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Il Lavoro minorile e la nostra sporca anima

D’infanzia e minori le nostre giornate sono piene. Non nella quotidianità pratica di ognuno di noi. Personalmente non avendo ne’ fratelli, ne’ figli non vengo toccato direttamente dal tema. Ma, la mia coscienza e il mio ruolo di divulgatore sì. Ciò accade perché in una pubblicità su tre, in molti dibattiti politici e sui media, l’infanzia e i minori sono protagonisti come lo sono le modelle per le maison di sartoria. Singolarmente, nei dibattiti sull’utero in affitto e sulle adozioni vengono posti sempre nella prospettiva dell’adulto e mai del minore o bambino che sia. Ma, a far maggiormente male è l’assenza di dibattito sul lavoro minorile, o meglio sullo sfruttamento di essi.

LE CIFRE – Secondo l’Unicef, nel mondo sono più di 150 milioni i bambini intrappolati in impieghi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione, secondo l’Unicef.

Il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, in quanto sottoprodotto della povertà, che contribuisce anche a riprodurre. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo. In particolare, l’UNICEF considera la differenza tra child labour – sfruttamento economico in condizioni nocive per il benessere psico-fisico del bambino – e children’s work, una forma di attività economica più leggera e tale da non pregiudicare l’istruzione e la salute del minore. Secondo i dati dell’ILO, nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi.

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E’ il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o che fabbricano bracciali di vetro in India. Tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti qui bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. La più alta percentuale di bambini lavoratori si trova in Africa subsahariana (il 25% di quelli tra i 5 e i 14 anni).
In Asia meridionale, il 12% dei bambini nella stessa fascia di età svolge lavori potenzialmente dannosi, rispetto al 5% dei bambini che vivono in Europa centrale e orientale e Comunità degli Stati Indipendenti (Cee/CiS), la regione con il minor tasso di bambini lavoratori. Nei paesi più poveri del mondo, circa 1 bambino su 4 lavora e questo è potenzialmente dannoso per la loro salute.In Asia meridionale sono 77 milioni i bambini lavoratori. In Pakistan l’88% dei bambini tra i 7 e i 14 anni che non vanno a scuola, lavora; in Bangladesh sono il 48%, in India il 40% e in Sri Lanka il 10%.

LE TUTELE GIURIDICHE – Se i dati sconvolgono, a crear maggior scandalo in me è la presenza di chiare norme internazionali a sostegno dell’Infanzia sempre dimenticate e disattese. In Italia, lo sfruttamento del lavoro minorile è vietato dalla legge 977 del 17 ottobre 1967. Nonostante i divieti, l’ISTAT stima che ci siano in circa 120.000 lavoratori tra i 7 e 14 anni.

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Nel 1924 la Quinta Assemblea Generale della Società delle Nazioni, la progenitrice dell’Onu, adottò la Convenzione di Ginevra (o Dichiarazione dei diritti del bambino).Il 20 novembre 1989, con l’approvazione da parte dell’ONU della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, vi è stato un chiaro tentativo di arginare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile. Venne stabilito che i bambini hanno il diritto “di essere tutelati da tutte le forme di sfruttamento e di abuso”

Peccato che alle dichiarazioni di principio, nulla sia corrisposto e che il tema si taccia. Sì, perché in fondo ci conviene. Come consumatori che mai ci informiamo su quel che acquistiamo, ben consapevoli che dietro al prezzo vantaggioso, si nasconda lo sfruttamento di un minore. Come persone, che si lavano la coscienza con una donazione o preghiera, ma a cui poco importa se il proprio datore di lavoro costruisce palazzi pieni di grigio e di speculazione, rendendo schiavi centinaia di bambini nei suoi scantinati di povertà. E ciò avviene anche nelle periferie delle nostre città. Le periferie della nostra sporca anima.

THE THIRD SEX

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Mumbai. Arrivi come straniero nel traffico della città, e d’un tratto, un giorno preciso della settimana vedi accadere qualcosa di eccezionale. Sei seduto su un bollido taxi giallo e nero, in fila da mezzora sulla via principale che costeggia il mare, Marin Drive. I finestrini abbassati sebbene non un filo di vento, sebbene la paura di scontrarti con la povertà che si affaccia dalla strada, anche solo per osservare la Tua diversità.

Ma quel giorno, in genere di venerdì, la povertà si veste a festa, e sei tu che ti affacci dal finestrino a guardarla. Appaiono come delle dee tra migliaia di macchine in coda, sono bellissime, vestite di sari colorati, sbrilluccicanti e vistosamente truccate. Non sono donne, sono gli Hijra! Con uno sguardo deciso e ipnotico ti guardano dritto negli occhi, e non fai in tempo solo a pensare di tirar fuori una moneta che il giovane tassista scuro e sudato porge loro una banconota. Ma come, caro tassista, e tutti i bambini, gli storpi, i lebbrosi, i mendicanti e i finti brahmini che hai bruscamente allontanato finora? Scopro quel giorno la potenza del Terzo Sesso, una potenza temuta soprattutto dagli uomini, perché gli Hijra sono uomini, quasi a tutti gli effetti.

Vivono la maggior parte dei casi in piccole comunità, nelle periferie e nelle campagne intorno alle megalopoli indiane; in casi peggiori invece nascosti in vecchi edifici all’interno della città, dove si prostituiscono. Sono tra i tre e i cinque milioni, e vengono accomunati sotto il termine “Transgender”, il cui significato si scopre diametralmente opposto all’immagine occidentale del transessuale moderno. Transgender sta per colui che non si riesce a definire nel suo genere di nascita, che “va oltre il proprio genere” ricreando la propria identità sessuale; allo stesso tempo “transgender” è un appellativo comune utilizzato per definire coloro di sesso “non definito”.

Durante la colonizzazione inglese, gli Hijra furono dichiarati “tribù criminale”, in quanto “contraria alla decenza pubblica”, secondo un decreto  britannico intitolato “Criminal Tribes Act”, del 1871. Da quel momento la comunità Hijra, essendo stata presentata e discriminata pubblicamente nella sua diversità, è divenuta vittima di accuse, controlli ed ingiustizie. I tentativi di integrazione di questa minoranza nella società sono cresciuti parallelamente alla globalizzazione e alla cooperazione internazionale tra i paesi emergenti ed il resto del mondo. Nell’Aprile del 2008 è stato creato per la prima volta in India e nel mondo un loro speciale consiglio Welfare, seguito dall’elezione di un ministro che ne diventasse presidente, e nello stesso anno un primo censimento ha definito le cifre, le caratteristiche e le condizioni di questa comunità, affinché fossero emessi dei documenti d’identità e fossero definite le cifre per sovvenzioni. A Maggio dello stesso anno è stato creato dal governo un provvedimento per l’accesso universitario degli Hijra ed è stato deciso supportare gruppi di “auto-aiuto” istituzionalizzati al fine di assistere ed educare gli individui alla prevenzione, soprattutto sessuale (il numero di affetti da HIV raggiunge 9000 di centinaia di migliaia di Hijra presenti in tutta l’India, 30.000 soltanto in Tamil Nadu, motivo per il quale è stato più che mai necessario creare nuove politiche di integrazione nei confronti di essi-stime dell’APAC, progetto di controllo per la prevenzione dell’AIDS). Nel Luglio del 2009 l’Alta Corte di New Delhi ha tolto la pena nei confronti degli omosessuali adulti consenzienti, sebbene limitandone il diritto unicamente alla sfera privata; e nel Novembre dello stesso anno gli Hijra hanno ottenuto il diritto di essere registrati come un sesso a sé anche per le tessere e per le liste elettorali; e nel secondo censimento del 2011 si sono potuti effettuare maggiori conteggi e statistiche grazie all’inserimento ufficiale di questa “terza categoria”, alla quale la Municipal Corporation of Delhi (MCD) oggi fornisce una cifra mensile fissa per il sostentamento, grazie alla proposta elettorale di Malti Verma, assessore del partito comunista BJP.

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La richiesta del National Legal Services Authority (NALSA) di inserire la categoria dei “transgender” tra le minoranze emarginate (per poter dare ad essi maggiori diritti e facilitazioni, come un passaporto, la patente-guida, la tessera elettorale e l’accesso ad un maggior numero di istituzioni educative) è riuscita nel suo intento quest’anno, lo scorso 16 Aprile: gli Hijra hanno ottenuto il Diritto di poter scegliere con quale sesso identificarsi.  Forse un po’ in ritardo, considerando che l’India è ufficialmente una democrazia dal 1948, e che la sua Costituzione proclama pari libertà di espressione per ogni individuo, a qualunque razza, religione o casta esso appartenga. Il tabù sessuale permane comunque e influenza quelle dinamiche sociali che ancora non sono state rivelate pubblicamente, legate ancora ad un’idea di “gerarchia” sessuale e castale che fa fatica ad essere superata in un paese ancora non risolto nelle sue contraddizioni.

L’idea di una Terza Identità rivoluziona le categorie filosofiche dell’Essere, dando uno stato di esistenza ad una categoria al confine tra l’essere e il non essere. Infatti il Terzo sesso rappresenta uno status totalmente “altro”, diverso da altre forme di “diversità” già conosciute che rimangono nella sfera di esistenza dell’essere umano come essere-nel-mondo. Il Trans-gender  definisce se stesso come un’identità “aldilà del genere”, nel mondo ma esterno al mondo. Più vicino all’impalpabilità di un dio o alla volatilità di uno spirito che ad un essere reale. Hijra, uno dei termini indiani corrispondenti, significa letteralmente “eunuco”, determinando nel soggetto un “mancanza fisica”, la quale è stata causata dall’evirazione dell’organo sessuale determinante.  In realtà un Hijra è molto più che un castrato, sia fisicamente che storicamente, e per questo motivo è stato visto fin dall’antichità come un individuo “terzo” rispetto alle dinamiche sociali e culturali, un Terzo sesso che, racchiudendo in se stesso entrambi i sessi e allo stesso tempo essendo un’entità altra da entrambi, era visto come una figura quasi magica, in grado di connettersi ed interagire con l’“altro”: è stato considerato il “mediatore”, il “collante” tra il mondo indiano e la sfera dell’ ultramondano. Si è pensato a lungo che gli Hijra fossero i detentori di un mistero, addirittura di un potere magico, motivo per il quale tutt’oggi coloro che li incontrano per strada sono soliti mantenere un atteggiamento formalmente rispettoso, per paura di una loro maledizione. Si dice infatti che chi li rispetti, dando loro il denaro richiesto, riceva una benedizione in cambio: attualmente, come risulta dalle statistiche, più di un milione e duecentomila indiani ricevono un crisma di benedizione ogni giorno! L’unica fonte di reddito di questi fuoricasta è stata quasi sempre la prostituzione, accompagnata quotidianame dalla richiesta di elemosina; originariamente la loro prima professione erano le rappresentazioni “badhai”, manifestazioni musicali di balli e canti tradizionali, che ancora oggi, anche se molto più saltuariamente, celebrano.  L’accettazione del Transgender all’interno della società indiana rappresenta da un lato la vittoria dell’ “essere diverso”, dall’altro l’esito positivo di un processo di integrazione giunto a buon fine, che sembrerebbe in grado di capovolgere ancora una volta nella storia il destino di questa minoranza.

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Ai confini del pensiero

E allora .. chi sono i pensatori? Dove sono? Mi sono chiesta rileggendo l’articolo della scorsa settimana di Alessio. E ci ho pensato molto perché qua, dove sono ora, di pensatori veri ce ne sono molti, ma poche sono le loro possibilità di liberare l’espressione al di fuori degli stretti confini in cui vivono, una desolazione imprigionata nel caos, di farsi trovare da chi li ricerca, e ancora di più di farsi comprendere da un pubblico più ampio. Qui dove sono, geograficamente North Goa, India, idealmente luogo di confine ma senza confini, luogo di incontro tra culture, correnti di pensiero e religioni diverse, luogo a priori esonerato dallo scontro tra civiltà.  In questo luogo, una sorta di fine del mondo, di cul de sac del pensiero, l’autenticità del pensiero ancora resiste. Ma il paradosso è che essa esiste, ma solo localmente: esiste per una nicchia, esiste per i pochi che hanno il privilegio di condividerla, che hanno riguadagnato il tempo ed edificato ad un certo punto dell’esistenza il distacco da quei parametri spaziali imposti dall’età contemporanea in cui vivevano fino ad un momento fa; quelli che, diciamola tutta, hanno deciso di sacrificare tutto per ottenere un totale  controllo del proprio tempo, per avere più tempo. Soprattutto per pensare, per conoscere e per avere il tempo di verificare.

Sono filosofi per piccole cerchie, sono filosofi verso i quali il caso spinge, ma raramente realizza l’incontro, sono filosofi da “portico”, gimnosofisti, o pensatori neo-sincretisti.

Mi chiedo, se tu, se io, se noi giovani studenti di filosofia non li cercassimo, come li troveremmo?

Dei sistemi filosofici del passato conosciamo ogni particella attraverso i testi; dei pensatori conosciuti del presente conosciamo qualcosa attraverso la critica,  le recensioni, il chiacchiericcio da salotto, l’approvazione mediatica dettata dalla moda o dalle stroncature di massa.

Il contatto con i media è controverso. È utile? Certamente è utile per la popolarità del soggetto.

Dei pensatori non conosciuti come facciamo a sapere? All’estremo opposto, l’estremo del non-contatto con i media, in luoghi come questo, nei luoghi di confine, il pensiero rimane confinato in una cassaforte irreale, inspessita dal non-contatto con il sociale, da una forma di individualismo anti-storico che anziché fluire nella contemporaneità sigilla forme invalicabili di sapere.

Qui il pensiero si salva, ma allo stesso tempo è un privilegio confinato, anche questo spesso non còlto da orizzonti lontani, nei quali la meraviglia e il mistero prendono il posto della comprensione razionale.

Tuttavia l’integrazione, in luoghi di confine e di mescolanza tra culture come Goa, pur avendo portato da un lato ad una forte accettazione delle diversità, la quale si è tradotta nel tempo in libertà di espressione, di pensiero e di creazione di spazi nuovi, assiste ancora all’isolamento, al “confinamento” del singolo Pensiero da parte di ciascuna delle comunità, che sembrano vivere ancora per se stesse quel nuovo spazio di libertà di espressione. Sembra come se l’integrazione risieda soprattutto nei territori piuttosto che nel pensiero.

Little Russia (i russi di Goa), gli ultimi Hippies, gli scrittori di Mumbai, i musicisti, gli Yogi, gli Orientalisti, i Cristiani Portoghesi, gli Hindù: ognuno vive in comunità distinte, dove solo tra loro condividono il pensiero; mentre, allo stesso tempo, condividono lo stesso spazio del quotidiano.

Quello che voglio dire è che le diverse sfumature del pensiero, uniche e frutto di un raro miscuglio sincretico di filosofie, religioni, culture, lingue -di sapere- rimane relegato in questo luogo lontano, in un alone di mistero difficilmente condivisibile con il resto.

I sistemi filosofici che si strutturano in luoghi di contaminazione, di ibridazione del pensiero, sono come delle lingue nuove il cui vocabolario appare talmente esteso da essere abbandonato per quello spettro di non comprensibilità che li avvolge: come accettare un sistema nel quale elementi di diverse correnti filosofiche, di opposte tradizioni religiose, si intrecciano, creando strutture di pensiero che arrivano ad invadere i confini del reale?

Ricordiamoci che anche gran parte della filosofia moderna è stata frutto di questa contaminazione, tradotta accuratamente in un linguaggio filosofico occidentale, vedi Hegel, Schopenhauer e Nietzsche.

Ma oggi è più difficile, è forse “troppo” difficile rendere “fruibili” questi nuovi ibridi del pensiero?

Per quanto ne sia sempre stata affascinata, mi rendo conto della condizione irreale di questo microcosmo filosofico: il pensiero resiste ma, come ai tempi del Portico socratico, è “fruibile” solo a pochi; mentre oggi la priorità sta nell’accrescimento dell’accessibilità del sapere; nell’educazione al sapere; nella condivisione del sapere. Che il pensiero sia fruibile!

Si, ma il grande problema oggi sta nella qualità della divulgazione, soprattutto mediatica.

“Fruibile”, che parola equivoca. Riporta il pensiero alle tesi benjaminiane sulla riproducibilità dell’opera d’arte (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), ma da’altro canto, a mio parere, è proprio questo uno dei punti deboli della trasmissione del pensiero nei tempi moderni: l’incapacità di rendere fruibile la forma senza perdere l’autenticità del contenuto.

È “difficile” (non è giustificabile comunque..) non essere un filosofo pret-a-porter (come lo definisce giustamente Alessio) se si viene resi “fruibili” al successo della contemporaneità, e sicuramente è difficile resistere alla morsa di notorietà che cattura colui che abbatte provocatoriamente gli schemi.

Ad essere sincera anch’io mi sono ritrovata di fronte alla “saccenza” di Zizek, che faceva più o meno così: “sono nato, vivo e un giorno morirò”, come unica nota biografica della sua ultima traduzione italiana (Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico) mi ha turbato (ma chi si crede di essere?). Non la vedi la provocatorietà? applica la dialettica storica hegeliana (tesi/antitesi/sintesi) anche alla sua biografia .. mi ha risposto Mr X.

Provocare il lettore, la società, ego-isticamente, tra attrazione e repulsione: è il gioco che sembra stia facendo per sopravvivere il pensatore moderno “di successo” dove spesso, a suo favore, al favore del audience, è l’autenticità stessa della filosofia a venire sacrificata.

D’altra parte alla fine non sempre l’esperimento sacrificale risulta malvagio: spesso il contenuto riscatta l’apparente inautenticità della forma, la quale si è mascherata in modo controverso per attirare interesse. Sta proprio qui il nucleo del problema: il compito filosofico è anche quello di comprendere, di tadurre e di smascherare, laddove l’autenticità del pensiero sia nascosta e sopravviva, sia che si tratti di luoghi lontani di ibridazione, sia di contesti proprio sotto i nostri occhi, deformati nell’immagine creata ad hoc per non annoiare la nostra contemporaneità.

se mi sfiori fiorami


Marco Putotto

Caos e nuovi dialoghi. Riflessioni indiane sul Diverso.

È dimostrato che il caotico cerchi l’ordine e l’ordinato cerchi stravolgimenti. A noi ci piace il Caos, ma se lo dovessimo vivere come situazione permanente?

Per esempio, applicando questo ragionamento alle società vediamo delle grandi discrepanze.

Le più grandi società hanno strutture estremamente diverse, hanno fondamenta che allontanano per natura l’indole potenziale di ciascuna. Ci sono le città-dipinto come Roma, le città-inception come Londra, le città-idealizzate come Barcellona, le città-napoletane ecc. ognuna di queste città non è altro che il rispecchiamento del suo retaggio culturale, del suo ritmo di vita.

Tra queste ci sono le città-Caos, che sono tutte quelle che racchiudono le società “nuove”, create sulla scia della globalizzazione e delle nuove combinazioni culturali. Sono le società dei paesi del BRICS (Brasile Russia India Cina South Africa); e allo stesso tempo lo sono anche molte altre, che iniziano a riprodurre gli stessi meccanismi di sopravvivenza.

Nel momento dell’urgenza, seguendo teorie politiche contemporanee, riesce meglio colui che è predisposto; sembra che le città-Caos a questo proposito siano più abituate a reagire, poiché abituate a vivere uno Stato di Emergenza costante.

Facciamo un esempio nel quotidiano.

Roma: alle tre di notte ad un tassinaro romano gli si buca la ruota della macchina. Comincia a imprecare. Chiama l’ACI: dormono. Chiede aiuto ai colleghi: “non c’hanno tempo”. Continua ad imprecare. Prova a chiamare la moglie: gli si scarica l’I-phone. Allora ti fa scendere dalla macchina e ti chiede anche i soldi extra.

Delhi: alle tre di notte ad un magrissimo autista sikh con turbante rosa in testa gli si buca la ruota della macchina. Ti fa scendere dalla macchina e dopo averla smontata e rigirata, in pochi secondi materializza una ruota. Con un solo cacciavite la cambia e come niente fosse riparte sulla sua strada. Non una parola, nessuna spiegazione.

Nessuna presa di posizione e nessun giudizio morale sottintesi, quanto il riscontro di un’evidente nota di sopravvivenza che possiamo dire mancante in uno dei due contesti.

Questa nota di sopravvivenza è quella molla che tiene in piedi gran parte delle società imperfette dell’Età contemporanea, nelle quali il Caos, la Fame, l’Inquinamento e la Violenza sono i grandi protagonisti.

In alcune società la vita del cittadino è improntata sul dover fare, sul lavoro; la maggior parte di queste società sono anglosassoni.

Queste, avendo colonizzato nel passato gran parte di quei territori che attualmente sono in forte crescita economica, hanno dato un “imprinting” pragmatico anche a città fortemente caotiche.

L’India vive oggi un forte contrasto tra l’imprinting della colonizzazione inglese e il caos e la mutevolezza insiti da millenni nella natura della società.

Questo contrasto, il quale non è vissuto solamente dall’India, ma a mio parere da tutti quei paesi che vivono l’accelerazione della crescita economica, ha una sola cura: il Dialogo, l’educazione al Dialogo e all’Ordine.

Per dialogo intendo la voce della politica, di coloro che hanno il potere di parlare e di spiegare, di Educare le società in crescita; e allo stesso tempo il Dialogo proveniente da relazioni interne, dirette, che aiutino a definire l’individuo nelle sue libertà.

Il Dialogo come forma di comunicazione, più silenziosa che parlata, contraddistingue la dinamica relazionale propria di molti linguaggi contemporanei: non solo lingue vere e proprie, lingue primitive riportate in vita nel processo di glocalizzazione e dalla necessità di comunicare con la modernità attraverso forme estremamente dirette -che hanno abbattuto le mura della censura del sapere- ma anche linguaggi paralleli, linguaggi sempre più pieni di significato da esprimere.

Linguaggi artistici, virtuali, sensoriali, creativi, trascinano nella fluidità del discorso moderno le parole inespresse delle minoranze, degli emarginati, dei pazzi, dei  muti, traducendo in fatti, o creazioni fattuali, le potenzialità del loro discorso inespresso. Solo l’espressione libera l’uomo, e dove non è traducibile attraverso il pronunciamento di parole con senso, deve trovare nell’arte, nel movimento, nel suono, nella produzione del diverso, nell’incontro o/e scontro con un’alterità, un’ espressione più significante della parola stessa.

Per dare significato soggettivo al reale devo avere la possibilità di esprimermi in qualsiasi modo, producendo una qualsiasi forma totalmente originale, perché essa si possa manifestare chiaramente, al di fuori di me stessa, ai miei occhi, perché io stessa possa capire il contenuto del significato oggettivato ed avere quantomeno l’illusione di riuscire ad ascoltarlo, attraverso manifestazioni concrete che ne esprimano e si avvicinino il più possibile alla sua interezza.

Un popolo ha bisogno prendere coscienza attraverso la propria libertà di espressione per vedersi come “popolo” e ciò può avvenire solo a partire da ciascun individuo, che come primo gesto “politico” deve rendersi conto, o “essere cosciente”, di essere unico e diverso, sia rispetto all’insieme che alle singole parti.

Un popolo prende coscienza di sé attraverso la libera espressione di ogni singola diversità, ma quali possibilità ci sono che essa sia realmente libera? È possibile renderla libera? Come fare a rendere attuale il potenziale di libertà d’espressione del Diverso nel mondo? Andiamo avanti, progrediamo, risolvendoci attraverso serie di dialettiche e procedendo per espressioni, ovvero definendo e limitando in un certo spazio significati al di fuori di noi stessi: ce ne liberiamo esprimendoli, e potendoli riascoltare siamo coscienti di aver comunicato attraverso un certo linguaggio. Quando la coscienza rimane ad ascoltare, e sente, comprende e traduce qualcosa di nuovo: crea nuove forme di comunicazione libere, naturali, e più umane.

A questo punto siamo in grado di comunicare anche con gli altri, in una collettività, in una società: ci avviciniamo al pensiero dell’Altro post-coloniale.

Lasciamo il XX secolo con le teorizzazioni post-nietchiane di Michel Foucoult contro l’autenticità dell’idea di progresso delle scienze umane; oggi, abbandonate anche le teorizzazioni di M. Foucoult, ritroviamo una schiera di linguaggi del passato figli di una generazione di parole liberate.

Scambio, espressione, azione, gesto, smorfia, concretezza, comprensione, messa in discussione, e silenzio: l’urgenza legata al “dialogare” contemporaneo comprende ciascuno di questi “atti” di mediazione con linguaggi spesso inesistenti e non traducibili.

La pesantezza delle parole diventa sempre più estranea alla leggerezza volatile del presente, nel quale il progetto universale è diventato rendersi comprensibili in maniera sempre maggiore da tutti, ovunque.

L’urgenza sta nel riuscire a gestire relazioni dirette con un Altro “fisico”, non scritto o descritto, immaginato ed idealizzato, esercitando nuove forme d’espressione, spesso facendosi bastare unicamente la mediazione del silenzio.

Il paese usa il clacson

Arrivi e nemmeno te ne accorgi, ma sei arrivato in Oriente. Il grande Oriente. L’India è sicuramente un posto incantato, uno di quei posti in cui le virtù degli uomini si trasformano in tradizioni e le tradizioni divengono magia. Sono arrivato a Mumbai durante la massima espressione del Monsone e appena metti piede fuori dall’aeroporto ti accorgi che sarà intenso. La struttura non è ben identificabile perché è policentrica e tutti i padiglioni afferiscono ad un’unica grande piazza coperta con teloni sintetici. I prepaid taxi? Sembravano rassicuranti…meglio lasciarli perdere: prima grande fregatura del viaggio. Si arriva comunque stanchi al nostro albergo in un quartiere che, per motivi logistici, è stato scelto piuttosto vicino all’aeroporto. L’indomani mattina siamo pronti per immergerci in questa città onnivora. Tentiamo di prendere un tuk tuk (rickshaw motorizzato) per raggiungere Colaba e gli altri quartieri centrali. 

Ci dicono che a questi non è consentito arrivare al centro, e capiamo il perché non appena prendiamo un taxi regolare e ci dirigiamo verso un enorme ponte strallato a pagamento. Nonostante il traffico caotico, rumoroso, e per un occidentale alla guida, probabilmente fatale, le operazioni di riscossione del pedaggio si svolgono in maniera celere ed organizzata, seppur manuale. 55 Rupie – circa 80€cent – per attraversare questo enorme serpentone che si snoda sull’oceano indiano in parte su pilastri in cemento armato ed in parte sorretto da cavi stralli. Superato il ponte lo scenario cambia decisamente: la relativa tranquillità del quartiere economico e semiperiferico di una sterminata città asiatica lascia il posto ad una multiforme e chiassosa mandria. Ed è proprio questa l’idea che ho avuto attraversando le strade del centro, ogni genere di mezzo, persona, animale ed oggetto in movimento su una medesima sede stradale: il risultato un caos terribilmente affascinante. Il suono del clacson è l’unica costante invariante di ogni angolo della città. Si suona per farsi sentire, si suona per farsi vedere, si suona per salutare e si suona per imprecare. 




Nessuno sembra sapere come affrontare la grande bestia del traffico veicolare, eppure, alla fine, tutti si tengono lontani da qualsiasi incidente. Ci facciamo lasciare davanti al Victoria Terminal, la stazione ferroviaria in stile coloniale (dal nome non lo avremmo mai detto…) più trafficata dell’Asia. A vederla sembra un’enorme cattedrale, tremendamente decadente, che accoglie pellegrini, mercanti, uomini di affari, mendicanti e turisti. Gran parte del traffico ferroviario dell’India dell’est transita per questo scalo, e le attività dell’indotto sono molteplici. Bancarelle di ogni natura e forma sono disseminate nei dintorni della struttura, e come le forme e i colori sono i più diversi e a volte sensazionali, così lo sono gli odori. 
Le tappe seguenti sono l’università a cui purtroppo non è consentito l’accesso, la high court, anch’essa in stile coloniale mobilità una innumerevole serie di uomini di affari e soprattutto avvocati, riconoscibilissimi grazie alla divisa che, evidentemente, sono tenuti ad indossare nello svolgimento delle loro funzioni. Guardandoli mi è venuto un pensiero in mente e subito la mente è corsa ad una celebre orazione di Lisia “Per l’uccisione di Eratostene” in cui l’autore prende le difese di un cittadino che evidentemente non ha mezzi per difendersi da sé. 
Continuiamo il giro e ci dirigiamo al gateway of India, un arco eretto su di un molo per commemorare la venuta di re Giorgio V e della moglie Mary il 2 dicembre 1919. Alle nostre spalle a questo punto si erge il Taj Mahal Palace Hotel, l’albero più lussuoso del subcontinente indiano. Ha sempre catturato la mia attenzione notare come gli alberghi più lussuosi al mondo si trovino nei paesi più disagiati. Da una parte questo mi disturba, da bravo benpensante occidentale che si fa venire i sensi di colpa solo quando ci si trova in mezzo a queste situazioni, dall’altra però voglio darmi come scusa il fatto che un grande albergo di lusso impiegherà un gran numero di persone e, pensieri da finto perbenista a parte, non nuoce minimamente al Paese, quindi mi tranquillizzo e gli scatto qualche foto. 
In questo stesso luogo succede qualcosa che non mi aspettavo. Cominciano a domandarci in maniera piuttosto insistente di poter essere fotografati. Dapprima pensiamo male, e mostriamo il lato negativo da bravi occidentali viziati che non appena qualcuno che non sia europeo o statunitense si avvicina in un paese straniero ci allontaniamo impauriti. Dopo aver visto però l’insistenza di queste persone che apparivano davvero affascinate dalla nostra presenza, ci siamo convinti e lasciati andare. In fin dei conti un po’ di narcisismo non ce lo neghiamo, e vedere la loro gratitudine per una cosa così piccola è stato piuttosto appagante. Di pensieri a questo proposito me ne sono venuti molti, il più persistente dei quali è stato e rimane quello riguardo al fatto che probabilmente un ragazzo indiano nel 90% dei casi non ha mai avuto l’opportunità di lasciare il proprio poliedrico e vasto paese, e vedere davanti a sé una persona simile a quelle che avrà avuto modo di vedere nei film al cinema o in televisione, lo eccita e lo fa sentire parte di un mondo molto più vasto di quello che, perfino in una sterminata India, ha potuto vivere sinora. 
Di sensazioni, impressioni ed emozioni ce ne sarebbero ancora tante già al terzo giorno, tuttavia ora preferisco lasciarvi ed andarne a vivere delle altre.

ps chiedo scusa per l’impaginazione e la formattazione cui noi di Polinice siamo molto affezionati ma i mezzi a mia disposizione sono piuttosto limitati qui!


Federico Giubilei – Polinesia

Musica

Baul Mela, Santiniketan, India

       Costanza Fino

My prayer of help

Varanasi, India

 Lucrezia Bisignani

La duplicità dell’essere femminile

«Ci sono due modi di diffondere luce: essere la candela
oppure essere lo specchio che la riflette».
Edith Wharton

L’otto marzo è un giorno simbolico, lo è diventato sempre di più in quest’ultimo decennio. 
“The woman’s day” è il nome che fu dato alla conferenza tenuta da Corinne Brown, al posto di un oratore socialista assente, il 3 Maggio 1908 nel Garrick Theatre di Chicago: fu la prima riunione ufficialmente “femminista”, aperta a tutte le donne per discutere di diritti non rispettati, di suffragio universale, di liberazione.
Quest’anno è stato qualcosa di molto diverso, e di molto intenso: ne abbiamo letto a riguardo su tutti i giornali e a tutto tondo, attraverso commenti, grafici e testimonianze di un anno che di violenza verso la donna ne ha vista troppa.
Passando per un periodo di disinformazione sulla genesi di questa ricorrenza, compensata da auguri, mimose e cioccolatini, quest’anno si è sentito nuovamente il peso di affrontare di petto l’attualità, accompagnata da un’enorme quantità di dati disarmanti, di dover prendere coscienza su ciò che sta accadendo oggi all’“essere femminile”, e non solamente “donna”. Uno slittamento dal valore simbolico alla potenza dei fatti ha secolarizzato questa giornata, rendendola la giornata della coscienza dell’essere femminile, ovvero duplice: da un lato è stata la giornata della rafforzata identità della “donna”, consolidata dopo decenni di lotta femminista al mantenimento della salvaguardia della propria indipendenza; dall’altro si è marcato il problema della “non identità femminile”, ovvero dello stato sempre più debole di quella parte che non è giunta ancora a legittimarsi come tale: ieri era la festa delle femministe, oggi è la giornata della coscienza sul femminile come attributo di ciò che non è ancora donna. Molte delle violenze subite dall’essere femminile sono state la conseguenza del tentativo di autolegittimare il proprio essere donna nel senso più moderno. Nirbhaya, la ragazza che il 16 dicembre scorso è stata violentata su un autobus a New Delhi da sei ragazzi, è stata “punita” perché si trovava sulla strada per l’indipendenza: nel senso fisico in quanto troppo “diversa” dalle altre ragazze indiane nel suo essere su un autobus di notte, nel senso morale in quanto ribelle nel suo essere autonoma rispetto allo stereotipo indiano di donna tradizionalmente passiva.
Pochi giorni dopo la violenza, ho domandato a Siddharth Dhanvant Shanghvi (giovane scrittore indiano, noto per il realismo sociale dei suoi romanzi profondi e provocatori) cosa ne pensasse dell’enorme reazione da parte della società indiana, insorta nelle piazze e sui media per la prima volta della storia in nome del femminile, mi ha confermato la duplicità del problema.
«Nirbhaya rappresentava lo stereotipo della ragazza indiana di buona famiglia, la sua forza era quella di essere indipendente, di avere un certo equilibrio ‘attivo’ tra amicizie, università e famiglia: uno stile di vita occidentalizzato. È stata la sua arma a doppio taglio, da un lato per questa sua forza è stata punita diventando vittima, dall’altro il suo essere vittima è riuscito ad innescare per la prima volta un meccanismo di immedesimazione sociale talmente potente da diventare quasi rivoluzionario. Eppure, contemporaneamente, della maggior parte delle violenze non verremo mai a sapere, perché sono nascoste, ‘non viste’ e non volute vedere perché troppe e troppo emarginate socialmente».
Così, da una parte si ha la forza di una giovane donna, che nell’aver creato e ricercato la sua indipendenza è stata barbaramente punita: dinanzi alla reazione pubblica questo episodio è diventato un simbolo potente che, attraverso i media e l’immedesimazione sociale, ha insieme rivendicato e creato all’interno della società indiana una nuova apertura verso questa problematica. Dall’altra parte rimane la debolezza violata, inespressa ed inesprimibile, di un’infinità di donne, che tuttavia è e sembra destinata a rimanere un capitolo irrisolto.
Questo è il vero grande tema affrontato da giornalisti, scrittori e testimoni in occasione dell’otto marzo di quest’anno. Per la maggior parte, le violenze sulle donne, in tutto il mondo, “non sono dette”. La maggior parte delle statistiche sono incomplete e parallelamente alla quantità esponenziale di casi di violenze riportati e puniti ve n’è un’altra, ancora maggiore, che rimane inespressa. La drammaticità insita nella duplicità dell’immagine che la donna oggi vive in se stessa e proietta sulla società maschile è il riflesso di un paradosso più ampio, l’ostacolo più grande a ogni tentativo di apertura: l’inesprimibilità, nel senso di impossibilità di esprimersi, sia per cause interne che per cause sociali.
Mi sembra giusto ricordarlo in questi giorni, poiché lo stato d’inesprimibilità è costantemente avvicinato a figure di debolezza soprattutto “femminili”: alcune troppo giovani per difendersi, altre troppo povere per tutelarsi, altre ancora troppo poco istruite per sapere come comportarsi di fronte a tali subalternità; e allo stesso tempo sono da prendere in considerazione intere comunità “al femminile” non accettate ed emarginate, come per esempio gli Hijra, i travestiti di Mumbai (circa 100.000 sparsi per tutta l’India), secondo Salman Rushdie, a partire da una certa tradizione antica, gli “dèi metà donna”.


Costanza Fino

Il Mandala: lo specchio dell’Essere. Karma e sincronicità in Jung




“E’ una memoria ben misera quella che ricorda solo ciò che è già avvenuto” 
(Alice nel paese delle meraviglie, cit. Jung)

Migliaia di anni prima che nascesse la nostra civiltà un’enorme radice comune fece nascere i rami delle nostre culture, venne chiamata “radice indoeuropea” e attualmente rappresenta l’albero polimorfo delle nostre conoscenze acquisite, parallelamente nella penisola indiana e nell’attuale assembramento europeo: linguaggi, sistemi, letterature, religioni e idee, le quali al giorno d’oggi appaiono esternamente dissimili e discordanti, ma che originariamente nacquero da semi vicini, così vicini che all’insegna della loro differenza dovettero edificare la loro convivenza.
All’interno dell’antichissima raccolta di inni indiani Rg Veda “la raccolta delle strofe della sapienza”, il testo che viene definito dagli studiosi “strato arcaico della poesia indoeuropea” si fa menzione di un’affascinante immagine ritualistica, che sia nella filosofia che nella psicanalisi ha fatto “perdere” la testa a  molti, tra i più noti Schopenhauer e Jung. Questa immagine è chiamata “Mandala”.

Su una spiaggia di Goa, al tramonto, un anziano che raccoglie conchiglie disegna con un bastone sulla sabbia cerchi di varie grandezze che si sovrappongono, assemblati tra altre figure geometriche. Dopo molto lavoro giunge l’alta marea che spazza via la sabbia e cancella il disegno. Eppure l’anziano sorride, ed è felice, mi dice, perché la forza distruttrice del mare cancellando il suo lavoro ha dato prova dell’incessante movimento dell’esistenza che ora sostituisce quella forza con l’altra opposta, che è quella della vita. Il suo lavoro è stato una preghiera rivolta a ciò che i buddhisti definiscono il processo concentrico attraverso cui il cosmo si è creato. 
Già alle origini della civiltà, i monaci delle foreste dipingevano i mandala; concentrandosi sulla pittura focalizzavano l’attenzione verso la propria coscienza, verso i “cicli” della loro mente.

“Manda”: essenza, “la”: contenere, dal termine tibetano “dkyil khor”, è stato tradotto con l’immagine della circonferenza, la quale appunto “possiede” l’essenza. Il vero Mandala secondo il primo buddhismo è mentale: il disegno ne è solo la rappresentazione, è il simbolo da interiorizzare, è la stabilità che attraverso il rito esteriore va applicata alla nostra mente. È un Nulla esterno, ciò che non ha modo di manifestarsi esteriormente se non attraverso la concentrazione dell’attenzione nel compiere il disegno. Riflettendosi poi come su di uno specchio l’immagine rappresentata rientra nell’artefice del mandala per ritornando in forma di “Tutto” all’interno della mente, ricongiungendosi con essa. 

Secondo l’originale teorizzazione dello psicologo Carl Gustav Jung l’interiorità è un mondo extra-fisico fondamentale, difficile da comprendere perché parte di un Tutto, la cui idea è inarrivabile.
Il fatto che abbiamo occhi e orecchie visibili esteriormente, non esclude il possesso da parte nostra di un principio interiore della vista e dell’udito: infatti sostenere l’idea che vi sia un microcosmo, coincidente con l’ “inconscio” di  Freud, che riunisca ciò che la causalità fisica non giunge a dimostrare, ci porta a pensare che i “veri” occhi e le “vere” orecchie siano proiettate verso l’interno (anche la psicanalisi lacaniana, seppur su binari totalmente differenti, giungerà a teorizzare che il “sintomo” di un disturbo psichico possa essere ascoltato solamente nel silenzio totale della nostra interiorità).

L’importanza che Jung conferisce all’interiorità si traduce nella teorizzazione di una  “causalità interna” che va ad arricchire l’idea di realtà comunemente intesa: non solo spazio, tempo e casualità, ma anche sincronicità.
La sincronicità  e le sue leggi si integrano nell’esistenza giungendo in soccorso dell’individuo in difficoltà attraverso un elemento psichico omogeneizzante che lega, dove la casualità non arriva, realtà fisica e ciò che la oltrepassa. Quando qualcosa non è fisicamente spiegabile vi sono leggi interne extra-intellettive, le leggi della “sincronicità”, che aiutano ad integrare quell’aspetto oscuro della realtà, che è l’inconscio. 
“Sembra davvero che il tempo, lontano dall’essere un’astrazione, sia un continuum energetico concreto. Esso include determinate qualità o condizioni fondamentali che si manifestano simultaneamente in luoghi diversi con un parallelismo che non può essere spiegato dal principio della causalità” (“La sincronicità”, cit. Jung).

A differenza della legge del Karma, che rappresenta cause e connessioni manifeste, la legge della sincronicità giunge dove non vi è manifestazione, “dove il Nulla crea l’effetto”, dove non vi è spiegazione ma vi è coincidenza e legame invisibile. Da questo punto si è sviluppato ciò che ha portato il teorico svizzero ad allontanarsi dall’insegnamento freudiano ed avvicinarsi sempre più alla filosofia indiana. Jung si caratterizza per l’intuizione di una realtà psichica stratificata, costituita da un background comune di esperienze dell’umanità intera, che strutturano e determinano nel tempo la psiche: gli archetipiSono forme “vuote” che col tempo si solidificano e diventano forme comportamentali “tipiche”, strutturando così, col tempo, l’azione della psiche collettiva: plasmandosi attraverso l’esperienza personale esse si riempiono di senso e diventano archetipi per il futuro; creano una sorta di “memoria inconscia” di azioni non accadute che preparano all’accadere.

Tra questi archetipi, l’idea del “Sé” (la nostra vera essenza in opposizione alla costruzione mentale dell’“Io”) è l’archetipo centrale, o “l’archetipo dell’ordine”: forma trascendente al centro dello spazio mandalico, che è anche l’immagine del mandala disegnata dal raccoglitore di conchiglie sulla spiaggia di Goa: rappresentazione della presenza di ciò che non vediamo e comprendiamo, che crediamo Nulla ma che in realtà è la parte nascosta dell’Essere.

“Trenta raggi circondano un mozzo: 
sul nulla si fonda qui l’utilità del carro.
Si fanno chiavi e vasi in forma di recipienti: 
sul nulla si fonda l’effetto del recipiente.
Si praticano porte e finestre  e stanze,
sul Nulla si fonda l’effetto della stanza.
Perciò: il qualcosa crea realtà, 
il Nulla crea effetto”.

Lao Tse (cit. in “La sincronicità, Jung)


Costanza Fino