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Gli Usa di Trump e l’Europa sul fronte migrazioni: compagni di merende

Proprio così, compagni di merende. Precisiamo però in che termini. A scuola ci sono sempre stati a ricreazione i gruppetti che fluttuano per le scale e i corridoi, quelli che quando esci dalla classe​ sono talmente ben trapanati negli stessi posti a parlare delle stesse cose che tu, il vecchio e​caro lupo solitario sfigato, sei costretto ad attuare il vecchio e caro slalom per non incapparci dentro. È un percorso difficile quello. Quando​andavo a scuola io c’era una grande varietà di gruppetti che per quanto considerassi del tutto naturali mi hanno sempre fatto molto ridere. Sembravano tutti molto diversi, chi portava le Vans, chi le All Star, qualcuno quache celtica qua e là e qualcuno falce e martello​.

Rigorosamente o​gnuno si indignava per l’atteggiamento ​e le ostentazioni degli altri. Ci ho pensato a lungo a quale gruppo potessi appartenere, così per naturale curiositas adolescenziale, e sono giunto alla conclusione che tanto far parte di tutti sarebbe stata la cosa migliore ​in quanto nonostante si impacchettassero in vestiti e toni ​diversi, avessero colonizzato angolini dei corridoi ben distinti mangiavano tutti la stessa merenda. Cambiava la confezione, ma la sostanza era sempre la stessa.

​ In fondo dunque erano compagni di merenda.​

A partire da questa riflessione questo articolo vuole analizzare brevemente come strategie e direttive di immigrazione del governo Trump che indignano il mondo occidentale fatto di padri buoni famiglia strenui templari della democrazia e del solidarismo non siano molto lontano  da quelle europee. 

A cambiare è la confezione ma il principio di​sostanza è la stesso​.

Pensateci nella vita di tutti i giorni quanto sono diventate importante le confezioni, se impacchetti bene non è così importante cosa c’è dentro, qualcuno che compra comunque lo trovi. Ad ogni modo venderai a maggior prezzo un prodotto con una bella confezione piuttosto che un ottimo prodotto con una confezione scrausa.

Sta di fatto che noi cittadini dobbiamo smettere di abbuffarci tanto pe’ magnà.

​Altrimenti il r​ischio è​: essere intortati.

POLITICA DI TRUMP E LE VICENDE

Venerdì 27 gennaio Trump ha firmato il quattordicesimo ordine esecutivo della sua presidenza intitolato: Misure per proteggere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi stranieri sul territorio nazionale. Il titolo già ci dice molto. È iniziata una nuova era.

Lo avevamo sospettato tutti che Trump fosse un fanfarone ciarlatano che aveva strumentalizzato il tema del terrorismo e della migrazione e invece no. Ha promesso e ha mantenuto.

Ma cosa prevede esattamente?

I punti salienti: Congelati per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e per quattro mesi il programma di relocation dei rifugiati (che poi ripartirà a quote annue dimezzate, passando da 110.000 posti a 50.000).

Bloccato totalmente e a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi in fuga dalla Siria, definito come “dannoso” per gli interessi statunitensi.
Nel divieto di ingresso per i cittadini dei paesi interessati sono inclusi anche coloro in possesso di green card – e cioè con legittima residenza sul suolo statunitense – e i titolari di doppia cittadinanza (statunitensi esclusi, ovviamente). Restano possibili eccezioni sulla base di una valutazione caso per caso da parte della polizia di frontiera e aeroportuale. Questo che significa? Un aumento smisurato della discrezionalità della polizia di aeroportuale e di frontiera nella valutazione dei casi che non è definita attraverso dei criteri di trasparenza e onnicmprensivi.In aggiunta, viene sottolineata la gravità di una clausola sulla base della confessione religiosa. Banalissimamente una selezione severa dei rifugiati provenienti dagli stati islamici, i cristiani e altre minoranze religiose prima rispetto ai musulmani. Obiettivo: preservare l’Occidente.

Ecco perché è illegale

Come è stato fatto notare dai giudici federali che hanno bloccato l’ordine esecutivo sono due gli strumenti che ne contestano la legalità: la Costituzione, una legge del 1965 contro la discriminazione E LA Convenzione di Ginevra del 1951.

La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l’eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L’ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso.         ​

Una legge del 1965, precisamente The Immigration and Nationality Act che vieta la discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. La discriminazione in questo caso è aggravata dalla logica religiosa che dà priorità ai cristiani e ad altre minoranze religiose perseguitate.

Nella misura in cui il decreto è applicabile a un richiedente asilo, questo non pare assicurare il principio di due process (ovvero la valutazione dei singoli casi) proprio in virtù della forte discrezionalità che viene data alla polizia di frontiera né adempie all’obbligo di non refoulment, ovvero di non respingimento che vieta il respingimento forzato di individui provenienti da zone di conflitto, sancito​ dalla Convenzione di Ginevra.

​ECCO COME VIENE GIUSTIFICAT​O​

E’ una questione di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo. Questo a quanto pare l’ampia discrezionalità data alla polizia nella valutazione degli ingressi di stranieri negli USA compresi anche i possessori di Green Card.​

​Oltre alla precisazione che sono stati respinti numerosi immigrati non provenienti dalla lista dei paesi c.d. “pericolosi” la verità è ancora un passo più avanti, come spesso accade, rispetto alla politica in quanto nessuno degli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni su suolo americano è stato commesso da cittadini dei sette stati sulla lista nera di Trump o tantomeno da rifugiati siriani.

​Un recente studio scientifico fatto da Cato Institute è stato dimostrato che delle persone (anzi, tutte) che hanno perpetrato attacchi terroristici sul suolo americano sono erano nati o residenti negli Stati Uniti.

​Lo stesso studio inoltre dimostra la mancata correlazione tra terrorismo e immigrazione. Infatti viene dimostrato chela probabilità che un cittadino statunitense perda la vita a causa di un atto di terrorismo commesso da un rifugiato è estremamente remota 1 su 3.6 miliardi.

IL SUMMIT DELL’UNIONE EUROPEA A MALTA 

​L’unione Europea che si preoccupa da tutti i lati, giustamente, di indignarsi a Trump all’ultimo Summit tenutosi a febbraio a Malta, La Valletta, a dimostrato di essere allineata su tutti i fronti alle politiche di Trump ma di confezionarli in pacchetti più carini.  Allo stesso modo infatti viene utilizzato l’approccio emergenziale securitario e viene chiaramente esplicitata l’intenzione di respingimento  dei migranti. Secondo al Dichiarazione di Malta firmata da tutti i partecipanti al Summit si possono evincere i punti chiave di azione:

​1. Contrasto immigrazione irregolare

  1. Contrasto alla traffico di esseri umani
  2. Lavorare con i paesi di di partenza come la Libia e altri paesi del Nord Africa e delll’Africa Subsahariana​

Per raggiungere questi obiettivi si è pensato di utilizzare uno strumenti prioritario, la cooperazione con la Libia.

Dunque cooperazione, training della guardia costiera per impedire alle imbarcazioni di partire, adeguare i centri di accoglienza a standard minimi, sensibilizzare i migranti circa i rischi che corrono e infine per assicurare alla Libia che non corre il rischio di essere il tampone dell’Europa è stato previsto anche di rendere più efficaci i controlli alle frontiere via terra libiche. Dunque di fatto abbiamo tre elementi che ci ricordano le poltiche di Trump: di fatto il respingimento con l’inasprimento dei controlli via mare e via terra e l’approccio emergenziale che è chiaramente frutto della volontà di salvaguardare la sicurezza nazionale.

Ci sono due punti da aggiungere a tutto questo: il primo è che viene apertamente vìolato il principio di non respingimento, in quanto più del 39% di migranti provenienti dalla Libia viene riconosciuta la protezione internazionale con l’aggravante che le condizioni disastrose libiche in termini di accoglienza di migranti, che prevedono prigioni, torture, violenze sessuali non rientrano negli standard minimi che lo possano definire come un paese terzo sicuro. Inoltre la Libia è uno dei paesi che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Date tutte queste premesse va da sè che respingere migranti in Libia ance con una cooperazione e training in atto ad oggi provocherebbe gravissime conseguenze per la vita di migliaia di persone.

Per rafforzare la collaborazione con la Libia a questa dichiarazione di intenti è stato firmati e ratificato un Memorand​u​m d’intesa tra l’Italia e il governo libico, o sarebbe più corretto dire uno dei governi libici, ovvero quello di Farraj per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Chissà che ne pensano gli altri governi libici.

Il fatto che il Memorandum faccia uso della parola “clandestino”  come sinonimo di migrante irregolare che non propriamente non ha significato giuridico e che è stata, grazie al supporto ​dell’Associazione Carta di Roma, è stata cancellata dalla documentazione ufficiale italiana, la dice lunga sull’approccio che è stato utilizzato e purtroppo ance sulla competenza di chi lo ha concepito e stilato.

Lontano da retoriche populiste che non mi appartengono c’è ancora molto da fare in Europa e negli Stati Uniti per dare sostanza alla retorica dei diritti dei migranti.

La verità è che la campanella è suonata, la ricreazione è finita e ora sarebbe ora di guardare oltre i gruppetti e capire che siamo tutti nella stesa classe.

TUTTI GLI ODI VENGONO AL PETTINE

TERRORISMO, FENOMENO MIGRATORIO E LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Il 19 dicembre alle ore 20:02 il clima di Natale di Berlino viene sconvolto da un camion he irrompe nella calma natalizia provocando 12 morti e 56 feriti.

L’attentato di Berlino è un’altra tappa, ahimè l’ennesima, del percorso di paura e terrorismo che batte la nostra epoca, la nuova frontiera della guerra ineguale che sconvolge ancora tutte le regole del combattimento, le linee, il tempo e la divisione degli attori della guerra che ci sono state insegnate dalle sudate carte. L’attentato di Berlino è stata l’ennesima presa di coscienza che ci stiamo tutti dentro e che in fondo non possiamo farci nulla, siamo pedine in mano al caos e al caso di questa guerra che immola un po’ tutti, chi ci crede e chi no, chi la vuole e anche chi come Pino al bar di Piazza Fiume non ne conosce nemmeno l’esistenza. Di fronte a tutto questo il pericolo più grande è quello di non comprendere più chi è il nemico e ricadere nell’atavico tutti contro tutti per la sopravvivenza di ciascuno, il vecchio e caro dogma dell’homo homini lupus che non può che finire con l’implosione del castello di sabbia nel quale stiamo tentando a fatica di rinchiuderci.

L’ATTENTATO DI BERLINO

Si chiama Anis Amri, ha 24 anni, è nato in Tunisia, la sua carta d’identità e le sue impronte digitali sono state trovate dentro il camion. Anis Amri era un migrante che dopo essere stato incarcerato in Italia per atti vandalici si è trasferito in Germania invece di essere rimpatriato nel suo paese d’origine: la Tunisia che non ha collaborato nell’iter procedurale del rimpatrio. Grazie a questo vuoto normativo Amri ha avuto la possibilità di andare in Germania, fare domanda di asilo aspettare una risposta negativa a causa di insufficienza di documenti, radicalizzarsi e procedere. Il ragazzo era già sotto controllo delle autorità tedesche in quanto altamente sospettato di poter attentare la sicurezza pubblica.

Potremo dare la colpa alla scarsa efficienza delle forze dell’ordine tedesche, alla scarsità del garantismo procedurale in ambito di rimpatri che ha fatto sì che un soggetto pericoloso viaggiasse liberamente sul suolo europeo o semplicemente alle cellule radicali che serpeggiano e arruolano soggetti vulnerabili nei paesi europei o forse potremmo dare la colpa a tutto questo insieme di fattori e anche questo non sarebbe sbagliato. All’indomani e a solo poche ore dall’attentato sono state numerose le reazioni e i dibattiti circa il tema dell’immigrazione e il terrorismo. Largo a chi da quando ha avuto inizi la crisi migratoria ha sempre legato immigrazione terrorismo, “profughi” (che per la cronaca è un termine giuridico che è privo di significato) e insomma a tutta quella schiera politica che ha costruito la sua bandiera sulla paura di chi non siamo noi. Che poi se qualcuno mi spiegasse chi siamo questi Noi sarebbe fantastico.

Fermo restando la condanna perentoria a qualsiasi atto violento e terroristico fatto in nome di qualsiasi dio e/o idea e compiuto da qualsiasi persona il quesito che dobbiamo porci è quali sono le conseguenze a lungo termine per la convivenza multiculturale che piaccia o no ci sarà.

L’EDITORIALE VITTORIO FELTRI: “ANDATE TUTTI FUORI DAI COGLIONI”. IL TRIPUDIO DELLA BANALIZZAZIONE

All’indomani dell’attentato Vittorio Feltri non di certo famoso per i suoi toni pacati e democratici sazia pance affamate di frasi xenofobe, analisi dozzinali sulla cultura islamica e il classico e banalissimo manicheismo Oriente e Occidente, Islam e fede cattolica il tutto condito da una volgarità linguistica spicciola e demagogica. Buon appetito!

Tra le sue parole: “ Facciamo di tutto, noi cristiani, per renderci simpatici agli islamici sfegatati e loro ci ripagano sgozzandoci. A Berlino ieri sera ne hanno stecchiti nove (tedeschi) travolgendoli con un camion lanciato all’impazzata sulla folla. I feriti non si contano. La contabilità precisa l’avremo oggi. Cosa dobbiamo fare se non odiare chi ci odia? Siamo esausti. Vogliamo liberarci da chi ci minaccia e stermina. Coraggio, mandiamo questa gente fuori dai coglioni.”

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Capisco la difficoltà d’interpretazione, perché è un tema complesso. Con 360 mila arrivi via mare in Europa nel 2016, più di un milione di arrivi nel 2015 e una prospettiva di strutturalizzazione del fenomeno migratorio considerata la situazione nel medio oriente e in alcune regione dell’Africa come l’Eritrea, l’Etiopia, il Sud Sudan, il Niger, la Libia – tanto per nominarne alcuni- suggerisco la difficoltà di levarsi dai coglioni chi scappa da violenze e conflitti perché levarseli dai coglioni significherebbe abbandonarli alla tortura, alla persecuzione e spesso “regalargli” la morte. A quel punto gli sfegatati che sterminano chi sarebbero? Poi non consideriamo quegli strumentini lì del diritto internazionale tipo la Carta dei diritti dell’uomo o la Convenzione di Ginevra o per carità la stessa Costituzione sulla quale si fonda la nostra cultura democratica che ci indicano l’accoglienza e dunque l’integrazione che fa parte di questo processo non come una scelta ma come un dovere.

Insomma polemiche a parte diciamo che la risposta di Feltri a lungo termine non sembra avere uno scenario propriamente roseo semplicemente perché banalizza la questione. Risulta difficile anche fare una critica più dettagliata considerando la sua vaghezza cosmica non si capisce bene nemmeno a chi si riferisca, se ai terroristi, se alle persone di fede islamica oppure a tutti i migranti.

Ad ogni modo le considerazioni che andrebbero fatte sono ben più profonde e riguardano il nostro sistema di integrazione, il modello al quale ci ispiriamo in quanto i numeri di arrivi che oggi sentiamo in modo così astratto saranno tutte le persone che decideranno di vivere nel nostro suolo e che lavoreranno, andranno a scuola, faranno i corsi di inglese e vivranno nel nostro vicinato. Le risposte che diamo oggi, l’approccio che plasmiamo è la chiave del futuro.

 

I RISCHI DI UN APPROCCIO DI PAURA –  La profezia che si auto-avvera ?

Legare il terrorismo al fenomeno migratorio aumentando la paura come nel caso di Vittorio Feltri è un rapporto lose-lose per tutti. Impoveriscono l’accesso ai diritti fondamentali dell’uomo sfatando l’universalismo, creano confini netti tra culture e identità in un mondo fatto di identità arlecchine. Insomma creano disagio, un disagio che si tramanda di generazione in generazione e che crea rabbia perché tutti i disagiati sono arrabbiati e rabbia e disagio sono il terreno fertile per la radicalizzazione.

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Secondo il filosofo canadese Kymlichka celebre per le sue analisi del successo e del fallimento del modello multiculturale esistono dei fattori che possono inceppare e far fallire un’integrazione basata sui principi democratici degli immigrati nel tessuto sociale e un’integrazione della società nei confronti dei nuovi arrivati.

Tra questi vi è la SICURIZZAZIONE: tanto più uno Stato e l’opinione pubblica percepisce gli immigrati nel loro complesso come problema di sicurezza pubblica e non di policy sociale tanto più gli immigrati verranno percepiti come una minaccia facendo diminuire il godimento dei diritti fondamentali dell’uomo.

  • Si veda modello approccio Feltri.

La probabilità di integrazione nel rispetto reciproco diminuisce tendenzialmente tutte quelle volte che si ha la percezione di una carenza di controlli di frontiera. Fenomeni come inaspettate onde di immigrati producono panico sociale e aumentano la possibilità di radicalizzazione.

  • Si veda la retorica dell’invasione

CONTRIBUTI ECONOMICI: un paese è più predisposto a investire sull’integrazione se ha la percezione che gli immigrati siano motivo di sviluppo economico del paese.

  • Si stima che nell’opinione pubblica la maggioranza abbia la percezione che l’immigrazione sia solo un costo. Elevatissimo tra l’altro.

Quanti di voi sanno che 2,3 milioni di stranieri che lavorano in Italia hanno prodotto, solo nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). E che i contributi pensionistici versati dagli stranieri occupati nel 2014 hanno raggiunto quota 10,9 miliardi (Rapporto Fondazione Leone Moressa)?

Quello su cui dovremo riflettere di più è che le risposte che diamo oggi sono il nostro futuro e che sia per Noi che per Loro in fondo tutti gli odi vengono al pettine persino quelli lontani nel tempo e nello spazio; meglio scioglierli ora piuttosto che crearli.

LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Lungi da cadere nel buonismo cosmico che detesto resta ovvio che per tutti coloro che vengono considerati come già radicali e con chiare intenzioni di attentare la sicurezza pubblica devono essere allontanati, come definito dalla normativa nazionale ed internazionale. Ma non per colpa loro attenteremo noi stessi i principi democratici alzando voci islamofobe, razziste e anti-democratiche, bensì è grazie a questa consapevolezza che dovremmo rafforzarle.

La Costituzione, il calderone incommensurabile di principi democratici, deve essere il porto sicuro, la misura di tutte le relazioni, norme e azioni politiche in ambito migratorio in quanto ha gli strumenti per plasmare le regole della trasformazione che l’immigrazione porta con sé. Una trasformazione che deve essere concepita come multipla, sia della maggioranza, il paese ospitante, che della minoranza per scongiurare l’implosione sociale.

La Costituzione inoltre non è solo misura ma il linguaggio che questa rivoluzione deve assumere da parte di entrambi gli interlocutori: gli stranieri e le istituzioni. In tal modo viene assicurato il limite dentro il quale questa trasformazione avviene per entrambi definendosi così dentro il linguaggio liberaldemocratico. Solo in tal modo è possibile alleviare i timori e le paure che sono alla base della gestione securitaria. Ed è proprio grazie all’utilizzo pedante di questa fonte primaria che dovremmo avere tutti meno paura che qualcuno possa “attentare” la nostra democrazia, in quanto è dal rispetto di questa che nasce il principio d’integrazione.

Amen.

 

Hotspot Italia: gli abusi denunciati da Amnesty International

Hotspot, i centri d’emergenza per i richiedenti asilo istituiti dall’Unione europea dove vengono avviate procedure accelerate di identificazione e smistamento, chi ha diritto resta chi no vada pure a casa sua, i rimpatri forzati; il bilico di responsabilità tra Italia e Unione Europea, il cane che si morde la coda, la patata bollente che passa di mano in mano e tutti si scottano. È di questi temi che si occupa il rapporto di Amnesty International sugli Hotspot uscito il 3 Novembre.

HOTSPOT, CHI LI HA CONCEPITI, PERCHE’, QUANDO E DOVE

Relocation, Migration compact, redistribuzione, ricollocazione, direttive, riunioni del consiglio dei ministri, numero di arrivi in Italia, Ungheria, Grecia, Austria, qualche aberrità di Salvini e ancora bla bla bla bla bla bla bla. Se anche voi ad un certo punto non ci avete capito più nulla, keep calm che è tutto normale. Cerchiamo di fare almeno un po’ di chiarezza.

Perché sono stati ideati? Secondo il Regolamento di Dublino, i migranti hanno il dovere di chiedere asilo nel primo paese d’arrivo così come il paese di arrivo ha il dovere di garantire non solo la loro identificazione ma anche la loro permanenza nel proprio terriorio durante la procedura di richiesta di asilo. Quando fu concepito il regolamento i tempi erano diversi un po’ per tutti, l’Italia e tantomeno la Grecia non immaginavano “tanti” arrivi.  Tutti sappiamo che molti delle eprsone che vengono vogliono raggiungere Germania, Svezia, dove il più delle volte hanno famiglia o amici da cui appoggiarsi e sentirsi in qualche modo a casa.

Per diminuire il numero di migranti, in percentuale ancora molto bassi rispetto a molti paesi di accoglienza, l’Italia ha per molto tempo adottato un metodo vecchio come il cucco ovvero quello  chiudere un occhio non identificando la maggioranza di migranti, soprattutto siriani ed eritrei, permettendogli di andare oltre infrangendo la normativa vigente. Aum Aum insomma.

Quando l’immigrazione si è trasformata nel nuovo oppio dei popoli, strumento privilegiato, una sorta di catch all di voti e contemporaneamente gli arrivi si sono intensificati l’Europa ha pensato che era ora di fermare L’AUM AUM. Nascono così gli hot spot –punti caldi di arrivo-

L’obiettivo alla base come dice il rapporto stesso è infatti: “Una drastica diminuzione degli spostamenti irregolari di rifugiati e migranti verso altri stati membri dell’Ue, uno degli obiettivi chiave, doveva essere raggiunto tramite l’acquisizione delle impronte digitali, nella prospettiva di assicurare la possibilità di un loro rinvio, secondo il Regolamento Dublino, verso l’Italia o altri paesi di primo ingresso”. Per compensare è stato varato il programma di relocation, che prevedeva la ricollocazione di 40.000 migranti dall’Italia a diversi paesi europei secondo una base di quote. Ad oggi poco più di un migliaio sono stati ricollocati.

Chi li ha concepiti e quando: Dopo tutti i battibecchi spesso incocludenti su raccomandazione della Commissione Europea sono stati concepiti, nel maggio del 2015, e decisi dal Consiglio Ue a giugno, gli hotspot con il mandato di ottenere il “100% delle identificazioni” all’arrivo. Il loro allestimento è uno dei punti centrali dell’Agenda sulla Migrazione. L’approccio hotspot è stato presentato come la risposta dell’Unione europea all’alto numero di arrivi e alla necessità di fermare la circolazione di migranti irregolari nel territorio europeo. Insomma per i migranti vige la legge: dove puoi arrivare lì rimani e devi essere anche contento!

Dove sono: Gli hotspot fino ad ora in funzione sono a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto.  Offrendo gli hotspot servizi ai migranti appena arrivati molto simili ai servizi offerti da  centri già esistenti in Italia –chiamati Centri di primo soccorso e assistenza (Cpsa)- sono stati allestiti spesso proprio nei CPSA già esistenti. La capienza dichiarata è di 1600 posti in totale, che a dirla tutti rispetto ai numeri complessivi non rappresenta propriamente una svolta.

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COSA VIENE FATTO NEGLI HOTSPOT

Adottato come metodo per consentire l’applicazione effettiva del regolamento di Dublino l’hotspot, che non è niente altro che un centro di primissima accoglienza, prende le impronte digitali, fa una rapida valutazione di chi ha bisogno di protezione e chi può tornare indietro.

I LIMITI RILEVATI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Prima di sollevare polveroni apocalittici e gridare ai celerini infami bisogna sottolineare che il rapporto sottolinea la grande professionalità della polizia nella maggioranza dei casi che li vede coinvolti. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Tuttavia la maggior parte dei casi non è tutti i casi e per ogni singolo individuo deve valere il rispetto della dignità umana sulla quale si basa la nostra democrazia.

Impronte digitali prese con la forza:  Una donna di 25 anni proveniente dall’Eritrea ha riferito che un agente di polizia l’ha ripetutamente schiaffeggiata sul volto fino a quando non ha accettato di farsi prendere le impronte digitali.
Numerose le denunce da parte dei rifugiati di essere stati colpiti con bastoni elettrici.
Le storie più forti e quelle delle umiliazioni sessuali:
“Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta. Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso“.

Non oso pensare cosa significhi un trattamento del genere dopo essere stati costretti a fuggire dalla violenza, in tutte le sue forme chissà cosa significa trovarsela davanti alla democrazia che tanto hai voluto. Bah.
Screening sommario:
consiste nel fare una breve intervista per capire se i migranti hanno bisogno davvero di protezione o meno. La famosa divisione tra migranti economici e rifugiati che personalmente trovo davvero ilare. Il mondo accademico e gli esperti avevano fin da subito sollevato dubbi sulla mancanza di chiarezza nei criteri che portano ad una divisione per nulla semplice considerando che l’intervista viene fatta a persone che hanno appena sùbito un viaggio traumatico e che spesso hanno buchi di memoria e difficoltà di espressione. Queste persone spesso non ricordano nemmeno da dove sono partite quando arrivano. Una donna di 29 anni proveniente dalla Nigeria ha detto ad Amnesty International:

“Non sapevo neanche come ero arrivata qui, piangevo… c’erano tantissimi poliziotti, mi sono spaventata. La mia mente era da un’altra parte, non ricordavo neppure il nome dei miei genitori”. 

L’intervista viene fatta dagli agenti di polizia che non hanno un addestramento profondo e adatto a prendere una decisione sul futuro di questi individui. Chi secondo gli agenti non ha i presupposti per chiedere asilo riceve subito un ordine di espulsione – inclusa quella basata sul rimpatrio forzato nel paese d’origine con gravi rischi di violazione dei diritti umani.
come avviene questa intervista? “la polizia deve chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono venuti in Italia, invece che semplicemente domandare loro se intendono chiedere asilo. Siccome lo status di rifugiato non è determinato dalle ragioni per cui una persona ha fatto ingresso in un paese, ma dalla situazione che questa persona affronterebbe se dovesse tornare al paese d’origine, questo approccio si dimostra gravemente difettoso.”

 

IMMIGRAZIONE: LE PROPOSTE DEI DUE CANDIDATI ALLE ELEZIONI USA

IMMIGRAZIONE: IL NUOVO OPPIO DEI POPOLI.

Trump non è certo l’unico nella storia contemporanea ad essersi ingoiato la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1949 per vomitarne una versione che usa le stesse parole ma ne sbudella l’essenza. Basti pensare al cavaliere nero europeo: Orbàn. La dichiarazione universale, quella che ha cresciuto generazione di sognatori ed idealisti (me compresa) di un mondo non più giusto ma più equo dove ognuno ritaglia i suoi spazi senza necessariamente invadere lo spazio di diritto altrui. La nostra epoca è il risveglio dall’onirico entusiasmo egalitario postbellico che sognava un’esistenza più equa, nuda di quei fanatismi che avevano inquinato un’epoca intera. Il nostro risveglio è il risveglio dell’amor proprio più gretto dettato dalla paura che lo spazio di diritto di qualcuno, seppur uno spazio diverso dal nostro, non possa invadere non solo la sfera dell’essere ma anche dell’esistenza dell’uomo post-moderno. Questo significa che confermare nella pratica la fede a quei diritti tanto dichiarati e chiacchierati e poco praticati oggi fa molta paura perché vige il diktat  “ciò che dò a te lo levo a me” e intorno a quel “me” si è dichiarato il ghirigoro del “noi” che rassicura animi inquieti, incerti. La crisi economica, il precariato giovanile, lo smarrimento esistenziale, lo stress esistenziale della vita non rendono forse necessario uno spazio in cui sentirsi protetti? Ma protetti da chi? Dagli “altri”. Ma chi sono questi altri? Boh. In fondo non è poi così importante perché la loro definizione è finalizzata non alla loro affermazione come esseri ma alla nostra dichiarazione di esistenza e sopravvivenza a scapito della loro. Gli altri sono un po’ tutti, uno sciame di camaleonti che si concretizza tutte quelle volte che un Noi necessità di auto-conoscersi per creare sparti acque, un punto fermo tra le vertigini di una confusione totale di quella che Bauman chiama società fluida e che io aggiungo evapora sotto bollori stridenti.

In questo clima di confusione totale, di incertezza ma soprattutto di indecisione (non so voi ma per me quei 10 minuti davanti all’armadio prima di andare a lavoro quando devo scegliere e non c’è più tempo è fonte di ansia terribile) la politica ha acquisito un nuovo ruolo: quello di rispondere a questa incertezza con risposte concrete che rassicurano la grande massa della società liquida. Inevitabilmente il risultato è stato quello di sacrificare la visione politica a lungo termine per la contingenza che fa poco ma raccoglie voti.

L’immigrazione in questo contesto rappresenta lo strumento per eccellenza, mastica la lingua dei diritti umani (non importa se scardinata l’essenza) e dà assuefazione. Il nuovo oppio dei popoli.  Anche se gli Stati Uniti si ravvedono dall’usare slogan marxisti nella strategia politica l’immigrazione si è dimostrata la carta vincente nel “giochetto” tra Trump e la Clinton, la carta prende e togli tutto.

 

LA SINTESI DELLE PROPOSTE

Dopo diversi battibecchi “virtuali”, dichiarazioni confusionarie e d’impatto sulla politica dell’immigrazione presentato dai due candidati il dibattito aveva nell’agenda informale l’attesissima trattazione del tema migratorio a lungo fuorviato nella sua trattazione più profonda e concreta scevra di dichiarazioni sceniche dell’uno e dell’altra parte.  La posizione sul tema migratorio, inevitabilmente correlato alla gestione del terrorismo nell’immaginario collettivo, è senza ombra di dubbio il tema che maggiormente divide e oppone i due candidati.

Come sottolinea il moderatore Wallace la sintesi perfetta e semplificata della divisione netta che li contraddistingue è che Trump «vuole costruire muri» soprattutto facendo riferimento alla dichiarazione fatta sulla costruzione del muro al confine con il Messico mentre  Hillary «non ha presentato un piano specifico su come mettere in sicurezza la frontiera degli Usa con il Messico» ma ha proposto una sanatorie degli immigrati irregolari , sulla scia di quanto fatto dalla legislazione di Obama, e un percorso di integrazione assistito.

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ECCO LE PROPOSTE DEI DUE CANDIDATI, I PUNTI PIU’ IMPORTANTI:

 

  1. SICUREZZA DELLE FRONTIERE

 

La proposta che ha tristemente reso famoso Trump riguarda la messa in sicurezza delle frontiere dall’immigrazione illegale attraverso la costruzione di un muro al confine con il Messico è stata ribadita durante il dibattito. Il binomio è dei più banali: immigrazione illegale uguale criminalità e soprattutto droga, si tratta di “sicurezza nazionale” non sia mai razzismo.

Secondo le sue dichiarazioni la costruzione del muro potrebbe costare tra i 5 e 10 miliardi di dollari, non è stato specificato chi pagherà questo muro ma stando alle dichiarazioni fatte dal Tycoon del giugno 2015 in occasione dell’annuncio della sua candidatura, dovrebbe essere il proprio governo messicano a pagarlo. In tal senso l’operazione risulterebbe avere la logica esattamente inversa rispetto al muro in costruzione in Europa al confine tra Inghilterra e Francia a Calais dove è l’Inghilterra, paese di arrivo, a farsi carico delle spese di costruzione. Dopo l’incontro tra il presidente messicano e Trump è risultato ben chiaro che il “Messico non pagherà nulla e non innalzerà nessun muro” nel frattempo giunge la risposta sarcastica dall’arte, un’installazione “un muro di caricature di Trump”.

Le alternative per il finanziamento proposte sono diverse anche se sconclusionate e disparate, una di queste è quella di intercettare i bonifici fatti da immigrati non regolari e bloccarne l’importo, aumentando le tasse sui visti e soggiorni (come se già non costassero abbastanza….) e sui permessi alla frontiera.

La proposta di Trump ha creato subbuglio e disdegno ma, lo si voglia credere o no, anche molta approvazione.

Dopo aver deriso definendo “fantasie” deliranti le proposte di Trump, la Clinton non è stata propriamente in grado di dare un’alternativa tangibile e concreta su questo argomento, quella che placa gli animi.

Durante il dibattito la candidata si è infatti distaccata dalla posizione di Trump affermando che non è necessaria la costruzione di muri ma è più opportuno rafforzare i metodi di espulsione di quegli immigrati che rappresentano un pericolo pubblico e qualora questo non sia sufficiente rafforzare il controllo alle frontiere. Pur ribadendo la necessità di assicurare la sicurezza nazionale, bene supremo -ricordando il suo appoggio in senato alla proposta di legge del 2013 per il rafforzamento delle frontiere- ha sostenuto che “il confine con il Messico è il più sicuro che abbiamo mai avuto”, e che è giunto il momento di spostare l’attenzione verso “una riforma globale e multilivello sull’immigrazione con un percorso alla cittadinanza.”

Il tentativo è proprio quello di spostare l’attenzione sul fenomeno dell’integrazione piuttosto che sull’emergenzialità che provoca panico e un’escalation di violenza di matrice razzista, già abbastanza in auge in alcune regioni degli Stati Uniti.

 

  1. DEPORTAZIONI E CENTRI DI DETENZIONE

Nel giugno dello scorso anno Trump ha promesso di espellere circa 11 milioni di immigrati senza documenti, ovvero irregolari. Ha promesso di creare una vera e propria “deportation force” imponendo sanzioni a tutti gli immigrati stupratori e spacciatori di droga. Tra le altre, la proposta di triplicare il numero di ufficiali dell’ “Immigration and Customs Enforcement (ICE)” da 5.000 a 15.000 e creare sistemi di coordinazione con forze dell’ordine locali mirando a fare controlli a tappeto a migranti irregolari con il beneficio di sventare cellule mafiose. Nonostante verso fino estate le dichiarazioni del Tycoon hanno visto un certo freno e un alleggerimento dei toni dovuto anche alla paura del precipizio di endorsement, la posizione rimane chiara e anche piuttosto dura.

Per quanto riguarda la candidata Clinton ha messo in evidenza che la cifra stimata per una tale operazione, che de facto consisterebbe in una deportazione di massa, ammonta a 600 miliardi di dollari che peserebbe non poco sul PIL. Aldilà del mero dato economico inoltre la Clinton pone l’attenzione sull’inevitabile conseguenza dello “strappo” all’interno delle famiglie -che vedono ancora figli nati in negli Stati Uniti e dunque cittadini per lo ius sanguinis in vigore con genitori irregolari- e l’aumento del rischio di vite passate all’ombra dell’illegalità e della società. Vengono poi sottolineati i rischi in termini di diritti umani considerando che per effettuare deportazioni di tale entità sarebbero necessarie incarcerazioni di massa e nuove ondate di centri di detenzione già ampiamente denunciate per le disumane condizioni di vita che assicurano.

Alla securizzazione schizzofrenica di Trump la Clinton propone una deportazione più selettiva che riguardi solo chi “minaccia gravemente la sicurezza pubblica” e contrappone percorsi di cittadinanza per quegli 11 milioni di immigrati illegali nel paese (una sanatoria insomma), sostenendo che solo attraverso la legalizzazione si può assicurare una vita dignitosa a queste persone e rendere contemporaneamente l’America più sicura. La promessa è stata quella di lavorare sulla riforma globale dell’immigrazione entro i primi 100 giorni della sua presidenza.

La linea è quella di continuare la strategia di protezione e supporto di alcune categorie di immigrati irregolari inaugurata dalla presidenza di Barack Obama che ha varato due programmi – DACA E DAPA oggi in stallo per un’esaminazione della Corte Suprema – che permettevano a oltre 5 milioni di residenti senza documenti americani o senza visto di fare richiesta di regolarizzazione e così di avere un permesso di lavoro.

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QUALCOSA CHE CI RIGUARDA: LA RICOLOCCAZIONE DEI RIFUGIATI

Dando una lezione a molti paesi europei Hillary Clinton ha promesso di accogliere 65.000 rifugiati siriani e di assicurare ai rifugiati e richiedenti asilo “la possibilità di raccontare la loro storia” insegnando al popolo americano ad ascoltare e capire chi sono i rifugiati aldilà dei numeri. “Abbiamo sempre accolto migranti e rifugiati. Abbiamo sempre fatto capire a queste persone che l’America sarebbe stata la loro nuova casa, che ci sarebbe stato sempre posto per tutti coloro che avevano voglia di fare la loro parte lavorando e mandando i figli a scuola.” dice la candidata riferendosi alla necessità di stabilire percorsi di integrazione bidirezionali tra la comunità e i migranti.Dall’altra parte di questo universo siede la posizione di Trump che si concentra sulla necessità di fare uno screening attento dei rifugiati che cercano asilo negli Stati Uniti. Dopo la sparatoria di San Bernardino Trump ha fatto una delle sue uscite chiedendo “l’arresto totale dei musulmani che entrano negli Stati Uniti”, più tardi rimangiato e addolcito con un divieto temporaneo a tutti quegli immigrati con “una storia comprovata di terrorismo”.

L’Europa muore al Brennero

Il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Europa ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

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UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.