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Yemen senza tregua e pace. Il silenzio colposo dell’occidente

Yemen senza tregua e senza pace. Sono quasi 85.000 i bambini morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto .

LA STRAGE DEI BAMBINI – Lo riferisce un rapporto pubblicato da Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite –Unicef  ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen.

La guerra ha provocato in tutto oltre 10000 vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

IL CONFLITTO Il conflitto ufficialmente è iniziato tra il 25 e il 26 marzo del 2015. Da quella notte gli aerei dell’Arabia Saudita, sostenuti da una coalizione di altri otto Paesi arabi, bombardano senza sosta le postazioni dei ribelli sciiti houthi, arroccati nel sud del Paese.

Per comprendere le cause del conflitto bisogna però andare indietro negli anni. Dopo la primavera yemenita, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, il presidente Ali Abdullah Saleh (alla guida del Paese da oltre trent’anni) ha lasciato il potere. La sua caduta, avvenuta su pressione dei Paesi del Golfo e in particolar modo dell’Arabia Saudita, ha ridato vita alle forze centrifughe del sud del Paese. Mentre le Primavere arabe infiammavano tutto il Medio Oriente, i ribelli houthi sono tornati sulla scena.

Il nuovo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Egitto oltre che dai Paesi del Golfo, non è mai riuscito a prendere del tutto il controllo del Paese né ad avviare le riforme promesse. Dal 2011 in poi gli houthi, appoggiati dall’Iran e frustrati nelle loro inascoltate richieste di autonomia, hanno dato il via a una serie di proteste per chiedere la sua cacciata. Questo stato di instabilità ha portato l’Arabia Saudita a optare per l’intervento militare, mettendosi alla guida di una coalizione guidata dagli Stati del Golfo, dalla Giordania, dall’Egitto, dal Marocco e dal Sudan e mettendosi alla guida di una coalizione di cui fanno parte gli Stati del Golfo, la Giordania, l’Egitto, il Marocco e il Sudan . Inoltre il presidente Hadi nel marzo scorso ha dovuto abbandonare la capitale Sana’a, caduta sotto il controllo dei ribelli. E ora si trova ad Aden – da cui gli houthi si sono ritirati – nel Sud del Paese dove imperversano diverse milizie. A sostenere gli Huoti è il Paese sciita per eccellenza ossia l’Iran.

 

Quella in Yemen è sempre più una guerra per procura che vede uno scontro tra due filoni dell’Islam, due potenze regionali (Iran e Arabia Saudita), tra alleanze globali (Russia/Cina contro Occidente) e tra etnie. Le vittima invece è solo una: la popolazione civile.

LA TREGUA DELLA SCORSA SETTIMANA – È durata solo qualche decina di ore la tregua stipulata tra i ribelli Houti e la coalizione a guida saudita in Yemen.Nella giornta di ieri Mohammed Ali Al Houthi, capo del Comitato Rivoluzionario Supremo degli Houti, aveva infatti accettato leh richieste dei negoziatori delle Nazioni Unite, che da tempo cercano di instaurare un tavolo di pace con poco successo, e aveva annunciato che sarebbero stati sospesi gli attacchi missilistici e con i droni contro l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e le forze lealiste da loro sostenute sul territorio dello Yemen. La coalizione araba aveva invece accettato di sospendere l’offensiva contro Hodeidah, quarta città del paese e importante porto sul Mar Rosso.

L’obiettivo del governo appoggiato dalle Monarchie del Golfo è la presa del porto strategico di Hudaydah. La cui presa potrebbe segnare un passo militare di assoluta rilevanza per la coalizione appoggiata dall’occidente.

Nel frattempo lo Yemen resta un Paese senza tregua e senza pace. Ma, tanto all’opinione pubblica occidentale non importa. Troppo importanti le sponsorizzazioni agli editori di chi con la guerra in Yemen fa grandi affari.

Il Lavoro minorile e la nostra sporca anima

D’infanzia e minori le nostre giornate sono piene. Non nella quotidianità pratica di ognuno di noi. Personalmente non avendo ne’ fratelli, ne’ figli non vengo toccato direttamente dal tema. Ma, la mia coscienza e il mio ruolo di divulgatore sì. Ciò accade perché in una pubblicità su tre, in molti dibattiti politici e sui media, l’infanzia e i minori sono protagonisti come lo sono le modelle per le maison di sartoria. Singolarmente, nei dibattiti sull’utero in affitto e sulle adozioni vengono posti sempre nella prospettiva dell’adulto e mai del minore o bambino che sia. Ma, a far maggiormente male è l’assenza di dibattito sul lavoro minorile, o meglio sullo sfruttamento di essi.

LE CIFRE – Secondo l’Unicef, nel mondo sono più di 150 milioni i bambini intrappolati in impieghi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione, secondo l’Unicef.

Il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, in quanto sottoprodotto della povertà, che contribuisce anche a riprodurre. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo. In particolare, l’UNICEF considera la differenza tra child labour – sfruttamento economico in condizioni nocive per il benessere psico-fisico del bambino – e children’s work, una forma di attività economica più leggera e tale da non pregiudicare l’istruzione e la salute del minore. Secondo i dati dell’ILO, nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi.

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E’ il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o che fabbricano bracciali di vetro in India. Tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti qui bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. La più alta percentuale di bambini lavoratori si trova in Africa subsahariana (il 25% di quelli tra i 5 e i 14 anni).
In Asia meridionale, il 12% dei bambini nella stessa fascia di età svolge lavori potenzialmente dannosi, rispetto al 5% dei bambini che vivono in Europa centrale e orientale e Comunità degli Stati Indipendenti (Cee/CiS), la regione con il minor tasso di bambini lavoratori. Nei paesi più poveri del mondo, circa 1 bambino su 4 lavora e questo è potenzialmente dannoso per la loro salute.In Asia meridionale sono 77 milioni i bambini lavoratori. In Pakistan l’88% dei bambini tra i 7 e i 14 anni che non vanno a scuola, lavora; in Bangladesh sono il 48%, in India il 40% e in Sri Lanka il 10%.

LE TUTELE GIURIDICHE – Se i dati sconvolgono, a crear maggior scandalo in me è la presenza di chiare norme internazionali a sostegno dell’Infanzia sempre dimenticate e disattese. In Italia, lo sfruttamento del lavoro minorile è vietato dalla legge 977 del 17 ottobre 1967. Nonostante i divieti, l’ISTAT stima che ci siano in circa 120.000 lavoratori tra i 7 e 14 anni.

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Nel 1924 la Quinta Assemblea Generale della Società delle Nazioni, la progenitrice dell’Onu, adottò la Convenzione di Ginevra (o Dichiarazione dei diritti del bambino).Il 20 novembre 1989, con l’approvazione da parte dell’ONU della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, vi è stato un chiaro tentativo di arginare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile. Venne stabilito che i bambini hanno il diritto “di essere tutelati da tutte le forme di sfruttamento e di abuso”

Peccato che alle dichiarazioni di principio, nulla sia corrisposto e che il tema si taccia. Sì, perché in fondo ci conviene. Come consumatori che mai ci informiamo su quel che acquistiamo, ben consapevoli che dietro al prezzo vantaggioso, si nasconda lo sfruttamento di un minore. Come persone, che si lavano la coscienza con una donazione o preghiera, ma a cui poco importa se il proprio datore di lavoro costruisce palazzi pieni di grigio e di speculazione, rendendo schiavi centinaia di bambini nei suoi scantinati di povertà. E ciò avviene anche nelle periferie delle nostre città. Le periferie della nostra sporca anima.