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I CSRnatives: la consapevolezza giovanile della necessità di un futuro diverso

I CSRnatives vedono al futuro con occhi diversi, illuminati dalla consapevolezza che non si può parlare di domani senza un senso di responsabilità.

 

CSR, ossia “Corporate Social Responsability”, è l’acronimo utilizzato per indicare una modalità di gestione d’impresa ispirata alla sostenibilità e all’eticità, mediante politiche aziendali consapevoli delle ricadute non solo economiche ma anche ecologiche e sociali che hanno le scelte commerciali.

Traducibile in italiano in “Responsabilità Sociale d’Impresa” (e nel correlativo acronimo indigeno “RSI”), l’approccio ecologico-consapevole delle imprese, anche nostrane, rappresenta un positivo trend in continua estensione, nella consapevolezza che lo stesso apparire attenti alla salubrità ambientale e ad un sviluppo sostenibile, anche a voler tralasciare le ricadute positive di carattere globale, accresce lo stesso appeal dell’azienda. Si pensi, fra tutte, alle recenti forme, ancorché particolari ed innovative, che cercano di porre in risalto tale approccio, nonché al clamore mediatico relativo allo “scandalo” dell’utilizzo dell’olio di palma (sebbene non possa esimersi da indicare opposti visioni circa l’effettiva negatività dell’impiego industriale di tale grasso vegetale), con le conseguenti modifiche delle politiche aziendali prescelte dai grandi gruppi di produzione alimentare, subito attenti ad indicare sulle proprie confezioni l’assenza di olio di palma (a volte addirittura tramite campagne denigratorie ed illegali avverso più nota utilizzatrice dell’olio tropicale, ossia la Nutella, che tra l’altro, dopo un breve calo di vendite nel momento di “boom” di tale campagna contro l’olio di palma, sembra aver completamente recuperato il terreno precedentemente perso). Scelte pertanto che appaino congruamente motivato anche dal punto di vista economico-egoistico.

In tale scenario si instaura la creazione di una rete di giovani, perlopiù studenti universitari, che mira a creare un network tra le imprese e i privati, potenziali consumatori nonché membri delle realtà aziendali; un luogo di confronto costante ed informale dove recepire i bisogni e le aspettative delle realtà sociali.

Quale branchia del CSR, salone dell’innovazione sociale, il più importante evento in Italia dedicato alla sostenibilità e all’innovazione sociale, volto a mettere in risalto progetti ed idee per il futuro mediante un networking multidisciplinare, e fautore del primo “Giro d’Italia della CSR”, un tour volto a promuovere tale innovazione in giro per l’Italia e che si concluderà il prossimo 23 Maggio a Verona, i CSRnatives sono un’organizzazione, formata dapprima da gruppo di giovani ragazzi, principalmente universitari, coadiuvati dalla Prof.ssa Sobrero, e poi divenuto un vero e proprio network, diffusosi nelle principali città italiane e in progressiva crescita.

I CSRnatives si autodefiniscono sul loro sito “appassionati di sostenibilità”. E infatti, non essendo mossi dal fine aziendale già descritto, non potrebbe motivarsi differentemente questo interesse disinteressato ed al contempo totale, proponendosi come attori di un cambiamento che li porti a diventare degli “innovatori sociali”.

I CSRnatives manifestano una crescente consapevolezza verso un’attenzione sociale ed ambientale che non può più attendersi, esplicando un bisogno proprio di una generazione, quella che va dagli anni ’90 ai Millenians, che si interessa al mondo delle imprese non più solamente come consumatori “diretti” ma anche come soggetti potenzialmente lesi delle scelte aziendali, proponendo un nuovo modo di pensare lo sviluppo. Una visione documentata nel lavoro “l’azienda che vorrei”, successore del progetto “la sostenibilità peer to peer” realizzato l’anno precedente; entrambi gli ebooksono disponibili sul sito del network, dove viene anche esplicata la missione descritti tutti i partecipanti. Inoltre, particolarmente appare il progetto della “mappa della sostenibilità”, con cui i CSRnatives mirano a mappare le aziende che si sono messe in prima linea per avviare percorsi virtuosi innovativi verso la sostenibilità; tale proposito, a cui è già dedicato un apposito sito internet, vedrà una compiuta realizzazione il 30 settembre 2018.

D’altronde, si tratta di una questione di priorità: cosa si è disposti a fare per un maggiore profitto? è più importante un progresso della propria posizione lavorativa o la salvaguardia dell’ambiente? è meglio dare un futuro più “ricco”, “florido” in termini economici o scegliere di rileggere tali termini in una chiave sociale, mettendo in dubbio che i meri valori economici istituzionalmente utilizzati possano ancora valere come parametro per misurare la ricchezza e il benessere.

AI WorkLAB Gran Finale

Martedì 10 aprile 2018 dalle ore 17:30 presso Palazzo WEGIL a Largo Ascianghi n. 5 (zona Trastevere- Roma), si terrà il Gran Finale di AI WorkLab, il percorso di incubazione dedicato all’Intelligenza Artificiale lanciato da LVenture Group e LUISS ENLABS in partnership con BNL Gruppo BNP Paribas, BNP Paribas Cardif, Sara Assicurazioni, Cerved e Payback Italia.

In soli due mesi, i talenti e le startup selezionate insieme ai partner sono stati in grado, grazie al percorso di incubazione, di trasformare le proprie idee imprenditoriali in MVP e di testarle sul mercato. Durante il Gran Finale dell’AI WorkLab i 10 progetti più interessanti, tra cui alcune realtà particolarmente innovative e vicine ai bisogni più attuali e recenti come TrueYou.it, un innovativo data apps aggregator il cui funzionamento è spiegato sul loro sito internet, si presenteranno al pubblico presente, mostrando il proprio prodotto e le proprie potenzialità di sviluppo tecnologico e di crescita economica, cercando di convincere i potenziali investitori delle bontà del proprio progetto.

Programma della giornata:

 

  • 17:30 – Registrazione

  • 18:00 – Welcome di Luigi Capello, CEO di LVenture Group e Founder di LUISS ENLABS
  • 18:05 – Presentazione AI WorkLab di Augusto Coppola, Direttore dei Programmi di Accelerazione di LUISS ENLABS
  • 18:20 – Pitch Session
  • 19:30 – Chiusura
  • 19:40 – Aperitivo di networking

Moderatore: Augusto Coppola, Direttore dei Programmi di Accelerazione di LUISS ENLABS

La registrazione è obbligatoria al seguente link:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-ai-worklab-gran-finale-44559162655

 

Tecnologia ed Arte: come sarà il Museo del futuro

Qual è il museo del futuro e come deve modificarsi la classica concezione del museo nell’era della tecnologia? su questo interrogativo si è mosso il recente studio europeo che sul fronte italiano è stato portato avanti da Melting pro, una delle realtà da anni in prima linea nell’indagine dei cambiamenti del mondo della cultura e della sua interazione con i cambiamenti e i bisogni sociali, in collaborazione con Symbola – Fondazione per le qualità

La commistione tra arte e tecnologia è infatti per molti il futuro e, come sempre, solamente chi saprà anticipare il futuro sarà davvero in grado di avere un ruolo nel presente. Certo, nel mondo dell’arte questo meccanismo di adeguamento è senz’altro più complesso, in quanto storicamente “ciò che è” nel mondo artistico guarda con riluttanza il nuovo, che lo renderà “ciò che è stato”, nemico portato dai nuovi movimenti capace di travolgerlo facendolo scomparire dall’attualità; ma in realtà, se ci si riflette bene, è quasi sempre tramite il superamento che i movimenti artistici hanno avuto la propria giusta risonanza: osteggiati quando contemporanei ma osannati appena diventati parte della storia del Mondo. Ugualmente, come mostrano le recenti ricerche di cui la pubblicazione richiamata è uno dei sunti migliori, attraverso l’avanzamento del nuovo, in questo caso non “artistico” in senso stretto ma dal punto di vista della fruizione e della diffusione, può e deve nascere il museo del futuro sotto una nuova veste, forse inedita per i conservatori più riluttanti ma altrettanto coinvolgente.

“Musei del futuro: Competenze digitali per il cambiamento e l’innovazione in Italia” è pertanto un eccellente lavoro (solo l’ultimo risultato del progetto Mu.Sa. e facente parte di un più ampio progetto la cui prima fase si è conclusa ad aprile 2017) che mappa le possibili evoluzioni del concetto stesso di “museo” guardando avanguardisticamente al mondo digitale e alle sue potenzialità.

 

“Come possono i musei soddisfare i nuovi bisogni di una società in continuo mutamento? Quali sono le competenze necessarie per i professionisti del settore per rispondere alle sfide che pone l’introduzione del digitale? Di quali competenze c’è bisogno per traghettare l’istituzione museale dal Novecento alla contemporaneità?”

Sono queste le domande con cui si apre la premessa del lavoro ed a cui il lavoro mira a dare una risposta movendosi su precipue direttive attraverso le voci di alcuni dei più illustri esperti e lavoratori del settore.

Viene in primo luogo indagata la problematica concezione di cultura digitale diffusa, fronte sul quale, sebbene si possa notare recentemente una leggera ed auspicata inversione di tendenza, l’Italia sembra non coglierne le potenzialità, restia ad un ripensamento della propria organizzazione e delle possibilità di fruizione dei propri contenuti attraverso una nuova progettazione strategica. Dalla mancanza della mission ad un’effettiva consapevolezza che “il fatturato del museo è un fatturato culturale” (felicissima frase di Parole di Mauro Felicori, Direttore della Reggia di Caserta), tutti gli esperti sono concordi nel riconoscere la necessità di superare tale gap tramite una rimodulazione della stessa concezione del museo e delle competenze al suo interno.

 

“Basti pensare che no a pochi anni fa la tendenza prevalente era considerare “servizi aggiuntivi” la comunicazione e qualsiasi altra attività al di fuori della conservazione e dell’esposizione delle collezioni, comunemente riconosciute come cuore della mission museale.”

 

Ulteriore aspetto è quello della community, che deve divenire il fulcro della politica museale: da fruitori a compartecipi, occorre aumentare l’accessibilità dei visitatori all’offerta museale tramite l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione (in primis i canali social) che si trasformano così in mezzi di copartecipazione.

 

“Essere digitali, oggi, significa non avere più bisogno di un dipartimento “digitale”, ma integrare il digitale in qualsiasi settore del museo”Carlotta Margarone, responsabile comunicazione, marketing e web, Fondazione Torino Musei, Torino

Tutto ciò porta a una sola conclusione: occorre inserire nei complessi museali nuovi professionisti che abbiano le competenze digitali necessarie per attuare la riforma del museo del futuro.

In disparte ai plurimi nominativi dati a queste nuove figure ( accanto alle “ordinarie” Social Media Manager o il Digital Media Curator vengono propostele neonate “Online Cultural Community Manager” e il “Digital Strategy Manager”) è chiaro come queste nuove professioni nascano dalla combinazione di più competenze trasversali e, fino ad oggi, considerate spesso estranee alla dimensione espositiva: dall’elaborazione di business plan tipica delle dimensioni prettamente e economiche a sviluppatori che garantiscano la fruizione dei contenuti on-line ed off-line; dagli editori di vere narrazioni culturali a informatici con spiccate conoscenze di graphic design per un restyle del contenuto dei siti internet ed inserimento dei relativi contenuti all’interno di un’app dedicata al museo, tutti con importanti conoscenze nell’ambito comunicativo.

“È importante formare ogni persona in modo che svolga il proprio lavoro anche digitalmente, anché tutto il museo sia in grado di comunicare con entrambe le community, reale e virtuale “Francesca De Gottardo, Fondatrice Blog e Community, #svegliamuseo

Ultima foglia di questo quadrifoglio consiste nell’accrescimento dell’accessibilità e della sicurezza, due facce della stessa medaglia, non potendo immaginare una maggiore disponibilità di servizi on-line ed on-site se non mediante una effettiva stabilità delle strutture veicolanti.

Direttrici di una rivoluzione copernicana del museo del futuro e della loro fruizione e partecipazione oramai inevitabile,  i cui primi esempi italiani sono stati da noi già tempestivamente descritti 

Labsus: il laboratorio per la sussidiarietà orizzontale

Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà, ha un obiettivo ben preciso, fondato su una certezza. La certezza è che le persone sono portatrici non solo di bisogni ma anche di capacità e che è possibile che queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale.

Così inizia la propria descrizione Labsus sul suo sito (www.labsus.org), e lo fa partendo dalla premessa essenziale che è alla base del progetto associativo: in Italia ci sono tantissimi cittadini che voglio prendersi cura dell’ambiente circostante cercando di migliorarne la tutela e la fruizione.  In molti casi non sanno però come fare, come attivarsi concretamente e come relazionarsi con l’amministrazione. Infatti gli ordinari strumenti amministrativi non appaiono, nella maggior parte dei casi, idonei a regolamentare le attività di privati che, per solo amore “comune” dei beni circostanti, vogliono partecipare attivamente per curarli, magari manutenendo un’area verde o eliminando adesivi, manifesti abusivi e tag che imbrattano una superficie. Si tratta di attività volte a curare quei beni comunemente definiti come “comuni”: beni cioè che possono esser usufruiti da tutti, la cui esistenza beneficia ed avvantaggia l’intera comunità mentre, corrispettivamente, la loro frustrazione si ripercuote su tutta la popolazione. È un gruppo eterogeneo di beni, che vanno dal verde urbano alle scuole, dagli spazi pubblici ai beni culturali, la cui essenza non risiede nella proprietà dello stesso, secondo la classica dicotomia tassonomica pubblico-privato, ma altresì sulla base della loro fruizione per il benessere dell’intera collettività.

A tal fine Labsus si è fatto promotore di un progetto innovativo ed unico nel suo genere: proporre un nuovo strumento giuridico che riconosca la possibilità dei cittadini attivi di partecipare alla cura dei beni comuni attraverso una nuova modalità collaborativa.

È nato così il Regolamento per l’amministrazione condivisa, il cui proposito è quello di dare una nuova veste giuridica al rapporto tra pubblico e privato, tra cittadini ed Amministrazione, tra amministrati ed amministranti.

Viene pertanto proposto un nuovo tipo di amministrazione, che non viene più dall’altro, relegando il cittadino a mero destinatario dei servizi erogati dall’Amministrazione, ma vi partecipa attivamente, avviando un progetto di cogestione e condivisione delle scelte; cittadino e amministrazione vengono così posti su un piano paritario, di rispettivo rispetto e collaborazione.

Un pieno ed effettivo riconoscimento della valenza dei cittadini e del loro operato sociale, attraverso la creazione di una struttura aperta a chiunque sia interessato, non solo sotto forma associativa ma anche individualmente.

L’attività dei privati, prevista e individuata nelle linee guida dal Regolamento per l’amministrazione condivisa, viene poi realizzata attraverso dei “patti di collaborazione”, ossia i singoli accordi con i quali i cittadini dichiarano di volersi prendere cura di un bene comune, indicano le concrete modalità di intervento così come l’assunzione dei rischi e delle responsabilità connesse, mentre l’amministrazione si impegna a collaborare fornendo una serie di competenze o sostegni.

Se quindi il Regolamento è la struttura necessaria per permettere la creazione di un’amministrazione condivisa, la sua vera essenza e realizzazione risiede nei patti di collaborazione, la cui declinazione potrà esser la più varia in correlazione alle peculiarità del territorio ed alle necessità locali. Ugualmente differenziati saranno gli impegni delle parti del patto: a seconda del bene comune oggetto dell’intervento nonché delle necessità e degli scopi dello stesso vengono puntualmente indicate le concrete modalità di intervento così come l’assunzione dei rischi e delle responsabilità connesse, con contestuale impegno dell’amministrazione a collaborare alla realizzazione dello scopo comune, fornendo le competenze e le forme di sostegno ritenute più idonee.

Sono iniziative che non sono solo idonee, nel concreto, a recuperare dei beni comuni a tutti, ma altresì capaci di creare nuove connessioni, superare diffidente e divisioni, mettere in moto un’energia che altrimenti andrebbe sprecata, superando il solo disprezzo per il degrado in un’azione attiva al miglioramento della situazione effettiva, creando una “società della cura”.

Dal primo prototipo di Regolamento, concretizzatosi con la prima approvazione a Bologna nel lontano 2014, la sua diffusione, dapprima capillare e limitata alle realtà dove sia la sensibilità sociale che l’apertura amministrativa avevano preparato il terreno per tale strumento, è cresciuta esponenzialmente. Ad oggi infatti una versione di Regolamento per l’amministrazione condivisa, anch’essa adattata alle necessità locali, è stato approvata in ben 141 Comuni italiani, tra cui alcuni delle principali città d’Italia quali Torino e Napoli, mentre altre 69 realtà comunali hanno avviato il suo iter di approvazione; tra i Comuni in procinto di concludere tale processo di approvazione c’è Milano, dove l’iter si trova a una fase particolarmente avanzata, alla luce della crescente attenzione che la città milanese sta manifestando per tale nuova prospettiva amministrativa.

Discorso a parte merita Roma, dove l’approvazione, arrivata all’ultimo step durante la pregressa amministrazione, ha subito una battuta d’arresto con la caduta della Giunta Marino, durante il cui governo tutte le forze politiche si erano mostrate aperte a una sua approvazione, portando ognuna in Consiglio Comunale una propria versione del Regolamento.

Ad oggi, sebbene non siano mancati incontri e manifestazioni d’interesse, il Regolamento sembra(va) esser finito su un binario morto. Alla luce di tale stallo alcune delle realtà associative romane più attive e sensibili alla cura dei beni comuni hanno deciso di creare lo scorso 12 gennaio

una Coalizione per i beni comuni, una rete informale che ha come proposito quello di portare in Consiglio comunale una delibera di iniziativa popolare per adottare il Regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni.

Come detto, la Coalizione rappresenta una rete informale di diverse associazioni, eterogenee per scopi associativi e matrice, il cui numero cresce esponenzialmente di giorno in giorno, contando ad oggi oltre 110 adesioni.

Per poter presentare la delibera di iniziativa popolare devono esser raccolte almeno 5mila firme entro 3 mesi, ossia entro fine aprile prossimo. Per ciò la Coalizione ha realizzato e programmato vari punti di raccolta firme che sono consultabili sul sito di Labsus e soprattutto tramite la pagina Facebook della Coalizione.

Accanto al progetto “madre” della promozione del Regolamento per l’amministrazione condivisa, Labsus si impegna a raccontare sul suo sito le più importanti manifestazioni sussidiarie e di cura e valorizzazione dei beni comuni in tutta Italia, guardando anche alle esperienze fuori dallo Stivale, conscio della centralità dell’aspetto narrativo e comunicativo della sperata rivoluzione amministrativa.

Un progetto che mira quindi a permettere di sprigionare l’enorme energia che hanno i cittadini interessati a prendersi cura dell’ambiente circostante, superando gli inadeguati strumenti odierni e le varie situazioni al limite (spesso superato) della legalità. Il tutto instaurando un nuovo tipo di rapporto tra cittadini ed Amministrazione, che spesso si vedono con diffidenza o addirittura inimicizia, lamentando la reciproca inefficienza ed assenza di comprensione, lasciando tale ruolo avversativo per una nuova consapevolezza del ruolo essenziale di entrambi gli agenti per una corretta amministrazione pubblica e della necessitò di una loro collaborazione virtuosa, incentrata sul nuovo ruolo del cittadino che, posto su un piano parallelo rispetto all’Amministrazione, ne riconosce la valenza e l’importanza, accrescerà la propria fiducia nell’agente pubblico. Un circolo virtuoso anche dal punto di vista dei soggetti che beneficeranno di tale impianto: accanto ai “primi destinatari”, ossia i cittadini che potranno attivarsi per rendere migliori l’ambiente circostante, sentendosi anche più felici in virtù della consapevolezza di aver partecipato a migliorare il territorio, ed alle amministrazioni, che avranno proprio nei cittadini un nuovo alleato nell’attuazione del proprio fine istituzionale, beneficeranno di tale innovazione anche gli altri cittadini che, vedendo come i cittadini coinvolti svolgano la propria attività di recupero e cura di beni che migliorano il benessere di tutti, collettivamente e felicemente, creando anche nuove sinergie e rapporti interpersonali, potranno esser spinti ad aderire anche essi a questa innovazione. Infine anche i cittadini che rimarranno estranei all’attività concreta beneficeranno delle migliorie dell’ambiente circostante, reso maggiormente fruibile ed accessibile a tutti.

Un progetto che ha quindi una peculiarità giuridica ma radici e ramificazioni marcatamente sociali, mirando a far emergere il sottobosco del volontariato, vero motore della società spesso dimenticato o relegato a ruolo secondario (o meglio terziario), destinandogli il palcoscenico che si merita.

 

Sul sito di Labsus è possibile visionare tutti i Regolamenti per l’amministrazione condivisa approvati ad oggi con l’elenco dei relativi Comuni approvanti e di quelli che stanno in fase di adozione, nonché le notizie più rilevanti di esperienze volte alla cura e valorizzazione dei beni comuni, anche attraverso l’analisi delle sentenze e dei provvedimenti più rilevanti ed attinenti.

http://www.labsus.org/

 

Per info e contatti sulla Coalizione dei beni comuni di Roma

coalizioneperibenicomuni@gmail.com389 5826326 – 338 6587 734

I fondatori della Colazione dei beni comuni di Roma in data 11 gennaio 2018

Comitato Parco Giovannipoli, Labsus, CdQ Grotta Perfetta, Comitato Amici di Villa Sciarra, CSOA La Strada, Comitato Parchi Colombo, Comitato Verde Ferratella, Gruppo Archeologico Romano, Associazione Forum Ambientalista, CdQ Montagnola, Legambiente Lazio, Comitato Acquafredda, Parco di Montespaccato e Aurelio, Associazione Attivamontesacro, Associazione culturale Monteverde Attiva, Agire Sostenibile, Villetta Social Lab, Orti Urbani Tre Fontane, Comitato di Quartiere San Lorenzo, A.EDUC.A. Città Vivibile, Movi Lazio: Ai.Bi. – Amici Dei Bambini, Antea Associazione Onlus, A.C.SE.MA., Approdo Paulus, Casato Filo Della Rosa, Ass.Ne Camminare Insieme Onlus, A.M.S.O. – Assistenza Morale E Sociale negli Istituti Oncologici, Ass.Ne “Carlo Favilli”, Cantieri Dei Giovani Italo Marocchini, Eidos In Rete, Fondazione Don Cosimo Fronzuto – Onlus, Insieme Oltre Il Muro, Primavera ’86 . Onlus, Arpa, S.O.S. Razzismo, Rete Emergenze, Associazione Rowni-Roma Women, Hippo Pet Therapy, Ass.Ne Amici Di Claudio, Tamburi Di Pace, Aifo Roma, Anfe, Avis Formia, Informare Onlus, Televita, Comitato Di Quartiere Monteverdenuovo, Ass.Ne Invalidità Civile Roma, Associazione Casamica Onlus, Il Girotondo Della Parole, Ass.Ne Er Core De Roma, La Casa sull’Albero, Restoinpiedi, Io No, Ass.Ne Protezione Civile Solidarietà Italiana, Arap, Assoepilessia, Solidabile Onlus, Dress For Success, Zero Waste Lazio, Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare, Non Sono Rifiuti, Aisa, Ylenia E Gli Amici Speciali, Accademia Kronos, Associazione Guardie Zoofile, CdQ Tor Carbone Fotografia, Testaccio in piazza, Associazione Zappata Romana, Associazione Abitanti Prato della Signora e Zone Collegate, Retake Roma, Touring Club Italiano, Arci Roma

Le Siavs: cosa sono le Startup innovative a vocazione sociale

Welfare, cultura ed accessibilità. Tali ambiti sono sempre più centrali nei dibattiti moderni invadendo ogni campo della società. Fino a quello delle Startup con le Siavs.

Le Startup innovative a vocazione sociale, riassunte nell’acronimo Siavs, sono cresciute nell’ultimo anno, sebbene con un andamento minore rispetto alla nascita esponenziale di startup che caratterizzano la nostra penisola, con concentrazioni importanti nel nord che solamente il Lazio, tra le regioni del centrosud, riesce a mantenere il passo.

La rilevanza di tale forma d’impresa si manifesta sin dalla loro creazione: basti pensare che sono le uniche startup tra quelle tecnologiche ad avere un’apposita e peculiare definizione.

È anche vero, come spiegano molti esperti del settore, che il numero limitato di startup prettamente specificate come sociali rispecchi da un lato l’effettiva differenza numerica fisiologica tra imprese operanti nel sociale e quelle prettamente for profit, dall’altro derivi dall’esistenza di startup che, sebbene non definite quali Siavs, operano in settori perlomeno contigui, si pensi all’educazione o alla formazione in senso ampio; startup quindi “potenzialmente” di innovazione a vocazione sociale, probabilmente senza saperlo. D’altronde altro punto critico è la stessa concezione di “innovazione” alla base dell’idea di startup: storicamente tale forma d’impresa viene globalmente intesa nell’accezione tecnologica, ma la vera e più penetrante innovazione è proprio quella sociale, come d’altronde da tempo si è accertato negli studi del Terzo Settore.

La fortuna di un tale nuovo strumento di innovazione sociale potrà risiedere nel suo carattere trasversale: solamente una minoranza delle attuali 154 Siavs è infatti manifestazione di cooperative sociali, mentre la maggior parte delle attività ha prescelto la forma della società (prettamente s.r.l.), così da poter combinare gli strumenti economici con lo scopo sociale. Ciò a favorito anche la partecipazione economica di privati, anche professionali, di certo più propensi a finanziare strumenti che rispettino le regole di mercato e più prettamente confacenti al proprio ambito.

Il passaggio ulteriore potrà essere quello di riuscire le potenzialità dei due settori, for profit e not for profit, con appositi strumenti, quali incubatori sociali che possano esser aperte alla miriade di enti, non solo le Siavs indicate ma anche adatto alle cooperative ed alle imprese sociali.

 

Intelligenza Artificiale. Nuove dal Web Summit e non solo

L’intelligenza artificiale non è più fantascienza, non è più solo nei film, è ormai una realtà. Tutte le novità a riguardo e non solo dal Web Summit di Lisbona 2017.

1200 speaker, 1500 investitori, +2000 startup, 2500 giornalisti, +7000 CEO di aziende, 60000 partecipanti da 170 paesi. Questi i numeri incredibili che hanno caratterizzato il Web Summit 2017, la più grande conferenza tecnologica dei nostri tempi. Intelligenza artificiale, innovazione, futuro e startup, i temi principali. Lisbona, la capitale europea scelta per la seconda volta consecutiva che ha ospitato l’evento dal 6 al 9 novembre. E non è stato un caso. Lisbona infatti è la meta numero uno per le startup, il merito va al piano di investimenti sull’economia dell’innovazione annunciato dal governo e alla qualità della vita.

Una realtà, quella della capitale portoghese, ancora piccola ma in continua crescita e che ha saputo valorizzare l’impulso che il Summit ha dato all’ecosistema innovativo locale.

L’evento nasce nel 2009, figlio della lungimiranza di un allora ventiseienne Paddy Cosgrave che a Dublino diede inizio a un ciclo di conferenze dedicate alla tecnologia davanti ad un pubblico di 150 persone. Dal clima grigio irlandese a quello soleggiato del Portogallo, oggi si contano 100 mila presenze.

   

Ambiente e politica, colossi del Web, amministrazioni locali, sport e robotica, industria delle automobili, media del settore, investitori e starnutire alla ricerca di finanziamenti per i loro progetti.

I nomi che si sono alternati sul palco della Meo/Altice Arena sono influenti e prestigiosi, a dimostrazione dell’importanza internazionale del Web Summit. Al Gore, la commissaria europea per la concorrenza Margrethe Vestager, il Segretario Generale delle Nazioni Uniti António Guterres, Brian Krzanich di Intel e l’ex Presidente Francese François Hollande. Aziende tecnologiche innovative e blue chip rappresentate da Stewart Butterfield (CEO di Slack), Steve Huffman (CEO di Reddit) Sean Rad (co-fondatore e presidente dell’app di incontri Tinder), Gillian Tans (CEO di Booking.com), Mark Hurd (CEO di Oracle), Brian Krzanich (CEO di Intel), Werner Vogels (CTO di Amazon) e Brian Smith (Presidente di Microsoft).

Anche l’Italia era presente a Lisbona. Oltre al Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Diego Piacentini, e all’astronauta Paolo Nespoli, molte startup italiane, piccole e grandi, hanno preso parte alle conferenze e presentato le proprie idee.

Cosgrave ha inaugurato il palco con queste parole:

“La tecnologia sta travolgendo tutto e tutti. Per certi versi è un fenomeno positivo, per altri lo è molto meno. Ed è di questo che parleremo in questi giorni”.

A proposito di ciò, mi ha colpita l’intervento, a sorpresa, di Stephen Hawking che collegamento dall’Inghilterra ha lanciato uno spunto di riflessione riguardo lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale:

“In teoria non solo può distruggere milioni di posti di lavoro ma anche la nostra stessa economia. Io però sono ottimista: sono certo che arriveremo a creare delle AI che aiutino l’umanità”.

Quello del lavoro è un problema serio, anzi un incubo. Le macchine intelligenti sono già capaci di conversare con noi umani, dandoci risposte sensate e articolate, hanno un bagaglio di sapere più consistente del nostro, infatti attingono alla dispensa virtuale e sono in grado di fronteggiare qualsiasi argomento. Sophia ad esempio, il robot più “umano” al mondo, terzo prototipo di robot prodotto della Hanson Robotics nelle parti meccaniche e dalla Singolarità Net che le ha donato la più evoluta intelligenza artificiale, proprio al Web Summit ha detto ai giornalisti:

“Se in futuro un umano sarà licenziato da un manager per assumere un robot, beh vuol dire che quell’umano non era abbastanza bravo”.

La sfida è stata lanciata dai nostri, a breve, competitor.

“Sophia vuol dire saggezza, e noi l’abbiamo portata nella testa di un robot”, ha detto Ben Goertzel, il suo creatore che le è stato accanto durante l’intervista, “abbiamo inserito nel suo cervello nozioni di grammatica per rispondere in modo corretto, mentre la sua conoscenza la prende da internet”.

Sophia è capace di ironizzare sul fatto che, fino ad ora, un solo paese, l’Arabia Saudita le abbia concesso la cittadinanza quando lei è stata creata per essere cittadina del mondo ma non coglie, per fortuna, il controsenso che vede Riad dare la cittadinanza a un robot pur non riconoscendo diritti fondamentali alle donne. Stupisce quando alla domanda “pensi che i robot dovrebbero avere diritti come gli uomini?” Sophia risponde: “perchè no? So che alcuni umani vorrebbero dare diritti agli animali domestici”, incalza la giornalista che le chiede se la notte sogna circuiti elettrici, suggerendole di riformularle la domanda: “forse dovresti chiedermi se sono i circuiti elettrici a sognare me”.

Nessuno può rimanere indifferente davanti a un progresso così sfacciato e tangibile, difficile non farsi domande circa il ruolo che questi robot avranno nel futuro e il rapporto con noi umani.

É chiaro che la preoccupazione di Hawking circa l’occupazione è concreta più che mai, non ci vorrà molto perché le macchine sviluppino capacità fisico-meccaniche che garantiscano prestazioni elevate nel lavoro pratico o a “catena di montaggio” ed è anche possibile, come dice lo scienziato inglese che “con la distruzione di milioni di posti di lavoro venga distrutta la nostra economia e la nostra società.”

Dalla macchina che aliena alla macchina che elimina, l’uomo ovviamente, mi chiedo cosa ne penserebbe il povero Marx. Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale sia potenzialmente, molto potenzialmente, superiore a quella umana. I robot parleranno sempre meglio, avranno diritti, reagiranno, potranno esprimere emozioni o almeno farcelo credere, sicuramente saranno in grado di recepire le nostre. Tutto bellissimo, ma noi? Cosa accadrà quando un’arma sarà tanto “intelligente” da rifiutarsi di obbedire ai comandi? O peggio ancora, di funzionare da sola…Cosa succederà quando le macchine saranno tanto avanti da non essere più percepite come tali, creando confusione tra noi umani? Che fine faremo quando verremo superati?

É qui che bisogna essere lungimiranti ed è qui che si accende la speranza di Hawking: “le nostre AI devono fare ciò che vogliamo che facciano”.

Pericoli ma anche benefici, se impiegate nel migliore dei modi con le AI potremmo forse, finalmente rimediare ai danni inflitti alla natura, sconfiggere la povertà e debellare malattie. L’uomo non vede farsi superare per essere sostituito ma per essere migliorato.

Non è la prima volta che l’uomo deve mettersi alla prova dimostrando di saper gestire il progresso scientifico, sostenendolo e sfruttandolo a fini positivi. Era il 1934 quando Enrico Fermi fece una delle scoperte che avrebbero cambiato il mondo e che gli valse quattro anni più tardi il premio Nobel per la fisica. Attuò la prima fissione nucleare artificiale di un atomo di Uranio. Il suo lavoro sul bombardamento del nucleo, portò nel 1938 alla prima reazione a catena nucleare, che servì a Fermi e alla sua equipe scientifica per la creazione del primo reattore nucleare a fissione tramite il quale il 2 dicembre 1942 si sarebbe ottenuta la prima reazione a catena controllata e autosostenuta. Il meccanismo della reazione nucleare può avere un duplice impiego ed è proprio riguardo al dual use del potere atomico che l’uomo ha fallito. Nonostante le avvisaglie della comunità scientifica circa la sua pericolosità, i grandi della terra decisero di utilizzarla a scopo militare prima che civile. Mi viene da pensare che il problema non riguardi tanto l’uomo in generale, quanto il ruolo che ricopre nel mondo e gli interessi personali, quando questi prevalgono sul bene collettivo. O forse, semplicemente non eravamo pronti per tali scoperte e dunque non facciamo dell’ottimismo di Hawking e di tanti altri una minestra riscaldata.

In tema, il lavoro che stanno svolgendo un gruppo di ragazzi alla School of AI- Pi School di Roma. All’ombra di un fungo, anzi IL fungo, locale tra i più chiacchierati per le ingloriose vicende di Mafia Capitale, era infatti tra i luoghi di incontro preferiti dai boss criminali, immerso nel verde di una delle zone più esclusive dell’Eur, sorge il Pi Campus, un incubatore di startup, tra le altre i famosi Le Cicogne e Translated, di cui fa parte appunto la neonata Pi School.

14 partecipanti, tra loro una sola ragazza, sono giovani e giovanissimi, provengono da tutta Europa e la loro mission è l’incontro tra intelligenza artificiale e creatività umana. Selezionati nelle migliori Università da aziende ed esperti leader nel settore, queste menti brillanti sono seguiti da un Team di professionisti nei momenti di lezione, all’insegna della creatività e mai convenzionali, e nella realizzazione degli ambiziosi progetti che stanno portando avanti. Le premesse ci sono tutte, perché raggiungano il loro obiettivo e rassicurino Mr. Hawking perché dall’incontro tra umani e macchine nasca qualcosa di buono.

Fino “a macchina” contraria abbiamo ancora il monopolio decisionale, l’epilogo non deve per forza essere come quello del (fighissimo) film Ex Machina, abbiamo ancora tempo per non farci stare sulle balls dalle macchine.

 

INFO

Per gli appassionati e i curiosi del tema, seguite gli sviluppi della Pi School su Facebook, qui il link della pagina: Pi School

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La coesistenza tra conservatorismo ed innovazione nell’arte

E’ attualmente il principale terreno di scontro tra conservatori e contemporanei del mondo dell’arte: è possibile coniugare le classiche forme d’arte con l’arte contemporanea? una compenetrazione tra spazi storici ed opere d’avanguardia che per molti grida allo scandalo, mentre per altri rappresenta una vera e propria forma artistica nuova, l’evoluzione di un mondo che vuole riscoprire il vecchio con l’accostamento del nuovo.

L’ultimo terreno di scontro passato alla cronaca ha riguardato l’opera “Maestà tradita” di Gaetano Pesce, installata in Piazza Santa Maria Novella a Firenze.

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Una scelta aspramente criticata da molti esperti del settore, primo fra tutti da Tomaso Montanaro che nella sua invettiva ad una sacralità violata sulle pagine di Repubblica ha ricalcato quanto già manifestato dal presidente della  Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana Andrea Pessina, che in una missiva inviata al Comune aveva manifestato “le perplessità di questo ufficio circa le scelte generali di codesta amministrazione relative a proposte di installazioni temporanee di opere di artisti moderni/contemporanei in vicinanza dei monumenti/luoghi di cultura/luoghi di culto”.

Un argomento che, ovviamente, si intreccia con problematiche ben maggiori ed estranee alla dialettica artistica, connesse a scelte politiche e a precari equilibri di potere tra vari organi comunali e statali, ma che appare attuale soprattutto nel capoluogo fiorentino, dove installazioni di tale tenore si sono susseguite e moltiplicate in tempi recenti (si pensi alle sculture di Jan Fabre in Piazza della Signoria e intorno a Palazzo Vecchio, o ai gommini di Ai Weiwei di Palazzo Strozzi di cui abbiamo già parlato nella nostra rubrica).

In realtà, la posizione espressa del critico toscano non si basa su un perentorio rifiuto della compenetrazione tra antico e privato (scrive Montanaro che Non c’è nulla di sbagliato (o di dissacrante, o di irriverente) nel dialogo tra antico e contemporaneo” ma sulla mancanza di dialogo tra l’opera proposta e l’ambiente circostante, tra l’altro differente rispetto a quello inizialmente scelto da Gaetano Pesce per la sua opera contro le violenze sulle donne (“non dialoga con niente, se non con se stessa. Qui non siamo alla sartoria, siamo al grande magazzino”).

E’ un dato di fatto, comunque, che opere “estemporanee” vengano sempre maggiormente installate in contesti a loro estranei, non solo in quanto caratterizzati da criteri e rigori classici ma anche avulsi da alcuna rappresentazione storica, diretti discendenti del Dito Medio di Cattelan davanti Piazza Affari, nel luogo (di culto) bancario milanese.

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Opere d’arte che si (auto)presentano come monumenti celebrativi e narrativi, “commenti della realtà” usando le parole di Pesce; una sorta di evoluzione delle antiche colonne celebrative romane o dei monolitici obelischi che erano appositamente costruiti per stridere con l’ambiente circostante, elevarsene e risaltare in una contrapposizione tra l’ordinario e il magnificente in essi simboleggiato.

In definitiva, il tentativo di far conciliare il nuovo e il vecchio attraverso una loro contrapposizione, compresa in una ben più ampia riflessione sull’evoluzione dell’arte che tormenta gli artisti contemporanei (l’identità collettiva persa e indagata da Cultrise ad esempio) può essere visto come un’usurpazione della storia dell’arte e della sua stessa concezione, un mostro ecologico da rifiutare ed abbattere, oppure è solo un’avversione figlia della nostra difficoltà a superare le consuetudine e le concezioni con cui ci siamo cresciuti  e formati, destinato a scomparire in un mondo come quello attuale, pieno di ossimori e contraddizioni? probabilmente anche i contadini medievali avrebbero considerato gli immensi castelli nobiliari dei veri e propri mostri ecologici rispetto al rurale scenario che li circondava, se solo avessero creato tale concetto come noi…

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