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La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

L’Islamic State senza Stato. Che ne sarà?

Due anni fa l’ingresso della Russia in Siria al fianco di Bashar Al-Assad contro l’Islamic State ruppe gli indugi su una lotta al fondamentalismo islamico portata avanti dall’Occidente fino a quel punto con dichiarazioni e scarsa visione. Due anni dopo la situazione, che all’epoca vedeva la massima espansione dell’Islamic State, si è completamente capovolta. Con la conquista di Mosul (Iraq) e la velocissima, quanto inaspettata nei tempi, avanzata su Raqqa ( Siria ) l’Islamic State si trova sempre più nella condizione di non essere più Stato, nonostante la sua denominazione.

 

Scrisse  uno dei massimi pensatori politici della storia della umanità, ossia Weber che lo Stato è:

 

“ quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

 

A distanza di sei anni dalla sua nascita l’Islamic State non esercità più il monopolio della violenza e del controllo sulle molte zone irachene e siriane all’epoca conquistate. Ciò, non metterà certo la parola fine all’Isis. E’ probabile che l’Islamic State tornerà al modus operandi originario, con una guerriglia in stile vietnamita, che la capacità degli ex generali di Saddam trasformò in una guerra. Per molti analisti, l’Islamic State si trasformerà in una Al-Qaida 2.0, con un bagaglio dottrinario e ideologico più saldo e dopo aver formato centinaia di migliaia di uomini e donne pronte a qualsiasi azione in ogni luogo del mondo.

 

Esiste infatti una grande differenza tra un gruppo terroristico sovversivo e un ex gruppo militare. Essa risiede nella capacità d’azione delle forze e nella loro preparazione. In questo modo d’agire risiedono le colpe dell’Occidente, soprattutto dell’Europa, che ha mandato una generazione a formarsi militarmente. Seguendo un disegno ideato, dalla rivale Al-Qaida negli anni novanta, l’Isis diverrà un holding del terrorismo globale, anche grazie al suo management. Appaiono parole lontane dalla violenza del più “non-Stato”, ma è nella sua gestione che risiede il problema del suo futuro, probabilmente assai più inquietante del presente.

Quel che suscita perplessità è la mancanza decisionale sul futuro di Iraq e Siria post Islamic State. Non nella capacità dell’immediato di gestire terrorismo e guerriglia, ma nella risoluzione politica. Ad oggi, nonostante gli errori del passato, non si conosce il futuro dei Curdi, i quali si sono immolati primi fra tutti nella lotta all’Islamic State. Tant’è che il  Governo del Kurdistan iracheno (Krg) ha recentemente annunciato la data per il referendum sull’indipendenza, il prossimo settembre.

Se la Siria sarà divisa sullo stile di Yalta, con Russia  – Usa – Iran e Turchia a decretarne il destino, l’Iraq a oggi rischia di vedere una balcanizzazione del suo territorio. Quel che oggi legava Sunniti, Sciiti e Curdi sta per scomparire. Si sta trasformando in una multinazionale del terrore. Morto il nemico comune, chi prenderà le redini del gioco? Al momento non vi è risposta e le nubi all’orizzonte appaiono sempre più nere, con sfumature petrolio.   

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Geopolitica di Donald Trump

La vittoria di Donald Trump all’elezioni presidenziali ridisegnerà l’attuale dottrina estera e la geopolitica della superpotenza per eccellenza. Lontani dai propositi di scontro frontale con la Russia, sono molti gli ambiti in cui la presenza o assenza statunitense si farà più rilevante. Resta l’incognita delle azioni che verranno messe in campo dal magnate. Certamente, con Hillary Clinton avremmo assistito a un nuovo interventismo nel medioriente.

STOP ALL’EXPORT DELLA DEMOCRAZIA – Nel corso della campagna elettorale Donald Trump ha spesso imputato all’amministrazione uscente il caos geopolitico vigente in Medio Oriente e nell’Europa orientale. Il sostegno alle Primavere Arabe, la piena aderenza al programma delle Monarchie del Golfo e l’Ucraina, hanno fatto dimenticare Spykeman alla superpotenza per eccellenza. Fedele al suo modello di business è probabile che utilizzando la real politik di kissingeriana memoria l’amministrazione Trump abbandoni la fallimentare linea di ‘esportazione della democrazia’.

UNIONE EUROPEA – Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean Claude Juncker si sono congratulati con Donald Trump in una lettera congiunta. “Oggi – hanno scritto – è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche. Non dovremmo risparmiare alcuno sforzo per assicurare che i legami tra noi restino forti e duraturi”. Nella missiva, Tusk e Juncker hanno anche invitato Trump a visitare l’Europa per un summit Ue-Usa appena possibile. Per la classe dirigente dell’Unione Europea è quanto mai necessario ristabilire contatti che pongano l’ente sovranazionale capace di dialogare alla pari con gli Stati Uniti d’America. Come dimostrato dai leaks sul TTIP, rilasciati e diffusi da Greenpeace Olanda, in oltre venti capitoli di negoziato gli europei si sentivano non pari nelle trattative. Nonostante lo slogan per il “protezionismo”, l’indole americana al business, fa intendere che non sarà il TTIP a esser sacrificato. Questo anche nell’ottica di maggiori benefici per gli USA che potrebbero derivare dalla sua concretizzazione. Quanto ai rapporti con la Russia dell’Unione Europea molto probabilmente sarà l’Unione ad aver pagato alla fine dei giochi il prezzo più alto. Ciò alla luce delle sanzioni che ad oggi hanno semplicemente frenato l’economia interna e non le bellicosità nei territori orientali dell’Ucraina al confine russo. Certo è che l’arroganza del giorno dopo dimostra dal socialista Schultz non è un buon inizio per le relazioni future. Quel che manca ad ora nell’Unione Europea è un interlocutore con Trump.

RUSSIA – Henry Kissinger nel suo ultimo saggio “World Order” ha criticato aspramente la volontà statunitense di inserirsi oltre la propria area d’influenza, ponendosi con Obama – Clinton al confine tra Russia e Ucraina. La partita ucraina è al centro degli interessi internazionali e come tutte le cosiddette Rivoluzioni Arancioni dovrà necessariamente far i conti con la volontà del tycoon americano di ristabilire dei buoni rapporti con Mosca, anche se in molti scommettono sulla rilevanza che potrebbero ancora assumere le lobbies impegnatesi nella partita. In campagna elettorale più volte Trump ha affermato la volontà di riconoscere l’indipendenza della Crimea e il suo conseguente ingresso nella Federazione Russa.

Ciò non deve far pensare che tra Russia e Stati Uniti d’America si trovi un’intese funzionale, ma certamente si assisterà a una distensione dei rapporti diplomatici e, soprattutto, militari. Nelle mail della Clinton appariva quanto mai chiara l’intenzione di creare una no-fly zone sulla Siria e la massima convergenza con le Monarchie del Golfo. E’ infatti sul fronte della guerra tra Sciiti e Sunniti che si sono registrate le altre tensioni con la Russia, che hanno visto Siria e Yemen interessate da guerre per procura. Guerre per procura che con la nuova amministrazione potrebbero cessare. Potrebbe aprirsi anche un dialogo, ma un’Italia di inizio anni duemila non appare all’orizzonte.

CINA – Nel corso della campagna elettorale Trump ha affermato di voler “Tassare l’export di Pechino fino al 45% e riportare in America i posti di lavoro rubati”. Nonostante ciò, la possibile svolta a sostegno dei lavoratoti americani non andrà mia a imporsi sui rapporti con la Cina e molto probabilmente il rialzo dei dazi sarà, se mai realizzato, imposto a una percentuale ideologica. Xi Jinping, si è congratulato subito con Trump: ricordandogli però la necessità “del rispetto reciproco” e della “collaborazione vantaggiosa per entrambi”. Questo a difesa dell’interesse cinese, che nel ritorno alla produzione negli Stati Uniti d’America, specie nei Key State dove a sorpresa ha vinto il GOP, vede un pericolo da scongiurare. Anche se annoto che come insegnato agli europei dal barone Rothschild chi detiene il denaro, detiene il potere. E la Cina è la prima creditrice dell’immenso debito pubblico a stelle e strisce.

ISRAELE – I rapporti tra Israele e Stati Uniti non sono mai stati così lontani che sotto la Presidenza Obama. L’ex Presidente ha ottenuto nell’accordo sul nucleare iraniano la sua più grande vittoria e, forse, il più grande lascito internazionale assieme a Cuba. Questo, insieme al caos generato dalle Primavere Arabe ha raffreddato i rapporti con Tel – Aviv. In queste ore Israele ha accolto con soddisfazione l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Benyamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per il risultato del voto. Trump “è un amico sincero dello stato di Israele. Agiremo insieme per portare avanti la sicurezza, la stabilità e la pace nella nostra regione”, ha detto il premier israeliano. “Il forte legame tra Usa e Israele si basa su valori, interessi e destino comuni. Sono sicuro che Trump ed io – ha concluso – continueremo a rafforzare l’alleanza speciale tra i due Paesi e la eleveremo a nuove vette”. Frasi che non erano mai state pronunciate con la precedente amministrazione. Infatti, la precedente amministrazione nel caos siriano aveva visto rinsaldarsi i rapporti tra Israele e Russia, che nell’ottica di evitare problemi militari, si sono scambiate i codici di riconoscimento nello spazio aereo di Damasco. Infine, l’amicizia tra Trump e Israele è stata confermata uno dei suoi più stretti consiglieri Jason Greenblatt, il quale ha riferito alla Radio militare israeliana che il presidente eletto ” non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace”. “Non appartiene certamente alla visione di Trump – ha spiegato – la condanna dell’attività di insediamenti” da parte israeliana.

TURCHIA – Il fallito golpe di luglio ha lasciato un segno indelebile nei rapporti tra la nazione leader della NATO e il secondo contingente della stessa alleanza militare. Appare quasi certo che, visto l’utilizzo di parte dell’esercito da parte dei golpisti, il Dipartimento di Stato americano fosse a conoscenza dei movimenti che stavano interessando la Turchia. Infatti, da quel giorno rapporti amichevoli incessanti hanno visto una pesante battuta d’arresto. Tale battuta d’arresto, non solo ha rinforzato Erdogan, ma oltre ad aver avvicinato Ankara a Mosca, è giunta dopo la ritrovata sintonia con Israele. La notte del fallito golpe, arrestato anche dagli ultras e soprattutto dalle opposizioni, è rimasta indelebilmente nelle mente che ora vuole vendetta di Erdogan. Il presidente turco al neo eletto Trump ha subito detto che: “Se ci consegna Fetullah Gulen, apriremo una nuova pagina delle relazioni tra i nostri due Paesi”. Un avvertimento o speranza a cui al momento nessuno sa dar risposta, se non nel futuro lo stesso Trump.

GRAN BRETAGNA – La Gran Bretagna di Theresa May si è subito accreditata presso Trump. Lo ha fatto forte della Brexit, su cui media e Obama avevano sbagliato previsioni. Lo ha fatto anche nella speranza di ritrovare e risaldare l’eterna alleanza che potrebbe fare fa sponda alle difficoltà trovate dal Regno Unito dopo l’inizio del periodo Brexit in attesa delle procedure di uscita dall’Unione Europea. Con gli Stati Uniti, infatti, la Gran Bretagna condivide da sempre una visione geopolitica specifica e il prossimo disimpegno potrebbe spostare il tipo di approccio americano dall’innercircle ai mari su impostazione prettamente mackinderiana. Ciò favorirebbe anche il ruolo di Londra, che forte del suo Commonwealth auspica il fallimento del TTIP nella speranza di creare il proprio spazio economico privilegiato con Washington.

SUD AMERICA – In molti si stanno chiedendo come si comporterà Trump nei confronti dell’America Latina. Probabilmente come ogni Repubblicano. L’eredità fortunata l e importante di Obama ha notevolmente agevolato il prossimo lavoro del successore, soprattutto dopo la cacciata del blocco sociale dal potere in Brasile e la ritrovata sintonia con Cuba. Restano aperte le questioni Venezuela e Ecuador, paesi chiave dell’America Latina dove nei prossimi mesi sicuramente si assisterà a uno stravolgimento dell’attuale assetto.

ITALIA – La campagna elettorale di una superpotenza dovrebbe esser vissuta e vista con l’occhio dell’osservatore e se in un ruolo di governo l’equidistanza dovrebbe esser la stella Polare. Ciò, non è stata prassi nell’attuale modus operandi del Governo Renzi. Convinti della vittoria della democratica Clinton, cosa non fatta da nessuna compagine governativa, l’Italia si è spesa in maniera ufficiale per la campagna della ex Segretario di Stato. La vittoria di Trump, quanto mai inaspettata, però difficilmente cambierà i rapporti rispetto al passato. Sicuramente è da ridefinirsi il rapporto sulla sicurezza cybernetica, vista la disapprovazione della nomina di Carrai alla speciale Agenzia di Sicurezza Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi, preposta ai dati cibernetici, da parte statunitense.

 

Quella di Trump in ottica italiana è però un’occasione sprecata. Infatti, alla luce di un possibile disgelo con Mosca, l’Italia sarebbe potuta essere l’interlocutrice principale, rendendosi nuovamente leader e protagonista mondiale. Non lo ha fatto, perchè la nostra politica estera è condizionata ormai più da Beppe Severgnini che dagli insegnamenti di Enrico Mattei. Pratica di Mare nel 2002 sembra esser solo un lontano ricordo. Ora, se si avesse avuta sensibilità e visione, oggi, Roma poteva essere nuovamente protagonista. Con risvolti e forza da far pesare sull’intera Unione Europea. Non lo ha fatto, poichè non ha più una propria visione geopolitica e questo si riflette anche su sul ruolo di gregario in Europa. Europa che avrebbe un disperato bisogno d’Italia, soprattutto ora che l’America vuol pensare a sé stessa. Ai propri figli e solamente in seconda battuta , alla vecchia mamma.

 

USA 2016: tutto quello che c’è da sapere

Il prossimo gennaio, dopo una interminabile e costosa campagna elettorale, la nazione più potente della terra avrà un nuovo leader. Barack Obama terminerà il suo secondo mandato e verrà succeduto dal 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America, vale a dire uno tra Hillary D. R. Clinton e Donald J. Trump. Quando i cittadini statunitensi eleggeranno il loro presidente, non sceglieranno solamente il capo di Stato, ma anche il capo di governo – in quanto gli USA sono una repubblica presidenziale – nonché il comandante in capo del più grande esercito del pianeta. Hanno, in sostanza, una grande responsabilità.
Ma come funzionano le elezioni negli Stati Uniti?

Chi può essere presidente?

Tecnicamente, per correre alla presidenza, bisogna “solamente” possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita, avere almeno 35 anni ed essere stato residente negli States per almeno 14 anni. Sembra facile, no?
In realtà, quasi ogni presidente è stato, prima di ricoprire tale ruolo, un governatore, un senatore o un generale dell’esercito USA.
Il candidato, una volta scelto, viene dunque nominato a rappresentare i partiti repubblicano o democratico nelle elezioni presidenziali.

Chi arriva a essere la scelta presidenziale per ciascuna delle parti?

Il processo, per la scelta di un candidato presidenziale, è lungo e complesso.
In ogni Stato degli USA, a partire dal mese di febbraio, si svolgono una serie di elezioni (le c.d. primarie). Queste determinano chi diventerà in seguito il candidato presidenziale ufficiale di ciascun partito.
Le primarie sono incentrate a vincere più “delegati” in ogni Stato, proporzionalmente alla propria popolazione ed alla propria influenza politica. I delegati sono membri del partito che si impegnano ad appoggiare uno dei candidati alle convention del partito. Più delegati un candidato vince per ogni Stato, più delegati lo appoggeranno durante la convention
La democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump sono stati ufficialmente nominati dai loro partiti nelle convention del mese di luglio. Questi, hanno inoltre presentato ufficialmente le loro scelte per il vicepresidente: il senatore Tim Kaine della Virginia per la signora Clinton, ed il governatore dell’Indiana Mike Pence per i repubblicani.

Come funziona il voto di novembre?

L’uomo politico con il maggior numero di voti in ogni Stato diventerà il candidato che tale Stato sosterrà poi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Quello americano è un sistema elettorale semidiretto. Il cittadino vota, tramite una lista collegata ad un candidato presidente, per eleggere i c.d. Grandi Elettori, i quali formeranno lo United States Electoral College (USEC). Saranno proprio i Grandi Elettori, in seguito, ad esprimere il proprio voto per uno dei candidati alla Casa Bianca, decretando così il presidente degli Stati Uniti.
Lo USEC è composto da 538 Grandi Elettori e, secondo la Costituzione statunitense, per essere eletti presidenti bisogna conquistare la maggioranza assoluta, vale a dire almeno 270 voti.
Tuttavia, non tutti gli Stati federali hanno lo stesso peso politico: la California, per esempio, ha una popolazione 10 volte maggiore del Connecticut. Ecco perché il numero dei Grandi Elettori di uno Stato è proporzionale alla sua popolazione.
Quando i cittadini votano per il loro candidato preferito in realtà votano per i Grandi Elettori, impegnati sostenere il candidato di partito, che a loro volta saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In quasi ogni Stato americano (tranne nel Nebraska e nel Maine, dove storicamente si vota col sistema proporzionale), il sistema elettorale è un maggioritario secco, noto ai più come il sistema del winner takes it all. Questo sta a significare che il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ha diritto ad ottenere tutti i voti di quello Stato.
Nella gara per raggiungere il magic number (270) sono gli Stati indecisi, cioè quelli non storicamente schierati né da una parte né dall’altra, a giocare spesso un ruolo fondamentale.

Cosa sono gli Stati indecisi?

Dunque, abbiamo due candidati, entrambi in corsa per arrivare a 270 grandi elettori attraverso la vittoria dei voti di interi stati. Entrambe le parti sanno di poter confidare sull’esito positivo delle votazioni di determinati stati, grandi e piccoli. I repubblicani, ad esempio, contano sul voto del Texas, pertanto non hanno sprecato i loro fondi in grandi campagne elettorali in quel territorio. Allo stesso modo, la California sarà con molta probabilità uno stato schierato verso i democratici.
Gli altri stati sono considerati gli swing states (gli Stati indecisi), dove il risultato elettorale potrebbe indistintamente andare in entrambe le direzioni. È noto, infatti, che la Florida in particolare, con i suoi 29 voti, ha deciso le elezioni del 2000 a favore di George W. Bush, il quale, nonostante avesse perso il voto popolare a livello nazionale, grazie ai voti del Sunshine State divenne il 43esimo presidente degli USA.
Ciò sta a significare che non è tanto necessario vincere nel maggior numero di stati per essere eletti, quanto invece trionfare in quelli che assegnano il maggior numero di Grandi Elettori.
Altri stati indecisi, oggi, sono l’Ohio, la Virginia, il Colorado, la North Carolina ed il Nevada.

I “grandi” punti di discussione della campagna 2016

Dall’inizio della campagna elettorale Trump è stato avvolto da numerose polemiche. La sua prima “uscita imbarazzante” l’ha avuta quando, durante le prime dichiarazioni in qualità di candidato alla Casa Bianca, l’uomo d’affari di New York ha etichettato gli immigrati messicani come “stupratori e criminali”. La sua candidatura ha ininterrottamente suscitato un ardente scalpore mediatico. Ha attaccato verbalmente un giudice, Miss Universo, un conduttore di Fox News nonché la famiglia musulmana di un soldato caduto. Trump si è inoltre dovuto difendere pubblicamente dalle accuse di non aver pagato le imposte federali per 18 anni e si è dovuto giustificare del fatto di non aver voluto rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Oltre a ciò, poi, ha dovuto prendere le distanze da diverse questioni controverse circa la sua fondazione di beneficienza. L’ultima bomba, del fenomeno mediatico Trump, è esplosa il 7 ottobre scorso con la pubblicazione di un video del 2005, nel quale il tycoon offendeva una donna con insulti a sfondo sessuale. Il furore mediatico che ne è risultato lo ha costretto a chiedere scusa pubblicamente. Questi ed altri comportamenti hanno dissuaso decine di repubblicani dal votare il proprio candidato e convinto gli stessi ad optare per i democratici, innescando così una guerra civile all’interno del loro partito. Tra questi, figurano i nomi illustri dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, dell’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, nonché dei due ex candidati alle primarie repubblicane Marco Rubio e Ted Cruz.

Anche Hillary Clinton, dalla sua, ha avuto i suoi “momenti da dimenticare”. Significativo è stato il danno causato alla sua reputazione dalla questione delle mail segretate. Sono state, inoltre, sollevate perplessità anche circa le donazioni, provenienti dall’estero, alla Clinton Foundation. Ancora, Donald Trump ha puntato le sue accuse su come la Clinton abbia gestito la tematica delle varie relazioni extraconiugali di suo marito Bill. Con WikiLeaks, inoltre, sono state portate alla luce delle mail hackerate, le quali hanno rivelato alcune imbarazzanti conversazioni tra i membri del suo team durante questa campagna elettorale.

Chi ha vinto il secondo dibattito?

Quello dello scorso 9 ottobre, tenutosi a St. Louis, è stato raccontato come uno dei peggiori dibattiti presidenziali di sempre.
La candidata democratica ha incentrato il suo discorso sul video del 2005, in cui sono evidenti i commenti volgari sulle donne da parte di Trump. Il video ha dimostrato, ha detto la Clinton, “chi sia lui esattamente”.
Trump si è invece focalizzato sul passato da avvocato della ex segretaria di Stato, in particolare a quando aveva accettato l’incarico di difendere uno stupratore, nonché sulla scorrettezza sessuale di Bill Clinton, nei confronti della moglie Hillary.
“La signora Clinton dovrebbe finire in prigione a causa dello scandalo riguardante l’uso di un account di posta elettronica privata per le attività ufficiali quando era segretario di Stato” ha, infine, dichiarato il candidato repubblicano.

E il primo?

Il primo dibattito, tenutosi a New York nel settembre scorso, ha visto i due candidati condividere un palco per la prima volta. È stato uno spettacolo che non ha deluso le aspettative.

Trump e Clinton si sono scontrati per 97 minuti, con la democratica che sembrava avesse indossato i panni di Trump, accusandolo a ripetizione di rapinare gli imprenditori, di evitare il pagamento delle tasse federali, di essere un misogino e di promuovere “la razzista, menzogna nazionalista”.
Il newyorkese Trump, dal canto suo, ha sferrato alcuni colpi sugli accordi commerciali della ex senatrice, sulle sue e-mail e sul Medio Oriente, definendola una donna che non è riuscita a raggiungere nessun risultato per la nazione dopo circa trent’anni di carriera politica.

Quali sono i prossimi momenti chiave delle elezioni?

Dopo l’ultimo dibattito, tenutosi a Las Vegas lo scorso 19 ottobre, finalmente l’8 novembre (Election Day) si andrà al voto. Dopodiché, il 20 gennaio 2017, potremmo assistere all’Inauguration Day ovvero il giorno dell’insediamento del nuovo presidente.

L’Europa è Mario Draghi

Dietro ogni scelta, ogni modo di essere e apparire risiede una storia. Per comprendere Mario Draghi e il futuro d’Europa bisogna partire dalla storia personale del banchiere centrale europeo.

 

E’ nato a Roma, la quale pur essendo la Capitale d’Italia, porta intrinsecamente quell’aspetto universalistico e non racchiuso nei meandri nazionalistici che un immenso Indro Montanelli seppe raccontare in Storia di Roma.

E’ rimasto orfano a soli quindici anni e con la sorella e il fratello ha dovuto tenere in piedi la loro famiglia. Forse non tutti sanno che economia deriva dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge”. I suoi studi universitari saranno concentrati su di essa e non dovendosi permettere troppe distrazioni ne sarà uno dei massimi interpreti. La casa ossia la sua famiglia d’altronde non poteva essere tralasciata.

Si è formato ed è cresciuto tra le mura dell’Istituto Massimo, della Compagnia di Gesù. La Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, non è un semplice ordine della Chiesa Cattolica di Roma. E’ l’ordine campione della Riforma, delle menti e delle strategie romane. Non è un caso che nel momento di massima debolezza per l’Europa nella storia del genere umano, la sua anima e radice culturale veda un Gesuita sul “trono di Pietro” e un loro vecchio allievo nella sua parte operativa di maggior importanza.

Mario Draghi si è laureato alla Sapienza di Roma. L’ha fatto sotto la guida del keynesiano Federico Caffè con una tesi su «Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio». Un’analisi sul Piano Werner, il precursore della moneta unica. All’epoca nel Piano Werner il giovane economista non vedeva le precondizioni per un’unione economica monetaria. La storia gli affiderà il compito di salvarla.

Quel che colpisce di Mario Draghi è la sua eleganza nel concepire le politiche monetarie e il suo mandato come geopolitiche. Nel caos generato da un nuovo mondo ormai connesso e legato a doppia mandata alla finanza e in cui qualsiasi sviluppo nazionale può avere conseguenze intercontinentali, il suo mandato assomiglia a un magistero.

Nell’epoca in cui l’Europa non possiede nessun leader riconoscibile ed europeo, l’Italia ha fornito una mente quasi teutonica e dallo sguardo proiettato su quel che conterà nel prossimo decennio. In molti potrebbero obiettarmi che vi è Angela Merkel, soprattutto quella Letteratura e critica che vedono nella cancelliera tedesca una proiezione di leader europea. Indubbiamente Angela Merkel è l’unica vera leader continentale, ma lo è per il suo paese. Per essa, nessun atto può prescindere dal bene della Germania prima e dell’Europa poi. Mario Draghi invece ha una mente e visione che com’è Roma per il Cristianesimo, rende Francoforte capitale delle sfide dell’Europa tutta e unita.

Ora, ascoltare il discorso del Banchiere Centrale Europeo non è sicuramente entusiasmante come un video di Tiziano Terzani, ma a Trento è stata da poco scritta una delle più importanti pagine della nostra storia politica. A Trento, una volta cuore dell’Impero Europeo Asburgico, nel corso della cerimonia di ricezione magistrale di un premio intitolato a De Gasperi, Mario Draghi ha tracciato le linee guida di un europeismo non banale e soprattutto libero dalla retorica occidentalista. Mario Draghi a differenza delle centinaia di cortigiani dell’elite non demonizza la Brexit né i populismi, anche quelli meno attenti alle concezioni eastoniana d’input cui le istituzioni non hanno saputo produrre output. Come raccomandato da un qualsiasi manuale di Scienza Politica, dove si annovera alle sue radici la concezione di Easton, il governatore della Bce ha raccomandato affinché i progressi nell’integrazione politica della costruzione europea debbano produrre risultati diretti e tangibili.

Ha sollecitato a tenere conto «dei bisogni dei cittadini e dei loro timori», ha individuato nell’immigrazione, nella sicurezza e nella difesa i settori «essenziali» delle nuove iniziative europee, nel completamento del mercato unico l’imperativo fra quelle già avviate e ha ricordato ai Governi che tocca anzi tutto a loro fornire una risposta ai problemi di redistribuzione e disuguaglianza, «con politiche che rimettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello di protezione essenziale dei più deboli».

” Un livello di protezione essenziale dei più deboli ” una frase che mette paura e ai circoli benestanti che in Italia trovano in Capalbio la loro sede e alla Commissione Europea debolissima in ogni azione per i suoi cittadini. Così mentre a Bratislava, i leader degli altri Paesi cercano di individuare come procedere nel post Brexit e annientano ulteriormente dalla storia un’Europa forte, a Trento essa ha già trovato l’uomo per il suo domani.

Ventotene è stata profanata. Da tre cancellieri troppo deboli nella visione, intrensicamnete appoggiati alla farsa di retoriche il cui sofismo nulla ha prodotto. Lo sostengo alla luce delle seguenti dichiarazioni rese a margine del vertice UE di Bratislava. Dove la Merkel ha affermato che l’Unione è in “condizioni critiche”. Hollande ha sostenuto che “la difesa europea non può essere solo sulle spalle della Francia” e Renzi ha chiesto che le spese per la scuola siano tenute fuori dai conteggi sulla stabilità. A Trento il banchiere centrale ha affermato:

 

“Servono politiche che rimettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello di protezione essenziale dei più deboli”

 

A voi la scelta se continuare con la fotografia di chi a Ventotene o chi ha compreso che va dato una risposta ai problemi delle persone. Che ha reputato giusto non demonizzare i cosiddetti populismi, poichè dietro di essi vi sono problemi e sfide da affrontare senza l’occhio dello pseudoeuropeista borioso. A voi la scelta nel seguire una visione di azioni e che vede l’Europa attore unico, pur valorizzandone ogni differenza.

Come sostenuto da Giuliano Ferrara su Il Foglio “Sarà un euroburocrate, Draghi, ma essendo di scuola cattolica sa dove finisce l’amministrazione, dove comincia la politica, dove il popolo è sovrano anche per sradicare il populismo. Whatever it takes.”

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

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#Golpe – Tensione USA -Turchia

Ore 14.55 – Tensioni Turchia-Stati Uniti
Secondo quanto riporta la Cnn citando fonti diplomatiche, la base turca di Incirlik, usata dagli Usa per lanciare raid aerei contro l’Isis, è stata chiusa.

Ore 14.40 – Kerry: “Dateci indizi su Gulen”
Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare la Turchia nelle indagini sul tentato golpe. Lo ha detto il Segretario di Stato John Kerry, che ha invitato Ankara e mostrare, se esistono, indizi in grado di attribuire a Fetullah Gulen la responsabilità dell’iniziativa sovversiva.

Ankara ha chiesto più volte nel passato a Washington di espellere Gulen, predicatore, una volta alleato di Erdogan e oggi suo nemico.

 

Nel frattempo problemi ulteriori per la Commissione Europea di Juncker che starebbe intensificando i contatti con Atene per la questione degli otto golpisti che hanno richiesto asilo al paese ellenico.

 

 

Mar Cinese Meridionale – Il vaso di Pandora

L’acqua è da sempre elemento imprescindibile al quale l’uomo per sua genesi e importanza è legato. Allo stesso tempo e modo a essa sono legati i traffici commerciali. Nella disputa globale si è inserito da alcuni anni la sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che con i suoi è uno dei tratti di mare di maggior importanza per il commercio mondiale.

La Corte permanente di arbitrato dell’Aja, lo scorso martedì, ha emesso il suo verdetto circa il Ricorso proposto dalle Filippine per alcuni atti posti in essere dalla Cina nel mar Cinese meridionale. Il tribunale ha deliberato sulle violazioni cinesi, denunciate dalle Filippine, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). La Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha deciso che gran parte delle aree rivendicata da Pechino – secondo cui il 90% delle acque contese le appartiene – sono in realtà acque internazionali. Nell’area ci dovrebbero essere riserve significative di gas naturale e di petrolio. Anche altri paesi dell’area, tra cui Vietnam, Malaysia, Brunei e Taiwan, ne rivendicavano la proprietà.

L’arbitrato richiesto dalle Filippine ha stabilito che «non ci sono le basi legali per cui la Cina possa rivendicare storicamente diritti e risorse sulle acque circoscritte dalla ’linea a nove tratti’», ma per la Repubblica popolare è carta straccia. In un libro bianco di quasi 14mila caratteri presentato mercoled’ 13 luglio, Pechino ribadito la sua passata posizione secondo cui le Filippine hanno «distorto i fatti, interpretato male le leggi e inventato un sacco di bugie» e che la sentenza di ieri «manca tristemente di prove». «Non reclamiamo un centimetro in più rispetto a quelli di cui abbiamo diritto», gli fa eco il Quotidiano del popolo.

Più pesante e lontanissima dagli impegni dei leader europei pieni di prosopopea, è la dichiarazione del viceministro degli esteri Liu Zhenmin nel quale afferma che la Repubblica Popolare Cinese è pronta a stabilire una Zona di identificazione per la Difesa aerea (Adiz), qualora «la nostra sicurezza venga minacciata». Una sorta di no-fly zone simile a quella Nato in Ucraina.

Il perchè del confronto scontro sul Mar Cinese Meridionale e sulle isole Spratly sui giacimenti sottomarini, sul controllo delle rotte e diritti di pesca.Questa controversia così come quella sulle Spratly nasce dalla storia coloniale. Il primo atto formale che le riguarda risale al 13 aprile 1930, quando la nave francese Malicieuse vi approdò sparando 21 colpi a salve di cannone per annetterle all’Indocina, davanti agli sguardi perplessi dei pochi pescatori presenti all’epoca in quella porzione di mare. Parigi temeva allora che il Giappone li precedesse, ma si dimenticò stranamente di depositare una documentazione ufficiale fino al 1933, quando lo fece su richiesta britannica.

Nonostante la confusione geografica nel 1933 il governo cinese non accetto in alcun modo l’atto francese, senza aver ben chiara la localizzazione della rivendicazione. Nanchino tendeva a confonderle con le Paracelse. Che “ragioni storiche” con cui Pechino rivendica oggi gli arcipelaghi siano difficili da sostenere è confermato dal fatto che la “mappa dell’umiliazione nazionale”, disegnata dalla società cartografica di Shanghai nel 1916, include Hong Kong e Taiwan ma ignora del tutto le isole del Mar Cinese Meridionale. Solo nel 1947 la Cina produsse una mappa che (

A complicare il tutto, va detto che in linea teorica pure la Francia potrebbe rientrare oggi tra i pretendenti all’arcipelago, visto che dopo quella balzana annessione del 1930 non vi ha mai formalmente rinunciato. E conoscendo Hollande e la geopoltica francese degli ultimi anni è probabilissimo un suo ritorno in lizza.

Nel frattempo il vero grande competitor dei Cinesi, ossia gli Stati Uniti, alleati militari delle Filippine, hanno fin qui affermato di non voler prendere posizione sull’arbitrato. Ciò è dipeso dal fatto che gli Stati Uniti d’America non possono farlo poiché Washington non ha mai ratificato l’Unclos, la Convenzione sulla Legge del Mare. Il Pentagono ha inviato alcune unità della US Navy nei pressi di Scarborough e nell’arcipelago delle Spratly e la portaerei USS Ronald Reagan fornisce copertura, ha scritto la rivista americana “Navy Times”. Nel 2013 alla Azid sul Mar Cinese orientale il Pentagono rispose facendo volare sulle Senkaku/Diaoyu anche i bombardieri B-52. Insomma, se sotto terra c’è ricchezza in superficie tanta tempesta.

Una tempesta che racconta la geopolitica di ieri e oggi. Dove alle dimenticanze di Francia e Gran Bretagna provano a metter riparo gli Stati Uniti d’America nella speranza di temperare il ri-sorgere di veri competitor (Cina e Russia). Con i due ormai alleati ormai nel dimenticatoio, così come la forza delle strutture sovranazionali.