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TTIP – Cosa prevede?

Il TTIP è il più importante accordo in discussione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea. Ufficialmente il TTIP è un Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA),  in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Quanto ai contenuti nessuno sa bene cosa prevedano le fasi dibattimentali, poiché i negoziati sono posti sotto il massimo riservo e coperti ufficialmente da “segreto negoziale”.

 

L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti e regole sanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. La rimozione di regolamenti e standard rappresenterebbe la più grande rivoluzione normativa in Europa dalla firma del Trattato di Maastricht.

 

Qualora si dovesse raggiungere l’accordo sul TTIP e si pervenisse alla sua approvazione esso rappresenterebbe la più vasta area di libero scambio esistente, poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. L’accordo potrebbe essere esteso ad altri paesi con cui le due controparti hanno già in vigore accordi di libero scambio, in particolare i paesi membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA).

 

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:

1 – accesso al mercato

2 – ostacoli non tariffari

3 – questioni normative

 

Il trattato coinvolge circa 820 milioni di cittadini e legherebbe in un’unica zona di scambio l’Oceano Atlantico. La somma del Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45% del PIL mondiale, rappresentando la zona dominante il mercato. La mancanza di certezze sui contenuti e la scarsa informazione fanno temere il peggio, anche se i dati relativi a una possibile crescita ne costituiscono il fattore di maggior adesione.

 

IL FRONTE DEL Sì –  Autorevoli istituti come  Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute sostengono  che attraverso il Parteneariato Atlantico potrebbe concretizzarsi un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, di cui l’incremento quantificato sarebbe pari al 28%, circa 187 miliardi di euro. Va rilevato come i dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea siano in media piuttosto bassi, quasi la metà di quanto imposto verso gli altri paesi del mondo, anche se ci sono grandi differenze tra settori . Nonostante ciò, come sostenuto da parte della dottrina macroeconomica, se i dazi vengono applicati su un grande volume possono diventare un ostacolo rilevante. Questo vale ancora di più visto che il processo produttivo è spezzato tra paesi diversi (componenti o fasi prodotti o realizzati in vari paesi): piccoli dazi applicati più volte possono avere dunque un impatto importante sul prezzo del bene finale.

 

IL NUTRITO FRONTE DEL NO – Prima questione da affrontare che rapprersenta una delle principali critiche ai negoziati è la loro segretezza e mancanza di trasparenza; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia  stato il Center for Economic Policy Research di Londra, che gli oppositori al TTIP non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

 

La più autorevole critica è stata riassunta nel numero di giugno 2015 di Le Monde Diplomatique. Il fronte contrario si divide equamente tra Usa e Unione Europea. Nel caso americano il fronte di opposizione è guidato da Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – la quale  ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. Sul fronte europeo si schierano principalmente: la Francia con la Presidenza Hollande, Slow Food, GreenPeace, l’European Social Forum e le maggiori confederazioni di lavoratori.

 

Le principali critiche sono le seguenti:

NORMATIVA SUL LAVORO –  I paesi dell’UE  adottano  normative in conformità con l’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO). Di queste normative gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi secondo le confederazioni dei lavoratori e la dottrina giuslavorista si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori.

 

AGRICOLTURA – L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM. Si discute in termi economici in questo caso e non scientifici.

 

CONSUMATORI – Se il consumatore è al centro di quel prodotto normativo che nel 2009 ha rivoluzionato l’Unione Europea, ossia il Trattato di Lisbona, ciò differisce dagli Stati Uniti d’America. Infatti, in Europa vige il principio di precauzione, l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi, mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria).

 

SERVIZI PUBBLICI – I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici e ciò desta parecchii timori nelle reti per i Beni Comuni. Sarebbero, secondo la critica, a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza. Inoltre, questa parte dell’accordo potrebbe creare problemi di legittimità costituzionale in alcuni paesi membri dell’Unione Europea.

 

PROPRIETA’ INTELLETTUALE– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, brevetti la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

 

TTIPLEAKS – A inizio maggio, precisamente alle ore 11 di martedì 3 maggio, Greenpeace ha scosso l’Europa svelando parte della trattativa, che doveva restare coperta da segreto negoziale. Tra i “Ttip papers” svelati  da Greenpeace, una nota segreta ad uso interno della Commissione europea ha spiegato come stiano andando i negoziati. Su questa fuga di notizie, l’indiziata principale è quella parte di Commissione Europea legata con i suoi funzionari ad alcuni Paesi Membri contrari all’accordo.

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Ecco i punti principali del documento ottenuti da Greenpeace Olanda:

Denominazione d’origine per i vini –  “Sul vino l’Ue ha ribadito che il Ttip deve includere regole complessive sui vini e alcool basate sull’integrazione degli accordi bilaterali esistenti ed eliminare la possibilità per i produttori Usa di utilizzare le 17 denominazioni di vini Ue (cosiddettì semi-generici) elencati nell’annesso 2 dell’accordo del 2006 sul vino. Gli Usa hanno reitrerato la propria opposizione all’integrazione delle norme sul vino nel Ttip e alla richiesta Ue sulle denominaizioni semi-generiche. L’Ue ha espresso forte preoccupazione e continuerà a seguire la questione a livello politico”.

 

Gli Stati Uniti dunque rifiutano la domanda Ue di non utilizzare per i loro prodotti 17 denominazioni “semi-generiche” di vini europei, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, l’ungherese Tokaj, il portoghese Madeira, lo spagnolo Malaga e i francesi Chablis, Sauterne e Champagne.

 

Cosmetici – “La discussione sui cosmetici rimane molto difficile e  il margine per raggiungere obiettivi comuni è abbastanza limitato”. A causa della limitazione in Europa ad eseguire test sugli animali “l’approccio di Ue e Usa resta inconciliabile e i problemi di accesso al mercato europeo dunque rimarranno”.

Definizione degli standard – “Gli Stati Uniti hanno insistito nella loro domanda affinché la Commissione europea ‘richieda’ (…) che esperti statunitensi siano coinvolti nello sviluppo del processo di standardizzazione di CEN e CENELEC (senza garanzie di reciprocità) come condizione per riferirsi agli standard tecnici armonizzati”.

Il CEN è il comitato europeo per lal standardizzazione tecnica e il CENELEC svolge la stessa funzione in campo elettrotecnico. Tra gli ultimi standard fissati, ad esempio quelli sulla sicurezza degli accendini con particolare attenzione alla protezione dei bambini, le caratteristiche tecniche per le prese elettriche o gli standard dell’osteopatia.

Appalti pubblici – Nel capitolo sull’attività regolatoria, la proposta degli Stati Uniti ripetutamente chiede che “la regolazione sia riferita e applicabile a livello di Stati membri”, ma parlando di appalti pubblici la Commissione europea sottolinea che “gli Stati Uniti non sono stati in grado di offrire risposte o commenti al riguardo degli appalti a livello sub-federale ed hanno sottolineato le loro difficoltà e la sensibilità in questo settore”.

Regolazione servizi finanziari – Unione europea e Stati Uniti non hanno modificato le loro posizioni sulla cooperazione regolatoria nei servizi finanziari: gli Usa continuano ad opporsi a discutere questo aspetto nel Ttip, mentre l’Ue ha confermato che la sua offerta per un mutuo accesso ai Servizi finanziari si incardina su un impegno soddisfacente degli Usa nella cooperazione nelle regolazione”.

 

Infine, a sostenere il fronte avverso al TTIP, non vi sono politici al governo, bensì l’economista e saggista statunitense, premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz. Joseph Stiglitz, statunitense “europeista” alla vigilia del Brexit, il referendum che il prossimo giugno chiederà agli inglesi di esprimersi sull’adesione all’Unione europea, ingaggiato come consulente da John McDonnell, ha sostenuto che: se l’accordo transatlantico di libero scambio tra Unione e Stati Uniti (Ttip) fosse simile a quello già raggiunto tra Usa e Pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) «nessuna democrazia» dovrebbe sostenerlo.

Al futuro e ai governanti dei 28 Paesi dell’UE e Parlamentari Europei sarà concesso il privilegio di decidere se aderire o meno all’accordo. In questo clima di segreti e “fughe di notizie” resta un dato certo: che si parla della libertà. Ma, come sempre essa riguarda merci e flussi di denaro e non le persone. Persone che poi affidano alla “democrazia” il loro destino, in un deficit di rappresentatività e trasparenza. D’altronde, a quanto pare, l’unica trasparenza che è richiesta nel duemilasedici è quella delle vetrine.

L’idea bizzarra: creare inflazione con una stretta monetaria

Su poche cose vi è un consenso trasversale nella teoria economica. Tra di esse, sembrava esserci la relazione crescente tra offerta di moneta e tasso di inflazione.

Sia chiaro: le varie scuole hanno interpretato, criticato e circoscritto questa relazione in modi del tutto differenti. Per alcuni vige una proporzionalità diretta tra quantità di moneta in circolazione ed indice dei prezzi; altri invece mettono in dubbio la possibilità che i prezzi si adeguino alla quantità di moneta senza frizioni, a causa delle tipiche rigidità insite nella contrattazione salariale, ed evidenziano il ruolo svolto dal tasso di interesse: se ognuno può scegliere di tenere il proprio patrimonio in moneta o in titoli, il mercato della moneta e quello dei titoli sono del tutto speculari ed un eccesso di offerta nel primo, dovuto ad una politica monetaria espansiva, implica nel secondo un eccesso di domanda, che alza il prezzo dei titoli e ne riduce il tasso di interesse; tassi più bassi riducono gli incentivi al risparmio ed incoraggiano gli investimenti nell’economia reale, provocando un aumento del reddito e quindi della domanda di moneta per transazioni (1); l’aumento della domanda di moneta riporta in equilibrio il mercato monetario, con un aumento della domanda aggregata innescato dagli investimenti, il quale, a parità di offerta aggregata, si traduce in maggiore inflazione (2).

Per alcune scuole l’aumento dei prezzi va di pari passo con un aumento del reddito reale, per altre invece si hanno effetti solo nominali (3), tuttavia nessuno aveva mai ipotizzato che una politica monetaria espansiva – maggiore offerta di moneta e conseguente riduzione dei tassi di interesse – potesse provocare una riduzione del tasso di inflazione: nessuno, prima dei Neo-Fisheriani.

In altri tempi l’idea bizzarra non sarebbe stata neppure presa in considerazione, ma di fronte ad espansioni monetarie senza precedenti, condotte da tutte le banche centrali che contano, apparentemente incapaci di risollevare l’inflazione, anche le interpretazioni più eterodosse meritano attenzione.

Cosa dicono i Neo-Fisheriani?

Il cardine della teoria risiede nel ruolo svolto dalle aspettative: temendo un livello dei prezzi in aumento, le imprese e i consumatori anticipano la propria spesa, viceversa presumendo una situazione di deflazione, non spendono in attesa che i prezzi si siano ridotti; inoltre in un’economia gravata da un ingente debito sia pubblico che privato, le aspettative inducono a credere che il peso reale del debito, registrato in termini nominali, venga smorzato dall’inflazione, consentendo una maggiore spesa nel periodo attuale.

Al noto effetto negativo di un aumento dei prezzi sulla domanda, si aggiunge un nuovo tassello: l’effetto positivo delle aspettative. Se inflazione attesa ed effettiva fossero indipendenti, non vi sarebbe una sostanziale differenza dai modelli consueti, i Neo-Fisheriani assumono invece l’uguaglianza tra attesa ed effettiva. L’idea allude a due assunzioni: la prima, già ampiamente usata da alcuni economisti ed ampiamente criticata da altri, è la razionalità degli operatori, che non potrebbero essere affetti da illusione monetaria, ma anzi ricondurrebbero ogni decisione economica a grandezze reali e non nominali; la seconda, più innovativa, riguarda le aspettative “autoconfermanti”.

In un contesto dinamico e concorrenziale, imprese e lavoratori agiscono secondo le proprie aspettative ed in base ad esse praticano i propri prezzi ed accettano o rifiutano i prezzi praticati da altri: così l’inflazione effettiva ricalca quella attesa, mettendo in secondo piano il ruolo convenzionale delle banche centrali, il cui peso va a dipendere dalla capacità di influenzare le attese, con annunci e target prestabiliti, più che dall’effettiva offerta monetaria.

In questa prospettiva l’inflazione ha due effetti contrari sulla domanda: l’effetto consueto negativo e l’effetto positivo dovuto alle aspettative. Qualora prevalga il secondo, ad esempio in contesti di grande incertezza, gli effetti della politica economica risultano stravolti (4).

Una politica monetaria espansiva, come descritto, stimola gli investimenti e la domanda aggregata, cambiando i livelli di equilibrio: al livello di inflazione precedente all’espansione monetaria corrisponde ora una domanda maggiore, mentre per restare ai livelli di domanda precedente, più bassa, serve un’inflazione minore, che scoraggi la domanda aggregata, secondo la citata ipotesi di relazione positiva tra inflazione e domanda (5). Seguendo l’assunzione delle aspettative razionali, che rendono gli operatori immuni dall’illusione monetaria, l’offerta aggregata risulta insensibile al tasso di inflazione e costituisce un vincolo alle variazioni del reddito, che resta ancorato alle decisioni di offerta (6). Non mutando il reddito di equilibrio tra domanda e offerta, l’aumento della domanda provocato da un’espansione monetaria fa convergere l’equilibrio verso un’inflazione più bassa.index

Tale ipotesi risulta coerente con l’equazione di Fisher: l’interesse nominale è uguale alla somma di interesse reale ed inflazione; pertanto, a parità di interesse reale, determinato dai fondamentali economici, una riduzione del tasso di interesse nominale, generato dalla politica monetaria espansiva, è compensato nel lungo periodo da una pari riduzione del tasso d’inflazione.

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L’inflazione si muoverebbe secondo la dinamica tradizionale solo nel breve periodo, finendo poi per convergere nella stessa direzione dell’interesse, ossia in direzione opposta all’offerta monetaria. Così la decennale scia di tassi vicini allo zero nelle maggiori economie avrebbe generato l’attuale contesto di bassa inflazione o addirittura deflazione: quanto più le banche centrali insisteranno con Quantitative Easing o affini, tanto più si aggraverà il quadro economico internazionale.

Note:

(1) Nel modello IS-LM, la curva LM si sposta in basso a destra.

(2) Nel modello AD-AS, la curva AD si sposta in alto a destra.

(3) Nel primo caso la curva AS è obliqua crescente, nel secondo caso è verticale.

(4) Se prevale l’effetto tradizionale la curva AD è decrescente, se prevale l’effetto “neo-fisheriano” la curva AD è crescente.

(5) La curva AD, crescente, si sposta verso destra.

(6) La curva AS è verticale.

L’Europa muore al Brennero

Il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Europa ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

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UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.

Obama a Cuba fa la storia

Il 21 Marzo 2016 è iniziata la primavera e, come la stagione dei ciliegi in fiore da inizio al periodo del disgelo, così la visita di Obama a Cuba ha avviato la distensione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’isla mas linda. Un tale evento ha destato molta attenzione, curiosità ed aspettative tra gli studiosi di politica internazionale.
Nuove relazioni con Cuba possono significare nuove relazioni tra gli USA e l’intero continente, in quanto, l’embargo tutt’ora in vigore, ha senza dubbio influenzato il rapporto tra le due Americhe.
Dopo un periodo in cui la Cina ha potuto dispiegare tutti i suoi mezzi economici in quello che una volta veniva ritenuto “il cortile di casa” degli Stati Uniti, oggi, forse, i rapporti tra USA e Cuba potrebbero diventare profittevoli per entrambi, con il conseguente incremento di un mutuo sostegno. Ciò, ovviamente, solo se il prossimo presidente vorrà continuare a perseguire questa linea politica cogliendo, in tal modo, un’ottima opportunità.
La diplomazia di Obama lascerà dunque la possibilità di una scelta al prossimo presidente degli Stati Uniti. Girare le spalle all’America Latina e tornare a dare adito ai propri risentimenti oppure aprirsi al continente sudamericano, una regione di democrazie sempre più prospere, e perciò abbastanza mature da essere coinvolte in legami politici ed economici con gli USA. Nell’immediata vigilia dell’arrivo di Obama a Cuba, Raul Castro ha ricevuto la visita a sorpresa del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il quale si è precipitato a L’Avana per poter dialogare con Castro, prima che arrivasse il Presidente degli Stati Uniti. Maduro ha affermato che questi in cui le due Nazioni si trovano oggigiorno sono tempi di rinnovamento e di fratellanza. Inoltre ha tenuto a ricordare, congiuntamente con il Ministro degli Esteri cubano Rodriguez, le tante differenze tra l’isola e Washington. Una fra tutte, la ferma e piena solidarietà da parte di Cuba con la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
È opportuno porre in evidenza che molte delle amministrazioni latinoamericane, in questi anni, hanno lamentato la poca incisività della politica estera degli USA in Sud America. A partire dal dicembre 2014, quando è stata enunciata la forte volontà di normalizzazione dei rapporti tra gli USA e Cuba e poi nell’aprile 2015, quando è stata riaperta l’ambasciata statunitense a L’Avana, le opinioni al riguardo sono state discordanti. Il Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha da sempre sostenuto che questo sarebbe stato un nuovo fondamentale capitolo della storia dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Come lei, così la pensa anche il successore di Chávez, che pure rappresenta la meno filoamericana tra le realtà del continente dell’America Latina.
Di particolare rilievo si mostra, per gli Stati Uniti, la questione dei diritti umani. C’è una ferma volontà degli USA di volerli tutelare e dunque che Cuba si apra al mondo intero. Sono inoltre care agli USA le tematiche relative alla tutela delle libertà personali, e le libertà in generale. Già una simile interruzione al forte isolamento, rappresenta per molti analisti un terreno su cui sarà possibile espandere sempre di più la democrazia. Durante la sua visita, Barack Obama, si è appellato a maggiori libertà per il popolo cubano ed ha inoltre invocato una serie di riforme, a carattere economico e politico, oltre che libere elezioni e maggiore tutela dei diritti umani. Un grande applauso è seguito alle parole di Obama, quando si è espresso a favore della rimozione dell’embargo, in vigore da 54 anni. È opportuno qui ricordare che però solo il Congresso potrà decidere se cancellarlo o meno.
La centralità di Cuba nello scenario attuale delle relazioni internazionali è stata inoltre messa in evidenza dalla decisione dei due massimi rappresentanti della cristianità, occidentale e orientale, di incontrarsi nella cornice dell’isla mas linda. Lo scorso febbraio, infatti, a L’Avana è stata firmata la «dichiarazione di Cuba», ovvero il documento comune sottoscritto da Papa Francesco e dal Patriarca di Mosca, Kirill. Le due massime autorità cristiane ritengono, difatti, che nei prossimi secoli i destini del cristianesimo troveranno maggior spazio nella cornice meridionale del mondo (Sud America ed Africa).

È di ciò significativo il fatto che le due principali autorità europee non abbiano deciso di incontrarsi, per suggellare un simile accordo, nel Vecchio Continente. Già nel 2014, di fronte al Parlamento europeo, Bergoglio affermava che il mondo era sempre meno eurocentrico. Durante l’incontro con il capo della Chiesa ortodossa russa, ha inoltre ribadito che Cuba (dunque non l’Europa, ndr) “se continua così, sarà la capitale dell’unità tra le due Chiese”.
Erano 88 anni che un presidente americano non metteva piede sull’isola di Castro. La TV di Stato cubana ha interrotto i suoi programmi per far seguire al suo popolo l’arrivo di Obama a Cuba.
Anche se la distanza tra gli Usa e Cuba è poca, la distanza politica tra i due Stati è sempre stata molto grande. Sono trascorsi quasi 60 anni dall’inizio della separazione. Una separazione che per Cuba è stata molto dura, perche migliaia di cubani hanno dovuto vivere, a causa di una questione politica, un problema personale come la distanza dai famigliari.
Oggi la visita di Obama significa per i cubani un grande riavvicinamento sentimentale tra i due paesi e anche tra molti cubani ed i propri famigliari. I cubani di oggi sono stati segnati tutti dalla stessa vita: una vita famigliare divisa per quasi sessant’anni.
Negli anni Settanta, a Cuba, agli adolescenti veniva insegnato ad usare le pistole, dicendo loro che i nemici americani sarebbero arrivati ad usurpare la loro terra. Oggi quegli stessi adolescenti hanno ricevuto con fiori e con tanto affetto Obama, un presidente molto amato nell’isola. Un presidente amato perfino come uomo, un afroamericano che ha anche un po’ del loro sangue afrocubano. Pertanto questa è stata un’accoglienza speciale, perché ha avuto luogo in un periodo storico nel quale i cubani non si sentono più distanti dai propri vicini. Il popolo cubano, durante quei giorni, è stato in festa. Si è percepita un’aria di gioia. Cuba si stava rendendo conto che un tale avvenimento avrebbe significato un grosso passo in avanti verso la fine delle lunghe tensioni tra i due popoli.
Come pocanzi affermato, l’embargo è purtroppo ancora in vigore. Ad esempio, i cittadini americani non possono andare a Cuba senza un valido motivo. Una simile limitazione non solo non permette ai cittadini americani di recarsi sull’isola come turisti, ma vieta anche alle aziende americane di fare affari con L’Avana. Secondo alcuni funzionari della Casa Bianca, il Presidente potrà ridurre alcune restrizioni approfittando del suo potere esecutivo, tuttavia solo il Congresso ha il potere di abolirlo totalmente. Per il momento, per ciò che concerne i rapporti degli USA con l’isola, sono solo state riavviate le comunicazioni postali, e sono stati riallacciati i voli commerciali. Da inizio aprile è altresì possibile prenotare un alloggio su Airbnb, la piattaforma online famosa in tutto il mondo per chi cerca appartamenti in affitto. Modesto ma significativo segno dei tempi che cambiano realmente.
La visita di Obama è avvenuta a suggello dei 15 mesi di un disgelo, lento ma costante, che dovrebbe in futuro portare ad una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Ciò a patto che il prossimo presidente degli Stati Uniti voglia tenere fede a tutte le scelte e gli impegni presi fin’ora. Questa distensione con Cuba, per quanto riguarda la presidenza Obama, ha radici lontane. È opportuno ricordare che dopo pochi mesi dal suo insediamento alla Washington, nell’aprile del 2009, Obama partecipò al Vertice delle Americhe, tenutosi a Trinidad, e, in quell’occasione, pronunciò un discorso davanti a tutti i leader latino e centroamericani affermando che avrebbe voluto invertire la rotta dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Avrebbe voluto interrompere una simile relazione, così come si era configurata da più di un secolo, a partire dalla dottrina Monroe (1823), con momenti di forte ingerenza, al fine di istituirne una nuova in cui sarebbe valsa la c.d. equal partnership, basata sul reciproco rispetto e su valori condivisi ed interessi comuni. Eravamo nell’aprile del 2009. Poi le la realtà dei fatti, com’è noto, ha subito un leggero rallentamento. Nondimeno, oggi hanno subito una considerevole spinta in avanti.

Dunque, questa visita non ha un valore soltanto simbolico ma è forse un passo in avanti verso la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Obama conta inoltre di riuscire a far ritirare l’embargo dal Congresso prima della scadenza del suo mandato.
Il prossimo presidente avrà pertanto la possibilità di una scelta. Potrà scegliere di volgere di nuovo le spalle a quel “cortile di casa” e lasciare per esempio che la Cina ne possa disporre liberamente, oppure decidere di tornare ad occuparsi di quella piccola porzione di terra e svolgere il ruolo di interlocutore privilegiato. Secondo molti analisti, agli Stati Uniti gioverebbe avere un rapporto fluido, di interlocutore paritario e non dominante, con l’America Latina ed i paesi del centro America.
Gli investimenti cinesi in America Latina gravano considerevolmente sugli equilibri mondiali, in quanto questa è una regione dalle molteplici potenzialità. Certamente, questa idea dell’amministrazione Obama, di un rafforzamento progressivo dei rapporti con Cuba, potrebbe modificare le interdipendenze tra i paesi dell’intero globo.

Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Economia Brasiliana – La festa è finita

Il duemilasedici è l’anno delle Olimpiadi Estive a Rio de Janeiro. Nelle prospettive dello scorso decennio sarebbe dovuto divenire l’anno della definitiva consacrazione del Brasile a potenza regionale dal respiro globale. Eppure, dopo la ubris progressista di Lula qualcosa è andato male. Si, perché la debolezza dei governi nel creare un valido impianto infrastrutturale e industriale ha rallentato il profilo di affidabilità del Paese più grande del Sud America. Inoltre, la debolezza nel contrasto ad alcune multinazionali, che si portano capitali, ma senza il rispetto di regole e soprattutto senza la costruzione di durature politiche industriali ed economiche non hanno reso una solida realtà il Paese verde oro. Ma, fattore determinante nella fine del sogno brasiliano e aver affidato il proprio futuro alla complementarietà alla Cina. Sì perché non appena il Dragone Cinese ha leggermente rallentato il proprio cammino, che resta vigoroso, il Brasile ha perso terreno poiché molta della sua fortuna è dipesa dalla dea cinese.

Così l’agenzia Stamdard & poor’s ha tagliato il rating sul Brasile a BB da BB+ con outlook negativo, riflesso del fatto che per l’agenzia di rating c’è oltre una probalità su tre di una ulteriore bocciatura. L’idea è che “le sfide economiche e politiche che il Brasile sta affrontando restano notevoli” tanto che S&P si aspetta “un processo di aggiustamento più prolungato, una correzione più lenta della sua politica fiscale così come un altro anno di forte contrazione economica”. L’agenzia stima che nel 2015 l’economia brasiliana si sia contratta del 3,6% e che nel 2016 subisca un altro -3% per poi vedere una ripresa della crescita in territorio positivo nel 2017.

“L’eredità delle decisioni prese nella prima amministrazione di Dilma Rousseff ha danneggiato l’umore imprenditoriale e le prospettive di investimento. Le incertezze e gli effetti contagio associati alle indagini sulla corruzione e al taglio degli investimenti nel colosso petrolifero nazionale Petrobras e nei suoi fornitori hanno spinto in negativo la crescita”, si legge nel rapporto. L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017.

L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017. Una bocciatura forte e netta per Dilma Roussef che da prima donna a guida del paese sta affrontando la doppia crisi globale. Molti dei problemi brasiliani restano ancora nella frammentazione e nell’incapacità di porsi.come in un’autonomia propendente a una piccola autarchia industriale e finanziaria senza contrarsi.

Il Brasile come l’intera economia mondiale è a un bivio dove o recupera coscienza di sé e cambia obiettivi riponendo le sue prospettive in una crescita sostenibile e a base umana oppure a breve il taglio non lo farà un’agenzia di rating, ma la storia.

Libia – Delitto in cerca d’autore

Il conto alla fine è arrivato e l’incertezza e la pressapochezza della dottrina internazionale post sessantottina presto si dovranno scontrare e confrontare con l’Islamic State. L’indecisione degli ultimi due anni circa la Libia e il ruolo di subalternanza in nome di un tecnicismo all’europea stanno definitivamente strappando la terra che fu di Gheddafi all’Italia.

Alla quiete italiana nelle ultime settimane sta corrispondendo una forte propensione all’interventismo da parte di Regno Unito e Francia. Questo interventismo è giustificato e da una necessità di risposte certe e forti sul fronte poiltico interno e, come nel 2011, dalla ricchezza di risorse di cui dispone la Libia. Oltre a ciò, si è registrato un forte avanzamento del cosiddetto Islamic State, che preso e chiuso nella tenaglia di Russia e Coalizione Internazionale, sta spostando il proprio baricentro nel pur sempre ricco Nord Africa.

L’attentato kamikaze a Zliten che ha causato 74 morti e oltre 100 feriti, l’offensiva a Misurata e Khoms e gli attacchi ai terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanouf, sulle coste vicino a Sirte, sono i primi episodi di una nuova accelerata dello Stato islamico per conquistare terreno in Libia. Dopo la firma, il 16 dicembre, dell’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale e le indiscrezioni che vogliono 6mila forze speciali a guida italiana pronte per un’operazione di terra nel Paese, i miliziani fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi hanno sferrato nuovi attacchi, con l’obiettivo di trasformare la Libia in un’alternativa al Califfato in Siria e Iraq. “Daesh (appellativo arabo di Stato islamico, ndr) – commenta Jon Marks, membro del programma Medio Oriente e Nord Africa del think tank Royal Institute of International Affairs (Chatham House) di Londra – rimane uno degli attori presenti nel Paese. L’obiettivo dei suoi sostenitori, però, è quello di creare un nuovo Califfato, una nuova Siria in Libia”.

Se il cosiddetto governo di unità nazionale affidato al «carneade» Fayez Al Sarraj si rivela più lungo e complesso del previsto. Cominciamo le urgenze. La più pressante è l’avanzata del Califfato che lunedì ha attaccato Sidra, il più importante terminale petrolifero della Cirenaica, 191 chilometri ad est di Sirte.

In risposta vi è stato un raid anonimo, un’operazione “umanitaria”, la prospettiva di un intervento militare nella giornata di domenica. In tale intervento dalla dubbia collocazione, è stato colpito un convoglio dell’IS a Sirte. Un delitto in cerca d’autore.

Scansati i tecnocrati le cancellerie europee si sono affidate a esperti i quali mantengono massimo riserbo sia su implicazioni militari che sulle prospettive in campo di geoeconomia. Regna, dunque, il silenzio da Parigi e Londra. Sono loro, però, dice Sky News Arabia, insieme agli Usa, a far volare aerei da guerra sopra la Libia. Mille soldati britannici sono già sul terreno, i jet di Sua Maestà volano a Cipro; marines sono già nel paese e 6mila francesi, inglesi e statunitensi (scrive il Daily Mirror) sono pronti a partire. Un’operazione che avrebbe come target la Mezzaluna petrolifera, tra Sirte e Bengasi.

Ad accelerare sono Gran Bretagna e Francia, mentre l’Italia frena. Perchè se è vero che Parigi e , soprattutto, Londra possiedono un’alto consiglio di uomini capaci di avere una chiara dottrina geopolitica, Roma è semplicemente piena di tecnocrati toscoemiliani che temono le prossime elezioni, mettendo a rischio la zona d’influenza del Mediterraneo Allargato e gli interessi strategici del paese e di Eni.

Secondo quanto emerso, è stato il premier designato dell’esecutivo di unità al-Sarraj ad aver chiesto l’intervento italiano per soffocare così la rabbia libica che giovedì scorso ha avuto come obiettivoil suo convoglio, assaltato a Zliten da una folla inferocita. Inoltre, trattare con Roma sembra assai più agevole che con Parigi e Londra.

Resta un paese, la Libia , distrutto da guerre e da un’intervento nel 2011 acclamato dagli stessi membri della ( non) intelighenzia chic che acclamarono le bombe umanitarie. Bombe che questa volta dovranno cascare di nuovo e che verranno accompagnate da migliaia di soldati europei, forse a guida italiana. Forse. Perchè la Libia è un delitto in cerca di autore e pacificazione.