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Giochiamo a IA e cowboy: Westworld, la serie

Michael Crichton è un mio punto di riferimento. Per quanto oggi lo trovi un deprecabile reazionario capace di affermare che l’ambientalismo sia una forma di fanatismo e che il surriscaldamento globale non esista, il suo impatto sulla mia formazione è stato simile a quello di Verne o Salgari sulla generazione dei miei genitori. Sono infatti certo che buona parte della mia fascinazione per scienza, tecnologia e catastrofi incombenti sia da attribuire alle riletture maniacali di Jurassic Park, Timeline e Congo a cui mi sono abbandonato in passato. E’ dunque con relativa facilità che sono stato attratto da Westworld, ultima nata in casa HBO: essa è infatti la trasposizione in forma seriale dell’omonimo film del 1976, scritto e diretto proprio dal sopracitato zio Michael. La trama è coerente a quello che potremmo definire “andamento Crichton”:

  • Degli scienziati raggiungono un traguardo impensabile.
  • Uno o più finanziatori vogliono sfruttare al massimo la cosa, con intenti commerciali.
  • Uno o più osservatori esterni intuiscono i pericoli della scoperta (qui purtroppo niente Goldblum) ma vengono ignorati dagli avidi capitalisti.
  • La predizione dell’osservatore si avvera e tutto va a puttane, con esiti letali per chiunque abbia la sfortuna di trovarsi nei paraggi.

Volendo andare a rivestire di specificità questo scheletro (inside joke), possiamo dire che in questo caso il traguardo scientifico è rappresentato dalla realizzazione di robot umanoidi i cui algoritmi di intelligenza artificiale sembrano superare a pieni voti qualsiasi test di Turing: in altre parole, salvo smontarli pezzo per pezzo, non è possibile distinguerli da persone reali. Tali macchine vengono dunque programmate per recitare una parte ed essere calate negli scenari John-Fordiani del parco a tema che dà nome alla serie, dove ricchi visitatori possano dare sfogo ad ogni loro pulsione, spesso estremamente bassa, per sperimentare in prima persona la vita di un abitante del selvaggio west. Partendo da questa premessa, ciò su cui la serie si interroga è cosa succederebbe se il grado di complessità di tali ia fosse tale da far loro sviluppare una sorta di autocoscienza e decidere di non tollerare più un’esistenza segnata solo dall’essere scopate, umiliate e uccise. I principi della robotica di Asimov ci metterebbero al riparo da una comprensibile voglia di riscatto? Ovviamente no e lo intuiamo già dalla prima puntata, quindi niente lacrime da spoiler.

aggiungere un cucchiaino di epicità
aggiungere un cucchiaino di epicità

Come potete immaginare, un prodotto HBO è ormai segnato da un tale livello realizzativo che quasi non serve soffermarsi ad elogiarlo (la sigla da sola manda a casa l’intera produzione RAI degli ultimi 10 anni). Trovo molto più interessante concentrarmi sulla carne al fuoco messa dagli showrunner, uno dei quali è un certo Jonathan Nolan, “forse vi ricorderete di lui” per un filmettino come Memento. Il punto di partenza di molte opere che trattano lo stesso argomento, ad esempio IA di Spielberg, è che le macchine abbiano già raggiunto l’autocoscienza, e dunque differiscano dagli umani solo per il materiale di produzione.

In Westworld invece ci troviamo di fronte ad uno scenario più vicino alla realtà: noi umani siamo ben ancorati alla consapevolezza che nessuna macchina, per quanto dotata del miglior algoritmo mai scritto, potrà mai entrare in possesso di quel soffio vitale che ci contraddistingue, e veniamo messi alla prova nel momento in cui le azioni del groviglio di fili, viti e bulloni che ci troviamo di fronte sembrano indicare il contrario.

Si può dire che all’interno della serie i personaggi reagiscano in maniera differente in base al loro gruppo di appartenenza: il Grande Progettista rispetta le macchine in quanto espressione dell’umano ingegno, ma si impegna, privandole ad esempio della dignità dei vestiti, affinchè nessun collaboratore si lasci trarre in inganno dal loro aspetto. Gli informatici vivono una sorta di infatuazione per i loro prodotti, arrivando a rivolgergli l’affetto che riserverebbero ad un parente, gli addetti alla sicurezza li considerano alla stregua di bestie pericolose da tenere a bada, mentre la gran parte dei visitatori li vedono come la valvola di sfogo per soddisfare pulsioni bestiali senza incorrere in alcun tipo di ripercussione.

L’operazione più interessante consiste però nel manipolare la percezione di noi spettatori: tramite l’adozione di particolari punti di vista e la connotazione negativa di alcuni personaggi, siamo da subito portati a riconoscere un’intrinseca dignità umana alle macchine, e a schierarci contro quelli che, a ben vedere, adottano un ragionevole approccio basato su cautela e sospetto nell’interagire con esse. Se ci pensate bene è come se, utilizzando un tosaerba, trovassimo più giusto preoccuparci della salute delle sue lame che della sicurezza delle nostre caviglie. L’androide, in teoria, si distingue dall’attrezzo solo per complessità dei circuiti e aspetto esteriore, ma ciò è evidentemente sufficiente a farci cambiare del tutto opinioni e punti di vista.

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badass villain 101

A questo interessante filone si va però ad accostare un impianto narrativo sempre più articolato, che mischia la gestione di una crescente entropia interna al parco alle singole linee di trama di alcuni personaggi, umani e robot, in esso ospitati. Nonostante la prima stagione sia in corso, e ne sia già stata annunciata una seconda, la spiacevole sensazione che non riesco a scrollarmi di dosso è che, nonostante alcuni personaggi tutto sommato interessanti e la presenza di due nomoni come Anthony Hopkins e Ed Harris, gli sceneggiatori dovranno faticare parecchio per evitare che la complessità degli eventi esploda tra le loro mani, trascinando tutto il baraccone in un vortice di spiegoni di dubbia verosimiglianza.

Rock e TV, il flop di Vinyl su HBO

Presentato come uno degli eventi televisivi dell’anno, forte del coinvolgimento di Mick Jagger e Martin Scorsese, Vinyl sembrava avere tutto per diventare l’ennesima produzione di qualità targata HBO. Al momento invece il period drama che ripercorre la storia del rock e del punk negli anni Settanta è un flop, con appena 600mila spettatori per episodio. Certo, due puntate sono poche per parlare, soprattutto con la terribile contemporaneità di The Walking Dead su AMC; e HBO, in quanto canale premium, pensa alla qualità degli show e al profilo del canale prima che ai numeri. Ma, in un periodo di rinascita delle serie televisive sulla musica, il tonfo di Vinyl fa più rumore di un concerto dei Rolling Stones.

Vengono in mente tre esempi contrastanti. Nashville racconta su ABC l’industria del country nella capitale della musica americana, Empire su Fox è il coraggioso racconto di drammi personali nella discografia nera, Mozart in the Jungle lo sguardo tutto sesso, droga e sinfonia di Amazon sulle orchestre. Tre successi indiscutibili: Nashville è alla quarta stagione e si mantiene sui sette milioni di spettatori, Empire per la prima stagione è arrivato addirittura a diciassette milioni, Mozart in the Jungle è una delle punte di diamante della nuova programmazione online di Amazon. Vinyl no, parte inciampando nella casa della grande televisione (su HBO vanno Game of Thrones e True Detective, giusto per citarne due).

Non è un problema di qualità (guardare le prime due puntate per credere) né di declinazione televisiva del racconto: Scorsese in televisione vuol dire Boardwalk Empire (creato da Terence Winter che è anche sceneggiatore di Vinyl), successo planetario di cui ha diretto il primo episodio è l’uomo dietro al successo di Boardwalk Empire, assieme allo sceneggiatore Terence Winter che è anche la firma di Vinyl. Da Boardwalk Empire torna anche l’attore Bobby Cannavale, lì attore non protagonista in grado di vincere un Emmy nel 2013 e qui invece volto principale della serie.

Il problema, invece, è nella mitologia. Le tre serie “concorrenti” (non per fascia e posizionamento, magari, ma per argomento sì) svelano intrecci e retroscena di mondi per certi versi ancora “vergini”, amatissimi dal pubblico e radicati nella cultura americana ma non ancora sviscerati nell’immaginario pop. Empire, in particolare, è al centro di una rivoluzione intellettuale che, sospinta dall’affermazione di soul e hip hop come generi regnanti della musica americana, sta imponendo un racconto della storia recente dalla fin qui trascuratissima prospettiva afroamericana. Un processo lento e faticoso, che si scontra con resistenze difficili da superare – basti pensare alla mancata nomination agli Oscar di Straight Outta Compton, film che racconta la storia del gruppo hip hop N.W.A. e più in generale la fuga dal ghetto.

Anche Nashville e Mozart in the Jungle hanno la capacità di toccare temi pulsanti della conversazione culturale americana. La prima, in un tessuto leggero da soap, non esita a scardinare il culto del machismo degli Stati Uniti rurali, e pone interrogativi interessanti sulla fama e sulla sterilizzazione delle radici sociali che è necessaria per ottenere un successo nazionale in un paese grande quanto come un continente. Mozart in the Jungle, tratta dall’autobiografia di un’oboista di successo, non avrà l’impatto dirompente di Transparent (la serie Amazon che mostra la transessualità con una delicatezza e un’autoironia di cui avevamo bisogno) ma è un viaggio in un mondo tradizionalmente sessista, classista e razzista che si sta riscoprendo sempre più tollerante e selvaggio, ma che perdendo le tradizioni lascia anche da parte ogni forma di correttezza nei rapporti personali.

In questo scenario, Vinyl è “solo” una serie tv. Ed è il racconto di qualcosa che conosciamo fin troppo bene, perché negli ultimi quarant’anni è stato il centro assoluto del discorso musicale e popculturale. Ma, ora che il rock gode di popolarità molto minore (perché non ha carica dirompente, non ha un messaggio, non ha un gruppo sociale di riferimento tra i giovani e gli svantaggiati), diventa esercizio di stile, produzione patinata e televisivamente valida senza i crismi del fenomeno di comunicazione.

This guy fucks: Silicon Valley, la serie

L’estate è la stagione delle repliche, e anche qui su Playground non ci sottraiamo alla tradizione raccomandandovi un bel rimedio all’afa a base di teledipendenza. Prendiamone atto: se, come noi, vi state ancora sucando i vapori bollenti delle megalopoli tentacolari e odiate sudare, gli svaghi passivi sono gli unici fattibili; tuttavia, fatta eccezione per le indagini del trio Velcoro-Bezzerides-Woodrugh, al momento i palinsesti languono. E’ il momento di rispolverare una bella sit-com.

(Equipaggiamento raccomandato per la visione: boxer, ciabatta, chinotto ghiacciato)

Cominciata nel 2014, Silicon Valley ha all’attivo due stagioni, più una terza in produzione. Come i più arguti tra voi potranno intuire, il soggetto è proprio l’eponima località della California, sede dei pilastri della tech industry e da ormai diversi anni ombelico del mondo occidentale. In particolare la vicenda ruota intorno al giovane mago degli algoritmi Richard Hendricks, a Pied Piper, start-up da lui creata per monetizzare una rivoluzionaria formula di compressione dati, e alla scalcinata banda di programmatori che tentano di tenere su la baracca.

Non temete, il rischio di un’elegia del modello imprenditoriale 2.0 è scongiurato sin dalle prime battute. Praticamente in ogni scena gli showrunner Judge (con un passato da programmatore ai tempi dei Pirati della Silicon Valley), Altschuler e Krinsky puntano a rendere chiaro il loro punto di vista: i coloni della Southern San Francisco Bay Area sono tendenzialmente una masnada di fagiani gretti ed egoisti, disinteressati a ciò che non si possa misurare in cicli di clock e smaniosi di accaparrarsi i favori del primo guru gonfio di soldi à la Steve Jobs. In un simile scenario il gruppo protagonista, pur con i suoi innumerevoli difetti, spicca per una certa purezza di fondo. Dal tossico mecenate incubatore di Pied Piper, al sysadmin misantropo e satanista, i nostri dimostrano in più di un’occasione un’inaspettata rettitudine morale o professionale, rifiutando compromessi e accordi economici in nome di un’anarchia informatica che farebbe la felicità di Richard Stallmann. Parafrasando una vecchia tagline di Futurama (“è come i Teletubbies con i laser”), potrei dire di Silicon Valley che “è come The Big Bang Theory con il realismo”. Se infatti le due serie hanno diversi punti di contatto (umorismo geek, stereotipizzazione del nerd) il loro punto di biforcazione risiede nel differente grado di credibilità dei personaggi. Se in TBBT ci troviamo di fronte a una rassegna di figurine che, al netto delle spassose inettitudini sociali e idiosincrasie, risultano gradevoli per buona parte delle puntate, in Silicon Valley il discorso è differente. Quanto detto prima riguardo la rettitudine di Richard Hendricks e soci non deve ingannarvi: non stiamo parlando di individui simpatici. Nel migliore dei casi si tratta di autistici completamente fuori dal mondo come il contabile Jared, in quello peggiore di trentenni maschilisti, sboccati e razzisti che pestano bambini e mascherano dietro un cinismo devastante ansie e paure. Manco a dirlo, il risultato tocca vette di umorismo indicibili. Ora, in quanto studente di informatica non sono certo un senior, ma posso assicurarvi che una sessione di programmazione ricorda molto più da vicino le riunioni a base di birra, insulti e umorismo di bassissima lega mostrate in Silicon Valley che non la relativa castità delle maratone di Star Wars di Sheldon Cooper e comitiva.

Per darvi un’idea, questo è il grafico che riporta la frequenza con cui compaiono imprecazioni nel codice del kernel di Linux:

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Classy.

Sorvolo sull’aspetto tecnico della serie, che non è particolarmente rilevante e di cui non mi sento neanche troppo in grado di fornire un’analisi affidabile. Ciò che invece mi preme sottolineare è quella che credo di aver interpretato come morale, se tale termine ha senso in un simile contesto, dello show. Gli autori mettono alla berlina l’attuale modello socio-economico vigente nel mondo dell’information technology, basato su una retorica che fonde superomismo imprenditoriale e cazzate new age, colpevole di aver trascinato i nerd fuori dalle loro tane, convincendoli di poter diventare tutti il prossimo Gates/Jobs/Zuckerberg al costo di abbandonare il lato prettamente amatoriale/artigianale della loro passione per concentrare energie ed attenzioni su elemosina di finanziamenti, concorrenza sleale, imbarazzanti feste di “social networking” e simili. Ne sono prova fin troppo didascalica i continui malesseri fisici del protagonista, che arriva a svenire, vomitare o sudarsi l’anima quando costretto a relazionarsi con investitori e cialtroni vari, e sembra riprendersi solo quando ha l’opportunità di lavorare al proprio algoritmo. Se ancora non doveste essere convinti, aggiungo che Silicon Valley è anche un calderone traboccante di riferimenti pop, dalle colonne sonore (qualcuno ha detto Run The Jewels?) fino a marchi, siti, app e prodotti nominati di continuo, nove volte su dieci con intento satirico.

In definitiva stiamo parlando di una serie che mi sento di consigliare più o meno a chiunque non tema il turpiloquio o idolatri la Apple, anche se i delusi di Wired e chi sappia almeno accendere un pc godranno di qualche livello di lettura in più. Diciamo che però se state leggendo questo articolo e non ve l’ho spammato io in quanto miei parenti, è altamente probabile che rientriate in una di queste due categorie.

Non vi anticipo nessuna gag, nonostante YouTube ne sia piena, ma concludo dicendo che una serie che chiude una puntata con questo pezzo per me ha già vinto tutto:

True Detective e le stelle da salotto

Con l’aumentare della popolarità e della considerazione di cui godono molti serial televisivi sarà sempre meno raro che stelle del grande schermo facciano affacciate nei salotti (e, diciamocelo, nei PC) di tutti noi. In questo senso uno degli esempi più rappresentativi dell’ultimo periodo è sicuramente True Detective, che sfoggia un uno-due di grandi nomi che non ha nulla da invidiare alle produzioni hollywoodiane.
Woody Harrelson e un Matthew McConaughey fresco di Oscar interpretano in questa serie a marchio -e  te pareva- HBO due investigatori della omicidi alle prese con le ramificazioni presenti di un vecchio caso cui avevano lavorato insieme vent’anni prima. Le loro vite hanno preso nel frattempo strade molto diverse, ma la prima metà della stagione si occupa di ricostruire l’antefatto con un corposo flashback che prepara la scena ai nuovi sviluppi, e lo spettatore impara di fatto a conoscere i due ormai ex-colleghi in un periodo in cui lavoravano gomito a gomito come da tradizione poliziesca americana.
Come si può immaginare True Detective punta decisamente sulle interpretazioni delle due stelle, e per quanto Rust Cohle, il personaggio di McConaughey, rubi inizialmente la scena, è alla lunga il Marty Hart di Harrelson che si rivela essere il più stratificato e interessante dei due partner. Se infatti Rust con i suoi vagheggiamenti pseudo-filosofici, le sue sentenze sibilline e la generale aria di uomo che ha visto cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare è tra i due il personaggio di maggiore impatto, la sceneggiatura fa fatica ad innalzarlo oltre il livello di maschera, e sulla distanza sono i problemi da uomo della porta accanto di Marty che coinvolgono maggiormente lo spettatore. Certo, empatizzare con un figuro violento, ipocrita e immaturo come il detectitve Hart è difficile, ma visto che dall’altra parte c’è un nichilista pop impegnato nei suoi tentativi di sollevare il velo di Maya, ci si accontenta.
Ad ancorare al suolo True Detective deve dunque contribuire anche l’incredibile caratterizzazione delle paludi della Louisiana come un vero e proprio organismo vivente, spesso ostile. L’ambientazione stile “America profonda” viene tentata con una certa frequenza, ma raramente con risultati paragonabili a quelli che abbiamo di fronte in questo caso, dove la bellezza naturale viene sfruttata per convogliare un senso di pericolo aleggiante che non può mancare nella storia di un’indagine su di un serial killer.
Quello che manca a True Detective è però il colpo d’anca che gli permetta di distaccarsi dalla massa di storie hard boiled raccontate negli anni. Non starò qui ad argomentare che la serie non sia un buon prodotto di intrattenimento, ben confezionato e con senso della misura nel bilanciare nuovi sviluppi nella trama e l’elaborazione sui molti spunti man mano introdotti, ma non posso negare che già dalle prime puntate ho avuto la netta sensazione che il discorso e il tono di True Detective non avessero particolari margini per creare qualcosa di davvero unico e potente, e arrivato alla conclusione delle otto puntate questo di più non è stato messo in campo.
Se non ho capito male le stagioni di questa serie sono progettate per essere autoconlusive, e dunque l’anno prossimo verranno introdotti nuovi personaggi, nuovi attori e una nuova ambientazione. Non so bene cosa aspettarmi, nè cosa vorrei che gli autori facessero per convincermi a proseguire la visione (sicuramente assicurarsi il mio favore sarà la loro massima priorità), per cui aspettiamo nuove sulla prossima stagione e speriamo bene.