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Mosaico mediorientale

Il Medio Oriente è ormai da anni coinvolto in una transizione politica epocale, provocata e accompagnata da un costante intervento politico, economico e militare straniero. Per questo, la regione è divenuta l’area dove si sfogano i principali contrasti geopolitici contemporanei.
Ogni potenza regionale e molte potenze globali stanno cercando di ridisegnare a proprio vantaggio il futuro assetto della regione.
Ogni tentativo di chiarimento di una delle situazioni politicamente più complesse dello scacchiere globale non può che provocare automaticamente una semplificazione del quadro delle parti in lotta (ognuna delle quali propugna una particolarissima visione politica, internazionale e talvolta anche economica). Tenteremo comunque l’impresa.

 

I conflitti principali in corso sono quattro: le guerre civili in Siria e iraq, tra loro interconnesse (e largamente conosciute dall’opinione pubblica), la guerra civile in Libia e la guerra civile in Yemen.
Queste quattro guerre civili vedono l’intervento diretto di forze armate di altri stati, e almeno in due casi (Libia e Yemen) l’intervento straniero diretto è stato alla base della degenerazione del conflitto in un conflitto su larga scala.
A queste guerre si somma il conflitto, congelato ma mai risolto, tra Israele e Palestina.

 

In Siria la violenza del conflitto si può almeno in parte spiegare con il contrasto tra le differenti visioni su come gestire la transizione ad un regime di altro tipo. Sulla sopravvivenza politica di Bashar al-Assad sembrano in realtà concordare tutte le principali forze in campo. Anche la Russia, principale alleato di al-Assad, nel 2015 e ancora nel 2016 ha aperto all’eventualità di un voto libero dopo la risoluzione della guerra.
La questione della direzione del conflitto rimane però irrisolta. Se Russia e Iran (e con loro la milizia sciita libanese di Hezbollah) appoggiano Assad come unica forza in grado di poter ristabilire l’ordine nel paese, la coalizione della NATO si appoggia alla galassia delle formazioni ribelli. In particolare, i maggiori alleati degli USA e dell’Unione Europea sono al momento l’Esercito Siriano Libero, i peshmerga curdi iracheni (già alleati contro Saddam Hussein nel 2003) le forze curde dello YPG.
Oltre allo scontro diretto USA-URSS per determinare l’influenza futura sulla Siria, un terzo attore fondamentale è costituito dalla Turchia. Erdogan, dopo aver appoggiato varie formazioni islamiste di opposizione al regime, dal 2016 intraprende con esse operazioni militari su vasta scala.
La posizione della Turchia è molto particolare. I rapporti con il regime siriano non sono mai stati buoni, ed Erdogan vuole sfruttare la situazione per cercare di imporre una clausola turca sul futuro governo. Ma soprattutto, Erdogan sta cogliendo l’occasione della guerra per colpire con estrema durezza i guerriglieri curdi dentro e fuori il paese, rafforzatisi dopo la vittoria di Kobane sul Daesh e prima ancora a seguito del collasso dell’esercito iracheno nel 2003 e nel 2013.

 

È difficile prevedere come si evolverà il conflitto siriano. La Russia sta facendo di tutto per mantenere la propria influenza su quello che è un alleato storico, e ha tutto da perdere nel caso la situazione cambi radicalmente.
Gli Stati Uniti, e in misura minore la Francia, vogliono invece eliminare il Daesh e allo stesso tempo al-Assad, anche per togliere alla Russia il suo unico, storico sbocco nel Mediterraneo.
La Turchia cerca invece di muoversi autonomamente, approfittando della guerra per risolvere brutalmente la questione dell’opposizione curda e forse per instaurare un governo amico, aumentando la propria influenza nell’area.
Le coalizioni in campo potrebbero trovare un accordo instaurando un governo dotato di poteri molto deboli, creando una nazione siriana debole che possa essere terreno proficuo per la speculazione economica. E questa soluzione andrebbe bene anche ai numerosi attori regionali e locali coinvolti (Israele, Giordania, Iraq e al popolo curdo).
Non è detto che, vista l’importanza della posta in gioco, le tensioni politiche del dopoguerra possano sfociare in un nuovo conflitto armato, rendendo la Siria un nuovo Libano.

 

In Iraq, l’uscita di scena degli Stati Uniti nel 2011-2012 ha aperto le porte all’avanzata del Daesh nel 2013. Il governo iracheno sciita, corrotto e inefficiente, è dovuto ricorrere al consistente sostegno iraniano per poter far fronte all’offensiva dell’ISIS, che nel giugno del 2014 era arrivato a 90 km da Baghdad.
Da allora, l’Iran sta ponendo solide basi di collaborazione militare, economica e politica con l’Iraq, e la lotta comune contro il Daesh è stato il fattore determinante del riavvicinamento tra Iran e USA. Obama, cercando in tutti i modi di non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova occupazione dell’Iraq, ha preferito passare le insegne all’Iran, annullando le precedenti sanzioni e gettando le basi per una futura collaborazione.
Il disegno, per ora, ha funzionato. L’Iraq che uscirà dalla guerra sarà un paese devastato da più di quindici anni di distruzioni. Una nazione debole e divisa, che finirà probabilmente sotto l’ombrello iraniano. Ma non è detto che l’amministrazione Trump decida di limitare il potere iraniano nell’area, tornando ai vecchi progetti egemonici che hanno provocato le attuali rovine.

 

L’intervento saudita in Yemen, anche se apparentemente scollegato dagli altri conflitti dell’area, è invece frutto di quegli stessi contrasti. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalla proiezione strategica iraniana, e sta cambiando volto rapidamente. Con una serie di riforme interne, la monarchia saudita sta cercando di elevarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (cercando di superare l’immagine di un regime autoritario e discriminatorio), e di sopire i gravi contrasti sociali che si stanno profilando al proprio interno.
In politica estera, la paura verso un ritorno di fiamma iraniano (e quindi sciita) nell’area, e di un’egemonia iraniana nel Golfo Persico, si è tramutata in un attivismo senza precedenti.
L’Arabia Saudita ha stroncato la sollevazione sciita in Bahrain nel 2011, strascico della Primavera Araba, con il tacito assenso occidentale.
Ha provocato nel 2015 una vera e propria guerra petrolifera, vendendo il greggio a prezzi stracciati (contravvenendo alle prescrizioni dell’OPEC) per danneggiare Russia e Iran (e, indirettamente, le politiche ecologiste di Obama), e per far valere la propria voce a livello globale.
La rivolta della minoranza sciita in Yemen, con il rovesciamento del governo sunnita ha poi dato il pretesto all’Arabia Saudita per intervenire militarmente. Il conflitto si è ben presto trasformato in un’altra “guerra per procura”, con una fazione sciita separatista appoggiata dall’Iran e da Hezbollah, e una fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita.
Il conflitto dello Yemen, che ha provocato più morti della Guerra Civile Ucraina, è ben lontano dall’essere risolto, ed è finora costato una cifra impressionante all’Arabia Saudita (quasi 82 miliardi di dollari di spesa militare nel 2015, pari a oltre il 12% del suo PIL). È probabile che l’Arabia Saudita esca vincitrice da questi conflitti, ma a un costo economico e sociale davvero imponente.

 

Infine in Libia la guerra civile provocata nel 2011 dalle sollevazioni popolari contro Gheddafi e dall’intervento militare anglo-francese potrebbe essere ad un punto di svolta. Le forze islamiste hanno ormai segnato il passo, e il governo laico della Cirenaica, appoggiato da Francia ed Egitto (e che gode delle simpatie dell’Italia), è in diretta competizione con il Governo di Accordo Nazionale, istituito sotto la guida dell’ONU e sostenuto da USA e Turchia.
L’Italia, che ha gradualmente assunto un ruolo guida nella gestione del conflitto, svolge un’importante opera di mediazione tra il generale Khalifa Bashar Haftar del governo di Tobruk e il primo ministro Fayez al Sarraj. Il colloquio tra i due, il 4 maggio scorso, è stato positivo, ma le difficoltà politiche e militari rimangono. Qui, la posizione italiana è delicata, e l’intervento militare italiano, stimato a inizio 2017 intorno ai 300 militari sul campo, rischia di allargarsi.
All’Italia spetterà probabilmente anche il ruolo di gestione della delicatissima fase postbellica, e i governi italiani dovranno dimostrare di disporre della lungimiranza e della consistenza politica necessari a portare avanti un serio processo di pacificazione.

Un break nella Persia che non ti aspetteresti

Qua e là nella storia, nella letteratura e nell’arte in genere alle volte compaiono nomi inaspettati e particolari che tuttavia si ripetono costantemente. Sono personaggi avvolti dal mistero che, di solito, sono raccolti sotto la generica categoria di provenienti dalla Persia. Serse, Dario, Ciro, per esempio. Sovrani di un grande impero a cui il macedone Alessandro Magno pose fine. Uomini la cui vita e gesta sono ora leggenda ora favola. Storie di eroi, guerre, scontri fatali e vendette letali che hanno animato spesso l’immaginazione dei bambini come degli adulti. Eppure qualcosa di vero, incredibilmente c’è. Certo le testimonianze rimaste, per lo più architettoniche, sono scarne ed avare di informazioni ma l’impressione che si ha vedendo certi luoghi è proprio quella che la leggenda, che accompagna queste figure, ha tramandato.

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Persepoli, rovine (foto dell’autore)

Anzitutto Persepoli, una città che è, in fin dei conti, un palazzo. Eretta sopra un immenso basamento dalle dimensioni imponenti e, per quei tempi, incredibili, la residenza dei sovrani persiani che Alessandro Magno diede alle fiamme, si dice, dopo una notte di festeggiamenti per la grande vittoria riportata sui nemici giurati, oggi si presenta come un immenso rudere, la cui forza, data soprattutto dalla dimensione, concede a quanto resta dell’antico complesso un degno confronto con le retrostanti montagne e il paesaggio circostante. Non è chiaro se la città si estendesse tutt’attorno all’edificio o fosse parte integrante dello stesso. Tuttavia, ricordando che i persiani si costituivano prevalentemente come un popolo nomade e che in genere vivevano in tende, non si può che pensare ad una selva di colori e forme: un accampamento immenso, soprastato dalla mole gigante del palazzo, immagine di un potere eterno, immutabile, invincibile, forse divino. Dignitari, ambasciatori, sovrani che giungevano dalle loro piccole città, alle volte prive addirittura di un vero e proprio edificio di rappresentanza, alla vista di tanta grandezza non potevano che restare dunque sbalorditi e, forse, intimoriti. La foresta di colonne di cui poi si componeva la residenza, un insieme di più padiglioni, faceva il resto. Mai si era visto in Occidente qualcosa di così maestoso, mai qualcosa di così sbalorditivo. Era le Persia, la stessa potenza che aveva raso al suolo Atene, portando avversari storici, ateniesi e spartani, addirittura ad allearsi, pur di non cadere preda di tanta forza devastatrice.

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Kaba Zartosht, ovvero “cubo di Zoroastro” (foto dell’autore)

Ma Persepoli non era l’unico simbolo di una cultura antica che incarnò a lungo l’idea di oriente. Le tombe dei suoi sovrani, architetture scavate nella roccia nuda, colpisco nuovamente per la desolazione in cui si ergono e nuovamente per la dimensione che le definisce. Immense croci (anche questo curioso, in un mondo che non conosceva il cristianesimo e in cui certe pratiche punitive non erano tipiche) adornano le montagne, quasi fossero un monito, un simbolo di sacralità, di eterna vittoria. Semplicità e chiarezza espressiva: queste sono le parole d’ordine. Ma ciò che sorprende sono anche i dettagli. Uno in particolare lascia interdetti. Si tratta di una piccola torre, dalle forma regolare e dalla dimensione minima rispetto le gigantesche moli sepolcrali. È chiamata la Torre del Silenzio e non è altro che il luogo sopra il quale venivano abbandonati i corpi dei defunti perché gli avvoltoi vi banchettassero. Solo dopo infatti, i resti mortali della persona si sarebbero deposti nel sarcofago. È il rito della nuova nascita che nutre e fa vivere il deserto, in un rapporto di diretta dipendenza dalla natura: tradizioni antiche di cui non resta traccia se non quanto l’architettura ci ha concesso, e ci concede tutt’oggi, di vedere.

Curioso è poi un piccolo (relativamente) bassorilievo, raffigurante un imperatore persiano che scende da cavallo, aiutato da un servo dallo strano abbigliamento. Si tratta di un aggiunta successiva, un memorandum di un evento storicamente importante per un popolo che, a partire da Alessandro Magno, aveva visto succedersi nuove e distinte dinastie, non più potenti e incisive come un tempo. Lo schiavo porta indumenti occidentali, romani nella fattispecie, e molto probabilmente è identificabile nella persona dell’imperatore Valeriano il quale, narra la storia, fu sconfitto dai persiani e fatto prigioniero proprio da quest’ultimi. Suo figlio, Gallieno, non cercò di salvarlo e così l’ex-imperatore, caduto in disgrazia ed abbandonato al suo tragico destino, divenne oggetto di scherno dei suoi aguzzini nonché ornamento per le processioni e le celebrazioni regali. La sua sottomissione, infatti, ricordava a tutti, specialmente al popolo, la ritrovata grandezza della Persia, capace addirittura di tenere testa agli invincibili ed infaticabili romani.

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Rilievo dell’imperatore Valeriano (foto dell’autore)

Un’ultima testimonianza di questo antico e glorioso passato però merita ancora di essere menzionata. È la tomba di Ciro che si erge solitaria al centro di un immenso altopiano. Nell’insieme non sembra nulla di speciale: un sarcofago dalle dimensioni relativamente ridotte rispetto i sepolcri poc’anzi accennati, ma tuttavia imponente se messo in relazione con il contesto in cui si inserisce. Infatti, al centro di una vallata che si estende a perdita d’occhio, dove oggi non resta nulla se non questo monumento, questo simbolo della storia sembra essere rimasto l’unico testimone di un passato glorioso, di un mondo lontano. La semplicità, la simmetria, la monumentalità data dal tempo: queste sono le caratteristiche di un’architettura austera, e regale allo stesso tempo, degna solamente di un re che non aveva bisogno di altri simboli per consacrare il suo nome ai posteri, ma a cui bastava di sapere di essere il sovrano di uno degli imperi più grandi del mondo antico.

La Persia, con la sua storia e le sue tradizioni, ha affrontato nel corso dei secoli invasioni e distruzioni, oppressioni e momenti di gloria, cadute e risalite che oggi la hanno portata a ciò che è: un paese che come tutti quelli contemporanei vive nelle sue contraddizioni ma che, tuttavia, riconosce il proprio passato, forse nella speranza di un futuro diverso.

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La Tomba di Ciro (foto dell’autore)

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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Il Medioriente alla Cina

La lunga corsa della Cina a superpotenza ha radici lontane. Radici per l’appunto, poiché solo nell’ultimo decennio sta raccogliendo i frutti dell’avvedutezza nella composizione e sostegno al Terzo Mondo. Se l’Europa non conta più nulla come rilevanza geopolitica, Francia e Gran Bretagna assumo tutt’oggi un peso specifico. Certamente, questo peso anglofrancese, non è minimamente confrontabile con le protagoniste del dopoguerra, Usa e Russia, e a oggi la Cina.

 

Se la leadership di Pechino nel mondo industriale non è in discussione, allo stesso tempo e modo la forza geopolitica cinese è sempre stata considerata al rango di regionale e non globale. Eppure in queste ore di caos è avvenuto un fatto meritevole di entrare nella prossima storiografia. Poiché la Cina ha iniziato a giocare la sua partita nel fortino americano ossia il Medioriente, che preferisco chiamare Rimland. Nelle ultime ore, Xi Jinping si è calato in una visita che l’agenzia ufficiale cinese ha definito «storica». Arrivare in Medio Oriente, visitare in cinque giorni Arabia Saudita, Egitto e Iran di questi tempi, non può essere solo una questione di affari. Il presidente cinese vuole «aiutare a facilitare e allargare i comuni interessi negli affari internazionali e regionali». La Cina è un nuovo venuto. Le relazioni diplomatiche con i Sauditi sono iniziate nel 1990. Da allora gli scambi sono aumentati di 230 volte e nel 2014 avevano raggiunto i 69 miliardi di dollari.

 

In Egitto, il presidente cinese terrà un discorso alla Lega Araba: l’organismo politico dei Paesi della regione non conta molto ma in questo caso il suo quartier generale in piazza Tahrir sarà un autorevole megafono nella regione. Xi non intende impegnare la Cina nel caos mediorientale come americani e russi. Nessuna presenza militare o interferenza, nessuno schieramento preferito a un altro. Ma la priorità della Cina è la stabilità della regione dalla quale viene l’energia che fa funzionare la sua economia. Se il profilo politico di Xi è il più nuovo e dunque il più interessante, l’economia naturalmente non manca. Nel Paese nel quale la Cina è il principale acquirente mondiale di greggio, Xi e i suoi interlocutori hanno firmato importanti intese su energia, comunicazioni, ambiente, aerospaziale.

Rilevanti sono gli accordi industriali ora che l’Arabia Saudita ha deciso di diversificare la sua economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Come a dire se da un lato si guarda alla stabilità politica internazionale con l’ingresso di un nuovo attore globale, la mano sul portafogli resta sempre.

Quel che è importante per il Medioriente e il mondo è la presenza di un attore terzo nel caos del Rimland, nel centro del vortice di ogni odio e resistenza. Laddove, forse, Usa e Russia non sono ancora riuscite a pacificare, chissà che non riesca Pechino.

La guerra tra USA ed IRAN si combatte nel cyberspazio

Nella storia dell’umanità di pari passo alle guerre è progressivamente avanzata la tecnologia. Con i secoli si sono venuti a modificare sia gli armamenti che i modi di combattere battaglie. Con il XX secolo e la divisione del mondo in grandi blocchi, le superpotenze hanno intensificato le cosiddette “guerre sottotraccia”. Per avere un quadro completo della nuova frontiera della “guerra sottotraccia” c’è bisogno di analizzare il quadro macro e geopolitico che riguarda il Vicino Oriente e l’Asia, in particolar modo il caso Iran.

Con una scelta molto discussa dalle diplomazie ed al tempo stesso ignorata dai media, nel 1998 il Consiglio delle Nazioni Unite, decise di concedere la possibilità di avere armi nucleari al Pakistan, legittimando di fatto l’arsenale indiano. Grande vicino e paese dall’importanza strategica nello scacchiere mondiale è l’Iran, che sebbene da anni è al lavoro nella realizzazione di un progetto per l’arricchimento dell’uranio per fini ufficialmente dichiarati civili, provoca un forte scetticismo al riguardo tra le potenze occidentali. Nel tempo le rassicurazioni poste da Teheran sul proprio programma nucleare non hanno convinto l’opinione pubblica internazionale ed in particolar modo destano particolari attenzioni da parte del blocco atlantico.

Le preoccupazioni maggiori riguardano lo Stato d’Israele. Le ragioni della preoccupazione israeliana sono facilmente comprensibili, date le continue minacce del Presidente della Repubblica Iraniana Mahmud Ahmadinejad di voler letteralmente “cancellare Israele dalle cartine geografiche”. Inoltre, da decenni il paese iraniano rilascia grandi elargizioni di fondi ed armamenti a favore delle organizzazioni che si battono per la causa palestinese.

Ora, sebbene il Premier israeliano Benjamin Netanyahu da lungo tempo si dica pronto ad attaccare militarmente l’Iran, la vera battaglia da anni la stanno giocando gli Stati Uniti d’America, i quali con l’amministrazione Obama negli ultimi mesi hanno scongiurato un intervento militare da parte di Tel Aviv. Tel Aviv che da quanto dichiarato da fonti dello Tzahal sarebbe secondo i piani capace di concludere l’attacco militare a Teheran nel tempo massimo di una settimana. Eppure, la vera battaglia, il nuovo modo di condurre una guerra sottotraccia è quello informatico. Da Washington a Teheran negli ultimi mesi tutto si gioca nel cyberspazio. Sembra fantascienza, un film che dovrebbe esser raccontato dal critico Lorenzo Peri il venerdì sulla rubrica del cinema, eppure è la realtà.

Negli ultimi mesi, dopo anni di arretratezza tecnologica, Teheran ed i suoi hacker avrebbero, secondo fonti del Pentagono, concluso con successo molti attacchi informatici. Il Wall Street Journal di recente ha affermato che sarebbero stati registrati attacchi informatici ad obiettivi sensibili delle major petrolifere e del settore energetico nel Golfo Persico. Anche banche d’affari statunitensi, come Bank of America Corp JPMorgan Chase & Co e Citigroup, avrebbero subito attacchi ai propri sistemi informatici. Il segretario della Difesa ancora in carica, Leon Panetta, ha riferito che gli Usa sono di fronte alla possibilità di subire una ‘cyber-Pearl Harbor’ poichè i sistemi informatici di network finanziari, o di impianti di produzione dell’energia, o di gestione dei trasposti sono sempre più vulnerabili a possibili attacchi simultanei da parte di hacker stranieri o di “una nazione ostile”. Secondo analisti militari gli attacchi avrebbero al loro interno una sorta di “firma” che rivendicherebbe la provenienza degli attacchi nel cyberspazio.

Gli Stati Uniti d’America, da oltre settanta anni leader della tecnologia militare, anche nello cyberspazio assumono la funzione di leader. Infatti, l’amministrazione di George W. Bush, successivamente gli attacchi dell’undici settembre, avviò uno specifico programma di attacco e difesa militare chiamato “Olympic Games”. Questo fu intensificato e rilanciato dall’amministrazione di Barack Obama con un finanziamento annuo pari a 3 miliardi di dollari. Il programma “Olympic Games” sarebbe capace di ‘infiltrarsi’ nei computer che gestiscono i principali impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio attraverso un virus denominato Stuxnet. Da fonti anonime della NATO, alcuni analisti militari avrebbero evidenziato come questo virus si sarebbe reso capace di ritardare di due anni il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Recentemente il Ministro per i Servizi segreti iraniano Heidar Moslehi ha affermato che l’Iran viene bersagliato ”ogni giorno” da attacchi informatici alle proprie infrastrutture, ma che il paese è capace di assicurarsi valide difese.

Analizzando i dati e le dichiarazioni finora raccolte in questa breve trattazione sulla cyber guerra iraniano-statunitense, confido nel fatto che questa realtà assomigli solamente ad un film di fantascienza, perchè sottotraccia qualcuno vorrebbe una guerra simile a quella di “Apocalypse Now”, il cui esito è tutt’altro che scontato. Ma, questa semmai sarà un’altra guerra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY