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RCR – Un ritratto in sette punti

RCR Arquitectes

Lo scorso mese il gruppo di architetti catalani RCR – Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta – è stato insignito del premio Pritzker. Sebbene di tratti di uno studio che calca la scena architettonica da ormai trent’anni e che è stato già insignito di riconoscimenti di grande prestigio – dal 2011 sono honorary fellow dell’AIA e dal 2012 del RIBA, sono stati finalisti del Mies Van Der Rohe Award e nel 2015 hanno vinto la medaglia d’oro della Académie d’Architecture francese – il loro lavoro non ha avuto il successo mediatico di altri architetti e l’assegnazione del premio ha sorpreso molti, anche perché per la prima volta a vincere il prestigioso riconoscimento è stato un collettivo.

La scelta risulta invero meno sorprendente se si leggono le dichiarazioni della giuria – presieduta da Glenn Murcutt – e se ci si sforza di rintracciare una continuità con l’assegnazione dello scorso anno, che ha visto trionfare Alejandro Aravena. In uno dei passaggi cruciali si legge:

In quest’epoca c’è una questione importante su cui si interrogano le persone di tutto il mondo, e non riguarda solo l’architettura. Ma anche la politica, la legge e i sistemi di governo. Viviamo in un mondo globalizzato e tutto ha una dimensione internazionale dal commercio alla cultura. Ma sempre più spesso le persone temono che, a causa di questa dimensione, possiamo perdere i valori locali, l’arte e i costumi locali. Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta ci dicono che forse è possibile avere entrambe le cose. Ci aiutano a vedere, in una maniera poetica, che la soluzione al problema non è scegliere l’una o l’altra ma che, almeno in architettura, possiamo aspirare ad avere entrambe; le nostre radici ben salde nel terreno e le braccia protese verso il resto del mondo.[1]

Leggere una continuità nelle ultime due assegnazioni appare quindi quantomeno plausibile: premiare la consapevolezza e la valorizzazione delle realtà locali e specialmente l’engagement sul territorio. Non è infatti secondario che dal 2008 RCR gestisca Lab A, uno spazio per la promozione della ricerca trasversale e collettiva e nel 2013 abbia fondato Bunka Fundació Privada, che ha come obiettivo la valorizzazione sociale dell’architettura e delle arti.

Se i presupposti sociali e culturali, identitari vorrei dire, dello studio sono molto chiari, altrettanto definita è l’idea fisica di spazio e architettura che RCR propone dal 1987. Sono molte le letture critiche che si potrebbero fare della produzione dello studio di Olot – dal loro inserimento nella scuola catalana alla ricerca materica e plastica – ma credo che la più efficace maniera di presentare il lavoro di RCR sia quella utilizzata nella mostra curata da Josep Maria Montaner nel 2015 nel Palau Robert a Barcellona e organizzata dalla stessa Fundació Bunka. Il percorso espositivo pensato da Montaner si articolava intorno a sette grandi temi dell’architettura, rappresentati da altrettanti progetti e accompagnati da materiale audiovisivo e scritti autografi degli architetti. Questa non è forse la sede per presentare enciclopedicamente l’intero lavoro di RCR, ma analizzare brevemente i nuclei tematici affrontati nella mostra può aiutare a capire l’essenza delle loro architetture.

Pista di atletica di Olot

Mediazione con il paesaggio

Nella dicotomia tra ambiente naturale e ambiente costruito le architettura di RCR lavorano come ponti: non rinunciano mai alla propria matericità né suggeriscono un’assenza; si articolano invece nello spazio con volumetrie spesso ad andamento orizzontale, incorniciando il contesto attraverso svuotamenti o elementi slanciati e richiamandolo attraverso le proprie cromie. Nel caso della pista di atletica di Olot, ad esempio, l’edificio che ospita le strutture di supporto all’attività sportiva si innesta ai margini della pista; quando gli alberi che circondano la struttura sono rigorosi la nascondono e la esaltano per contrasto cromatico allo stesso tempo, quando sono invece spogli ne esaltano la silhouette.

Teatro La Lira

Sequenze di spazi

Tanto gli interni quanto gli spazi intermedi tra interno ed esterno sono trattati dal gruppo catalano come un susseguirsi di ambienti consequenziali: le transizioni tra lo spazio intimo e quello pubblico sono così mediate e caratterizzate di volta in volta a seconda delle esigenze. Così, nel progetto per il teatro La Lira a Ripoli, ad esempio, lo sguincio del grande spazio coperto genera virtualmente due spazi diversi che mediano tra i due estremi.

Vineria Bell-lloc

La presenza del tempo

L’idea che l’architettura non sia solo qualcosa di persistente, ma, in qualche modo di pre-esistente – in quanto rispondente al luogo – è una delle maggiori qualità del lavoro di RCR e che si traduce in uno dei loro marchi di fabbrica: la scelta del materiale. Sono le interazioni tra luce e materiale (molto noto è l’uso dell’acciaio corten nell’opera dei catalani) a determinare le variazioni dell’architettura nel suo corso di vita, ma anche nel corso della giornata o delle stagioni. Nella vineria Bell-lloc è proprio il gioco della luce che passa attraverso i portali di corten a determinare lo scorrere del tempo e a identificare diverse atmosfere.

Biblioteca Sant Antoni – Joan Oliver

Funzione pubblica e sociale

Dell’engagement sul territorio dello studio si è già parlato, ma l’impegno sociale si determina non sono con le attività collaterali alla progettazione. La scelta delle localizzazioni, l’ampia presenza di spazi pubblici e semi-pubblici è un must nella progettazione dei catalani: nessuno spazio è veramente precluso. Guardando alla biblioteca Sant Antoni – Joan Oliver, ad esempio, è evidente come l’articolazione dei volumi non miri soltanto a creare spazi intermedi tra la città e quelli interni, ma anche a ricollegare e riconnettere brani di città che sarebbero altrimenti distinti.

Museo Soulages

Struttura e materialità

Le architetture di RCR sono spesso composte per giustapposizioni di masse semplici, articolate in varie forme. La tettonica della massa, tuttavia, non è sempre espressa in maniera uniforme: spesso è la tessitura del materiale di rivestimento a determinare la percezione primaria dei volumi, accompagnandola sempre all’aspetto tattile e di profondità. Anche in casi come il museo Soulages a Rodez in cui le masse sono più compatte, la loro giustapposizione determina sempre un interessante gioco di ombre e contrasti che permette di percepire i singoli componenti del progetto.

Ristorante Les Cols

Dematerializzazione

A bilanciare, e allo stesso tempo completare, gli aspetti di matericità e tessitura precedentemetne elencati è il tema della smaterializzazione. Il senso dei limiti e delle stesse masse è, come già evidenziato, frutto anche di una ricomposizione percettiva: l’utilizzo delle superfici trasparenti, altro marchio di fabbrica insieme al corten, cerca sempre di ampliare la percezione, sfondando il limite tra interno ed esterno, come è evidente nel ristorante Les Cols.

Crematorio di Hofheide

Il sistema

Questo è certamente il punto meno chiaro e più complesso della categorizzazione. Si tratta, in realtà, non tanto di un principio compositivo come i precedenti, ma di fattore operativo: in ognuno dei lavori sono presenti i sei principi sopracitati, ma è la loro combinazione e la variazione del loro speso specifico a rendere ogni progetto adatto al luogo in cui si deve inserire. Nel crematorio di Hofheide, ad esempio, il tema della tessitura, quello della mediazione con il paesaggio e quello degli spazi sequenziali hanno maggiore influenza, determinando un edificio che, nella sua composizione materica e percettiva, recupera la scansione verticale del contesto, ma presentandosi – per ragioni legate chiaramente alla sua funzione – più ermetico di altri.

Questa breve analisi non pretende certo di essere esaustiva della trentennale opera di RCR, ma serve forse a rendere un’idea del loro modo di intendere l’architettura, delle ragioni del loro successo e, forse, dei possibili nuovi trend dell’architettura dei prossimi anni.

[1] Traduzione dell’autore, or. “In this day and age, there is an important question that people all over the world are asking, and it is not just about architecture; it is about law, politics, and government as well. We live in a globalised world where we must rely on international influences, trade, discussion, transactions, etc. But more and more people fear that, because of this international influence, we will lose our local values, our local art, and our local customs. They are concerned and sometimes frightened. Rafael Aranda, Carme Pigem and Ramon Vilalta tell us that it may be possible to have both. They help us to see, in a most beautiful and poetic way, that the answer to the question is not ‘either/or’ and that we can, at least in architecture, aspire to have both; our roots firmly in place and our arms outstretched to the rest of the world.” via Pritzker Prize Foundation