (con l’appoggio del partito socialista), e Syriza, l’originale partito di sinistra radicale guidato da Alexis Tsipras. I sondaggi danno Syriza in vantaggio di qualche punto percentuale (31% contro 27%). Nessun altro partito è dato oltre il 6,5%.

La Grecia arriva a questo appuntamento dopo anni di rigida austerità a seguito degli accordi con Commissione Europea-BCE-FMI (la cosiddetta troika), che hanno imposto le loro condizioni per elargire i prestiti di cui il paese aveva bisogno per non fallire. Condizioni che hanno costretto l’”improbabile” governo di larghe intese (centro-destra e socialisti) ad adottare riforme tali da ridurre la società greca allo stremo. Il PIL è sceso del 14% rispetto al 2010, la disoccupazione si attesta al 27%, il debito pubblico è al 177% del PIL (in Italia, per capirci, è al 133%), salario minimo e pensioni sono scesi a qualche centinaio di euro. Parallelamente, si assiste a un generale “abbrutimento” della società greca, con i dati relativi a uso di droghe, alcool, prostituzione e criminalità a disegnare uno scenario inquietante.

La Grecia in questi anni ha rappresentato la cavia delle misure più estreme che siano state applicate durante la crisi nei diversi paesi europei. Un modello che è servito a mantenere a galla il sistema euro, ma che ha sacrificato sull’altare della stabilità economica i diritti, il benessere e la dignità dei greci, ormai sempre più disillusi. Un modello che ha messo a rischio lo stesso impianto democratico del paese e la coesione sociale. Con il senno di poi, critiche, ripensamenti e ammissioni di colpe sono arrivate anche da coloro che le condizioni le hanno imposte.

Le proiezioni prospetterebbero una lieve inversione di tendenza rispetto alla decrescita già da quest’anno, ma viene da chiedersi a che prezzo tutto ciò sarà avvenuto?

Sotto le luci dei riflettori, ora come in occasione delle precedenti elezioni del 2012 e delle elezioni europee dello scorso anno, Alexis Tsipras, diventato ormai lo spauracchio dei mercati europei. Eppure il suo programma non contempla l’opportunità di uscire dall’euro né tanto meno dall’Unione. Rivendica la possibilità per un popolo sovrano di decidere come uscire da una situazione ormai drammatica.

Tsipras chiede a gran voce di ridiscutere e rinegoziare le condizioni che sono state imposte, riducendo i tassi di interesse e allungando i tempi di restituzione del debito. Una ristrutturazione che garantirebbe una boccata d’ossigeno al paese e darebbe la possibilità di approvare riforme che restituiscano benessere e speranza ai greci. Tsipras incassa anche il sostegno di diversi intellettuali europei, che lo vedono come il baluardo contro un certo tipo di Europa, incapace di esprimere vera solidarietà. “L’austerità ha fallito in Grecia”, ha scritto il leader di Syriza nei gironi scorsi, parlando di vera e propria “crisi umanitaria” nel paese. La speranza è che da parte dei creditori ci sia la disponibilità al confronto, consapevoli del fatto che lo scontro non convenga a nessuno e rappresenterebbe una grave sconfitta per l’Unione intera.

Samaras, da parte sua, invita i greci a votare per Nuova Democrazia perché il paese possa proseguire il percorso intrapreso ed evitare l’ingovernabilità, ma soprattutto l’isolamento all’interno del consorzio europeo. “Domenica si scontrano due mondi”, ha esclamato ieri a Salonicco, “scegliete in quale vivrete”. Il premier promette un leggero abbassamento delle tasse e difende gli accordi sottoscritti in questi anni, sostenendo che manchi solo un ultimo passo perché si possa risalire la china.

La vittoria di Syriza non è assolutamente scontata e ancora più incerta è la possibilità che riesca eventualmente ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Al primo partito va il premio di maggioranza di 50 seggi (su 300) e Tsipras è fermo sul punto di non voler negoziare alleanze.

 

Matteo Mancini

Elezioni Europee e Sinistra radicale: una nuova rinascita, dopo la crisi?

Secondo le statistiche di Pollwatch 2014, le ormai prossime elezioni europee vedranno una sfida all’ultimo seggio tra Popolari e Socialisti, rispettivamente accreditati di 213 e 208 seggi. Vi è meno certezza, invece, su quale gruppo rappresenterà la terza coalizione più grande nel Parlamento Europeo. Nonostante la destra euroscettica abbia assunto un considerevole rilievo in vari Paesi Europei nei mesi precedenti alle elezioni, le possibilità del gruppo Europe of Freedom and Democracy (Efd, del quale fanno parte Front National e Lega Nord) di aggiudicarsi il terzo posto in Parlamento appaiono ormai assai remote. Infatti, spaccature interne continuano a dilaniare il fronte euroscettico e molti partiti, tra i quali il Movimento 5 Stelle non hanno ancora finalizzato la propria adesione al gruppo Efd. A competere per il podio, dunque, saranno principalmente tre gruppi: Alliance of European Conservatives and Reformists (AECR), i liberali e la sinistra radicale.

Per quanto concerne la sinistra radicale, che ha ottenuto risultati soddisfacenti in Germania, dove è molto forte nella parte orientale del Paese, e in Spagna, la performance più eclatante del gruppo ha avuto luogo in Grecia. In Grecia, infatti, Alexis Tsipras e la sua formazione neocomunista sono in testa ai sondaggi con il 25,5% dei voti, seguiti dalla coalizione di centrodestra New Democracy (23,3%) e, sorprendentemente, dal gruppo neonazista Golden Dawn, che ha ottenuto il 10,3% delle preferenze. Il boom della sinistra di Tsipras è interessante per due ragioni. Innanzitutto, con la Lista Tsipras, la sinistra radicale è tornata a imporsi sul panorama europeo e a coinvolgere le masse; inoltre, questo cambiamento è rappresentato da una figura giovane ed emergente come Tsipras, abile dunque nel conquistare le preferenze dei giovani.

Il successo a livello internazionale di Tsipras è dimostrato dal fatto che la sua formazione sia presente anche in Italia, con la lista L’Altra Europa con Tsipras, alla quale ha aderito Sinistra e Libertà. Poiché la sinistra radicale sta ottenendo consensi anche in Repubblica Ceca, Portogallo e Cipro, è possibile notare che, a eccezione del caso della Germania, sembra esistere una correlazione tra i Paesi più propensi a votare la sinistra e quelli fortemente colpiti dalla crisi economica. Infatti, come dimostra il boom di Tsipras in Grecia, i cittadini europei sembrano associare la sinistra con l’idea di nuove opportunità, in contrasto con l’austerity del centrodestra.Ecco perché, a essere favorito insieme a Tsipras per la Presidenza della Commissione Europea è soprattutto Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, che propone una politica di crescita e integrazione tra i Membri dell’UE, al fine di superare l’austerity degli ultimi anni.

Tuttavia, vi sono Stati in cui la presenza della sinistra radicale non e’ forte quanto in Grecia o in Germania, come la Francia, dove a dominare le statistiche sono Front National (23,5%), Union for a Popular Movement (22,5%) e il partito socialista di Hollande (18,5%); la sinistra più radicale, al contrario, si colloca solamente al sesto posto, con 8% dei voti.Nell’ultimo decennio, la sinistra radicale europea ha affrontato un periodo di crisi; ciononostante, sembra che queste elezioni potrebbero dare una nuova centralità alle formazioni di sinistra, soprattutto in seguito al moderno intervento di Tsipras.In attesa delle elezioni, è possibile seguire regolarmente le ultime notizie e i sondaggi su Pollwatch2014 (available at: http://www.electio2014.eu/pollsandscenarios/polls).

Grecia: la troika continua a imporre austerità e arretrano le condizioni sociali nel paese

Sono passati ormai diversi anni dall’inizio della grave crisi economica che ha colpito il paese, ma la Grecia è ancora profondamente immersa nel pantano della recessione e si trova a dover fare i conti con le ennesime misure di revisione della spesa pubblica imposte dalla troika (credo sia ormai superfluo ribadire di chi si tratti).

Prosegue negli ultimi giorni la messa in mobilità richiesta dai creditori internazionali di 12.500 dipendenti pubblici, i quali per 7 mesi riceveranno l’80% del loro stipendio non andando in ufficio. Se entro questo periodo non saranno stati riassorbiti in qualche servizio pubblico scatterà automaticamente il loro licenziamento.

Allo stesso tempo si procede allo smantellamento del sistema di difesa nazionale e dell’industria militare. Il programma di ristrutturazione presentato dal governo non è stato praticamente considerato dai rappresentanti della troika. Così, le tre maggiori agenzie statali che gestivano la difesa del paese saranno chiuse e i loro dipendenti licenziati. A tal proposito bisogna ricordare come, nonostante la crisi, il settore della difesa sia stato negli ultimi anni tra quelli per il quale si è speso di più, dal momento che lo stato greco si era impegnato a comprare materiale bellico da Germania e Francia, guarda caso i suoi maggiori creditori europei. Raccapricciante, infine, il provvedimento governativo che da inizio settembre permette la vendita nei supermercati di prodotti alimentari scaduti a prezzi ridotti. Sostanzialmente si tratta di una misura volta ad evitare che la gente vada a cercare cibo nella spazzatura, un fenomeno in netta crescita dato l’aumento di coloro che non hanno più neanche i mezzi per garantirsi un bisogno essenziale (nonchè un diritto fondamentale in un paese che voglia definirsi civile) come quello di una corretta alimentazione.

Questo giusto per elencare alcune delle misure elaborate negli ultimi mesi per far fronte alle richieste sempre più stringenti dei creditori internazionali e aver accesso alle nuove rate dei prestiti pattuiti. I dati relativi alle condizioni sociali nelle quali il popolo greco si ritrova a vivere sono sempre più allarmanti e non lasciano intravedere possibilità di ripresa nell’immediato futuro. Il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 30% (in Italia siamo intorno al 12%) ed è destinato ad aumentare dal momento che, come detto, sono in cantiere nuovi tagli al personale pubblico. Complessivamente, i provvedimenti degli ultimi anni hanno tagliato salari e pensioni per più di un quarto del loro valore iniziale, mentre le tasse dirette ed indirette sono aumentate in maniera esponenziale (e continueranno a crescere). Nel settore privato i salari sono arrivati a 350 euro mensili (no, nessun errore di battitura).

Si assiste ad un sensibile peggioramento delle condizioni materiali di vita, soprattutto per le fasce sociali più deboli. Lo stato greco non riesce più a soddisfare i bisogni quotidiani ed essenziali dei suoi cittadini e la situazione sta degenerando. Le statistiche parlano di un drammatico aumento dell’uso di droghe e di suicidi, nonché di una crescita della criminalità e della violenza. La depressione e l’abbrutimento di un popolo sono conseguenze naturali di una qualsiasi crisi economica e la storia ci insegna come possano avere risvolti politici molto pericolosi (vedi la preoccupante crescita di consensi per un partito esplicitamente filonazista ed antieuropeo come quello di Alba Dorata).

In Grecia si sta perpetrando un rapido smembramento del patrimonio nazionale che viene svenduto al miglior offerente (ormai sempre straniero) per liquidare il prima possibile i creditori che bussano alla porta. Ma la cosa più grave di tutto questo processo è l’erosione della sovranità nazionale che le condizioni imposte dalla troika hanno generato, privando il governo del paese ed i greci stessi dell’autonomo controllo sulla propria vita.

Sia chiaro, con ciò non sto difendendo l’operato dei governi che hanno guidato il paese negli ultimi decenni e che sicuramente sono i primi responsabili di questa situazione. Del resto ritengo che gli stessi greci abbiano diverse colpe e debbano farsi un profondo esame di coscienza (e dico ciò in qualità di mezzo-greco) per aver avallato la diffusa mala politica e aver fatto orecchie da mercante davanti alla corruzione ed il clientelismo dilaganti in tutti i settori.

Il punto è che ormai la “frittata è stata fatta” (e non proprio ieri). L’obiettivo di un’Unione europea che sia veramente tale dovrebbe essere la difesa della dignità dei suoi popoli. Se l’idea è quella di vivere come in una famiglia, valori come solidarietà e aiuto reciproco non dovrebbero essere semplicemente affermazioni di principio, ma elementi alla base di qualsiasi decisione presa per far fronte ad una crisi che ormai riguarda tutti. Con la scusa della tutela della stabilità dell’euro, le politiche imposte dai vertici comunitari ai governi nazionali stanno minando il rispetto dei diritti sociali dei cittadini europei e questo è inaccettabile.

Il circolo vizioso di prestiti che non garantiscono sviluppo che la troika ha innescato (eppure lo stesso FMI ha da tempo ammesso di aver analizzato ed affrontato male la crisi greca) non porterà a nulla di buono. Anche se il paese prima o poi dovesse uscire dalla recessione ne uscirà distrutto materialmente e moralmente e si sarà trattato del maggiore fallimento del processo di integrazione europea partito con tutt’altre aspettative e obiettivi una sessantina di anni fa.

Matteo Mancini – AltriPoli

Droga e prostituzione in Grecia: l’altra faccia della crisi economica

Il 2013 è il quinto anno di crisi economica per la Grecia, Paese che non sembra in alcun modo in procinto di risollevarsi dalla grande depressione che l’ha afflitto. La disoccupazione giovanile è ora superiore al 60%. Sono sempre di più gli uomini e le donne che per guadagnarsi da vivere ricorrono alla prostituzione, vendendosi per pochi spiccioli.

Secondo le statistiche del National Centre for Social Research, il numero di individui coinvolti nel commercio sessuale è aumentato del 150% soltanto negli ultimi due anni. Molte prostitute greche sono minorenni. I prezzi per i quali queste giovani donne si offrono non superano i quindici euro, affinché i clienti, anch’essi segnati dalla profonda crisi, possano permettersi i loro servizi. Il sesso non protetto ha un valore aggiunto, il che porta a un notevole aumento di malattie veneree. Inutile dire che, in un panorama di tale degrado, si è verificata una crescita di stupri e violenze nelle strade di Atene. Ed ecco, allora, che per dare un temporaneo, fittizio sollievo alle proprie anime in pena, i greci ricorrono alla droga. Un preoccupante fenomeno è la diffusione della “shisha”, un particolare tipo di metanfetamina, conosciuta come la cocaina dei poveri e composta da un letale mix di barbiturici, alcool e acidi.

La maggior parte delle volte, la shisha, il cui costo varia dai tre ai quattro euro, è assunta tramite iniezioni: ne consegue un aumento del 50% di casi di H.I.V. in Grecia, solamente nel giro di un anno. Ad aggravare la già tragica situazione, il governo greco non può permettersi di finanziare programmi sanitari o di assistenza sociale, a causa del regime di austerità attuato per ripagare centinaia di bilioni di euro di debiti. Il problema di droga e prostituzione è dunque di competenza della polizia locale. Arrestare le prostitute è sì una maniera per tenerle momentaneamente lontane dalle droghe di cui abusano, ma è anche un modo per isolarle mondo esterno, in cui, se fortunate, potrebbero trovare aiuti e assistenza. L’esempio della Grecia mostra le implicazioni di una crisi economica dalla quale non c’è via d’uscita. Il debito con la Banca Centrale Europea sta sfasciando non soltanto l’economia del Paese, ma anche la sua dimensione sociale e morale. Come spesso accade, la crisi economica è fonte di un’ancor più ingente crisi di valori.

Quale soluzione, dunque, per la Grecia? Per limitare i danni di questo sfacelo, la Grecia dovrebbe forse uscire dall’Euro. Lo sviluppo di nuove droghe e la diffusione della prostituzione spaventano gli Europei. La paura maggiore è che il “modello” greco sia precursore di una simile crisi in altri Paesi affetti da enormi debiti, come la Spagna. Più dell’aiuto economico, la Grecia necessita ora di un supporto umanitario, che affianchi la popolazione più giovane e la spinga a cercare conforto in metodi alternativi alla droga e ad avere più rispetto per se stessa.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Scenari dell’Europa "classica" senza UE

Ormai è sempre più evidente che l’Europa, o almeno una parte di essa, stia attraversando un momento di crisi economica molto grave. E se, da un lato, il ritorno alla dracma da parte della Grecia è un’ipotesi che diviene via via più concreta, dall’altra parte è necessario fare chiarezza su quello che potrebbe essere un ipotetico recesso dall’euro anche da parte dell’Italia. Molte sono le domande che ci facciamo in relazione a un possibile ritorno alla lira, molte domande ma nessuna risposta tangibile.

Sarebbe davvero così disastroso, per l’Italia, uscire dall’euro?

Per capirne di più, cerchiamo di fare un’analisi obiettiva su quest’ultimo atto della crisi greca. Se la Grecia uscisse dall’euro noi subiremmo conseguenze? “In realtà le conseguenze le stiamo già subendo” dichiara il professor Claudio Borghi, economista docente all’Università Cattolica di Milano, nonchè editorialista ed ex managing director di Deutsche Bank. “Le tasse, la disoccupazione e la recessione hanno tutti una matrice comune e stanno già da tempo incenerendo ricchezza.”

A ciò si aggiunge che i mercati finanziari e gli investitori hanno iniziato, da tempo, a vendere in massa i titoli dei paesi deboli, dando origine al famoso “spread”. Questa dinamica ha ridotto il valore dei risparmi e costringe il bilancio del nostro stato al pagamento di tassi passivi elevati. Di conseguenza gli effetti si fanno già sentire tramite la stretta al credito e con i mutui a tassi particolarmente alti.

Inoltre, nel caso del ritorno alla dracma, la Grecia dovrebbe rinunciare sia agli aiuti finanziari della U.E. che subire un pesante aumento dei prezzi dei prodotti di importazione non facilmente sostituibili con la produzione interna. Per tutti questi motivi, a fronte del suo scarso potere commerciale, la Grecia si è trovata costretta a sottostare alle imposizioni dell’Europa.

Arriviamo ora a gettare lo sguardo sulla situazione del nostro paese: per quanto concerne il mercato, l’Italia compensa quasi del tutto le esportazioni con le importazioni, costituite per lo più da energia e da altri prodotti che però sarebbero facilmente compensabili con la produzione interna del paese come, ad esempio, il mercato dell’automobile. Aumenterebbe il costo del petrolio che però, essendo fiscalizzato, potrebbe essere recuperato da una diminuzione delle accise.

Dal momento che gran parte della ricchezza nazionale è costituita da beni, come ad esempio gli immobili, il cui valore non cambia a seconda della moneta vigente, un ipotetico ritorno alla lira si rivelerebbe, con grande sorpresa, meno traumatico di quanto si possa credere poichè, come abbiamo visto dall’analisi finora presa in considerazione, favorirebbe un rilancio dei consumi e dei mercati interni.

Nonostante la crisi sia un evento amaro di sconfitta che potrebbe provocare, come accadde in Argentina, la cosiddetta “corsa agli sportelli”, in tal caso sarebbe sufficiente che le banche, anzichè chiudere le agenzie per non consentire l’accesso dei clienti finalizzato al ritiro del denaro depositato, garantissero l’opportunità di mantenere i depositi in euro parallelamente al normale conto in valuta per evitare disordini e stati d’ansia collettiva.

Per converso non dobbiamo nemmeno tralasciare l’idea che la situazione appena descritta ricorderebbe i casi della “dollarizzazione” di Messico e Argentina. Tutto questo unito alla possibile ascesa di governi poco credibili dopo l’epoca Monti potrebbe portare all’aumento dell’offerta monetaria della Lira quindi, di conseguenza, all’aumento dell’inflazione e alla nascita di mercati illegali dove l’Euro sarebbe la valuta di scambio. In tal caso, una situazione del tutto alienante e negativa per il futuro dell’economia del nostro paese.

Gioia Cherubini – AltriPoli