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Cina-USA: guerra fredda?

Il lungo idillio commerciale e politico tra Cina e USA, risalente al 1991, sta tramontando. E non per le miopi scelte isolazioniste di Trump, né per la crisi strutturale attraversata dalla dirigenza cinese. La causa profonda va cercata nel riassetto geopolitico provocato dalle dinamiche economiche dei due stati.

Le relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti, dal 1972 (quando Richard Nixon iniziò il processo di normalizzazione), hanno conosciuto una parabola peculiare, improntata sul pragmatismo più schietto.
Avversari ideologici sulla carta, nella pratica i due paesi hanno sviluppato una fitta rete di scambi commerciali che al momento si aggira intorno ai 700 miliardi di dollari (più di 150 miliardi di importazioni statunitensi in Cina e almeno 500 miliardi di importazioni cinesi negli Stati Uniti). Un volume di affari che lega le due nazioni e garantisce pace e stabilità meglio del sistema di deterrenza nucleare.
È stata l’economia lo strumento che ha consentito il riavvicinamento dei due paesi. Eppure, proprio sul piano economico, Stati Uniti e Cina sono arrivati ad un punto critico, e hanno iniziato le schermaglie di quella che si preannuncia come una guerra economica su larga scala.

Imponendo dazi sulle merci cinesi, Trump ha voluto dare una stangata a quello che indivitua come un pericoloso avversario economico. Gli USA sono ancora la prima potenza economica mondiale, e Trump è sicuro di poter impartire una lezione alla Cina senza subire grossi danni.
Ma difficilmente la classe dirigente cinese si limiterà ad abbassare la testa.

La Cina potrebbe rispondere ai dazi imposti dagli USA applicando a sua volta dazi sulle merci statunitensi in ingresso. Ma non sarebbe una risposta adeguata. Gli USA possono rinunciare a una parte delle proprie vendite in Cina, mentre la Cina non può fare a meno delle proprie esportazioni negli USA.
Il mercato non è simmetrico, lo sanno bene sia Trump che Xi Jinping. Per questo la risposta cinese potrebbe essere asimmetrica.

La Cina possiede buona parte del debito pubblico statunitense (e ha comprato quote consistenti di quello di numerosi paesi europei). Si tratta di oltre 1.200 miliardi di dollari. La Cina potrebbe decidere di chiedere quei soldi al tesoro USA. È un debito talmente consistente che il suo pagamento porterebbe al collasso l’economia statunitense.
Ma questo crollo porterebbe anche all’implosione dell’economia cinese (e, probabilmente, al crollo del sistema capitalistico). Per ora, detenere i titoli del debito USA è, per la Cina, un’arma di deterrenza molto simile ai missili nucleari: bisogna averli per non doverli mai utilizzare.
Forse la Cina potrà presentare il conto ali Stati Uniti tra trenta o quarant’anni, quando gli USA non saranno più una superpotenza egemone. Per ora sarebbe un omicidio-suicidio, e questo i leader cinesi lo sanno bene.

Un’altra arma cinese sarebbe quella di disinvestire nelle banche statunitensi. La Cina lo ha fatto a inizio anno con la Deutsche Bank, e il titolo sta conoscendo una caduta costante in borsa.
Si è trattata di una mossa estemporanea? Improbabile. Forse si è trattato di un attacco deliberato alla principale economia europea. Ma potrebbe anche essersi trattato di un avvertimento a distanza rivolto agli Stati Uniti. Ma va detto che in questo modo anche i cinesi rinuncerebbero ai loro profitti, e alla lunga una partita su questo piano li danneggerebbe.

Non i dazi (non solo, almeno), e nemmeno non il pagamento del debito. Forse nemmeno l’attacco alle banche. Alla Cina però resta un’altra arma, altrettanto formidabile: la svalutazione della moneta.
In risposta ai dazi USA del 10%, la Cina potrebbe svalutare del 10% lo Yuan. In questo modo, il prezzo di acquisto della merce cinese negli Stati Uniti rimarrebbe invariato. Non solo: in questo modo le merci cinesi costerebbero il 10% in meno nel resto del Mondo, con un vantaggio per le esportazioni.
Ma se uno Yuan più debole comporta un abbassamento dei prezzi stiamo parlando di deflazione. La deflazione è un vecchio incubo per gli USA e in generale per le economie capitalistiche, che non hanno strumenti per gestirla.
La deflazione rischia di innescare o aggravare una recessione, perché porta ad una diminuzione della spesa e, quindi, a una contrazione dell’economia. La diminuzione dei prezzi, se può favorire il consumatore, danneggia però l’economia nel suo complesso, perché la vendita degli stessi prodotti frutta guadagni inferiori ai produttori e ai venditori. Con la deflazione, insomma, l’economia gira di meno.
Il capitalismo si basa sul costante aumento dei consumi e dei prezzi, in una spirale di inflazione “virtuosa”. Abbassando il valore dello Yuan, la Cina spezzerebbe questa spirale.

In tempi recenti, quando la Cina ha svalutato lo Yuan, le borse occidentali hanno subìto duri contraccolpi. Per questo la svalutazione monetaria sembra lo strumento migliore con cui la Cina possa contrattaccare gli USA in questa guerra economica.
Con la scusa della difesa dei prezzi, la Cina potrebbe rendersi più competitiva nel resto del Mondo e assestare un duro colpo alle borse USA ed europee.
La guerra economica è ancora all’inizio, ma le prime conseguenze potrebbero essere visibili già nei prossimi mesi.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?