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Il familismo di un politico e di un italiano qualunque

«Mio fratello è un egoista. Lasciate che vi racconti il perché.
Ho un nipote davvero in gamba, il figlio di mia sorella. Quel ragazzo è un vero lavoratore, uno con la testa sulle spalle. Ha studiato molto e con gran riconoscenza verso la mamma e il papà, che per gli studi suoi hanno fatto sacrifici. Si è laureato un anno fa e da allora, disgraziatamente, non ha ancora trovato lavoro. Quando vedo tanta intelligenza sprecata, quando penso a quel ragazzo, che per me è quasi un figlio, a cui tocca passare giornate davanti alla televisione, mi viene una rabbia, che se si potesse gli darei il lavoro mio.
In realtà mio nipote un’occasione ce l’avrebbe avuta, diversi mesi fa. L’azienda di mio fratello aveva bisogno di un ragazzo e mio nipote vi fece domanda. Aveva tutte le carte in regola per essere assunto e così chiese a mio fratello di dargli una mano, di presentargli qualcuno che gli potesse dare i consigli giusti. Venne fuori che il selezionatore era un amico di mio fratello. Ci mancava poco che tirassi fuori una bottiglia di spumante.
Eravamo a pranzo tutti insieme, con i nonni, mia sorella, mio fratello, i miei cognati e i ragazzini. Mi venne in testa l’idea di fare un bel brindisi per mio nipote, che sembrava baciato dalla fortuna, capitato col colloquio con un amico di famiglia.
Fu lì che mio fratello rivelò chi era veramente. In poche parole, ci fece capire che a lui interessavano solo gli affari suoi. A dare una mano al nipote non ci pensava affatto. Ovviamente condì il discorso di belle parole e se non mi fossi messo a urlare ci avrebbe fatto la morale a tutti. “Il ragazzo è in gamba e ce la farà da solo”. “Gli altri aspiranti vantaggi non ne hanno, non sarebbe giusto”. Cose così. La verità è che gli scocciava spendersi, anche se a rimetterci era il nipote. Il nipote, dico, sangue del suo sangue.
Finì che venne assunto un altro, che probabilmente fu pure aiutato. Da allora mio nipote è rimasto a casa, per l’egoismo dello zio.
In tutta questa storia forse chi ha sofferto di più è nostro padre, che mai si sarebbe aspettato un comportamento così vergognoso da suo figlio. Una delusione del genere mio papà non se la meritava.
Di pranzi non ne abbiamo più fatti.»
Il racconto è di fantasia, ma è esemplare di un’attitudine culturale molto diffusa, forse in Italia più che altrove: la scelta percepita come “morale” è la raccomandazione, non l’imparzialità. Si tratta del “familismo amorale”. La Treccani lo definisce “la tendenza a considerare la famiglia, con il suo sistema di parentele, con la sua tradizione, la sua posizione sociale, e soprattutto con il legame di solidarietà interno tra i suoi membri, predominante sui diritti dell’individuo e sugli stessi interessi della collettività”.
Ci vorrebbe poco a mettersi nei panni dello zio, a cui è richiesto di mettere una buona parola. Il suo rifiuto per coscienza, considerato immorale dal codice etico alla rovescia della sua famiglia, lo ha costretto al biasimo dei parenti. Oppure ci si può immaginare nei panni dell’aspirante escluso, qualora lo zio avesse raccomandato il nipote al collega. Due candidati simili in tutto, uno con amicizie, l’altro senza: ad avere successo è il primo.
La violazione delle pari opportunità legate alle raccomandazioni è un cancro che attanaglia l’Italia. Senza un network di parenti ed amicizie, in molti casi non si va da nessuna parte. La conseguenza è che quanto più in alto è la famiglia di provenienza nella scala sociale, tanto più in alto si trovano canali per inserirsi, con il triste risultato di un consolidamento delle disuguaglianze sociali.
Uscire dall’ingranaggio è tanto più difficile, quanto più il familismo è un diffuso fenomeno di costume. Se ognuno si dimena per accaparrarsi il contatto più in alto che trova, chi si basa esclusivamente sulle proprie capacità è condannato a restare a guardare, sconfitto dalla scorrettezza altrui. Così molti si trovano loro malgrado a partecipare al gioco delle conoscenze, convinti che sia colpa degli altri, ma incapaci di realizzare che, oltre che vittime, di questo sistema ne sono anche artefici.
Su questa (in)cultura faceva leva recentemente un noto comico genovese.
Il Fonzie di Firenze si è rifiutato di prendere le difese incondizionate di suo padre, indagato, per l’appunto, per traffico di influenze illecite. “Se colpevole, mi auguro una pena doppia”. Che lo dicesse per coscienza o per campagna elettorale poco importa, ai fini di questa riflessione.
Renzi ha fatto leva sul valore dell’imparzialità, mentre Grillo, attaccandolo per aver “rottamato il padre”, ha fatto leva sul familismo.

Il familismo amorale ha evidenti ragioni storiche. Lo Stato italiano suscita ancora diffidenza in una larga parte del suo popolo, memoria storica della sua nascita forzosa a metà ottocento, percepita come artificiale in molte regioni, specie al Sud. Governato da poteri sempre diversi e sempre inaffidabili, il divisissimo popolo italiano aveva imparato a contare solo sulla famiglia. Così la nascita dello Stato moderno e delle sue prerogative ha incontrato, nell’applicazione quotidiana, resistenze culturali notevoli. Abituati a ragionare in contesti ristretti, dove ci si conosce tutti o quasi, l’esercizio del potere da parte di uno sconosciuto, che parla un dialetto diverso e vive a centinaia di chilometri di distanza, è visto con sospetto.
Qualcuno potrebbe congetturare che, tutto sommato, talvolta il familismo è quasi più efficiente. È vero infatti che il parere personale di chi ti conosce può dire molto di più rispetto all’esito di concorsoni spersonalizzanti, con migliaia di anonimi candidati valutati da un test, dove vige l’effettiva impossibilità di verificare con precisione il valore professionale delle persone.
Ma questo può valere in realtà piccole e sembra difficile conciliare la “cultura della relazione”, prodotto di piccole realtà locali, con i grandi numeri di uno Stato moderno, figura recente e comunque già superata, dai numeri ancora più vasti della società globale.
La difficile conciliazione della cultura della famiglia con la cultura della morale pubblica, l’attenzione per la pulizia sia del salotto che del marciapiede, è una delle sfide a cui l’Italia non ha ancora saputo rispondere.
Chissà se le frontiere della sharing economy, dove a prestare il servizio non è uno Stato lontano ma un altro cittadino, con cui si condivide una certa abitudine, possano essere la strada giusta, attraverso la quale il Paese si affacci al mondo globalizzato, senza diffidenze.

Elezioni Europee – Il successo del Pd (e di Renzi) e la rimonta degli euroscettici

Gli esiti delle appena concluse elezioni europee hanno certamente rappresentato una pietra miliare per la politica italiana. Il Partito Democratico, indiscusso vincitore con il 40,8% delle preferenze e un distacco che sfiora il 20% dal secondo partito più votato (Movimento 5 Stelle) è  l’unico partito ad aver superato il 40% dei voti alle elezioni dal 1958, quando Democrazia Cristiana ottenne il 42,3%. L’incredibile successo riscosso dal Pd riflette inevitabilmente la fiducia riposta dagli italiani in Matteo Renzi e la speranza che le ambiziose riforme economiche e costituzionali promesse dal suo governo siano attuate al più presto. Alla luce dei risultati elettorali, il Premier ha sottolineato che la schiacciante vittoria del Pd alle Europee è da interpretarsi come un voto di straordinaria speranza, piuttosto che come un referendum sul governo da lui guidato; il premier ha inoltre dichiarato che il successo del Pd alle elezioni dev’essere un ulteriore sprone per accelerare le riforme in Italia, senza prolungare futili festeggiamenti.

Decisamente meno soddisfatto è Beppe Grillo, leader del M5S, che ha più volte manifestato la certezza di poter vincere le Europee e il cui partito si è invece piazzato solamente al secondo posto, con il 21,16% delle preferenze. Nonostante le battaglie di Grillo contro la recessione, la corruzione dei politici e la disoccupazione siano condivise dalla maggior parte degli italiani, il risultato ottenuto dal M5S dimostra che il popolo italiano non ritiene opportuno fare affidamento su un partito che porta avanti le proprie idee con veemenza e rabbia, dando priorità allo spettacolo piuttosto che ai contenuti. E’ forse per la stessa ragione, l’inaffidabilità della “politica dello spettacolo”, che il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, ha ottenuto soltanto il 16,82% delle preferenze. Il successo di Berlusconi, infatti, si è basato per anni sul consenso televisivo, ma le politiche portate avanti dal suo partito si sono rivelate inadeguate a promuovere lo sviluppo dell’Italia.

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Sorprendentemente alte, al contrario, le preferenze registrate da Lega Nord, al quarto posto con il 6,16% dei voti. La tendenza a votare partiti di estrema destra è ancor più evidente in Francia, dove il Front National si è affermato come prima forza politica del Paese, con il 25% delle preferenze, seguito dal conservatore e di destra UMP e dal Partito Socialista. Alla luce dei risultati, Le Pen ha dichiarato che il successo del suo partito è da considerarsi emblematico di un rifiuto nei confronti dell’Unione Europea, invitando tutti i leader euroscettici a unirsi a lei in un più ampio movimento politico. Grillo, tra i destinatari di tale invito, non sembra avere intenzione di unire le proprie forze a quelle del FN, affermando di non condividere con esso una visione comune. A “corteggiare” Grillo è anche Nigel Farage, leader dell’UKIP, che ha affermato di avere molto in comune con il fondatore del M5S. La vittoria dell’UKIP nel Regno Unito è un’ulteriore dimostrazione di quanto il sentimento euroscettico sia diffuso in Europa. La possibilità che il successo ottenuto dall’UKIP alle elezioni europee sia replicato nelle elezioni del 2015  è assai dibattuta. In caso l’UKIP confermasse la sua leadership, la discussa connotazione razzista del partito di Farage rischia di essere dannosa da un punto di vista di business per l’Inghilterra, in quanto potrebbe avere forti ripercussioni sul piano internazionale. Con pochi punti di distacco dall’UKIP, il Labour Party e il Conservative Party si sono rispettivamente classificati secondo e terzo partito del Regno Unito alle Europee, mentre i Liberal Democratici e i Greens non hanno raggiunto neppure il 10% dei voti.

In Germania, i conservatori si sono riconfermati quali forza politica principale. Tuttavia, il partito Euro-scettico (ma non Europa-scettico) AfD ha tolto ai conservatori molti voti, guadagnando il 7% delle preferenze e i Social Democratici hanno ottenuto un considerevole successo. L’AfD si oppone all’utilizzo di una moneta comune nell’UE e i suoi sostenitori non appoggiano le politiche di Angela Merkel che, al contrario, ha capito l’importanza di sostenere economicamente i Paesi più deboli, in quanto la Germania stessa può trarre beneficio da un’ Europa forte e di successo. I risultati meno soddisfacenti per gli euroscettici e per l’estrema destra si sono registrati in Austria, dove i piccoli partiti estremisti non hanno neppure ottenuto seggi nel Parlamento Europeo; il Freedom Party, il più grande partito dell’opposizione, ha tuttavia ottenuto il 19,5% dei voti. I Cristiano Democratici hanno ottenuto il primo posto con il 27,3% delle preferenze, mentre i Social Democratici si sono classificati secondi. Notevole crescita anche da parte del Green Party (15,1%). Al primo posto in Svezia i Social Democratici, seguiti dai Greens. Risultato deludente, invece, per il Moderate Party del Primo Ministro Reinfeldt, classificatosi al terzo posto con il 13,6% dei voti.

Le elezioni hanno visto l’entrata sulla scena europea di due nuovi partiti svedesi: la Feminist Initiative e gli Swedish Democrats, gruppo di estrema destra che vorrebbe unirsi all’euroscettico EFD, ma che potrebbe essere rifiutato dall’UKIP, poiché il partito di Farage non ha manifestato intenzione alcuna di accogliere il partito svedese di estrema destra.

In generale, la coalizione di centro destra EPP ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, seguita da S&D (centro-sinistra) e dai liberali (ALDE).