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È morta Dolores O’Riordan, la cantante dei Cranberries

A dare la notizia l’agente della cantante irlandese da tempo ammalata. Si spegne una delle migliori voci degli ultimi decenni.

 

Questa la sua BIO

Dolores O’Riordan entra a far parte dei Cranberries nel 1990 in sostituzione del cantante Niall Quinn, che lascia il gruppo che aveva contribuito a fondare nel 1989 assieme a Noel e Mike Hogan e Fergal Patrick Lawler.

La band pubblicherà tre album: Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? (1993), No Need to Argue (1994), l’album contenente la canzone Zombie premiata agli MTV Awards come migliore canzone del 1995, e To the Faithful Departed (1996). Il 12 settembre 1995, Dolores O’Riordan è sul palco a duettare con Luciano Pavarotti. Nel 1999 esce il nuovo album, Bury the Hatchet, a cui seguirà un tour. Dopo altre due pubblicazioni, Wake Up and Smell the Coffee e il loro Greatest hits Stars – The Best of 1992 – 2002, i componenti della band si separano, senza molto clamore e senza dichiarare ufficialmente lo scioglimento, nel 2003.

Il 25 agosto 2009, durante un’intervista sul suo secondo album pubblicato nel mondo lo stesso giorno, la O’Riordan annuncia la riunione del gruppo. Prima e durante il Reunion Tour della band, prende corpo e si concretizza un nuovo album. Il 21 febbraio 2012, infatti, segna la data di uscita, in esclusiva in Italia, di Roses, distribuito in tutto il mondo il 27 febbraio successivo.

La sua canzone Black Widow, è destinata a comparire nella colonna sonora di Spider-Man 2, ma per ragioni dovute al taglio di alcune scene il progetto non va in porto. La sua prima uscita solista è del 2004, per la colonna sonora del film di Mel Gibson La passione di Cristo; per promuovere questa sua prima prova è anche ospite al Festival di Sanremo lo stesso anno.

Nel 2004 compare nell’album Zu & Co. di Zucchero Fornaciari, con la canzone Pure Love, eseguita anche dal vivo in duetto nello Zu & Co. Tour, e nella colonna sonora del film Evilenko. Recita inoltre in un cameo nel film di Adam Sandler Cambia la tua vita con un click, uscito il 23 giugno 2006, interpretando se stessa e cantando la sua hit Linger in una versione completamente rinnovata.

Nell’ottobre del 2007 Dolores O’Riordan duetta con Giuliano Sangiorgi (leader dei Negramaro) nel brano intitolato Senza fiato. La canzone fa parte della colonna sonora di Cemento armato, film che segna l’esordio da regista dello sceneggiatore Marco Martani. Senza fiato è stata scritta dal cantante dei Negramaro e dalla ex voce dei Cranberries. Nel gennaio 2009 è stato rilanciato il suo sito web ufficiale con notizie, video e foto recenti ed una webradio.

Il suo primo album da solista, intitolato Are You Listening?, viene pubblicato il 4 maggio 2007 dalla Sanctuary Records, poco prima della sua unione alla Universal music. L’album è preceduto dal singolo Ordinary Day, reso disponibile dal 16 marzo. Alla realizzazione del disco partecipa come batterista l’ex dei Therapy? Graham Hopkins, il bassista Marco Mendoza, il chitarrista Steve Demarchi, e Denny Demarchi alle tastiere e ai fiati. In un’intervista radiofonica del 15 marzo descrive le tracce come più sperimentali ed elettroniche delle sue precedenti.

L’album è formato da dodici tracce molto varie; una delle prime canzoni dell’album, Black Widow, è stata composta nel 2003 dopo la morte per cancro della suocera; questa canzone ha segnato il punto di svolta dell’album, volgendolo ai ritmi più aggressivi di In the Garden e Loser, ed escludendo altre tracce più lente scritte in precedenza come Letting Go, anche questa sulla morte della suocera, e Without You, sulla nostalgia per la famiglia. Il primo singolo è Ordinary Day, dedicato alla figlia Dakota. Nell’agosto 2007 esce il secondo singolo estratto dall’album, When We Were Young, canzone più ritmica e “fresca” rispetto alla precedente Ordinary Day.

Il secondo album solista di Dolores O’Riordan è No Baggage, pubblicato il 25 agosto 2009; contiene dieci brani inediti più una nuova versione di Apple of My Eye, canzone contenuta nell’album precedente. L’album viene anticipato a giugno dal singolo The Journey. Il video della canzone è girato nella baia di Howth, in Irlanda.

Irish Film Festa

Giunge alla decima edizione IRISH FILM FESTA, il festival interamente dedicato al cinema irlandese che quest’anno si terrà dal 30 marzo al 2 aprile, come di consueto alla Casa del Cinema di Roma.

“In questi dieci anni abbiamo presentato il meglio del cinema irlandese contemporaneo, scegliendo film inediti nel nostro Paese, ma premiati all’estero da numerosi riconoscimenti; e avuto il privilegio di accogliere ospiti prestigiosi come Stephen Rea, Fionnula Flanagan, Lenny Abrahamson, Adrian Dunbar, e molti altri. Per questo, la decima edizione di IRISH FILM FESTA sarà un’edizione speciale, celebrativa del percorso finora compiuto e propulsiva per quello ancora da compiere”, commenta il direttore artistico Susanna Pellis.

Tra i lungometraggi in programma alla decima edizione di IRISH FILM FESTA, tutti in anteprima italiana, vedremo il documentario Bobby Sands: 66 Days di Brendan J. Byrne, dedicato ai sessantasei giorni di sciopero della fame che nel 1981 portarono alla morte di Bobby Sands nel carcere di Long Kesh. Il film analizza il valore simbolico e culturale del digiuno nel contesto storico-politico irlandese e si basa sui diari tenuti in carcere dallo stesso Bobby Sands, affidandone la lettura all’attore Martin McCann, atteso come ospite al festival: “Quelle parole mettono la sua voce al centro del film e ci portano nella sua mente – spiega il regista – l’unico posto nel quale Sands ha trovato la libertà”. 66 Days è stato presentato all’ultimo Galway Film Fleadh e al festival internazionale del documentario Hot Docs di Toronto.

Alla proiezione di 66 Days parteciperà anche il giornalista Riccardo Michelucci, autore del saggio di recente pubblicazione Bobby Sands. Un’utopia irlandese(Edizioni Clichy).

La storia dei Troubles nordirlandesi e la loro rappresentazione cinematografica in opere come AngelUna scelta d’amore (Some Mother’s Son), Niente di personale(Nothing Personal), The BoxerHunger, e altre, saranno inoltre al centro di una conferenza che terrà al festival il prof. Martin McLoone (University of Ulster, Emeritus).

Martin McCann, che abbiamo visto l’anno scorso in The Survivalist di Stephen Fingleton, è anche interprete e co-regista del mockumentary Starz, uno dei cortometraggi in concorso che vede come protagonista uno straordinario Gerard McSorley (The Constant GardenerVeronica Guerin), anche lui atteso a Roma. La sezione competitiva di IRISH FILM FESTA presenta quest’anno quindici corti — qui la selezione completa — che spaziano tra vari generi e tecniche di realizzazione (animazione, documentario, horror, thriller).

Il regista Ciarán Creagh, l’attrice protagonista Caoilfhionn Dunne (nel cast della serie Love/Hate) e ancora Gerard McSorley presenteranno invece il dramma In View: Ruth è un’agente di polizia che, incapace di elaborare il lutto per la perdita del figlio e del marito, sta smarrendo anche se stessa. Il suo senso di colpa è insopprimibile, e la spinge ad affrontare gli errori del passato in cerca di redenzione.

Vicenda drammatica anche per Mammal, scritto e diretto da Rebecca Daly e interpretato da Rachel Griffiths (nomination agli Oscar 1999 per Hilary and Jackie) e il giovane Barry Keoghan (Love/Hate): per Margaret la notizia della sparizione del figlio adolescente, che lei ha lasciato quando era piccolo, coincide con la decisione di ospitare Joe, un ragazzo senzatetto che ha trovato per strada, ferito. Mammal è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival nel 2016.

Sanctuary, opera prima di Len Collin, ha un’origine teatrale: alla base c’è il testo omonimo di Christian O’Reilly messo in scena dalla Blue Teapot Theatre Company, una compagnia di Galway formata da attori con disabilità intellettive. Protagonisti del film, che mantiene lo stesso cast della pièce, sono Larry e Sophie, due giovani innamorati: cosa può esservi di più naturale per loro che desiderare di passare del tempo insieme da soli? Ma Larry e Sophie non sono una coppia come le altre. E cercando di avere un po’ di intimità non stanno solo infrangendo le regole, stanno infrangendo la legge.

In The Flag di Declan Recks (il suo primo film, Eden, era all’IFF 2008) si torna a parlare  della Easter Rising, dopo il Centenario celebrato anche dal festival lo scorso anno, attraverso un’inedita chiave comica. Per Harry Hambridge (Pat Shortt), irlandese emigrato a Londra, va tutto storto. Tornato a casa per il funerale del padre, trova una dichiarazione secondo la quale sarebbe stato suo nonno ad issare la bandiera irlandese sul General Post Office durante la Rivolta di Pasqua del 1916. Bandiera che oggi si trova appesa, alla rovescia, in una caserma inglese. Stanco di subire umiliazioni, Harry è determinato, con l’aiuto di improbabili compagni (c’è anche Moe Dunford, visto all’IFF 2015 in Patrick’s Day di Terry McMahon), a recuperare quella  benedetta  bandiera. A Roma saranno presenti Declan Recks e lo sceneggiatore Eugene O’Brien.

Ispirato alla cronaca di un sequestro di cocaina per 440 milioni di euro al largo delle coste di Cork nel 2007, The Young Offenders di Peter Foott (miglior film irlandese al Galway Film Fleadh 2016) vede due ragazzi della zona, Conor e Jock, intraprendere un viaggio di 160 chilometri su due biciclette rubate nella speranza di trovare una balla di cocaina che a quanto pare è sfuggita alle forze dell’ordine. Una commedia dal ritmo frenetico, che in patria ha letteralmente spopolato. L’autore e regista Peter Foott sarà al festival e per l’occasione verrà proiettato anche il suo cortometraggio The Carpenter and His Clumsy Wife, menzione speciale alla Mostra di Venezia 2004.

Due sconosciuti svuotano i loro conti bancari, vendono i loro beni, e mettono il loro intero patrimonio in contanti in una borsa sportiva verde. Poi si recano in una località solitaria per battersi fino alla morte. Il vincitore seppellisce il perdente e si allontana due volte più ricco. È l’idea alla base di Traders, il film di Rachael Moriarty e Peter Murphy che vede come protagonisti Killian Scott (Love/Hate) e John Bradley (Game of Thrones). Piccoli ma significativi ruoli anche per Barry Keoghan e Caoilfhionn Dunne.

Due, infine, gli Irish Classic della decima edizione. Il primo è The General di John Boorman (1998), premiato per la migliore regia al Festival di Cannes: il generale del titolo è il criminale dublinese Martin Cahill, interpretato nel film da Brendan Gleeson. Noto per la spietatezza e per la meticolosità con la quale pianificava le azioni criminali, Cahill è stato raccontato nel dettaglio nel libro The General  del giornalista Paul Williams, dal quale è tratta la sceneggiatura del film. Il testo è stato pubblicato per la prima volta in Italia solo l’anno scorso da Milieu Edizioni per la collana Banditi senza tempo, parallelamente ad altri due volumi legati all’Irlanda: On the Brinks dell’ex militante dell’IRA Sam Millar e Bomber Renegade di Michael “Dixie” Dickson, ultimo prigioniero dell’IRA ad essere liberato, oggi organizzatore di concerti ed eventi sportivi.

The Boxer (1997) è invece l’omaggio di IFF al regista Jim Sheridan, che sarà per la prima volta ospite al festival per un incontro col pubblico. Di Sheridan, tre nomination agli Oscar (per la regia di Il mio piede sinistro e Nel nome del padre, e per la sceneggiatura di In America), verrà proposto anche il film più recente, Il segreto (The Secret Scripture), tratto dal romanzo omonimo di Sebastian Barry. Interpretato da Rooney Mara, Eric Bana, Vanessa Redgrave e Adrian Dunbar, Il segreto, già presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma, uscirà nelle sale italiane il 6 aprile distribuito da Lucky Red. Fa parte dell’omaggio a Sheridan anche The Carpenter and His Clumsy Wife, di cui il regista è la voce narrante.

Un’ulteriore parentesi letteraria sarà dedicata dal festival allo scrittore Dermot Bolger, protagonista di un incontro coordinato da John McCourt (Università di Macerata). Nato nel 1959 a Finglas, periferia nord di Dublino, Bolger è autore di romanzi, poesie e testi teatrali. Tra i suoi libri più noti, Verso casa (1997) e Figli del passato (2007), pubblicati in Italia da Fazi Editore.

Song of the Sea: misteri d’Irlanda

Cartoon Saloon è il nome di uno studio di animazione irlandese fondato ormai più di 15 anni fa ma “salito alla ribalta” solo di recente grazie ad un’accoppiata di lungometraggi, entrambi molto ben accolti e candidati all’oscar di categoria.
Il primo, The Secret of Kells, era ispirato al folklore irlandese medioevale, mentre il secondo, di cui parliamo oggi, è ambientato nel mondo contemporaneo. I due lavori condividono uno stile di animazione molto peculiare ed estremamente bidimensionale, pressochè “schiacciato”, in forte contrasto con il dilagare dell’animazione tridimensionale americana. Soprattutto con l’ultimo Song of the Sea lo studio capitanato dal regista Tomm Moore sembra rifarsi più alla tradizione nipponica, e sono chiare le influenze dello studio Ghibli su questi film. In particolar modo il sotterraneo filtrare del soprannaturale nel nostro mondo è un elemento che Song of the Sea propone in maniera molto simile a quello che Miyazaki aveva fatto in capolavori come La città incantata o Il mio vicino Totoro: i film irlandesi non sono ancora a quei livelli, ma fa piacere avvertire in occidente l’influenza di quel colosso che è lo zio Hayao, ormai pensionato.
Song of the Sea è la storia di Ben e Saoirse, fratello e sorella la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose anni addietro, e che vivono col padre su un’isola. Quando Saoirse viene rapita da una strega, Ben deve investigare il mondo fatato cui le donne della sua famiglia sembrano indissolubilmente legate per recuperare la sorella e sciogliere il nodo che la lega al nebuloso destino di sua madre.
Pur non immergendo completamente lo spettatore in un mondo di favola come il suo predecessore, questo ultimo lavoro prende comunque grosse fette di ispirazione dal folklore irlandese cui alla Cartoon Saloon sembrano molto legati, e il contrasto tra il mondo fatato sotterraneo e quello moderno di cui parlavamo sopra è sicuramente il tratto di maggior fascino dell’ambientazione di Song of the Sea. Lo stile grafico molto stilizzato aiuta la resa straniante di entrambi, e l’impatto visivo nel complesso risulta quasi astratto, e rappresenta probabilmente la maggior barriera per l’apprezzamento della pellicola da parte di un pubblico di giovanissimi. È però anche il principale motivo di interesse di un film che risulta un po’ contorto e a tratti goffo da un punto di vista narrativo. Non che questi difetti arrivino mai ad appesantire esageratamente lo scorrimento degli eventi o a confondere, ma la leggiadria quasi innaturale con cui, per esempio, la Pixar è in grado di mettere in moto trame anche molto elaborate non è un’abilità che Moore e soci sembrano aver padroneggiato per ora.
Nel complesso si tratta di un film e di uno studio ancora immaturi, ma che, specie per quanto riguarda il tratto grafico, mostrano potenzialità di tutto rispetto, e che spero riescano a sbocciare con i prossimi lavori.