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Motta – La fine dei vent’anni

Sarà per il fatto che con il passare dei mesi mi ritrovo a pensare anch’io alla fine dei vent’anni, sarà che dopo tanto tempo è rinata la curiosità per la musica italiana, ma il nuovo album di Motta mi ha convinto pienamente. L’avventura di Francesco Motta, cantante, poli-strumentista e autore di testi, inizia nel 2006, a soli venti anni, con i Criminal Jokers.

Francesco Motta

Motta non è il classico personaggio venuto fuori dal mondo indie. E’ una persona autentica, che ha conosciuto e vissuto la musica in ogni dove e ricoprendo ogni ruolo. Oltre a essere un cantante, è stato autore e soprattutto tecnico e musicista. Due ruoli universalmente riconosciuti dalle produzioni di concerti e album, ma fortemente marginalizzati da pubblico e media. Però è in quegli sforzi, in quelle luci di secondo piano, che risiede la vera essenza dei live e della musica.Così, dopo anni di collaborazioni e di lungo lavoro a Marzo dello scorso anno è uscito “La Fine dei Vent’Anni”, il suo primo progetto da solista, scritto a quattro mani con Riccardo Sinigallia. Un album dall’indiscussa qualità, mai banale, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dalla giuria del Premio Tenco come migliore Opera Prima del 2016.
” La fine dei vent’anni” tratta di argomenti tanto quotidiani, quanto celati nelle nostre coscienze. Un esempio è dato dalla scelta della maternità. Tratta il fluire dei pensieri narrando il rapporto con i genitori. Innalza sull’altare della musica l’elemento simbolo della generazione nata tra il 1980 e il 1990 ossia l’ansia. La stessa ansia, che nell’epoca del precariato di Stato, ti pone innumerevoli domande e sulla pausa di invecchiare senza sapere bene in che modo.
L’album di Motta è un fluire incessante d’immagini da ascoltare da soli, che è capace di evocare immagini simili all’arte cinematografica nei nostri pensieri. Dal punto di vista tecnico si percepisce il forte connubio con Riccardo Senigallia, una garanzia.

Le giornate erano piene
Di storie assurde e di silenzi
Oggi non ho tempo di pensare a cosa è cambiato
Amico mio, sono anni che ti dico andiamo via
Ma abbiamo sempre qualcuno da salvare

E così, mentre mi avvio verso la fine dei miei vent’anni il disco di Motta suona nelle mie orecchie tramite delle cuffie che riproducono un’ottima musica in un marzo uggioso e con qualche speranza.

The Xx are back!

The Xx are back! Sono passati quattro anni dalla loro ultima pubblicazione ossia “Coexist” nel 2012. Ora i “The Xx” hanno annunciato il loro ritorno, con un album di prossima pubblicazione. In un momento di asssoluto nulla, con sole hit per classifiche, si sentiva la necessità di un gruppo capace di saper scrivere nu intero album, donandogli forma. Infatti, ai tempi di Itunes e Spotify è sempre più difficile trovare album coesi e non raccolte di canzoni unite a caso. Per annunciare il loro ritorno, i ragazzi di Wandsworth si stanno avvalendo di ogni tipo di social media e, in particolare, di quelli rivolti alla musica. Così, dopo aver pubblicato un abstract di 55 secondi su Spotify, con i possibili suoni del prossimo album “I See You”.

Hold on The Xx

Dopodichè su Shazam hanno pubblicato l’intera tracklist dell’album. Allo stesso tempo hanno utilizzato la piattaforma neroverde e YouTube per diffondere il nuovo singolo “Hold On”. Il tutto all’interno di una campagna teaser audio che ha svelato all’interno di una playlist ufficiale e di un leak del titolo del disco da parte di un utente Reddit. Come a dire, ci avete cercato? E, allora, eccoci. Siamo tornati!

 

 

L’entusiasmo e la ricerca di singolo e strofe dell’album, su ogni social o magazine, hanno confermato la necessità  e volontà del pubblico di ritrovare i The Xx. Dopo aver debuttato con una commistione di stili e suon i d’autore, per la band nel 2012, dopo l’omonimo album di esordio, è stato fin troppo semplice ridare linfa alla propria ispirazione. Coesist è infatti uno dei lavori più apprezzati da pubblico e critica nell’ultimo lustro, con un alto grado di gradimento anche da parte delle case di produzione cinematografice. E’ infatti il cinema a dar il maggior sostegno alla qualità o meno dei brani musicali. Nel momento in cui queste conferme avrebbero portato molti a lavorare nello stesso habitat iniziale, ossia l’Inghilterra, i The Xx hanno scelto di aprirsi e cercare nuovi influssi. Ciò li ha portati a registare, oltre che nel Regno Unito, anche in Islanda, New York e Texas. Come a voler sperimentare prima sulla propria corporeità e anima e poi sulle proprie composizioni.

 

Composizioni, che come dimostrato dal singolo “Hold on”sono in grado di mostrare uno stile maturo, racchiuso in una finezza compositiva e stilica fine. I The XX sono tornati e ne avevamo un disperato bisogno.

Il Gioco di Ruolo NON È D&D

Il Gioco di Ruolo è finalmente entrato nella cultura di massa e non è più quel “passatempo per nerd sfigati” che è stato per tanto tempo. Sarà grazie all’ipertrofia dei videogiochi, o a personaggi mainstream come Vin Diesel (fan dichiarato di D&D) o ancora a recentissime serie tv (leggi Stranger Things) più o meno tutti oggi sanno cosa sia un GDR. Anche chi non ha mai giocato non fatica a immaginare un nano guerriero ed un elfo mago che combattono a suon di colpi d’ascia e incantesimi contro goblin e draghi.
Ma se vi dicessi che il Gioco di Ruolo NON è questo? O quanto meno non è SOLO questo?

Vi fermo subito, amici appassionati: non stiamo parlando di “ambientazioni” e neanche di sistemi di gioco in senso stretto. Nell’arco degli ultimi trentanni sono stati elaborati centinaia di setting per assecondare la fantasia del più esigente dei giocatori di ruoli: dal fantasy allo sci-fi, dall’horror al grim, dall’urban al cyberpunk. Stessa cosa può dirsi dei sistemi di gioco: dal d20 di casa Wizard al d100 di Chtulhu, ma anche Mondo di Tenebra e Vampiri-Masquerade, GURPS o il mastodontico Rolemaster. Anche in Italia abbiamo avuto la nostra dose, come ad esempio l’universo diacronico di Sine Requie con i suoi zombie nel dopoguerra. Una cosa hanno in comune tutti questi (e molti altri) “mondi alternativi”: c’è un Game Master che pensa una storia, ne definisce i dettagli con cura e poi la sottopone e la fa vivere ai Personaggi giocati dai suoi amici. Se il Master è bravo la storia ha un inizio, un climax e una fine epica: i Personaggi saranno al centro degli eventi ma saranno mai realmente protagonisti? Le loro decisioni influenzeranno davvero il loro mondo o sarà il loro Master a tirare le fila e a condurre la storia verso la sua, studiata, conclusione? Dopo anni di perplessità (e di gioco) ero giunto alla conclusione che sta al Master in gamba far sentire davvero determinanti i Personaggi e le loro azioni. Niente di più sbagliato. Il problema sono le regole. 

Poi è arrivato D. Vincent Baker.

Dogs_in_the_Vineyard

Mi viene in mente il primo grande gioco pubblicato da Baker stesso: Dogs in the Vineyard (Indie RPG Award 2004). L’ambientazione è un particolare miscuglio fra Western e Inquisizione. I Personaggi sono “Cani nella Vigna”, giovani addestrati a mettere pace, ordine e a far rispettare l’Unica Vera Fede nel Re della Vita: il loro compito è girare fra gli insediamenti di un mondo di frontiera – che richiama gli usi e i costumi dei Mormoni – in qualità di sceriffi-sacerdoti. L’intero sistema di gioco (e il setting stesso) gira intorno alla tematica dei Conflitti. Nelle 150 paginette A5 del manuale il Master viene guidato nella creazione di villaggi afflitti dai più disparati problemi: furti, omicidi, tradimenti, carestie… che spesso sono frutto di ingiustizie e peccati, orgoglio, false dottrine o, perché no, possessioni demoniache. Il trucco sta nel creare situazioni ambigue, dove non sempre la ragione è da una sola parte, e dove anche il peggiore dei peccati può avere una giustificazione razionale.

DogsInTheVineyard_LuccaComics

Baker può considerarsi il capostipite di una serie di gdr chiamati “narrativisti” o “forgiti” da The Forge (http://www.indie-rpgs.com/) il blog su cui dai primissimi anni zero è nato questo nuovo modo di giocare di ruolo. Il presupposto di questi nuovi sistemi è semplice: “Fanculo la Regola Zero”. Per i profani, la Regola Zero è quella postilla (presente nella totalità dei manuali dei gdr citati al paragrafo precedente) che recita più o meno così: “In qualsiasi momento il Master può sospendere, modificare o adattare le regole del gioco per il bene della storia e dei personaggi. Perché – ehi – l’importante è divertirsi!” Col cavolo. Se ci pensate bene una regola del genere mette in crisi la credibilità dell’intera esperienza ludica. Pensate (e questo è l’esempio più banale) a quando il Master tira i propri dadi dietro uno schermo, così da poter adattare il risultato ed evitare di far stravincere – ma anche di uccidere – i Personaggi. Brr. I giochi forgiti, da brave produzioni indie, hanno manuali piccoli e snelli, con poche e semplici regole che devono però essere applicate rigorosamente da tutti: Master e Personaggi.

I Personaggi non devono “investigare su un mistero”: gli abitanti si fidano dei Cani e spesso saranno lieti di rivelargli l’accaduto. Dovranno invece schierarsi da una parte o dall’altra, prendere decisioni difficili, laddove il confine fra etica, religione e giustizia si fa sottile. Nessuno sa quali scelte prenderanno i Personaggi, quale sarà la “Parola di Dio” secondo la loro visione del mondo: non ci sono limiti all’agire dei Cani per il bene della comunità. Quello che è certo è che spesso e volentieri le loro azioni condurranno a conseguenze funeste. Il Conflitto. Tra Cane e Cane o tra Cani e abitanti. La parola d’ordine per il Master sarà “Escalare”, neologismo che indica il fomentare il Conflitto per portarlo ad un piano sempre più fisico e violento, costringere i Cani a prendere posizione e a rischiare anche la vita per difenderla. In tutto questo si inserisce il meccanismo di Risoluzione dei Conflitti, a mio avviso geniale, che si articola attraverso una serie di Rilanci e Vedute (stile Poker) a base di dadi, ogni volta accompagnati dalla narrazione delle proprie azioni. Nulla che si possa descrivere in poche righe ma credetemi: funziona ed è esaltante.

Il punto che però mi preme sottolineare, e che è alla base delle altre creazioni di Baker (Apocalypse World) e della scuola forgita (Avventure in Prima Serata, Non Cedere al Sonno, Fiasco…), è però un altro e si può tradurre in un binomio.

Regole ferree per il Master + Gioca per vedere cosa succede.

Pur preparando la situazione di gioco prima dell’arrivo dei Personaggi, il Master NON SA dove la storia andrà a parare. Avrà invece delle Domande la cui risposta può derivare solamente dall’interazione con i giocatori che sono davvero al centro del processo narrativo. Lo scopo è “narrare” una storia epica ma soprattutto narrarla insieme: non più un soliloquio del Master ma un racconto corale. Quella magica intesa che è la peculiarità unica del GDR Pen&Paper e che difficilmente la controparte videoludica riuscirà mai ad emulare.

Risorse utili:

Informazioni ulteriori sui giochi forgiti le trovate sui forum di Narrattiva (la casa editrice italiana della maggior parte dei titoli sopracitati): GenteCheGioca (http://www.gentechegioca.it/).

Narrattiva_GDR Indie

Obvious Child di Gillian Robespierre

Riapriamo oggi la rubrica “film indie americani a cui è stata dedicata troppa attenzione” parlando di Obvious Child, opera prima della regista Gillian Robespierre che ha ricevuto una calda accoglienza dalla platea Sundance in particolar modo per l’interpretazione della protagonista Jenny Slade.
Il film parla di una ragazza tardo ventenne che tira a campare tra un lavoro in una libreria e delle serate in un comedy club dove si esibisce con la sua routine di stand-up. Donna, questo il nome del personaggio, viene lasciata piuttosto brutalmente dal suo ragazzo all’inizio del film, e nello stato confusionario che risulta dalla suddetta disgrazia finisce a letto con Max, un ragazzotto decisamente lontano dall’ambiente bohemien in cui la nostra si muove.
Dalla pazza serata Donna esce incinta, e oltre a dover incamminarsi sull’iter che la porterà all’aborto, la ragazza deve gestire il riavvicinamento di Max che si rivelerà una presenza più costante del previsto.

L’affinità col mondo della stand-up comedy è sin dalle prime battute un tratto molto pronunciato del film, nonchè di gran lunga quello meglio sviluppato e che più soddisfazioni regala allo spettatore. Sia le routine che la protagonista svolge su schermo, sia alcune delle battute in cui si produce durante interazioni più quotidiane riescono spesso a strappare un sorriso, e in questo senso le lodi che la verve di Jenny Slade si è guadagnata sembrano giustificate.
Obvious Child non riesce però in nessun momento a saldare questo spirito umoristico con le tematiche più drammatiche che vuole affrontare, come il precariato emotivo/professionale di Donna, le sfaccettature del suo peculiare rapporto coi genitori separati. Dire che queste questioni sono affrontate in maniera superficiale sarebbe un eufemismo, e la simpatia dei protagonisti in questo senso non aiuta, dando a tutta la pellicola un tono faceto che non riesce a scrollarsi di dosso nei momenti in cui invece vorrebbe, se non avere un maggior impatto, quantomeno trascendere la vena comica per “dire qualcosa”. Ostensibilmente invece, Obvious Child non dice niente, e la sua fattura registica o la sua verve comica vanno molto lontano dal giustificare la sua esistenza per altre vie.

Indie più, indie meno

Non so se ne facevano di più, se li pubblicizzavano meglio o se semplicemente ne cercavo di più io, ma ho come la sensazione che rispetto a qualche anno fa la popolarità dei film indipendenti americani sia in calo. Parlo di tutti quei film riconducibili più o meno immediatamente all’estetica di cui il Sundance Film Festival è stato, e continua ad essere, portabandiera, e che in opposizione più o meno programmatica sia ai blockbuster con budget a otto zeri, sia alle commedie più popolaresche, cercano di raccontare un’America quotidiana e poco glamour. Nella seconda metà della scorsa decade non passava anno senza che uno di questi film facesse una qualche sorta di botto con annessa nomination di consolazione agli Oscar, e più in generale capitava ben più spesso di ritrovarsi al cinema alcuni di quelli che più attiravano l’attenzione del pubblico d’oltreoceano. Nell’ultimo periodo la tendenza sembra essere stata in larga parte riassorbita, almeno a livello dei più grandi canali di distribuzione, che evidentemente non devono più essere molto convinti della presa sul grande pubblico di questo tipo di storie.

Personalmente ho avuto una relazione ambigua col fenomeno. Come qualsiasi altro filone ha prodotto e continua a produrre lavori di qualità eterogenea, dal fantastico Un gelido inverno che ha lanciato la carriera di Jennifer Lawrence, ad oscenità come Fà la cosa sbagliata. Si possono anche isolare un paio di correnti interne abbastanza facilmente identificabili che rappresentano un po’ una polarità tra l’anima più piaciona e d’intrattenimento e quella più terra terra e naturalista: da una parte abbiamo la commedia romantica con la colonna sonora di Spoon e Yeah Yeah Yeahs (500 giorni insieme), dall’altro il brutale resoconto di qualche storia tragica (Precious).

Come dicevo ho avuto e continuo ad avere un rapporto contrastato con questo tipo di film per vari motivi, il primo dei quali è probabilmente il fatto che il pubblico che un film del genere si attende di avere è formato da persone all’incirca della mia risma. Sono nei “mid-twenties” come dicono in America, sono un appassionato di cinema e musica diciamo di nicchia, mi faccio la barba piuttosto di rado e via dicendo. Il fatto che molti di questi film mi diano l’impressione di starmi costantemente facendo l’occhiolino, di starmi dicendo “lo facciamo per te” è ovviamente fastidioso, da una parte per il semplice fatto che, come credo sia per i più, non gradisco essere ingabbiato in una fascia demografico-culturale precisa, dall’altra perchè mi rendo conto che sotto sotto il bersaglio che sceneggiatori e registi hanno in mente è in realtà, e comprensibilmente, molto più ampio. Non c’è niente di male nell’ambizione di un artista a che la propria creazione raggiunga e sappia interessare una fascia di pubblico che sia il più ampia possibile, e non credo che considerazioni sul potenziale pubblico a cui rivolgersi giochino un ruolo malevolmente importante per questi film del circuito indipendente, specie se li confrontiamo con le produzioni della cara vecchia Hollywood, ma l’ambiguità tra la supposta natura “di nicchia” di questi film e la loro piacioneria e il loro appeal intergenerazionale devo dire che mi spaventano.

Se la devo fare estremamente corta il pensiero di poter avere gusti concordanti con quelli di un cinquantenne che va il venerdì sera al Quattro Fontane mi tiene sveglio la notte, ed è quindi con estrema diffidenza che vado incontro a film con storie edificanti, personaggi verosimili e dialoghi naturalistici.

Riesco comunque, o almeno spero, a fare gli opportuni distinguo tra film appartenenti a questa categoria, e volevo prendere ad esempio un paio di pellicole che mi è capitato di visionare negli ultimi giorni. La prima si chiama Short Term 12, secondo lungometraggio di un regista la cui opera prima si intitolava I Am not a Hipster. Il film è ambientato in una specie di casa famiglia per bambini e ragazzi con situazioni familiari complicate, ed è esattamente il tipo di film che non posso sopportare in quanto parla di giovani ma piace ai vecchi (credo). I personaggi hanno tutti delle storie allucinanti di sfighe che emergono man mano più inquietanti, e sono tutti molto sensibili, però poi c’è la scena al ralenti in cui tutti ridono e c’è una canzone folk in sottofondo, se non che poi a uno gli girano le palle e c’è una crisi, si fa pace, ma un altro si taglia le vene, poi la protagonista ha un’epifania e alla fine il messaggio è che la vita è bella perchè ci sono le difficoltà ma tutti insieme le supereremo.

Lungi dall’essere il peggio che il filone ci ha saputo offrire, la schizofrenia emotiva del film, spacciata per aderenza alla realtà è probabilmente il tratto più fastidioso in assoluto che un film di questo tipo può avere, e faccio fatica a comprendere le eccellenti recensioni che ST12 ha rimediato pressochè ovunque.

Tutta un’altra storia l’altro film di cui voglio parlare. O meglio, una storia molto simile, ma il film mi è piaciuto alquanto, per cui deve essere diverso. Vediamo.

Trattasi di Happy Christmas di Joe Swanberg, regista ed attore estremamente prolifico che si divide tra drammetti agrodolci come questo e thriller zozzi, splatterate random e altre strane cose che realizza anche in collaborazione con il suo amichetto Ti West. Questo fatto per esempio mi intriga molto: cimentarsi con pellicole di genere è una gavetta cui i giovani autori sembrano essere sempre meno interessati, ma che credo essere estremamente fruttuosa e sintomatica di qualcuno interessato ad apprendere il mestiere oltre che ad esprimere la propria senz’altro profondissima visione delle cose importanti della vita.

Non che la cosa spicchi in maniera particolare, ma se gli alti e bassi emotivi di Happy Christmas risultano non molto meno forzati di quelli di Short Term 12, viene però meno il senso di stare assistendo allo srotolarsi di una parabola morale di qualche tipo, il che è un passo avanti di dimensioni incalcolabili.

La storia è quella di una coppia con bebè a seguito che ospita durante le vacanze di Natale la squinternata di lui sorella, che seminerà un po’ di salutare panico nel tran tran familiare. Jenny, la squinternata, è interpretata da Anna Kendrick, una delle mie giovani attrici preferite, che qualcuno avrà presente per i film della saga di Twilight o per Tra le nuvole. Il talento della ragazza nel rendere i dialoghi così naturali da sembrare in qualche misura improvvisati -cosa che non è da escludersi- è una boccata d’aria fresca rispetto alla musonaggine metodista della sua collega Brie Larson nel film di cui prima, e la mancanza di un fuoco, di uno scopo, è proprio la caratteristica che libera Happy Christmas dalla patina di pesantezza e auto-conferita significatività che uccidono la spontaneità che mi aspetto da questo tipo di pellicola.

Al di là della raccomandazione di Happy Christmas non so bene dove volessi andare a parare con questo post, e dubito che la mia nebulosa opinione su queste questioni potesse essere espressa in maniera compiuta e intelligibile, ma io ci ho provato, e la vita va avanti, e insieme ce la faremo.

Quanto valgono gli Arctic Monkeys?

Nel 2006, anno del mio diciottesimo compleanno, sono successe tantissime cose meravigliose. Oltre alla vittoria del mondiale – e non fate gli snob, nutro profondo odio per chi ha affrancato la musica dal calcio – quella estate ebbi il piacere di vedere dal vivo ben tre pilasti (forse due e mezzo) della mia crescita musicale: Roger Waters – bassista dei Pink Floyd (spero di dover specificare solo per i duenni)- Eric Clapton, e i Rolling Stones. Ecco dove ero io, mentalmente, musicalmente, quando I Bet You Look Good On The Dance Floor faceva impazzire già da diversi mesi tanti miei coetanei. Sempre per il bimbo di due anni di sopra stiamo parlando degli Arctic Monkeys, forse ultima band del revival indie-rock britannico capace di conquistare pubblico non solo per sé stessa ma anche per la scena musicale a sè coeva.

Whaterver People say I Am, That’s What I’m Not, uscito nel Gennaio di quel fatidico 2006, seguendo la più classica tradizione del rock britannico è il disco che ha stabilito il record di vendita per un album di debutto, cosa che ai tempi successe a Definitely Maybe degli Oasis, giusto per citare un precedente. E a ben vedere i Monkeys hanno più di qualcosa in comune con i loro padri putativi di Manchester, a cominciare dall’aver confezionato un album oggettivamente orecchiabile e valido, se non fosse però che al suo interno non c’è assolutamente nulla che non si sia già sentito un milione di volte nella musica pop inglese. Non basta l’accento dello yorkshire di Tuner per rendere un disco standard di pop britannico interessante. Ci siamo già passati, c’hanno già fregati. E se è innegabile l’appeal di molti dei pezzi dell’album, è perché è innegabile che i Beatles, i Kinks, gli Smiths, i primi Oasis (che a loro volta hanno copiato da un intero background di musica inglese) sono entrati talmente tanto nell’immaginario inconscio collettivo che non possiamo fare a meno di quell’approccio musicale e gli inglesi, compiaciuti, si spingono in magnifiche auto glorificazioni che bastano e avanzano per vendere i dischi nel resto del mondo. Questo tipo di indie-brit-rock è paragonabile al tardo grunge, o quell’hard rock ottantiano paillettato. Nessuno dice che non possa piacere ma ragionando bene tutti sappiamo da dove vengono quei riff e che di autentico o originale c’è ben poco.

Tuttavia Alex Turner e compagni hanno dimostrato di non essere una band ‘in it only for the money’, provando progressivamente a cambiare una formula che gli avrebbe assicurato un vagonata di soldi almeno per i prossimi dieci anni (chi ha detto Oasis?). Già Favourite Worst Nightmare, anche grazie alla produzione, riesce a tirar fuori un sound leggermente mutato rispetto all’esordio, soprattutto per il suono schiacciasassi assegnato alla batteria di Matt Helders, vero e proprio mattatore dell’album. Peccato però che a conti fatti a trainare l’album ci siano sempre le solite soluzioni che hanno fatto ricche generazioni di musicisti albionici. La vera sopresa arriva con Humbug, in cui Turner muta completamente il suo modo di cantare, a favore di uno stile decisamente più maturo soprattutto in alcuni episodi inaspettati, su tutti “Crying Lightning”, e “Pretty Visitors”. Peccato che il disco nel suo complesso, nonostante l’impegno artistico e di produzione, rimanga piuttosto inconsistente ed inoffensivo. Se un cappotto nuovo non fa di te una persona diversa, non è certo la produzione di Josh Homme a fare degli Arctic Monkeys una band interessante eoriginale, e questo lo dimostra anche il successivo Suck it and See, che è un disco che si muove vergognosamente negli schemi del brit pop anni ’90, con l’unica differenza che il sound delle chitarre è di matrice più americana, ennesimo passo a metà di una band che tenta di rinnovarsi ma che fallisce per un’evidente mancanza di fantasia e talento (e di ascolti?).

Con buona pace di tutti i bravi ragazzi che sono andati ad ascoltarli nelle recenti date italiane.
PoliRitmi-Luigi Costanzo