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2014 – La Biennale di Rem Koolhaas

Without my parents’ balcony I would not be here. They lived on the 5th floor of a new social democratic walk-up. Born in the last months of the war, a cold but very sunny winter, when everything that could burn had been burned, I was exposed to the sun, naked, every possible second to capture its heat, like a mini solar panel.

Tentare di compiere un’esegesi della quattordicesima Mostra Internazionale di Architettura è cosa vana. Per più di un motivo. Il primo è perché già troppi addetti ai lavori hanno provato a raccontare quanto accaduto in laguna nel corso degli ultimi mesi. Il secondo è che tradurre Rem Koolhaas equivale ad interpretare un oracolo della Pizia: il messaggio appare chiaro ma conserva nel suo intimo una dose di ambiguità tale per cui ogni soluzione risulta non del tutto convincente, bensì controvertibile. Terzo infine, perché Koolhaas con il suo opuscolo introduttivo, consegnato ad ogni visitatore nell’atrio del padiglione centrale, già ci restituisce un breve ma efficace documento, utilizzando proprio gli elements come medium di un racconto autobiografico – asciugata la lacrimuccia possiamo ripartire –  e chi meglio del curatore stesso può far capire il senso di una mostra?

Noi dalla nostra, dopo l’analisi della Biennale 2012 targata Chipperfield, non possiamo però esimerci da quella gustosa azione di setaccio che ogni visitatore dovrebbe compiere tra i Giardini e l’Arsenale ogni due anni. Il setaccio di PoliLinea, come chi ci legge ben saprà, non trattiene solo quanto di buono è stato proposto, possibilmente esamina con ancor più attenzione ciò che è nocivo alla salute di un architetto, da utilizzare come vaccino per il lungo e freddo inverno che ci attende.

Jakub Woynarowski è il primo nome ad emergere tra le partecipazioni nazionali. Koolhass, dimostrandosi anche qui un raffinato animatore culturale, ha preteso che per la prima volta ci fosse un tema guida ad accomunare tutti i singoli padiglioni “fuori dal suo controllo” (format vincente che ci auguriamo verrà acquisito e riproposto nelle prossime edizioni) scegliendo come fil rouge Absorbing Modernity: 1914-2014. E’ proprio la Polonia, curata da Institute of Architecture (Dorota Jedruch, Marta Karpinska, Dorota Lesniak-Rychlak, Michal Wisniewski) con il concept di Woynarowski ad aggiudicarsi il Leone d’oro di Polinice (nella realtà andato alla Corea del Sud).

 

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La riproposizione di un’architettura commemorativa, il baldacchino opera di Adolf Szyszko-Bohusz pensato come ingresso alla cripta funeraria dove venne sepolto Józef Piłsudski, è carica di significati tanto architettonici, il dibattito sul linguaggio moderno per l’appunto, quanto politico-culturali, basti pensare alla provenienza degli elementi di spoglio che compongono l’opera; rendendola un ideale e possibile paradigma per l’intera Biennale 2014. A rafforzare l’iconicità dell’intervento è senza dubbio la luce che anima il padiglione Venezia, costruito nel 1932 su di un lotto stretto e lungo nell’isola di Sant’Elena e progettato da Brenno del Giudice.

Se l’opera sopracitata provava a sintetizzare concettualmente in una installazione in scala 1:1 un messaggio complesso e carico di significato, Francia e Gran Bretagna hanno declinato i loro intrecci con la modernità, decisamente più ingombranti e meno facilmente riassumibili, in due padiglioni di ottima fattura, ben documentati e curati egregiamente. Non a caso, dietro entrambi troviamo dei grandi del pensiero contemporaneo in campo architettonico: Jean Louis Cohen al padiglione francese e FAT Architecture con Crimson Architectural Historians per il Regno Unito.

Sebbene la marchetta in apertura dedicata a EXPO 2015 ed una impostazione eccessivamente milanocentrica abbiano provato a comprometterne gli esiti, dobbiamo complimentarci con Cino Zucchi per innesti, felice titolo della mostra al Padiglione Italia. Zucchi davanti ad un’occasione così importante non ha sbagliato, per certi versi portando avanti il suo intervento tipologico-zoomorfo della Biennale precedente. Ha agito da intellettuale a tutto tondo, astutamente sospeso tra dibattito locale e istanze internazionali. Abbiamo ritrovato un professionista affermato ma non per questo impermeabile alla ricerca e all’indagine storica. Ci rallegriamo inoltre per la parete conclusiva di architettura disegnata, intitolata Ambienti taglia e incolla, che dimostra come in Italia, dalle ceneri migliori, qualche cosa stia germogliando nuovamente.

Citiamo anche l’autoironia del padiglione russo e la perentorietà di quello tedesco, l’approfondimento fuori dal tempo del padiglione canadese (menzionato dalla giuria) ed il gioco di rimandi di quello spagnolo.

D’altra parte la presenza di Koolhaas alla guida della Biennale non ha saputo stimolare adeguatamente dei grandi scenari culturali come quello a stelle e strisce e quello cinese. Sottotono anche i paesi dell’America Latina e del Sud-est asiatico. Ancora poche e poco convincenti le partecipazioni degli stati africani.

 

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Chiudiamo con lui: Rem Koolhaas. Ha preteso e ottenuto una visibilità senza precedenti, è sua la prima Biennale di Architettura ad essere durata 6 mesi (al pari di quella d’arte). Ha curato con i suoi studenti di Harvard il padiglione centrale in modo impeccabile, mettendo alla porta le griffe più blasonate (ci dispiace per la nociva ed inutile presenza di Libeskind nel padiglione della città di Venezia) e riportando sotto i riflettori i fundamentals. In Arsenale, con Monditalia ha pilotato il lavoro di validi ricercatori italiani consegnado un’istantanea del nostro Paese di eccezionale interesse.

E’ ancora lui: il più architetto tra le archistar, la prima star tra gli architetti. Ancora Rem Koolhaas.

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY