Home / Tag Archives: intervista

Tag Archives: intervista

#EAST – Intervista a Benedetta Ristori

Benedetta Ristori è una fotografa freelance attualmente residente a Roma. Il suo lavoro si concentra sulla tensione che esiste tra forma e spazio. Concetti cruciali della sua ricerca stilistica sono: la decadenza, l’abbandono, il vuoto e il nuovo approccio alla bellezza classica.

Questa la nostra intervista alla giovane e promettente fotografa romana.

Hai da poco lanciato la tua campagna per la pubblicazione del libro “East”, quali sono gli obiettivi dell’edizione?

L’obiettivo finale è quello di poter produrre un’edizione di 300 copie del libro “East”. Il prototipo è già pronto, si tratta di un volume a copertina rigida che conterrà una selezione di 60 foto dal progetto inziale – che ne comprende circa 120. Oltre alle immagini ci saranno due testi introduttivi a cura di due autrici, Gaia Palombo e Sasha Raspopina, e nel finale del libro delle didascalie che andranno ad approfondire la storia di alcuni scatti. Oltre a questo, in occasione del crowdfunding, ho creato un’edizione limitata di 100 copie che oltre al libro, comprende un cofanetto e tre stampe 13×18 di alcune foto non inserite nella selezione e, una ulteriore opzione che include una stampa 50×70 firmata e la pubblicazione del proprio nome nei ringraziamenti finali del libro.

 

 Con la campagna di crowdfunding rendi la collettività e il tuo pubblico protagonisti del progetto. Quali sono le sensazioni che stai ottenendo in questa prima fase di campagna?

 E’ passata poco più di una settimana dall’inizio della campagna e sto ricevendo dei feedback molto positivi. Ho ricevuto contributi da Stati Uniti, Australia, Giappone e varie parti d’Europa. Sono molto contenta che il progetto piaccia ed  incontri i gusti di un pubblico così vasto a livello geografico e culturale.

 

Il progetto si concentra su Paesi dell’est europeo. Terre unite dalla geografia e dalla storia dove risiedono lingue, alfabeti e religioni differenti. Qual è il tuo sguardo nell’affrontare realtà così complesse?

 Il mio è uno sguardo discreto e poco invadente. Le nazioni che ho scelto di ritrarre hanno un legame con le dittature socialiste (Tito in ex Jugoslavia, Hoxa in Albania, Ceaușescu in Romania) e con l’ex Unione Sovietica (Moldavia, attuale Transnistria, Zivkov in Bulgaria) questo però non è un elemento mostrato in maniera esplicita nelle foto, questo segno distintivo viene messo in luce dalla scelta stessa delle nazioni e attraverso alcuni memoriali e strutture che ci raccontano  quell’epoca.

Non ho voluto approfondire storie personali o affrontare particolari temi a livello sociale proprio per evitare di dare una visione troppo categorica di questi paesi. Non mi occupo di fotografia d’inchiesta o di fotogiornalismo.

Quello che ho voluto fare è raccontare parte della storia di questi paesi attraverso un viaggio “on the road” che percorre diverse stagioni; nella maggior parte delle foto sono immortalati edifici, monumenti o cittadine che hanno una particolare storia e legame con il passato. Per questo l’obiettivo principale del progetto è stato fin dall’inizio, quello di racchiudere il materiale in un libro, così da avere la possibilità di raccontare anche il senso di alcuni scatti che per molti spettatori possono apparire senza significato.

 Nel tuo racconto vi è una cura per la ricerca dell’essenza nitida e quasi minimale dell’architettura dei luoghi. Quali sono le forme e i tratti che ricerchi nello spazio urbano e negli edifici?

 Vengo sempre molto incuriosita dalle linee geometriche e dalle simmetrie; in particolare sono una grande appassionata del lavoro di Le Corbusier. Per questo alcuni luoghi che ho ritratto in “East” mi hanno inizialmente attratto, in molti di questi paesi infatti sono presenti architetture che seguono questo stile e ne sono rimasta molto affascinata. 

 Sul tuo sito personale vi è un richiamo forte alle “Città Invisibili” di Calvino. Qual è il tuo rapporto con l’attuale concetto di città globale, strutturato e teorizzato da Saskia Sassen?

 Ho affrontato questa tematica attraverso il mio progetto Lay Off, una serie che documenta la vita dei lavoratori notturni in Giappone. Attraverso questa chiave ho analizzato il rapporto tra società, città e individuo contemporaneo, mettendo in luce una delle caratteristiche che a mio parere contraddistingue la nostra epoca: la solitudine. Come teorizza la Sassen, il nuovo modello di mercato finanziario ha posto le basi per l’evoluzione del commercio nelle grandi capitali globali. La mia esperienza mi ha portato a rappresentare delle realtà in cui questo tipo di assetto porta alla perdita del valore del singolo.

 

Fotografi momenti della quotidianità delle persone. Semplici e perciò complessi da immortalare e raccontare. Cosa ricerchi prevalentemente nella quotidianità?

Nella quotidianità cerco principalmente la spontaneità e al tempo stesso la poesia. Trovo che nella realtà quotidiana siamo costantemente circondati da gesti, colori ed espressioni di grande armonia e potenza. Trovo nella semplicità e nella “banalità” di alcuni istanti, come può essere un semplice bagno al mare, o una macchina parcheggiata in un determinato luogo, elementi di bellezza e grazia infinita.

 

Quali sono state le tue ispirazioni per il progetto?

 Per quanto riguarda questo progetto non ho avuto dei riferimenti ben precisi. Posso dire che sono una grande appassionata del lavoro dei grandi fotografi americani degli anni ’70 e ‘80, che hanno raccontato il loro paese attraverso una chiave estetica a mio parere unica.  Tra questi posso sicuramente menzionare Richard Misrach e Stephen Shore.

Roma Rocks #8: intervista ai Rubbish Factory

Fare un disco rock in Italia è sempre una gran rottura di palle. Gli aggettivi ‘derivativo’, ‘riconoscibile’, ‘piacevole’ (dopo una serie di panegirici in cui sì sei bravo ma assomigli a tizio, caio e sempronio) sono quasi obbligatori in un panorama musicale in cui si può essere o disinteressato o un integralista. Simona Ventura o Scaruffi, le vie di mezzo non ci piacciono.

Quindi tutti i dischi rock  in cui qualcuno si permette di spaccare tutto senza star troppo a menare il can per l’aia subiscono sempre questa violenza passiva con la quale si fanno tanti complimenti, ma sempre facendotela pesare. Tutto questo andrebbe anche bene se non stendessimo tappeti rossi a qualsiasi gruppaccio proveniente dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti, spesso privo di talento. Tutta questa premessa è per dire che The Sun degli italiani Rubbish Factory è un disco veramente fico. Fico perché lo metti su, dura il giusto, i riff fanno penzolare la testa su e giù e le linee vocali danno quel tocco psichedelico che raggiunge il suo apice compositivo, almeno per il sottoscritto, con la opener “Bamsa”, un singolo veramente grandioso. Sono ancora convinto che i migliori dischi rock si facciano così, partendo innanzi tutto dalla semplicità.

The Sun riesce perfettamente nell’impresa, toccando le corde giuste e non annoiando mai. Se il sound può essere debitore alle migliori realtà rock degli ultimi vent’anni – con delle incursioni da parte dei Radiohead, scoprirete dopo perché- la band riesce tranquillamente a far sue influenze del periodo aureo del rock che va dal 66′ al ’69. Il duo è una formula che convince perfettamente, soprattutto se hai un octaver che non fa sentire la mancanza del basso (Black Keys – e non solo – docent). Sono fermamente convinto che i Rubbish Factory se fossero inglesi o americani sarebbero già a fare un tour europeo o americano.

 

– Intervista –

 

-Ogni band ha una storia diversa. Ci sono quelle che prendono vita al pub, quelle che vengono fuori da lunghe jam, e quelle che – come voi – nascono dalle ceneri di un’altra band. Quando avete deciso di andare avanti da soli, quando avete capito che dovevano nascere i Rubbish Factory?

Tutto è nato durante l’estate del 2011, in un periodo di relativa crisi con una precedente band con cui suonavamo. Percepivamo il bisogno di semplificare tutto: composizione, esecuzione dei brani e dibattiti creativi sulla nostra musica. Volevamo giocare di più, prendendoci meno sul serio, ironizzando su noi stessi, paragonandoci alla monnezza in tutti i sensi, alla “robaccia” che andavamo scrivendo riciclando vecchie idee, precedentemente sottovalutate. Iniziava ad allettarci l’idea di rimanere in due, come alcune band che già amavamo follemente e il primo pezzo, “Bamsa”, nacque in sala prove in quel periodo, davanti al manifesto di un bellissimo disco dei Radiohead, “Hail to the thief”, da cui abbiamo preso in prestito, in un esercizio di rimescolamento automatico, alcune delle parole dipinte da Stanley Donwood. Solo parole, sostantivi e verbi che si susseguono, in un gioco quasi rituale di decostruzione. I Rubbish Factory nascono per puro gioco, appunto, e per puro esercizio di riciclaggio creativo. Le cose hanno incominciato a prendere forma nel tempo.

 

-The Sun, soprattutto nelle chitarre, risente molto di influenze stoner. In particolare nel disco è forte la presenza di Josh Homme, sia quello dei Kyuss che dei Queens of The Stone Age. Anche le linee vocali, che a mio modesto parere sono il vero punto di forza del disco , in alcuni casi possono essere ricondotte ai QOTSA. Secondo voi quali sono le influenze celate del vostro album, a quale gruppo fondamentale per voi non vi hanno mai paragonato?

Ogni primo disco tende inevitabilmente a raccontare una band in senso univoco e ben definito. Nel nostro caso la ricerca di un riferimento musicale è stata decisamente naturale e spontanea. È innegabile la passione che nutriamo per la musica dei QOTSA e dei KYUSS, da cui deriva sicuramente molto di quello che si può sentire nel nostro lavoro, ma non possiamo affermare che siano stati le uniche band a influenzare il nostro modo di scrivere. Noi veniamo da anni di musica inglese, capeggiata in particolar modo dai Radiohead, un gruppo, quest’ultimo, che tuttora idolatriamo fino alla commozione e siamo convinti che nell’impianto tonale delle linee vocali ci sia un bisogno di appartenenza a quella modalità di scrittura, fortemente melodica e in netto contrappunto con la rabbia acida o aggressiva delle nostre parti strumentali.

 

-Passiamo ai discorsi antipatici. Che effetto vi fa pensare che tantissime persone  ascolteranno un lavoro che senz’altro è frutto di sacrificio attraverso le casse del loro PC? Più in generale che opinione avete sulla fruizione della musica ai giorni d’oggi?

Ci sono persone che non tollerano l’idea di ascoltare un disco dei Beatles dalle casse di un pc perché ne snaturerebbe la qualità, altre lo fanno senza porsi alcuno scrupolo e godendone appieno il sapore melodico delle canzoni. A nostro avviso si tratta di un compromesso un po’ qualunquista, in risposta alla quantità devastante di proposte musicali che il web, purtroppo e per fortuna, ci vomita addosso ogni giorno. Il pc è diventato il nostro primo interlocutore della giornata, per lavoro o ricerca di lavoro, per gioco o ricerca di giochi, per socializzare o per informarsi. È una protesi che ci accompagna a letto per vedere un film o la puntata di una serie televisiva. È un mezzo che nel tempo ha proposto e soddisfatto una sintesi di tutte le necessità della nostra era: informazione, svago, socializzazione. La musica diventa un accessorio aggiuntivo, un elemento rispetto al quale spesso si corre il rischio di rispondere con indifferenza. Viene in mente Eric Satie e i suoi esercizi di “musica indifferente”, o le canzoni che circolano nelle radio dei supermercati, delle metropolitane. Il problema non è tanto lo strumento, quanto l’orecchio che si adegua ad esso, non distinguendo più la differenza tra un ascolto di qualità ed uno dozzinale o tra un contenuto di un certo spessore ed un altro più irrilevante. Ma la musica rimane, la percepisci anche se la ascolti da un supporto poco performante, o addirittura se la subisci con indifferenza. Il problema sarebbe se non ci fosse.

 

-Il vostro lavoro è – fra le altre cose – su Spotify. Recentemente molti artisti, cito in particolare Thom Yorke e David Byrne, si sono scagliati contro questa piattaforma, assumendo anche un atteggiamento un po’ troppo paternalistico nei confronti delle band emergenti. Che opinione avete in merito?

Un po’ come per la domanda precedente, la questione va affrontata facendo una piccola considerazione sul nostro periodo storico, caratterizzato dall’estrema velocità e libertà di condivisione di tutto o quasi tutto. Ci stiamo abituando all’idea di poter avere qualunque cosa subito e senza rallentamenti, usando parole come “condivisione”, “mi piace”, che rivelano una certa natura democristiana dei nostri approcci virtuali. Condividiamo “pani e pezzi” con la semplicità di un click e non è chiaro fino a che punto questo possa rappresentare un problema. Lo è nella misura in cui artisti e musicisti come noi non guadagnano più dalle vendite fisiche di un cd; allo stesso tempo persone che vivono dall’altra parte del globo, per caso o per loro scelta, hanno la possibilità di ascoltare un pezzo scritto da chiunque, registrato da chiunque, prodotto da chiunque, promosso da chiunque e pubblicato da chiunque. La difficoltà di trasformare il “chiunque” in “qualcuno”, oggi, è più difficile che mai, a prescindere dai meriti, dalle qualità e dal talento, caratteristica umana costantemente in svendita attraverso format televisivi e concetti vecchi e superati di popolarità radiofonica. La verità è che il mercato musicale non potrà mai più sopravvivere solo ed esclusivamente dai guadagni delle vendite dei dischi, ma da attività live, concerti, esibizioni, spettacoli. In questo sta il paradosso del futuro: eliminare l’oggetto di mediazione (vinile, musicassetta, cd) per instaurare con la musica un rapporto ancora più astratto e universale, fatto di puro ascolto o di pura esibizione. Considerate da questo punto di vista, piattaforme come spotify non sono male, perchè potrebbero concorrere ad alimentare l’informazione musicale, sollecitando il desiderio di uscire di casa per andare a vedere un concerto live; certo, capiamo anche le posizioni di un artista come Thom Yorke, il quale definisce spotify “la scorreggia di un corpo moribondo”. La cosa grave e preoccupante sarebbe se uno strumento di questa portata, in realtà, riuscisse a pubblicizzare e arricchire solo se stesso, servendosi della musica e sfruttandone il lavoro degli artisti. E per gli artisti più sconosciuti e piccoli questo, effettivamente, è un problema.

 

-Nonostante il panorama underground italiano sembra in un momento discretamente attivo e fervido, si ha sempre l’impressione che ai concerti ci vadano soprattutto altri musicisti o addetti ai lavori. Secondo voi cosa serve al panorama italiano per passare allo ‘step’ successivo?

Serve curiosità e la curiosità è una qualità che si conquista aggirando la pigrizia, i pregiudizi, la dabbenaggine e la sciatteria. Il panorama italiano ha un pubblico stanco o confuso, ha bisogno di schiaffi, pugni e scrollate energiche. Si sente, da parte degli spettatori, un bisogno di essere spinti, presi di petto, derisi, provocati, divertiti. Il pubblico è spesso pigro e ha bisogno di essere trascinato fuori di casa, vuole sapori forti e schietti. Forse è troppo annebbiato dalle proprie ansie quotidiane per decodificare. Vuole delle conferme, insomma.

 

-Vi ringrazio per il tempo e la disponibilità. Volete ricordarci le vostre prossime date.

Grazie a te. Le nostre prossime date sono: il 13  dicembre all’Ungawa di Livorno e il 21 dicembre al Dal Verme di Roma; qualsiasi aggiornamento sarà comunicato sul nostro sito www.rubbishfactory.it o sulla pagina www.facebook.com/rubbishfactory . Vi aspettiamo.

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

Roma Rocks #6: intervista ai Boxerin Club

Formati nel 2010, i Boxerin Club sono una realtà estremamente interessante  del panorama emergente italiano.

Il loro sound riesce a coniugare intelligentemente il folk e il pop indipendente con delle ritmiche che portano a muovere le gambe e il culo, merito del gusto e del talento di Matteo Domenichelli (basso) e Francesco Aprili (batteria), che formano un’eccezionale sezione ritmica.

La formazione, che si completa con gli altrettanto bravi Matteo Iacobis (voce-chitarra) e Gabriele Jacobini (chitarra), è già una rodatissima macchina live, tanto che la band è stata selezionata per suonare quest’estate all’Arezzo Wave, celeberrimo festival italiano.

Aspettando trepidanti il loro primo LP siamo riusciti a intercettarli per un’intervista.

 

E’ passato un anno dal vostro primo EP “Tick Toc (Here It Comes), come raccontereste tutto quello che è accaduto alla band in questo arco di tempo?

Tick Tock è stato un lavoro molto istintivo e in questo anno abbiamo semplicemente focalizzato l’attenzione sulla ricerca di un “sound” personale e originale, il nostro EP lo reputiamo un prodotto buono, con delle influenze derivate dagli anni ’90, ma sono cambiate molte cose da quella registrazione, ora stiamo ricercando e sperimentando nuovi accostamenti e nuove sonorità per poi mettere nero su bianco in un vero album.

 

Mi sento di dovervi definire una ottima live band. Siete conosciuti sia per le vostre performance elettriche, che acustiche. Come è nata l’idea di muoversi su entrambi i fronti? E’ una scelta artistica o una necessità dovuta al potersi far sentire in qualsiasi cornice?

Diciamo che l’acustistico è nato per necessità, in fase di composizione dei pezzi ci siamo ritrovati spesso ad arrangiare in questa formula, anche semplicemente chitarra e voce, quindi l’acustico è la forma più “naturale” delle nostre canzoni. Poi viene da sè che con l’acustico riusciamo a ricoprire una gamma più ampia di serate dove anche il locale più piccolo, con un minimo impianto di amplificazione , è terreno fertile per il nostro live. Il nostro secondo EP infatti è una registrazione live fatta al Recordin’ Grandma nel Novembre del 2012, in una formula acustica.

 

La vostra musica mescola l’indie-pop/rock a suggestioni provenienti dalla musica folk, che si incontrano con ritmiche latino-caraibiche. Nonostante questa proposta sia estremamente originale volete indicarci qualche vostro padre putativo?

Le influenze maggiori le prendiamo dalla World Music, da Gilberto Gil, dai Talking Heads, Paul Simon per poi passare ai Grizzly Bear e Fleet Foxes. Ascoltiamo anche Notorious B.I.G., Erika Badou, MIriam Makeba, Madonna. Non è detto che ci sia necessariamente una correlazione.

 

Avete diverse date in programma, ma quelle che salta più agli occhi è quella di Arezzo Wave, ottenuta in seguito a delle lunghe selezioni. Volete parlarci di questa esperienza?

Le selezioni sono state molto dure, Roma ed il Lazio vedono un’enorme affluenza di gruppi. Infatti alla finale siamo stati tutti stupiti dal livello delle band in gara, tutte bravissime e talentuose. Noi siamo stati scelti come rappresentanti della nostra regione e tutto quello che possiamo fare ora è dare il meglio del meglio il 14 Luglio all’Arezzo Wave .

 

Il vostro nome è indissolubilmente legato a quello di Bomba Dischi, quanto è stata, ed è di supporto l’etichetta nella vostra crescita?

BOMBA è una BOMBA, aggiungere altro non servirebbe a nulla, ci supportano costantemente, quando possibile Davide (Caucci, ndr) viene sempre con noi in Tour ad aiutarci e soprattutto ad alleggerire le interminabili ore di macchina.

 

Sul vostro nuovo video ‘Clown’ avete annunciato che entrerete in studio a Luglio per registrare il vostro primo disco. Ci potete rivelare qualche indiscrezione?

 

Al momento stiamo lavorando ai pezzi che andranno a completare l’album, per ora ci sono 2 pezzi totalmente nuovi che non sono stati suonati davanti ad anima viva. Del resto non ne parleremo.

 

Grazie mille per la disponibilità, ricordateci le vostre prossime date.

26 giugno – Gubbstock Festival – Gubbio
8 luglio – Teramo – TBA
12 luglio – Roma – TBA
14 luglio – Arezzo Wave Love Festival w/Max Gazzè
19 luglio – @Live Art Festival – Artena
9 agosto – Indiefest – Lecce w/Departure ave.
11 agosto – Nuvole, chitarre e note – Carovilli (IS)
17 agosto – Messina (TBA)

 

Volete un consiglio? Andate a sentirli dal vivo!

facebook
bandcamp
bomba dischi

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

 

Polinice intervista Roberto Napoletano, direttore de "Il Sole 24 ore"

Roberto Napoletano non ha certo bisogno di presentazioni. Nato tra i paesaggi della Liguria, per poi trasferirsi giovanissimo a Nola ed in seguito a Napoli, Roberto Napoletano é un personaggio che indubbiamente ha segnato e continua a segnare la storia del giornalismo italiano. Dopo essersi professionalmente affermato a Napoli, approdando nel 1984 alla redazione del Mattino, nel 2006 prende le redini del Messaggero divenendone il Direttore. Le sue numerose inchieste, tra cui la denuncia del traffico di esseri umani nelle strade della capitale, sono considerate pietre miliari del giornalismo italiano. Questa testimonianza giornalistica ha portato a numerose condanne, non più solo per sfruttamento della prostituzione, ma per l’ancora più grave reato di riduzione in schiavitù, favorendo inoltre la liberazione di molte donne dal vortice di orrori che le aveva catturate.

Nel 2011 assume il ruolo di Direttore del Sole 24 Ore. Al timone del più autorevole quotidiano economico nazionale, già dalle prime settimane é stato registrato un aumento esponenziale delle vendite, in controtendenza con un periodo di grande crisi per la carta stampata. Anche la sezione on-line de “Il Sole 24 Ore” é andata incontro ad una sensibile impennata nelle consultazioni, con più di un milione di visualizzazioni al giorno. Roberto Napoletano si è rivelato fin da subito un direttore attento e vicino ai suoi lettori. Oltre a scrivere personalmente molti articoli del suo giornale, “incontra” milioni di persone ogni domenica con l’ormai celebre “memorandum”, uno specchio di approfondimento che regala un momento di interessante riflessione su temi riguardanti importanti aspetti della nostra vita, storia e società. L’11/11/2011, a seguito della formazione del governo tecnico, il suo titolo “Fate presto” (vincitore del Premio Ferrari edizione 2011) é stato riportato dai quotidiani di tutto il mondo, facendo si che Roberto Napoletano fosse il primo direttore italiano ad essere intervistato dal New York Times riguardo la situazione economica del Paese.

Sono famose le sue interviste ai personaggi di spicco della nostra politica, in cui, coerentemente con la sua competenza, precisione e professionalità, é solito ripetere agli intervistati che tentano di aggirare la domanda: “rinuncio alla seconda domanda, ripropongo la prima”.

Roberto Napoletano non ha mai abbandonato il suo grande amore per la scrittura. Tra le sue numerose opere ricordiamo “Fatti per vincere. Uomini e imprese dell’Italia positiva”(1986), “Padroni e Fardelli – Occasioni perdute, storie e retroscena nel Paese della Grande Illusione”(2006) o ancora “Promemoria italiano – Quello che abbiamo dimenticato. Quello che dobbiamo sapere. Quello che dovremmo fare” (2012) e molti altri successi letterari, inconfondibili per la loro capacità di dipingere il nostro paese con grande sincerità e passione.

Serietà professionale senza pari, abilissimo scrittore, il carisma di un leader abituato a dirigere, sempre amato e seguito dai suoi collaboratori. La simpatia, il garbo, l’eleganza di un gentiluomo di altri tempi. Queste sono le frecce nella faretra di Roberto Napoletano. Queste e molte altre ancora.

 

D: Caro Direttore, Lei é nato a La Spezia, per poi trasferirsi giovanissimo a Nola e successivamente a Napoli. E’ stato direttore del Messaggero a Roma, per poi tornare attualmente a Milano al timone del Sole 24 Ore. Lei é peraltro autore di prestigiosi libri come “ Se il sud potesse parlare” e “Mezzogiorno risorsa nascosta”, opere che affrontano sotto molti punti di vista, i problemi del Sud Italia . La Sua é una storia rappresentata da un viaggio che attraversa tutta la nostra Nazione. Cosa rappresenta per Lei il combattuto tema dell’unità d’Italia?

R: L’ unificazione politica dell’Italia per fortuna è stata realizzata, l’unificazione economica del paese ancora deve avvenire, e questo è il vero ritardo competitivo di questo paese. Se facciamo un confronto tra l’Italia e la Germania, le due grandi economie manifatturiere dell’Europa, ci accorgiamo che la prima e rilevante differenza che si nota, è che in un tempo relativamente ristretto, la Germania occidentale è riuscita a risolvere il problema della Germania orientale. Oggi la Germania dell’Est ha ritmi di crescita competitivi e in alcuni casi superiori rispetto alla Germania occidentale, e svolge un ruolo rilevante nella crescita manifatturiera di questo paese. Dopo più di mezzo secolo il problema dell’unificazione economica italiana non è stato risolto. Certamente si è investito poco nelle aree di eccellenza del Mezzogiorno e che riguardano la crescita competitiva, si è investito poco in termini assoluti, come investimenti in conto-capitale, si è anche sprecato quel poco che veniva trasferito. Detto questo, é importante tenere presente che 21 milioni di persone rappresentano metà dello stato anagrafico del Paese, quindi se non riusciremo a risolvere questo problema, che è il problema dello squilibrio tra il nord e il sud, l’Italia non sarà mai realmente competitiva. Non a caso De Gasperi nel dopoguerra mise al centro della politica economica del paese la coerenza meridionalista,quindi non un ministero per il Mezzogiorno, non interventi ad hoc, ma una politica economica che partisse dalla ripresa del Mezzogiorno. C’è stata una prima fase, l’età dell’oro, in cui l’intervento sul territorio ha funzionato molto bene. Ricordiamo che si è portata l’acqua dove non vi era in Sardegna, si è realizzata la prima infrastruttura di base, è cresciuto il tessuto produttivo, e dal ’70-’75, per alcuni anni le regioni meridionali sono cresciute addirittura più delle regioni settentrionali. Successivamente si decise di interrompere quella stagione, si scelse la via del regionalismo con un decentramento irresponsabile, ne sono emblematici gli slogan del federalismo. Il risultato è stato che si è alimentato al nord, come al sud, un grande flusso improduttivo di spesa pubblica, e si è impedito che potesse crescere davvero la parte sana dell’economia meridionale.

D: Per Lei scrivere ha sempre costituito, oltre che la Sua professione, anche la Sua vera grande passione, sin da giovanissimo, pubblicando il suo primo libro a soli sedici anni. Cosa rappresenta per Lei il giornalismo? Come é nato il Lei il desiderio di intraprendere il difficile cammino di questa professione?

R: In terza elementare in un tema in classe che si intitolava “cosa vuoi fare da grande”, io ho scritto che volevo fare il giornalista e lo scrittore. Credo abbia molto influito il fatto che io abbia passato gli anni elementari e medie sempre a leggere, per cui c’è un grande trasporto proprio per il racconto delle persone. Io credo che in quella stagione ho sempre pensato di dover fare questo, ed é un grande vantaggio perché io dico sempre ai giovani di interrogarsi per capire che cosa vogliono fare da grandi. Se tu capisci dentro di te quale è la tua reale vocazione, hai guadagnato molto tempo, mentre molti si continuano a parcheggiare nell’attesa di capire che cosa vogliono fare da grandi. Se invece capiscono quale è realmente la loro vocazione e si impegnano con determinazione, si guadagna se non altro del tempo.

D: Attualmente Lei é Direttore del Sole 24 Ore dopo aver diretto il Messaggero per molti anni. Lei é noto per le Sue numerose inchieste, dalla politica all’economia, dalla cronaca ai grossi temi di attualità. E’ presente nei Suoi ricordi una specifica inchiesta per Lei particolarmente significativa? Una battaglia giornalistica da conservare nei Suoi ricordi più preziosi?

R: Quella a cui tengo di più negli anni del Messaggero è l’inchiesta riguardante le donne schiave. Secondo me non è ammissibile che in una capitale del mondo occidentale, nel terzo millennio ci siano ancora donne ridotte in stato di schiavitù. Dal momento che in molti casi è addirittura la regola, noi le abbiamo denunciate nei minimi dettagli. Quando i media comunicano che un tribunale ha emesso una sentenza di condanna per riduzione in schiavitù e non sfruttamento della prostituzione, in quel momento sono contento perché vuol dire che quella battaglia ha portato a dei risultati.

D: Lei, Direttore, incontra ogni giorno personaggi che danno un contributo importante alla società, di calibro nazionale e internazionale. Qual é una personalità che ha colpito particolarmente la Sua attenzione, e per il quale ha nutrito fin da subito stima e rispetto?

R: Carlo Azeglio Ciampi, sicuramente.

D: Se Lei, in un immaginario incontro, potesse conoscere un personaggio della storia, chi sceglierebbe?

R: Lorenzo De Medici. Parliamo di un personaggio che ha vissuto una stagione storica irripetibile. Quando si studia il Rinascimento, si intende certamente un’era di rinascita per l’arte, per la letteratura. Tuttavia quel periodo storico ha rappresentato un Rinascimento anche per l’economia, ed é quello di cui avrebbe bisogno ora il Paese. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di vivere una stagione in cui riconosce il capitale più importante che ha, il capitale della cultura, investendo in esso le proprie risorse.

D: Qual é un libro che lei ama particolarmente e che tiene sempre sul Suo comodino?

R: Il Gabbiano Jonathan Livingstone, bellissimo. Bello il testo, belle le fotografie, e la cosa stupenda é il gabbiano stesso che non si uniforma alle regole affrontando tutto e tutti, pur facendosi del male, ma andando avanti per quello in cui crede.
Anche “Se questo é un uomo” di Primo Levi é un libro per me molto importante.

D: Potrebbe fare un quadro dell’Italia in questo momento? Qual é attualmente il Suo punto di vista sul nostro Paese?

R: Abbiamo superato il pericolo più grave ma non siamo ancora fuori pericolo, ricordiamoci che l’ Italia è un grande paese con una grande risorsa giovanile, un grande capitale umano, un grande capitale artistico, storico, culturale, una grande impresa manifatturiera. L’Italia deve semplicemente decidere. Il centro della nostra economia non è soltanto la grande impresa, quanto più questo tessuto di imprese che fanno innovazione pur non risultando, perché non c’è uno sconto fiscale e quindi non risultano, ma che invece sono fondamentali. Dalla meccanica di precisione, ai prodotti della casa, ai prodotti della persona made in Italy che costituiscono un unicum nel mondo, su tutti questi capitali riprendiamo a investire e ce la possiamo fare anzi ce la faremo.

D: Vorrebbe dare un personalissimo consiglio ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro? Quale consiglio riserverebbe ad un giovane che sogna di percorrere la strada del giornalismo?

R: Ai giovani consiglio di sentirsi cittadini del mondo, di sfruttare tutte le occasioni che il mondo offre loro per poter esprimere le loro capacità. Questo è un consiglio obbligato che non significa abbandonare l’ Italia. Si parla molto di fuga di cervelli. Non c’è nessuna fuga di cervelli. Oggi il mondo è totalmente cambiato perché con il telefonino e qualunque mezzo tecnologico, il mondo entra nelle case delle persone, il mondo è la casa degli abitanti di tutto il mondo. E’ importante comprendere dentro di sé cosa si vuole fare, il campo dove si ha più talento e mettere le proprie attitudini a frutto dove c’ è il terreno più fertile. Ovviamente il desiderio deve essere che l’ Italia si metta nelle condizioni di garantire ai nostri giovani migliori il terreno più fertile per potersi esprimere. Detto questo, per chi vuol fare il giornalista, le difficoltà sono veramente notevoli. L’ editoria è in un periodo di crisi veramente difficile. Per cui io darei due suggerimenti. Primo, chiedersi cento volte se si vuole davvero fare il giornalista e se per cento volte la risposta é si, allora si può provare. Si hanno 99 possibilità per desistere, però se una persona è così determinata, allora vada avanti. La seconda cosa da fare che può essere molto utile è invertire il processo storico e partire da internet e non dalla carta perché, anche se la carta non sparirà mai del tutto, sarà il presidio di un’informazione nobile. Il mondo sta cambiando e le maggiori opportunità di lavoro nel giornalismo, si avranno con tutto ciò che è informazione legata strumenti diversi dal cartaceo. Stiamo parlando di internet, come anche dei mobiles, dei tablets, di tutto ciò che è applicazione tecnologica. Ricordiamoci però, che la base di questi nuovi strumenti rimane esclusivamente l’informazione. E’ giornalismo scrivere un articolo su di un giornale stampato, è giornalismo un servizio televisivo, è giornalismo tutto ciò che sapremo fare e giornalisticamente facciamo su internet. In termini di sviluppo le maggiori potenzialità sono sul web, consiglio di partire da lì.

D: Come immagina, Direttore, l’Italia tra 10 anni? – R: Molto meglio di adesso. – D: Grazie infinite.

Giovanni Alfonso Chiariello – AltriPoli

Polinice intervista Giancarlo De Cataldo, scrittore e magistrato

Giancarlo De Cataldo è ormai universalmente riconosciuto come un pilastro della letteratura italiana contemporanea. Uomo di legge e scrittore. Giudice di Corte d’Assise a Roma e autore di numerosi romanzi in cui gli eventi realmente accaduti degli anni più enigmatici e turbolenti dalla nascita della Repubblica Italiana, si intrecciano con l’estro creativo di uno scrittore che, da Magistrato, non ha semplicemente osservato le vicende avvenute in Italia dagli anni ’70 alla fine degli anni ’90, ma le ha vissute in prima persona nelle sue numerose inchieste giudiziarie.

Giancarlo De Cataldo è il vero autore del romanzo storico italiano, con qualcosa in più. Con il celebre “Romanzo Criminale”, oggetto dell’omonimo film di Michele Placido e delle due successive serie televisive di Stefano Sollima, De Cataldo, attraverso un fine dipinto storico e narrativo, ha raggiunto l’apice del suo fulgido percorso letterario. È stata Maria Pia Briguori, sostituto commissario della D.I.A. di Napoli, a consigliarmi di intraprendere l’avvincente lettura di “Romanzo Criminale”, in quanto aiuta, in maniera impareggiabile, a comprendere questo recentissimo periodo storico italiano così infuocato e colmo di controversi avvenimenti, molti dei quali ancora irrisolti e avvolti dalla nebbia dell’incertezza.

 

D: Dott De Cataldo, Lei prima di essere un magnifico scrittore, è un Giudice di Corte d’Assise di Roma che ha dedicato la Sua vita alla giustizia, vivendo con e per essa. Cosa significa per Lei la parola “giustizia”? Qual è la prima immagine, il primo pensiero che Le viene in mente ascoltando questa parola?

R: Giustizia è un’aspirazione, un ideale per il quale grandi uomini e donne, nel corso dei secoli, si sono sacrificati. Noi, che abbiamo il privilegio di essere cresciuti in una felice bolla di pace e di democrazia, abbiamo il dovere di non dimenticarlo mai: vent’anni fa, a trecento chilometri dalle nostre coste adriatiche, si svolgeva, nell’indifferenza generale, il massacro di Sarajevo. La giustizia è un cammino in progresso che rischia sempre di conoscere battute d’arresto: è patrimonio di tutti, non solo affare di giudici e avvocati, e tutti abbiamo il dovere di batterci perché la Storia non arretri.

D: Esiste un processo nella Sua carriera di Magistrato, di cui Lei conserva un ricordo particolare, oppure un incontro per Lei particolarmente significativo?

R: Non parlerei di un processo in particolare. Direi che sicuramente mi hanno molto influenzato i primi anni di professione, quando facevo il giudice di sorveglianza e trascorrevo molto del mio tempo nelle patrie galere. La frequentazione dell’umanità detenuta mi ha lasciato grande impressione, e mi ha insegnato ad attribuire alla pena (che troppo spesso noi giudici elargiamo) il suo giusto, e terribile, valore.

D: “Romanzo Criminale” è un’opera ambientata tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Si evidenziano temi rilevanti quali i rapporti tra Stato e criminalità, l’azione mediatrice dei servizi segreti, la lotta delle bande per il controllo di Roma. Cosa Le è rimasto impresso di quegli anni? Quale atmosfera si respirava negli ambienti giudiziari?

R: Non so risponderle, perché avevo vent’anni (è questo, in fondo, che mi fa essere velatamente nostalgico verso quel tempo!) e frequentavo la strada e l’università. Era un tempo di grandi contrapposizioni ideali e di una violenza insensata. C’erano quartieri “rossi” e “neri” e spesso si moriva per niente. Le bande vivevano in un altro mondo rispetto a noi ragazzi borghesi. Ne avremmo saputo soltanto dopo, a giochi fatti. Per noi, allora, c’erano la politica, lo studio, la musica. Eravamo ragazzi con più illusioni e meno pragmatismo, più utopia e meno depressione.

D: Qual è il Suo pensiero in merito “all’emergenza carceri” di cui si parla in questi giorni? Quali soluzioni proporrebbe per migliorare lo stato delle cose?

R: Le carceri così come sono rappresentano una vergogna insostenibile per un Paese civile. Serve immediatamente un’amnistia, anche se impopolare. Servono depenalizzazioni ulteriori. Serve una cosa quasi impossibile: ricostruire una cultura della rieducazione dopo vent’anni di bombardamento del pensiero repressivo e sbrigativo della Destra.

D: Qual è in generale il Suo pensiero sulla nostra situazione politico-sociale in questo momento? Come vede il futuro di questo paese?

R: Non sono un politico e non ho ricette. Ma qualche speranza, quella sì è lecito, e anzi doveroso, coltivarla.

D: Il Suo romanzo “Nelle mani giuste”, è ambientato negli anni ’90, dal periodo delle stragi del ’93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Qual è un pensiero che vorrebbe rivolgerci per descrivere e commentare quegli anni così “infuocati” e delicati della storia italiana?

R: Non vorrei finisse come col Risorgimento: in un mare di retorica nel quale si perdono tutti i riferimenti, e la verità viene abilmente scolorita. La stagione delle stragi fu teatro di una colossale operazione di riposizionamento politico, strategico, criminale. E’ l’ultimo sussulto della Guerra Fredda, la ricontrattazione di un patto malefico che accompagna i rapporti fra certi settori del potere politico e della malavita organizzata sin dall’Unità d’Italia. C’è là dentro un grumo nero che fa ancora paura.

D: Se in un immaginario incontro Lei potesse incontrare in Suoi colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oggi a distanza di anni dalla loro morte, cosa Le piacerebbe dirgli o chiedergli?

R: Chiederei loro scusa.

D: Esiste un personaggio storico che, sempre in un immaginario incontro, tornando indietro nel tempo, Le piacerebbe incontrare?

R: Giuseppe Mazzini. Che sognava un’Italia profondamente diversa ed è il padre nobile di tutti quelli che, nell’inseguire questo sogno, ci hanno, nel corso del tempo, lasciato le penne.

D: Esiste un esempio della Sua vita, qualcuno che Lei porta nel cuore, un personaggio cui Lei si ispira e che per Lei è, o è stato, un punto di riferimento?

R: Mah. Ce ne sono tanti. Mistici, poeti, scrittori, registi… si deve cercare di prendere quanto di meglio l’esempio dei grandi ci ha tramandato. Ed essere un po’ indulgenti anche con vizi e difetti: sono i nostri, dopotutto, siamo tutti fatti della stessa pasta malleabile e soggetta a deformazioni.

D: Vuole rivolgere un pensiero per dare speranza ai giovani di oggi che si affacciano al mondo del lavoro e della vita? Cosa vorrebbe dirgli?

R: Per i ragazzi non ricordo un periodo così duro. Forse solo in guerra i giovani stavano peggio di adesso. Direi che, dopo la sbornia di ottuso pragmatismo di questi anni, un sano ritorno a una certa utopia non sarebbe male. Ma dovete essere disposti a rischiare, e ad affrontare prove dure. In definitiva, dovreste rafforzarvi sul piano culturale, apprendere, apprendere, apprendere. Non essere solo consumatori passivi, ma studiosi comprensivi.

D: Cosa vorrebbe suggerire a un giovane che si avvicina al mondo della giustizia con il sogno, magari, di diventare magistrato? Quale consiglio vorrebbe rivolgergli per svolgere questa professione?

R: E’ un bel lavoro, a farlo bene. Ciò che più occorre è l’equilibrio interiore. La tecnica si impara presto, sul “cuore” ci si deve sforzare molto per mantenere la barra dritta. E, soprattutto, leggete la Costituzione e fatene la vostra costante fonte d’ispirazione.

Giovanni Alfonso Chiariello – AltriPoli