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Multiculturalismo e integrazione nel II Municipio di Roma grazie all’associazione PiùCulture

Nel 2010 a Roma, grazie all’intuizione di un gruppo di cittadini sensibili alle problematiche sociali del proprio territorio, è nata un’importante realtà associativa che favorisce, da circa 8 anni nel II Municipio dell’Urbe, l’integrazione tra persone appartenenti a culture differenti. Parliamo dell’associazione di volontariato PiùCulture, un grande progetto di responsabilità sociale se solo consideriamo il numero degli abitanti stranieri della città di Roma –circa 365.000, ovvero il 12% dell’intera popolazione– e il grande rilievo mediatico che negli ultimi anni ha assunto il problema dell’immigrazione e, con esso, quello dell’integrazione.

Animata da un’effervescente dinamismo, PiùCulture opera nel settore del volontariato muovendosi lungo tre direttrici principali. La prima è rappresentata dall’attività che i volontari dell’associazione svolgono presso le scuole pubbliche. In orari prestabiliti viene, dunque, offerto supporto linguistico a tutti quegli studenti che, non avendo una buona conoscenza della lingua italiana, incontrano difficoltà tanto nell’apprendimento delle materie scolastiche quanto, soprattutto, nelle relazioni sociali.

A tal proposito Nicoletta del Pesco, Direttore responsabile del giornale on-line PiùCulture, nato contemporaneamente all’associazione per dare voce alla stessa e alle tematiche legate all’intercultura, riferisce che la scuola è uno dei luoghi principe da cui far iniziare l’integrazione. Il supporto che i volontari di PiùCulture offrono non è solo un supporto linguistico, ma anche di introduzione alla società e alla cultura italiana. Non può essere definito un doposcuola, ma l’approccio alla lingua si fa con modalità spesso giocose per facilitare l’interlocuzione con chi, alle volte, non ha neanche la conoscenza dell’alfabeto italiano. I risultati, cui questa prima importante tipologia di attività di PiùCulture porta, sono sempre molto apprezzati sia dai giovani apprendisti che dai loro insegnanti i quali effettivamente registrano maggiore integrazione con gli altri compagni”. Ed è questa un’attività che non cessa di proseguire neanche l’estate se pensiamo che l’anno scorso PiùCulture è stata impegnata nel progetto di un centro estivo, finanziato con l’8X1000 della Chiesa Valdese e realizzato con le scuole elementari e medie dell’istituto comprensivo Winckelmann di Via Lanciani.

La seconda attività principale svolta dall’associazione è rappresentata dal già citato giornale on-line PiùCulture. Nato nel 2010 e composto da una giovane redazione, specializzata nel giornalismo sociale, questa testata registrata è, secondo il suo Direttore responsabile, Nicoletta del Pesco (già giornalista professionista per la Rai, il Gruppo Espresso e diversi quotidiani locali) un “piccolo miracolo”.

Basta collegarsi al suo sito per rendersi conto di ciò che esso rappresenta. Non si tratta solo di un informatore in continuo aggiornamento sulle news provenienti dal mondo dell’intercultura, ma di una piattaforma mediatica in grado di dare voce ad importanti valori sociali oltre che politici.

Lo spirito che anima il giornale in questione, infatti, è volto a debellare la paura e la diffidenza che troppo spesso vengono alimentate, soprattutto da alcune correnti politiche, nei confronti dello straniero.

Proprio in ragione della strumentalizzazione politica che il tema dell’immigrazione soffre da qualche tempo a questa parte, è interessante notare che, nonostante la percentuale degli abitanti stranieri nel II Municipio sia rimasta invariata dal 2008 fino ad oggi (rappresentando il 10% della popolazione), è un fenomeno solo degli ultimi anni quello per il quale la presenza degli immigrati viene avvertita come una minaccia.

PiùCulture, proprio attraverso i suoi variegati scritti (tante le sezioni offerte: dalla cittadinanza allo sport, passando per cultura, economia, religioni, scuola e salute), indaga sullo xenos, sulla sua storia, sulla sua cultura rendendolo così conoscibile e meno alieno agli occhi del lettore.

E se all’inizio è stato necessario interpellare le ambasciate, gli istituti di cultura e le moschee al fine di censire ed intercettare gli stranieri presenti nel II Municipio per poterli raccontare, oggi, il magazine PiùCulture vanta una rete fatta da 100.000 contatti con più di 9000 follower sui social.

Infine, il terzo ramo, su cui PiùCulture spende principalmente le proprie energie, consiste nell’organizzazione di presentazioni di libri, di mostre, di esposizioni fotografiche e, più in generale, di eventi culturali che, sempre connessi con il tema del multiculturalismo, aprono orizzonti e favoriscono integrazione.

PiùCulture rappresenta, per tutto quello che abbiamo detto, un prezioso esempio di responsabilità sociale.

Frutto di una società che intende risolvere le problematiche sociali connesse alla coesistenza di tante culture eterogenee, PiùCulture studia e monitora il proprio territorio e le persone che lo abitano, offrendo al contempo valide e costruttive soluzioni per il consolidamento di una comunità civile ed integrata.

Dalla rotta balcanica non è tutto: oltre la punta del tuo naso

Quando ero piccola e mi capitava di farmi gli affari miei e pensare solo a risolvere i problemucci tipo la toppa sul maglioncino, le amiche che non mi parlavano perché ero triste e non ero più divertente mia mamma mi diceva sempre: “Non sai guardare oltre la punta del tuo naso?”. Me lo ripeteva fino allo sfinimento come solo le mamme sanno fare e all’epoca questa cosa mi dava terribilmente ai nervi. In montenegrino “fila” molto di più, lo ammetto, però credo che forse senza saperlo quello che voleva comunicarmi mia mamma in modo così buffo è qualcosa di molto più profondo: per risolvere dei problemi non è possibile:

  1. Considerare gli eventi isolati e non porsi la domanda: perché accade questo? Perché mi si bucano tutti i maledettissimi maglioncini ogni volta? Cosa faccio per farli bucare?
  2. Considerare solo ciò che ti riguarda direttamente senza avere una visione d’insieme. Qualcuna delle mie amiche forse non mi parla perché si è sentita trascurata? Mia madre avrà tempo di cucire il mio maglioncino come voglio io?
  3. Avere una visione a lungo termine delle conseguenze delle tue azioni per capire quale è la soluzione più intelligente. Se rattoppo il maglioncino di qua e di là non è che poi è brutto oppure mi si scuce tutto insieme e non lo posso più usare?

Ecco, ora qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra mia mamma, il mio maglioncino e le mie amiche superbe con la situazione migratoria in Serbia. Bene, ammesso che mammà c’entra sempre, quello che voglio dire è che quello che sta accadendo ora in Serbia, come anche in Grecia e su molti paesi della c.d. rotta balcanica non può essere considerato come un fatto o un evento isolato e dunque risolvibile con qualche sparuta azione come la toppa di un maglioncino. Da un’osservazione attenta della situazione nella primavera dell’anno scorso era già possibile tirare le fila pur non essendo un santone veggente.

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  1. NON CONSIDERARE GLI EVENTI ISOLATI

Al momento ci sono più di 8 mila migranti nel territorio della Repubblica serba. Di questi, 6.000 sono stati accolti in strutture di accoglienza statali su tutto il territorio mentre il restante 2 mila sono migranti non identificati e dunque fuori dal sistema di accoglienza della rete istituzionale.

Molti di loro, come è comprensibile, hanno perciò cercato rifugio per dormire in casali abbandonati, senza riscaldamento, senza servizi igienici e in tende improvvisate in attesa di proseguire il loro viaggio chissà dove e chissà come.

Come abbiamo già sottolineato a settembre nell’articolo: Dalla Rotta balcaninca non è tutto già questa estate il flusso migratorio, proveniente prioritariamente dalla Macedonia e dalla Bulgaria, non è stato interrotto ma è stato caratterizzato da 80-200 arrivi al giorno.

A riprova che la chiusura della rotta balcanica non è stata interrotta nonostante le dichiarazioni pubbliche. Questo andamento è continuato in media fino a dicembre mentre è diminuito vertigionasamente con il peggioramento delle condizioni climatiche e l’abbassamento delle temeprature sotto i 5° fino ad arrivare a meno di 10 arrivi al giorno a aprtire da genaio.

Le condizioni nelle quali vivono i migranti, già al di sotto degli standard questa estate, sono peggiorate con l’abbassamento delle temperature a causa della mancanza di strutture in grado di accogliere i migranti e proteggerli dal freddo, dalla pioggia e dalla neve. La necessità di trovare riparo ha portato molti migranti a raggrupparsi in zone anche al di fuori dal centro, vicino al fiume Sava aumentando la minaccia dei trafficanti di essere umani e dalla criminalità organizzata che ruota intorno a questo complesso fenomeno. Miodrag Cakic, Field Team coordinator di InfoPark una delle organizzazioni non governative di primo piano nel fornire assistenza, supporto e tutela ai migranti, ci ha fatto notare che lo spostamento dei migranti dal centro in stabili de-localizzati in diverse parti di Belgrado rende ancora più difficile fornire assistenza umanitaria e tutela da parte della rete di ONG, tra cui InfoPark, che operano sul territorio. Tutto questo insieme di fattori rende chiaro come, nonostante l’abbassamento dei numeri alla base della chiusura della rotta balcanica caldeggiata dai paesi europei non abbia di fatto guardato oltre la punta del proprio naso, ovvero non abbia considerato le conseguenze della riduzione dell’attenzione pubblica e dei fondi sia nazionali e internazionali sul tema migranti e dei diritti umani connessi alla dignità umana. Come abbiamo già sottolineato più volte aldilà dell’inevitabile importanza dei numeri che ruota intorno al fenomeno migratorio è necessario considerare che una lettura puramente statistica e isolata è fine a sé stessa dal momento che non viene considerato il quantum effettivo di accesso ai diritti umani che vale per ogni singolo e non solo per i grandi numeri.

Il freddo e la neve infatti non hanno fatto che acuire tragicamente disservizi visibili ad un occhio attento anche nei mesi precedenti.

Uno predominante è la mancanza di condizioni sanitarie e igieniche adeguate (mancanza di servizi igienici, docce, fonti di acqua corrente) causa di epidemie diffuse di pidocchi e scabbia. Forse quella più importante e perché no, diciamolo, più sconcertante e avvilente è la richiesta fatta alle ONG da parte del Ministero dell’ Interno, nel novembre 2016, di fermare tutti gli aiuti umanitari di cibo, indumenti e l’assistenza medica che ha reso davvero difficile qualsiasi tentativo di stabilire condizioni di vita dignitose per i migranti a Belgrado.

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  1. AVERE UNA VISIONE D’INSIEME

La policy del governo serbo, ufficiale e non, è stata a lungo strettamente collegata alla sua etichetta di paese transitante dunque alla crisi migratoria del 2015 quando in media un migrante risiedeva in media 72 ore sul territorio serbo e proseguiva “liberamente” il suo viaggio. La problematica principale risiede nel fatto che la politica del governo non ha riequilibrato le proprie azioni sulla dinamicità del fenomeno che non è più caratterizzato da migranti transitanti di brevissimo periodo ma di migranti che sono costretti a risiedere per un periodo più lungo perché intrappolati dal difficile varco dei confini. Questo comporta che le autorità continuano l’applicazione di direttive incoerenti e spesso inapplicabili ma soprattutto spesso inutili.  Nonostante nel dibattito pubblico sia stato più volte affermato che i centri di accoglienza ammettono ancora i migranti senza documenti per offrire loro assistenza umanitaria la cornice della realtà ci testimonia che la maggioranza di loro non ha avuto fino a fine dicembre accesso ed è stata costretta a trovare soluzioni alternative, con i dovuti rischi connessi.

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  1. AVERE UNA VISIONE A LUNGO TERMINE E PENSARE ALLE CONSEGUENZE DELLE TUE AZIONI

Con il deteriorarsi delle condizioni ormai trapelate nella stampa internazionale che si è ricordata improvvisamente di questa possibilità è stato necessario correre ai ripari il prima possibile, prima di sporcarsi la reputazione. Per fare politiche e azioni tempestive è stato necessario raggirare il sistema, la legge nazionale sul diritto di asilo essenzialmente, ufficialmente e ufficiosamente.

Nonostante un’altra massima sia: “meglio tardi che mai” è importante continuare a seguire la logica di mia mamma per capire che anche questa azioni non hanno un’efficacia così profonda. Queste azioni quali effetti hanno a lungo termine? Quali saranno le conseguenze? Con una legge nazionale che non coincide con la pratica ma che comunque esiste e direttive incoerenti con la legge di riferimento tutto sembra ancora più complesso.

Ad ogni modo al momento tutti i migranti regolari in Serbia hanno un documento che li identifica come richiedenti asilo, nonostante il 95% di loro non seguano l’iter della richiesta di asilo previsto dalla legge. Questo dato risulta importante in quanto è capendo quali direttive e procedure vengono seguite che è possibile determinare gravi violazioni del diritto internazionale, della convenzione di Ginevra -ratificata dalla Serbia- ma soprattutto determinare quali sono i risvolti possibili dei movimenti migratori in ambito internazionale. Dal momento che tutti vengono registrati come richiedenti asilo ma solo una piccola percentuale, una variabile X, decide effettivamente di proseguire l’iter diventa davvero complesso adattare strategie a lungo termine che rientrino in un quadro legale.

Un’altra difficoltà che deriva da questa decisione di registrare tutti, transitanti e non, come richiedenti asilo pone anche il problema dell’assistenza di molte ONG che si sono adattate all’approccio statale di considerare informalmente la distinzione e non fornire spesso assistenza dal momento che riconoscono i migranti transitante pur essendo questi formalmente e legalmente indistinguibili.

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I NUOVI RISVOLTI:

All’inizio del 2017 con la diffusione delle prime immagini sconcertanti sui media internazionali le istituzioni hanno fatto il primo tentativo di trasferimento regolare di migranti.

Più di 400 sono stati trasferiti da Belgrado a strutture di accoglienza recentemente aperta a Obrenovac durante gli ultimi 7 giorni, e si prevede che almeno altri 400 verranno ricollocati nelle prossime settimane. Sono iniziati inoltre intensamente da parte delle istituzioni i lavori sul miglioramento delle capacità ricettive in altri tre centri di accoglienza nel Nord della Serbia.

Tuttavia, anche se questa tendenza positiva continua e lo stato serbo riesce ad aumentare in modo significativo le capacità all’interno del suo sistema di asilo, si deve avere in mente che nonostante il  miglioramento delle temperature in primavera ci si può aspettare un drastico aumento del afflusso di migranti, raggiungendo i livelli che abbiamo documentato lo scorso anno. E’ molto probabile che nel 2017 l’ondata migratoria proveniente dal Medio Oriente, l’Afghanistan e, in misura minore l’Africa, aumenterà a causa del numero di migranti che ora tentano di raggiungere altri paesi dell’UE e che possibilmente verranno respinti  dalla Germania alla Bulgaria (in accordo con la Dublin Regulative), passando ancora una volta attraverso il territorio serbo.

Gli sforzi del governo serbo sono molti ma manca la logica di mammà, compagine internazionale compresa, di guardare un po’ più in là del nostro naso, caccoloso aggiungerei, per trovare soluzioni più coerenti.

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TUTTI GLI ODI VENGONO AL PETTINE

TERRORISMO, FENOMENO MIGRATORIO E LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Il 19 dicembre alle ore 20:02 il clima di Natale di Berlino viene sconvolto da un camion he irrompe nella calma natalizia provocando 12 morti e 56 feriti.

L’attentato di Berlino è un’altra tappa, ahimè l’ennesima, del percorso di paura e terrorismo che batte la nostra epoca, la nuova frontiera della guerra ineguale che sconvolge ancora tutte le regole del combattimento, le linee, il tempo e la divisione degli attori della guerra che ci sono state insegnate dalle sudate carte. L’attentato di Berlino è stata l’ennesima presa di coscienza che ci stiamo tutti dentro e che in fondo non possiamo farci nulla, siamo pedine in mano al caos e al caso di questa guerra che immola un po’ tutti, chi ci crede e chi no, chi la vuole e anche chi come Pino al bar di Piazza Fiume non ne conosce nemmeno l’esistenza. Di fronte a tutto questo il pericolo più grande è quello di non comprendere più chi è il nemico e ricadere nell’atavico tutti contro tutti per la sopravvivenza di ciascuno, il vecchio e caro dogma dell’homo homini lupus che non può che finire con l’implosione del castello di sabbia nel quale stiamo tentando a fatica di rinchiuderci.

L’ATTENTATO DI BERLINO

Si chiama Anis Amri, ha 24 anni, è nato in Tunisia, la sua carta d’identità e le sue impronte digitali sono state trovate dentro il camion. Anis Amri era un migrante che dopo essere stato incarcerato in Italia per atti vandalici si è trasferito in Germania invece di essere rimpatriato nel suo paese d’origine: la Tunisia che non ha collaborato nell’iter procedurale del rimpatrio. Grazie a questo vuoto normativo Amri ha avuto la possibilità di andare in Germania, fare domanda di asilo aspettare una risposta negativa a causa di insufficienza di documenti, radicalizzarsi e procedere. Il ragazzo era già sotto controllo delle autorità tedesche in quanto altamente sospettato di poter attentare la sicurezza pubblica.

Potremo dare la colpa alla scarsa efficienza delle forze dell’ordine tedesche, alla scarsità del garantismo procedurale in ambito di rimpatri che ha fatto sì che un soggetto pericoloso viaggiasse liberamente sul suolo europeo o semplicemente alle cellule radicali che serpeggiano e arruolano soggetti vulnerabili nei paesi europei o forse potremmo dare la colpa a tutto questo insieme di fattori e anche questo non sarebbe sbagliato. All’indomani e a solo poche ore dall’attentato sono state numerose le reazioni e i dibattiti circa il tema dell’immigrazione e il terrorismo. Largo a chi da quando ha avuto inizi la crisi migratoria ha sempre legato immigrazione terrorismo, “profughi” (che per la cronaca è un termine giuridico che è privo di significato) e insomma a tutta quella schiera politica che ha costruito la sua bandiera sulla paura di chi non siamo noi. Che poi se qualcuno mi spiegasse chi siamo questi Noi sarebbe fantastico.

Fermo restando la condanna perentoria a qualsiasi atto violento e terroristico fatto in nome di qualsiasi dio e/o idea e compiuto da qualsiasi persona il quesito che dobbiamo porci è quali sono le conseguenze a lungo termine per la convivenza multiculturale che piaccia o no ci sarà.

L’EDITORIALE VITTORIO FELTRI: “ANDATE TUTTI FUORI DAI COGLIONI”. IL TRIPUDIO DELLA BANALIZZAZIONE

All’indomani dell’attentato Vittorio Feltri non di certo famoso per i suoi toni pacati e democratici sazia pance affamate di frasi xenofobe, analisi dozzinali sulla cultura islamica e il classico e banalissimo manicheismo Oriente e Occidente, Islam e fede cattolica il tutto condito da una volgarità linguistica spicciola e demagogica. Buon appetito!

Tra le sue parole: “ Facciamo di tutto, noi cristiani, per renderci simpatici agli islamici sfegatati e loro ci ripagano sgozzandoci. A Berlino ieri sera ne hanno stecchiti nove (tedeschi) travolgendoli con un camion lanciato all’impazzata sulla folla. I feriti non si contano. La contabilità precisa l’avremo oggi. Cosa dobbiamo fare se non odiare chi ci odia? Siamo esausti. Vogliamo liberarci da chi ci minaccia e stermina. Coraggio, mandiamo questa gente fuori dai coglioni.”

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Capisco la difficoltà d’interpretazione, perché è un tema complesso. Con 360 mila arrivi via mare in Europa nel 2016, più di un milione di arrivi nel 2015 e una prospettiva di strutturalizzazione del fenomeno migratorio considerata la situazione nel medio oriente e in alcune regione dell’Africa come l’Eritrea, l’Etiopia, il Sud Sudan, il Niger, la Libia – tanto per nominarne alcuni- suggerisco la difficoltà di levarsi dai coglioni chi scappa da violenze e conflitti perché levarseli dai coglioni significherebbe abbandonarli alla tortura, alla persecuzione e spesso “regalargli” la morte. A quel punto gli sfegatati che sterminano chi sarebbero? Poi non consideriamo quegli strumentini lì del diritto internazionale tipo la Carta dei diritti dell’uomo o la Convenzione di Ginevra o per carità la stessa Costituzione sulla quale si fonda la nostra cultura democratica che ci indicano l’accoglienza e dunque l’integrazione che fa parte di questo processo non come una scelta ma come un dovere.

Insomma polemiche a parte diciamo che la risposta di Feltri a lungo termine non sembra avere uno scenario propriamente roseo semplicemente perché banalizza la questione. Risulta difficile anche fare una critica più dettagliata considerando la sua vaghezza cosmica non si capisce bene nemmeno a chi si riferisca, se ai terroristi, se alle persone di fede islamica oppure a tutti i migranti.

Ad ogni modo le considerazioni che andrebbero fatte sono ben più profonde e riguardano il nostro sistema di integrazione, il modello al quale ci ispiriamo in quanto i numeri di arrivi che oggi sentiamo in modo così astratto saranno tutte le persone che decideranno di vivere nel nostro suolo e che lavoreranno, andranno a scuola, faranno i corsi di inglese e vivranno nel nostro vicinato. Le risposte che diamo oggi, l’approccio che plasmiamo è la chiave del futuro.

 

I RISCHI DI UN APPROCCIO DI PAURA –  La profezia che si auto-avvera ?

Legare il terrorismo al fenomeno migratorio aumentando la paura come nel caso di Vittorio Feltri è un rapporto lose-lose per tutti. Impoveriscono l’accesso ai diritti fondamentali dell’uomo sfatando l’universalismo, creano confini netti tra culture e identità in un mondo fatto di identità arlecchine. Insomma creano disagio, un disagio che si tramanda di generazione in generazione e che crea rabbia perché tutti i disagiati sono arrabbiati e rabbia e disagio sono il terreno fertile per la radicalizzazione.

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Secondo il filosofo canadese Kymlichka celebre per le sue analisi del successo e del fallimento del modello multiculturale esistono dei fattori che possono inceppare e far fallire un’integrazione basata sui principi democratici degli immigrati nel tessuto sociale e un’integrazione della società nei confronti dei nuovi arrivati.

Tra questi vi è la SICURIZZAZIONE: tanto più uno Stato e l’opinione pubblica percepisce gli immigrati nel loro complesso come problema di sicurezza pubblica e non di policy sociale tanto più gli immigrati verranno percepiti come una minaccia facendo diminuire il godimento dei diritti fondamentali dell’uomo.

  • Si veda modello approccio Feltri.

La probabilità di integrazione nel rispetto reciproco diminuisce tendenzialmente tutte quelle volte che si ha la percezione di una carenza di controlli di frontiera. Fenomeni come inaspettate onde di immigrati producono panico sociale e aumentano la possibilità di radicalizzazione.

  • Si veda la retorica dell’invasione

CONTRIBUTI ECONOMICI: un paese è più predisposto a investire sull’integrazione se ha la percezione che gli immigrati siano motivo di sviluppo economico del paese.

  • Si stima che nell’opinione pubblica la maggioranza abbia la percezione che l’immigrazione sia solo un costo. Elevatissimo tra l’altro.

Quanti di voi sanno che 2,3 milioni di stranieri che lavorano in Italia hanno prodotto, solo nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). E che i contributi pensionistici versati dagli stranieri occupati nel 2014 hanno raggiunto quota 10,9 miliardi (Rapporto Fondazione Leone Moressa)?

Quello su cui dovremo riflettere di più è che le risposte che diamo oggi sono il nostro futuro e che sia per Noi che per Loro in fondo tutti gli odi vengono al pettine persino quelli lontani nel tempo e nello spazio; meglio scioglierli ora piuttosto che crearli.

LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Lungi da cadere nel buonismo cosmico che detesto resta ovvio che per tutti coloro che vengono considerati come già radicali e con chiare intenzioni di attentare la sicurezza pubblica devono essere allontanati, come definito dalla normativa nazionale ed internazionale. Ma non per colpa loro attenteremo noi stessi i principi democratici alzando voci islamofobe, razziste e anti-democratiche, bensì è grazie a questa consapevolezza che dovremmo rafforzarle.

La Costituzione, il calderone incommensurabile di principi democratici, deve essere il porto sicuro, la misura di tutte le relazioni, norme e azioni politiche in ambito migratorio in quanto ha gli strumenti per plasmare le regole della trasformazione che l’immigrazione porta con sé. Una trasformazione che deve essere concepita come multipla, sia della maggioranza, il paese ospitante, che della minoranza per scongiurare l’implosione sociale.

La Costituzione inoltre non è solo misura ma il linguaggio che questa rivoluzione deve assumere da parte di entrambi gli interlocutori: gli stranieri e le istituzioni. In tal modo viene assicurato il limite dentro il quale questa trasformazione avviene per entrambi definendosi così dentro il linguaggio liberaldemocratico. Solo in tal modo è possibile alleviare i timori e le paure che sono alla base della gestione securitaria. Ed è proprio grazie all’utilizzo pedante di questa fonte primaria che dovremmo avere tutti meno paura che qualcuno possa “attentare” la nostra democrazia, in quanto è dal rispetto di questa che nasce il principio d’integrazione.

Amen.

 

Ai confini del pensiero

E allora .. chi sono i pensatori? Dove sono? Mi sono chiesta rileggendo l’articolo della scorsa settimana di Alessio. E ci ho pensato molto perché qua, dove sono ora, di pensatori veri ce ne sono molti, ma poche sono le loro possibilità di liberare l’espressione al di fuori degli stretti confini in cui vivono, una desolazione imprigionata nel caos, di farsi trovare da chi li ricerca, e ancora di più di farsi comprendere da un pubblico più ampio. Qui dove sono, geograficamente North Goa, India, idealmente luogo di confine ma senza confini, luogo di incontro tra culture, correnti di pensiero e religioni diverse, luogo a priori esonerato dallo scontro tra civiltà.  In questo luogo, una sorta di fine del mondo, di cul de sac del pensiero, l’autenticità del pensiero ancora resiste. Ma il paradosso è che essa esiste, ma solo localmente: esiste per una nicchia, esiste per i pochi che hanno il privilegio di condividerla, che hanno riguadagnato il tempo ed edificato ad un certo punto dell’esistenza il distacco da quei parametri spaziali imposti dall’età contemporanea in cui vivevano fino ad un momento fa; quelli che, diciamola tutta, hanno deciso di sacrificare tutto per ottenere un totale  controllo del proprio tempo, per avere più tempo. Soprattutto per pensare, per conoscere e per avere il tempo di verificare.

Sono filosofi per piccole cerchie, sono filosofi verso i quali il caso spinge, ma raramente realizza l’incontro, sono filosofi da “portico”, gimnosofisti, o pensatori neo-sincretisti.

Mi chiedo, se tu, se io, se noi giovani studenti di filosofia non li cercassimo, come li troveremmo?

Dei sistemi filosofici del passato conosciamo ogni particella attraverso i testi; dei pensatori conosciuti del presente conosciamo qualcosa attraverso la critica,  le recensioni, il chiacchiericcio da salotto, l’approvazione mediatica dettata dalla moda o dalle stroncature di massa.

Il contatto con i media è controverso. È utile? Certamente è utile per la popolarità del soggetto.

Dei pensatori non conosciuti come facciamo a sapere? All’estremo opposto, l’estremo del non-contatto con i media, in luoghi come questo, nei luoghi di confine, il pensiero rimane confinato in una cassaforte irreale, inspessita dal non-contatto con il sociale, da una forma di individualismo anti-storico che anziché fluire nella contemporaneità sigilla forme invalicabili di sapere.

Qui il pensiero si salva, ma allo stesso tempo è un privilegio confinato, anche questo spesso non còlto da orizzonti lontani, nei quali la meraviglia e il mistero prendono il posto della comprensione razionale.

Tuttavia l’integrazione, in luoghi di confine e di mescolanza tra culture come Goa, pur avendo portato da un lato ad una forte accettazione delle diversità, la quale si è tradotta nel tempo in libertà di espressione, di pensiero e di creazione di spazi nuovi, assiste ancora all’isolamento, al “confinamento” del singolo Pensiero da parte di ciascuna delle comunità, che sembrano vivere ancora per se stesse quel nuovo spazio di libertà di espressione. Sembra come se l’integrazione risieda soprattutto nei territori piuttosto che nel pensiero.

Little Russia (i russi di Goa), gli ultimi Hippies, gli scrittori di Mumbai, i musicisti, gli Yogi, gli Orientalisti, i Cristiani Portoghesi, gli Hindù: ognuno vive in comunità distinte, dove solo tra loro condividono il pensiero; mentre, allo stesso tempo, condividono lo stesso spazio del quotidiano.

Quello che voglio dire è che le diverse sfumature del pensiero, uniche e frutto di un raro miscuglio sincretico di filosofie, religioni, culture, lingue -di sapere- rimane relegato in questo luogo lontano, in un alone di mistero difficilmente condivisibile con il resto.

I sistemi filosofici che si strutturano in luoghi di contaminazione, di ibridazione del pensiero, sono come delle lingue nuove il cui vocabolario appare talmente esteso da essere abbandonato per quello spettro di non comprensibilità che li avvolge: come accettare un sistema nel quale elementi di diverse correnti filosofiche, di opposte tradizioni religiose, si intrecciano, creando strutture di pensiero che arrivano ad invadere i confini del reale?

Ricordiamoci che anche gran parte della filosofia moderna è stata frutto di questa contaminazione, tradotta accuratamente in un linguaggio filosofico occidentale, vedi Hegel, Schopenhauer e Nietzsche.

Ma oggi è più difficile, è forse “troppo” difficile rendere “fruibili” questi nuovi ibridi del pensiero?

Per quanto ne sia sempre stata affascinata, mi rendo conto della condizione irreale di questo microcosmo filosofico: il pensiero resiste ma, come ai tempi del Portico socratico, è “fruibile” solo a pochi; mentre oggi la priorità sta nell’accrescimento dell’accessibilità del sapere; nell’educazione al sapere; nella condivisione del sapere. Che il pensiero sia fruibile!

Si, ma il grande problema oggi sta nella qualità della divulgazione, soprattutto mediatica.

“Fruibile”, che parola equivoca. Riporta il pensiero alle tesi benjaminiane sulla riproducibilità dell’opera d’arte (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), ma da’altro canto, a mio parere, è proprio questo uno dei punti deboli della trasmissione del pensiero nei tempi moderni: l’incapacità di rendere fruibile la forma senza perdere l’autenticità del contenuto.

È “difficile” (non è giustificabile comunque..) non essere un filosofo pret-a-porter (come lo definisce giustamente Alessio) se si viene resi “fruibili” al successo della contemporaneità, e sicuramente è difficile resistere alla morsa di notorietà che cattura colui che abbatte provocatoriamente gli schemi.

Ad essere sincera anch’io mi sono ritrovata di fronte alla “saccenza” di Zizek, che faceva più o meno così: “sono nato, vivo e un giorno morirò”, come unica nota biografica della sua ultima traduzione italiana (Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico) mi ha turbato (ma chi si crede di essere?). Non la vedi la provocatorietà? applica la dialettica storica hegeliana (tesi/antitesi/sintesi) anche alla sua biografia .. mi ha risposto Mr X.

Provocare il lettore, la società, ego-isticamente, tra attrazione e repulsione: è il gioco che sembra stia facendo per sopravvivere il pensatore moderno “di successo” dove spesso, a suo favore, al favore del audience, è l’autenticità stessa della filosofia a venire sacrificata.

D’altra parte alla fine non sempre l’esperimento sacrificale risulta malvagio: spesso il contenuto riscatta l’apparente inautenticità della forma, la quale si è mascherata in modo controverso per attirare interesse. Sta proprio qui il nucleo del problema: il compito filosofico è anche quello di comprendere, di tadurre e di smascherare, laddove l’autenticità del pensiero sia nascosta e sopravviva, sia che si tratti di luoghi lontani di ibridazione, sia di contesti proprio sotto i nostri occhi, deformati nell’immagine creata ad hoc per non annoiare la nostra contemporaneità.