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Mosaico mediorientale

Il Medio Oriente è ormai da anni coinvolto in una transizione politica epocale, provocata e accompagnata da un costante intervento politico, economico e militare straniero. Per questo, la regione è divenuta l’area dove si sfogano i principali contrasti geopolitici contemporanei.
Ogni potenza regionale e molte potenze globali stanno cercando di ridisegnare a proprio vantaggio il futuro assetto della regione.
Ogni tentativo di chiarimento di una delle situazioni politicamente più complesse dello scacchiere globale non può che provocare automaticamente una semplificazione del quadro delle parti in lotta (ognuna delle quali propugna una particolarissima visione politica, internazionale e talvolta anche economica). Tenteremo comunque l’impresa.

 

I conflitti principali in corso sono quattro: le guerre civili in Siria e iraq, tra loro interconnesse (e largamente conosciute dall’opinione pubblica), la guerra civile in Libia e la guerra civile in Yemen.
Queste quattro guerre civili vedono l’intervento diretto di forze armate di altri stati, e almeno in due casi (Libia e Yemen) l’intervento straniero diretto è stato alla base della degenerazione del conflitto in un conflitto su larga scala.
A queste guerre si somma il conflitto, congelato ma mai risolto, tra Israele e Palestina.

 

In Siria la violenza del conflitto si può almeno in parte spiegare con il contrasto tra le differenti visioni su come gestire la transizione ad un regime di altro tipo. Sulla sopravvivenza politica di Bashar al-Assad sembrano in realtà concordare tutte le principali forze in campo. Anche la Russia, principale alleato di al-Assad, nel 2015 e ancora nel 2016 ha aperto all’eventualità di un voto libero dopo la risoluzione della guerra.
La questione della direzione del conflitto rimane però irrisolta. Se Russia e Iran (e con loro la milizia sciita libanese di Hezbollah) appoggiano Assad come unica forza in grado di poter ristabilire l’ordine nel paese, la coalizione della NATO si appoggia alla galassia delle formazioni ribelli. In particolare, i maggiori alleati degli USA e dell’Unione Europea sono al momento l’Esercito Siriano Libero, i peshmerga curdi iracheni (già alleati contro Saddam Hussein nel 2003) le forze curde dello YPG.
Oltre allo scontro diretto USA-URSS per determinare l’influenza futura sulla Siria, un terzo attore fondamentale è costituito dalla Turchia. Erdogan, dopo aver appoggiato varie formazioni islamiste di opposizione al regime, dal 2016 intraprende con esse operazioni militari su vasta scala.
La posizione della Turchia è molto particolare. I rapporti con il regime siriano non sono mai stati buoni, ed Erdogan vuole sfruttare la situazione per cercare di imporre una clausola turca sul futuro governo. Ma soprattutto, Erdogan sta cogliendo l’occasione della guerra per colpire con estrema durezza i guerriglieri curdi dentro e fuori il paese, rafforzatisi dopo la vittoria di Kobane sul Daesh e prima ancora a seguito del collasso dell’esercito iracheno nel 2003 e nel 2013.

 

È difficile prevedere come si evolverà il conflitto siriano. La Russia sta facendo di tutto per mantenere la propria influenza su quello che è un alleato storico, e ha tutto da perdere nel caso la situazione cambi radicalmente.
Gli Stati Uniti, e in misura minore la Francia, vogliono invece eliminare il Daesh e allo stesso tempo al-Assad, anche per togliere alla Russia il suo unico, storico sbocco nel Mediterraneo.
La Turchia cerca invece di muoversi autonomamente, approfittando della guerra per risolvere brutalmente la questione dell’opposizione curda e forse per instaurare un governo amico, aumentando la propria influenza nell’area.
Le coalizioni in campo potrebbero trovare un accordo instaurando un governo dotato di poteri molto deboli, creando una nazione siriana debole che possa essere terreno proficuo per la speculazione economica. E questa soluzione andrebbe bene anche ai numerosi attori regionali e locali coinvolti (Israele, Giordania, Iraq e al popolo curdo).
Non è detto che, vista l’importanza della posta in gioco, le tensioni politiche del dopoguerra possano sfociare in un nuovo conflitto armato, rendendo la Siria un nuovo Libano.

 

In Iraq, l’uscita di scena degli Stati Uniti nel 2011-2012 ha aperto le porte all’avanzata del Daesh nel 2013. Il governo iracheno sciita, corrotto e inefficiente, è dovuto ricorrere al consistente sostegno iraniano per poter far fronte all’offensiva dell’ISIS, che nel giugno del 2014 era arrivato a 90 km da Baghdad.
Da allora, l’Iran sta ponendo solide basi di collaborazione militare, economica e politica con l’Iraq, e la lotta comune contro il Daesh è stato il fattore determinante del riavvicinamento tra Iran e USA. Obama, cercando in tutti i modi di non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova occupazione dell’Iraq, ha preferito passare le insegne all’Iran, annullando le precedenti sanzioni e gettando le basi per una futura collaborazione.
Il disegno, per ora, ha funzionato. L’Iraq che uscirà dalla guerra sarà un paese devastato da più di quindici anni di distruzioni. Una nazione debole e divisa, che finirà probabilmente sotto l’ombrello iraniano. Ma non è detto che l’amministrazione Trump decida di limitare il potere iraniano nell’area, tornando ai vecchi progetti egemonici che hanno provocato le attuali rovine.

 

L’intervento saudita in Yemen, anche se apparentemente scollegato dagli altri conflitti dell’area, è invece frutto di quegli stessi contrasti. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalla proiezione strategica iraniana, e sta cambiando volto rapidamente. Con una serie di riforme interne, la monarchia saudita sta cercando di elevarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (cercando di superare l’immagine di un regime autoritario e discriminatorio), e di sopire i gravi contrasti sociali che si stanno profilando al proprio interno.
In politica estera, la paura verso un ritorno di fiamma iraniano (e quindi sciita) nell’area, e di un’egemonia iraniana nel Golfo Persico, si è tramutata in un attivismo senza precedenti.
L’Arabia Saudita ha stroncato la sollevazione sciita in Bahrain nel 2011, strascico della Primavera Araba, con il tacito assenso occidentale.
Ha provocato nel 2015 una vera e propria guerra petrolifera, vendendo il greggio a prezzi stracciati (contravvenendo alle prescrizioni dell’OPEC) per danneggiare Russia e Iran (e, indirettamente, le politiche ecologiste di Obama), e per far valere la propria voce a livello globale.
La rivolta della minoranza sciita in Yemen, con il rovesciamento del governo sunnita ha poi dato il pretesto all’Arabia Saudita per intervenire militarmente. Il conflitto si è ben presto trasformato in un’altra “guerra per procura”, con una fazione sciita separatista appoggiata dall’Iran e da Hezbollah, e una fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita.
Il conflitto dello Yemen, che ha provocato più morti della Guerra Civile Ucraina, è ben lontano dall’essere risolto, ed è finora costato una cifra impressionante all’Arabia Saudita (quasi 82 miliardi di dollari di spesa militare nel 2015, pari a oltre il 12% del suo PIL). È probabile che l’Arabia Saudita esca vincitrice da questi conflitti, ma a un costo economico e sociale davvero imponente.

 

Infine in Libia la guerra civile provocata nel 2011 dalle sollevazioni popolari contro Gheddafi e dall’intervento militare anglo-francese potrebbe essere ad un punto di svolta. Le forze islamiste hanno ormai segnato il passo, e il governo laico della Cirenaica, appoggiato da Francia ed Egitto (e che gode delle simpatie dell’Italia), è in diretta competizione con il Governo di Accordo Nazionale, istituito sotto la guida dell’ONU e sostenuto da USA e Turchia.
L’Italia, che ha gradualmente assunto un ruolo guida nella gestione del conflitto, svolge un’importante opera di mediazione tra il generale Khalifa Bashar Haftar del governo di Tobruk e il primo ministro Fayez al Sarraj. Il colloquio tra i due, il 4 maggio scorso, è stato positivo, ma le difficoltà politiche e militari rimangono. Qui, la posizione italiana è delicata, e l’intervento militare italiano, stimato a inizio 2017 intorno ai 300 militari sul campo, rischia di allargarsi.
All’Italia spetterà probabilmente anche il ruolo di gestione della delicatissima fase postbellica, e i governi italiani dovranno dimostrare di disporre della lungimiranza e della consistenza politica necessari a portare avanti un serio processo di pacificazione.

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

Usa da Spykman alla Geopolitica del caos

“La realtà è che siamo in guerra”: questa volta non è la frase ad effetto di un giornalista, ma è una voce che viene dal capo del Pentagono, Ash Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso per aggiornare sulla strategia degli Stati Uniti contro l’Is. Non sono parole da poco conto. Specialmente se inserite nel difficile riquadro mediorientale degli ultimi mesi.
Carter ha detto di aver “personalmente contattato” 40 Paesi per chiedere un maggiore contributo nella lotta allo Stato islamico. “Gli Usa sono pronti all’invio di elicotteri Apache e consiglieri militari in Iraq” per aiutare le forze locali a riprendere il controllo di Ramadi. Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Isis”.
Certamente gli ultimi mesi verranno ricordati per essere stati i mesi del cambiamento nella concezione delle alleanze ad occidente. Sebbene rimanga inscaffibile la dottrina Spykman, diversi sono gli attori a cui Washington si sta accompagnando e di sicuro sono quantomai strani. Esattamente strani, perché in una guerra contro l’Islamic State. L’IS fortemente ancorato alla matrice sunnita, vede come protagonista per la Nato  la Turchia e per la diplomazia le monarchie del Golfo. Quest’ultime che ormai permangono negli interessi statunitensi più di Israele.
Certamente l’accordo sul nucleare iraniano e la ritrovata comunicazione di Tel Aviv con Mosca hanno posto gli Stati Uniti d’America difronte la difficile situazione di scelta. Logicamente tanto le monarchie del golfo, quanto Israele, sono indispensabili per il controllo del Rimland, ma la propensione per le prime appare in questo momento storico superiore. E questo è un cambio di passo storico, almeno nella percezione che Washington vuol dare di sè internamente ed esternamente.
Quanto alla lotta all’Is gli Usa sono fortemente indietro. Questo per stessa ammissione di Carter il quale ha detto che non sono stati ottenuti i risultati voluti: “Sono d’accordo con il generale Dunford che non abbiamo contenuto l’Is”, ha proseguito Carter, che ha detto ancora che gli Stati uniti sono pronti a usare elicotteri d’attacco nella battaglia per riprendere Ramadi, in Iraq, in caso di richiesta del governo di Baghdad. Il segretario alla Difesa ha sottolineato però che dispiegare “significative” forze di terra Usa in Siria e in Iraq è una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto.
Un’americanizzazione del conflitto non è al momento prevista, ma la determinazine russa sta creando un certo spaesamento tra gli alleati. Uno in particolare, ossia la ferita Francia vive da settimane nella difficile e complicata transizione ad una doppia alleanza. Da un lato vi è la solida e secolare, fin dai tempi di Jefferson, alleanza con gli Stati Uniti d’America, dall’altra quella con la Russia e i suoi interlocutori.Un tema quello delle alleanze, assai delicato, anche fuori dalla regione mediorientale. In questo contesto l’appartenenza alla Nato della Turchia, complica ulteriormente il quadro nel momento in cui l’organizzazione atlantica è impegnata nel contenimento del rinato splendore ” internazionale ” di Mosca. La tensione russo-turca può infatti impedire che Cremlino e Casa Bianca riescano affettivamente a convergere sugli obiettivi.
Problemi non dissimili hanno i russi con gli iraniani, i primi, insieme con i fidi alleati Hezbollah libanesi, a mettere gli “scarponi sul terreno”. Teheran è grata a Mosca per il ruolo che questa ha avuto nel negoziato sul nucleare iraniano, ma rivendica il fatto di aver tenuto in piedi Assad mentre il regime stava per collassare. Ora gli iraniani vogliono dire la loro sul futuro del regime, dal momento che ritengono vitale per i propri interessi che l’arco sciita, che da Teheran alla Beirut di Hezbollah passa per Damasco, rimanga ben teso. E perché resti tale, gli alawiti, setta di derivazione sciita, devono restare al potere, con o senza Assad.

Ora, se cent’anni fa Spykman avesse intravisto questo deliberato e scientemente organizzato caos, forse, i suoi scritti non sarebbero mai giunti al grande pubblico. D’altronde quella attuale più che una situazione di intrecci geopolitici appare come la prima mano di una partita a Risiko con sei giocatori:Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele e l’insignificante Europa.

Il Pentagono teme un cielo affollato per Damasco

Prosegue la scabrosa escalation russa in Siria. I cacciabombardieri della VVS (Военно-воздушные силы Российской Федерации) arrivati la scorsa settimana nella base di Latakia, l’avamposto militare avanzato sulla costa siriana dove dall’inizio di settembre i capienti aerei da trasporto An-124 scaricano mezzi corazzati e materiale logistico per approntare una forza offensiva, hanno portato il primo attacco russo contro l’IS nei pressi di Talbiseh, nella provincia di Homs.

L’approvazione è stata data ieri della camera alta di Mosca, sottolineando che per ora verranno coinvolte solo le forze aeree. Il Cremlino ha annunciato:

“L’obiettivo militare delle operazioni è mirato al supporto aereo delle forze governative siriane nella loro lotta contro lo Stato islamico. Il presidente della Repubblica araba siriana ha richiesto alla leadership del nostro Paese di fornire assistenza militare. Il terrorismo deve essere combattuto, ma è ancora necessario osservare le norme del diritto internazionale.”

Si parla di una forza area 28 cacciabombardieri ( 4xSu-30, 12xSu-25, 12xSu-24) oltre ai 12 elicotteri da combattimento, presenti sulle piste della base siriana che nell’ultimo mese è stata allestita per accogliere quello che ora completato è: il contingente russo in supporto delle forze governative di Damasco.

Durante l’incontro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Obama e Putin hanno discusso riguardo la posizione della Russia all’interno della coalizione anti-IS, ma non sono ancora chiari i risultati, anzi, sembrerebbe che il messaggio emanato oggi dalla Russia sia stato –” Sgombrate i cieli” –  Richiamando la violazione del diritto internazionale da parte della NATO, e questo potrebbe essere un problema da non sottovalutare.

Proprio nei giorni scorsi per esempio, l’Armée de l’Air francese ha operato con 5 dei suoi caccia, sferrando il suo primo discussimo raid non permesso su un campo di addestramento del Daesh designato dalle forse di coalizione come attivo. Le missioni di ricognizione e i bombardamenti strategici o di supporto delle forze congiunte della NATO, al quale interno operano attivamente da vari mesi USAF per gli Stati Uniti, RAF e RCAF per Uk e Canada, AAF per la Francia, e RJAF per la Giordania, UAEAF per l’Arabia Saudita, sono all’ordine del giorno nello spazio aero siriano, e un ennesimo giocatore non contemplato nella partita potrebbe creare confusione e una certa dose di rischio.

Dopo il fallimento maturato dalla strategia USA contro l’IS, che l’ha visti perdere il 90% dei ribelli addestrati dalle agenzie preposte, tra i morti e quelli passati al nemico con l’intero equipaggiamento fornitogli (777,000 $ per unità), il Pentagono avrebbe ridisegnato i propri piani concentrandosi sulle unità JTAC, capaci attraverso il puntamento laser, o un nuovissimo programma Android, di coordinare le forze di terra con il supporto aereo ravvicinato e fulmineo della coalizione.

Per questo si accende il timore del Pentagono riguardo agli eventuali rischi che potrebbe provocare la presenza nello spazio aereo siriano dei jet da combattimento inviati dal Cremlino senza piani di volo o piani missione condivisi ( senza contare la presenza di una portaerei cinese). Nonostante le contromisure e tutte le regole d’ingaggio che il protocollo contempla, lo stretto contatto con gli aerei già operanti della coalizione potrebbe dare luogo ad attriti o peggio a incidenti in volo che potrebbero aggravare non poco gli equilibri diplomatici su una crisi che rivela due modi antitetici, o due vecchi assetti se preferiamo, di misurasi e impegnarsi su uno scenario che racchiude interessi politici ed economici per entrambi le parti: reggenza legittima di uno stato straniero, flussi migratori, e simpatie per Assad a parte.

Come per tanti altri casi nella storia della Guerra Fredda, quella che fu, non quella che ora si aggira come uno spettro in Medio Oriente, la distesa celeste da percorrere a mach 2 è il palcoscenico, e le uniche vittime sacrificali di un incidente tra potenze mondiale sarebbero gli sventurati piloti militari che potrebbero rimanerne coinvolti.  Perché ad essere seri, riusciamo ad immaginare una prospettiva che voglia tenere conto delle conseguenze di un abbattimento tra potenze mondiali ?

 

 

Boko Haram – Isis, una nuova alleanza?

È recente la notizia che Boko Haram, l’organizzazione terroristica jihadista nigeriana, ha professato fedeltà allo Stato Islamico o almeno così sembrerebbe secondo le intenzioni del suo leader Abubakar Shekau. Negli stessi giorni, a Bamako, capitale del Mali, ha avuto luogo un attentato in un bar frequentato per lo più da occidentali. A causa di quest’atto terroristico hanno perso la vita cinque persone (un francese, un belga, il quale lavorava per la delegazione della Commissione europea, e tre cittadini maliani). Sono rimaste ferite almeno nove persone, tra queste, alcuni cittadini svizzeri che si trovano in Mali in quanto parte del contingente ONU.

L’attentato è stato rivendicato dal gruppo jihadista algerino guidato dal guerrigliero Mokhtar Belmokhtar. È possibile che l’ondata jihadista terrorista che ormai da anni ha travolto il nord del paese possa estendersi anche alla capitale del Mali?

Il The Washington Post di lunedì 9 marzo sosteneva che all’interno dello Stato Islamico, in questo momento, ci sarebbero grandi divisioni, legate soprattutto alla provenienza dei miliziani. In particolare, scontri tra i jihadisti autoctoni (quindi iracheni e siriani) e jihadisti esterni (gli stranieri giunti in loco per unirsi al califfato).

Cominciamo dai fatti e dalla cronaca.

Dalle varie ricostruzioni e testimonianze dei sopravvissuti all’attentato riportate dalla stampa, sappiamo che Venerdì 6 marzo, poco dopo la mezzanotte, un commando di sei persone è giunto in macchina a Rue Princesse, la via centrale della movida di Bamako. Uno di questi guerriglieri è salito al primo piano de “La Terrasse”, noto ristorante della capitale frequentato da occidentali e da una classe medio alta maliana, e ha lanciato tra i clienti del locale una granata. Questa fortunatamente non è esplosa e, dopo la mancata deflagrazione, il terrorista ha cominciato a sparare all’impazzata cercando di colpire prevalentemente i bianchi e gli occidentali.

La rivendicazione di questo attentato da parte di Mokhtar Belmokhtar è arrivata puntuale.

Secondo fonti di intelligence, Mokhtar Belmokhtar, battitore libero del jihadismo, in quanto ha cambiato diverse volte bandiera, facendo sempre in qualche modo la sua guerra nel grande spazio tra l’Algeria, il Mali e la Mauritania, poco prima dell’attentato si era recato in Nigeria per incontrare il gruppo terroristico Boko Haram. Forte della guerra della sua organizzazione contro l’esercito nigeriano, nigerino e quello ciadiano, sarebbe tornato in patria con una nuova strategia. La volontà di cambiare registro e di superare una linea di non ritorno che fino ad allora ancora non era stata varcata: attaccare la capitale ed i civili.

Le autorità maliane, purtroppo, non sono riuscite a bloccare i terroristi.

Si parla spesso di una guerra tra brand. In questo momento lo Stato Islamico è quello che in assoluto “tira di più” (usando un verbo del gergo del marketing). Sappiamo che in Mali sono attivi, soprattutto al nord del paese, gruppi ancora legati ad Al Qaida. Mentre Boko Haram, come già detto si è invece professato vicino al califfato. Si può dire a questo punto che anche in Africa questi due brand, che sono i brand del jihadismo globale, si fanno concorrenza.

Un elemento fondamentale da osservare è che fino ad ora l’appeal maggiore lo Stato Islamico lo ha avuto in paesi arabofoni. E le trasformazioni reali da Al Qaida a Stato Islamico si sono avute esclusivamente tra paesi arabofoni che hanno maggiore contatto  tra loro, grazie a jihadisti che migrano da una parte all’altra del mondo arabo per presentarsi sui diversi teatri di combattimento.

Quanto sul serio dovremo prendere l’intenzione di Boko Haram di affiliarsi al califfato non possiamo dirlo. Certo è che la procedura teorica di affiliazione di Abu Bakr al-Baghdadi (cioè del neo califfo) vorrebbe che la denominazione Boko Haram si sciogliesse in un’altra denominazione, diventando appunto una provincia (“wilaya”) dello Stato Islamico. Ciò non è avvenuto diversi mesi fa, quando Boko Haram aveva già dichiarato il proprio apprezzamento nei confronti del califfato, e non è avvenuta oggi. Tuttavia, non è escluso che Boko Haram nei prossimi mesi possa compiere questo passo.

Un portavoce dell’esercito nigeriano ha dichiarato che questo annuncio da parte di Boko Haram rappresenterebbe in realtà un segnale di debolezza. Sentendo la pressione non soltanto dall’esercito nigeriano, ma anche dalla comunità internazionale che sta combattendo, Boko Haram adesso cercherebbe un appoggio per così dire “mediatico” da parte del brand o addirittura in maniera sostanziale da parte del califfato.

A mio avviso quest’aiuto risulta di difficile attuazione. Un vero collegamento tra questi due gruppi terroristici si rende difficile proprio per motivi logistici. Dunque,ritengo sia corretta l’osservazione che questo potrebbe essere un segnale di debolezza.

Al riguardo, il Washington Post, tornando allo Stato Islamico presente sul territorio, sostiene che al suo interno ci sarebbero delle divisioni soprattutto tra stranieri ed indigeni. Quindi tra siriani ed iracheni e tutti i jihadisti giunti dall’estero. Questa divisione potrebbe essere per lo Stato Islamico, se non addirittura più pericolosa dell’azione militare della coalizione a guida diciamo iraniano-statunitense, tanto preoccupante per il califfo quanto l’avanzata della coalizione internazionale.

Su questo ritengo che l’analisi sia abbastanza importante. Lo Stato Islamico fin dalla sua nascita, quando si chiamava Stato Islamico di Iraq, ha vissuto sempre una grossa ambivalenza al suo interno: cioè il fatto di poter vivere attraverso un sistema di propaganda che gli assicurava un afflusso di jihadisti dall’estero e la gestione dei jihadisti autoctoni che ha a che vedere invece con politiche locali molto strutturate.

In Iraq lo Stato Islamico è sostanzialmente un’associazione criminale, quasi mafiosa, quindi l’interesse del jihadista iracheno medio non coincide con quello del jihadista foreign fighter che arriva magari per motivi ideologici, per quanto questi possano essere leggeri e superficiali. Dunque, questa è senza dubbio una debolezza strutturale dell’organizzazione con la quale lo Stato Islamico ha convissuto da sempre e con la quale dovrà continuare a convivere.

Riccardo Di Marco

Isis + Islam = Disinformazione

Come se non ci fosse già abbastanza isteria per le decapitazioni e le barbarie dello Stato Islamico, un grandissimo esempio di disinformazione programmata è stato mandato in onda in prima serata su La7 nel talk show Piazza Pulita. Senza che ovviamente quasi nessuno, eccezion fatta per Francesco Lozzi de Gli stati generali che ha segnalato il caso e successivamente Striscia la Notizia, abbia avuto da ridire niente.

Dicevamo di Piazza Pulita. La puntata di lunedì 16 febbraio ha avuto come tema principale la crisi libica. Crisi che, per la verità, dura da molto tempo ma della quale sembriamo esserci accorti solo ora. Al sessantunesimo minuto della puntata Corrado Formigli lancia un contributo video così:«L’agenzia GC Communication ci ha segnalato questo frammento, questo video che viene dalla Tunisia. La Tunisia la possiamo forse considerare il paese forse più vicino a noi da un punto di vista geografico, un paese dove c’è un governo laico…». Dopo qualche secondo, con sapiente uso del mezzo televisivo, Formigli lancia il video con tono tanto improvviso, quanto drammatico. Nel contributo si vede una manifestazione svoltasi a Tunisi piena di uomini bendati che intonano cori inneggianti all’applicazione della Sharia di Allah. Si rientra in studio e prima di lanciare la pubblicità, Formigli chiarisce il contenuto del video:«Queste immagini sono state caricate adesso, diciamo, qualche giorno fa, sono comunque relativamente recenti, sicuramente recenti e riguardano una manifestazione ISIS in Tunisia.» Era difficile accumulare tante falsità in così poche parole, ma bisogna ammettere che il conduttore di Piazza Pulita si è davvero superato. Andiamo per ordine e procediamo per punti:

1)      Le immagini che ritraggono la “manifestazione di qualche giorno fa” sono stranamente identiche a quelle di un video che è tutt’oggi possibile vedere su Youtube. Peccato che il video in questione sia stato caricato il 26 marzo 2012 e non “qualche giorno fa”.

2)      Se il video risale al marzo del 2012 non si tratta di alcuna “manifestazione ISIS”, ma più verosimilmente di una dimostrazione di altre associazioni islamiste salafite, giacché all’epoca dello Stato Islamico non si aveva la benché minima menzione, almeno in Nord Africa.

3)      Il fatto che vi siano bandiere nere uguali a quelle che utilizza l’ISIS non vuol dire che quelle stesse bandiere siano state create dallo Stato Islamico. A ben vedere su quelle bandiere vi è scritto “shahāda”, ossia la testimonianza con cui ogni credente dichiara di credere in un solo Dio. Piuttosto è l’Isis che si è appropriato di quelle bandiere, non il contrario.

4)      Perché celare la data del video? Se è stato fatto apposta è lecito pensare che vi sia della malafede da parte di trasmissioni come Piazza Pulita alla ricerca di soddisfare dati auditel così bulimici da inghiottire in un sol boccone le notizie vere. Se l’errore è stato dovuto ad una svista, la situazione non migliora: anzi, ogni pseudo giornalista di questo mondo dovrebbe controllare le fonti dalle quali attinge. Non basta pulirsi la coscienza dicendo che questo video “ci è stato segnalato dall’agenzia GC Communications”.

5)      Ancor più vergognoso è che nella puntata della settimana successiva (come è possibile vedere nel video) Formigli, invece di ammettere l’errore e di scusarsi con i telespettatori, abbia la faccia tosta di dichiarare che lui aveva detto “relativamente recente” e che – bontà sua – lasciava agli spettatori decidere se un video del marzo 2012 era più o meno recente. Tralasciando volutamente che nella puntata precedente aveva detto chiaro e tondo che il video era di “qualche giorno fa” e che ritraeva una “manifestazione Isis”.

Ovviamente con queste affermazioni non si vuole negare la natura e la gravità del fenomeno del terrorismo islamico; si vuole però condannare lo spettacolo mediatico che ci si vuole costruire sopra, la ricerca continua del sensazionalismo a scapito della corretta informazione da dare ai lettori e ai telespettatori, la distruzione sistematica di tutto ciò che ha a che fare con l’Islam e i musulmani

Non è corretto presentare uno squilibrato che afferma che la Terra è ferma ed è il Sole che gli gira attorno come il “teologo dell’Islam”, ossia come di un sapiente che rappresenta e che parla a nome dell’intera “oscurantista” religione islamica. O meglio, si può fare, a condizione che si relativizzi e si ricordi anche di quando un certo cardinale di nome Joseph Ratzinger (quando ancora non era Papa) descriveva la saga di Harry Potter portatrice di «subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità dell’anima, prima che possa crescere propriamente». Nella grancassa mediatica corrente, però, non fa notizia fare distinguo, ricordare gli scivoloni dialettici di importanti rappresentanti del cattolicesimo; perciò non ci si ricorda neanche di quando il vescovo emerito di Grosseto, Monsignor Giacomo Babini, al tema dell’omosessualità dedicava sobrie ed equilibrate riflessioni come la seguente:«Mi fa ribrezzo parlare di queste cose e trovo la pratica omosessuale aberrante, come la legge sulla omofobia che di fatto incoraggia questo vizio contro natura. I vescovi e i pastori devono parlare chiaro, guai al padre che non corregge suo figlio. [,,,] Cosa dovrebbero fare i gay? Pentirsi di questo orribile difetto». Le parole del Monsignore non si facevano più gentili nei confronti dell’Islam:«È una religione violenta ed anticristiana e distinguere tra Islam moderato e estremo non ha senso. L’Islam é unico e il brodo di coltura sono proprio i Paesi moderati. Nazioni islamiche ricche ad Haiti non hanno mandato neppure un soldo. Bisogna svegliarsi dal letargo e difendersi dall’Islam, prima di essere colonizzati».

Queste dichiarazioni sono assolutamente esecrabili e molti quotidiani le evidenziarono in negativo. Eppure nessuno scrisse e fece passare il messaggio che Monsignor Babini parlava a nome e in rappresentanza dell’intera comunità cattolico-cristiana mondiale. E la spiegazione è presto detta; non c’era l’interesse mediatico a farlo. Invece, ora che i video del terrorismo islamico sono in alta definizione e sono riproposti a rete unificate manco si trattasse del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, vi è un’evidente intenzionalità nel seminare il panico tra le persone. Lo scopo neanche troppo nascosto è quello di far passare il messaggio che è semplicemente impossibile parlare di dialogo tra culture se “gli arabi islamico-estremisti smentiscono persino le teorie scientifiche di Galileo Galilei”; e pazienza se a costringere ad abiurare Galileo fu la Santa Inquisizione e non l’applicazione della Sharia Islamica. La dichiarazione di uno diventa il pensiero di tutti: è così semplice e così maledettamente riproposta la ricetta mediatica dello “scontro di civiltà”.

E a proposito di stampa, ci si aspetterebbe che almeno su un tema delicato come quello della crisi libica si agisca con prudenza. Neanche per sogno! Così subito il circolo mediatico ((Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa su tutti) rilancia la notizia di fantomatiche incursioni egiziane in territorio libico via terra che avrebbero portato all’uccisione di 155 miliziani e all’arresto di altri 55. Peccato che poi Raffaella Menichini di Repubblica, in risposta ad un tweet della giornalista di Radio Popolare Laura Cappon che aveva chiarito come il portavoce dell’esercito egiziano le avesse comunicato che non vi era stata alcuna offensiva terrestre, sia costretta ad ammettere (solo su Twitter) che il quotidiano di Largo Fochetti si sia affidato solo alle agenzie di stampa. “Errore grave”. Eh sì, errore grave. Intanto ormai la notizia ha fatto il giro di tutte le redazioni ed è stata irrimediabilmente spacciata come vera.

Cappon Menichini

Sempre per rimanere in casa, non è di migliore qualità la bufala rilanciata da un settimanale (solitamente serio) come l’Espresso, che ha rilanciato la notizia di due “presunti terroristi islamici, forse di nazionalità libica” presenti nel territorio romano. Peccato solo che il giorno dopo Aska News, abbia fatto quello che tutti i giornalisti dovrebbero fare, ossia verificare le fonti, e abbia contattato il Comando provinciale dei carabinieri, che ha fatto sapere come «l’identikit diffuso dall’Espresso riguarda due giovani di cui non si conosce né la nazionalità né l’identità. Nei giorni scorsi si erano recati presso un’armeria di Roma e avevano chiesto informazioni sui prezzi di giubbotti antiproiettili e visori notturni, allontanandosi poi dal negozio senza acquistare nulla. La vicenda è stata appresa dai carabinieri di zona che si sono attivati per cercare di identificarli. Si sono fatti descrivere come erano fatti e quindi hanno diffuso alle pattuglie della zona questo identikit, ma i due non sono stati mai trovati e non sono stati mai identificati con un documento. Al momento, dunque, non c’è nessun elemento per collegare l’accaduto al terrorismo internazionale, ma stiamo facendo tutti gli accertamenti del caso». Inutile aggiungere che se si cerca la notizia sul sito dell’Espresso campeggia ancora la sigla “ESCLUSIVO” e non vi è una riga di smentita sull’allarme erroneamente procurato.

Ma anche a questo c’è probabilmente un perché. Bisognava alimentare il teatrino mediatico del tanto pubblicizzato tweet dell’Isis “Stiamo arrivando a Roma”, che l’Huffington Post rilancia a caratteri cubitali sulla propria Home Page. Anche qui, controllare le fonti richiedeva troppo sforzo: la notizia è stata battuta da Rita Katz dell’organizzazione for-profit Site, ascoltata scientemente dai nostri media manco fosse la Bibbia. Della signora in questione un interessante profilo del The New Yorker (risalente a ben nove anni fa) riportava di una sua certa ossessione a costruire trame che non stavano in piedi, come quando pubblicizzò un manuale che consigliava di utilizzare il Botulino in caso di attacchi terroristici, tesi improbabile, puntualmente smentita dagli esperti. Per non parlare del fatto che la signora Katz non risponde mai ai chiarimenti chiesti dagli utenti sulle notizie che rilascia; non lo ha fatto neanche quando Fabio Chiusi di Wired le ha chiesto quanti account ricollegabili all’Isis avevano effettivamente minacciato di poter arrivare a Roma.

Rita Katz - Fabio Chiusi

Il tweet originale è stato poi ritwittato solamente 18 volte da quindici utenti. Non proprio una propagazione virale da poter giustificare un tale allarmismo. Eppure se si vanno a rileggere gli articoli e i titoli comparsi quei giorni nei nostri maggiori organi di informazione si ha la sensazione di un attacco ormai imminente. Episodi come questo sono allarmanti e fanno riflettere (prima ancora che sulle minacce dell’Isis) sullo stato della nostra informazione. Possibile che i maggiori quotidiani italiani non si possano prendere la briga di controllare da dove provengano davvero gli avvertimenti rilanciati in pompa magna dal Site? Se anche un cittadino comune (come il sottoscritto) è in grado di andarsi a ricercare l’articolo del New Yorker del 2006, dovrebbe essere quanto meno possibile anche per i professionisti dell’informazione.

In tutta questa fantastica letteratura si è aggiunta anche la notizia riportata su tutti i media del presunto italiano tra le fila dell’Isis che avrebbe detto (in un video con la voce fuoricampo) “Yalla, yalla, piano, piano”. La notizia viene rilanciata e si propaga rapidamente: è la prima “prova” filmata di un italiano tra le fila dell’Isis. Solo dopo, quando ormai la maggior parte della persone si è ormai messa in testa che l’operatore dell’Isis fosse italiano, ci si è incominciati ad interrogare sul fatto che forse la voce che si sente in sottofondo non dice propriamente “piano, piano”, ma bensì “Ya rab”, che in arabo vuol dire “O padrone” (invocazione che si riferisce a Dio).

Tutto questo andrebbe sottolineato e correttamente riportato ai lettori se il vero scopo fosse quello di dare un’informazione corretta, che non speculi su argomenti così delicati come il terrorismo e il radicalismo religioso. Un’informazione che non cerchi il sensazionalismo e l’allarmismo ad ogni costo, ma che si preponga davvero di mettere la narrazione del fatto (qualora vi fosse) al centro dei propri obiettivi. È senz’altro vero che la realtà è spesso interpretabile e mai in un solo senso; quest’ultimo aspetto, però, non dovrebbe servire come pretesto per tralasciare o equivocare – per ignoranza, o peggio, per pigrizia – particolari fondamentali per l’interpretazione corretta di una notizia. Se invece i fatti non sono correttamente contestualizzati di proposito, allora sarebbe meglio che si dicesse chiaro e tondo:«Vogliamo a tutti i costi perseguire lo scontro di civiltà!». Almeno i lettori ne sarebbero consapevoli e potrebbero comprendere che in questo scontro di civiltà (o presunto tale), di incivile c’è, in primis, proprio gran parte della stampa.

D’altronde, dovremmo stare tranquilli: secondo quanto dichiarato con raro sprezzo del ridicolo da tal Davide Bellomo  in un’intervista al Tempo, il temibile leader dell’ISIS, Abu Bakr al Baghdadi, è in realtà un trafficone alcolizzato (per giunta gay). Perciò niente paura: il nemico non dovrebbe essere così invincibile, no?

ISIS: Sono i jihadisti occidentali la vera minaccia?

Sono sempre di più gli Europei che aderiscono al folle progetto espansionistico dell’ISIS, convertendosi all’Islam e adottandone i metodi sanguinari. Come avviene il processo di reclutamento in Europa? E, soprattutto, cosa spinge gli occidentali a radicalizzarsi? 
 
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Alla fine dello scorso giugno, l’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) proclamò la nascita del nuovo Califfato, riportando la lotta al terrorismo in cima alle priorità del mondo occidentale.

Da allora, in molti si sono uniti alla battaglia intrapresa dagli Stati Uniti contro gli estremisti dell’ISIS: a comporre la coalizione, sia alleati regionali, tra i quali Qatar, Egitto, e Kurdistan (Iraq), sia Paesi Occidentali, Europei e non (Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia, Canada…).

Sebbene la coalizione guidata dagli Stati Uniti sia riuscita a bloccare l’avanzata dell’ISIS nella città strategica di Kobane e a Erbil,  con incessanti bombardamenti aerei, il gruppo estremista non ha sino ad ora mostrato segni di cedimento, continuando a decapitare ostaggi occidentali a un ritmo sempre più allarmante: ultima vittima della furia omicida dei fondamentalisti, l’operatore umanitario Peter Kassig.

La decapitazione di Kassig, al pari delle precedenti esecuzioni, rappresenta l’ennesima dimostrazione di forza che l’ISIS ha voluto dare a Obama e ai suoi alleati: nonostante gli sforzi e i successi della coalizione anti-ISIS, i jihadisti perpetueranno la loro folle, sanguinaria crociata.

Nel video in cui è mostrata l’esecuzione di Kassig, insieme all’uccisione di alcuni soldati siriani, appaiono tra i jihadisti tre giovani europei: quale miglior propaganda mediatica avrebbe potuto usare l‘ISIS per presentarsi come un potente movimento internazionale, se non mostrare che persino i cittadini del “fronte nemico” intendono unirsi al suo progetto religioso, politico e sociale?

Nonostante la maggior parte dei combattenti dell’ISIS provenga dal Medio Oriente, sono molti gli europei che il gruppo estremista continua, ogni giorno, a reclutare.

I jihadisti inglesi, in particolare, hanno combattuto al fronte al fianco dei jihadisti mediorientali sin dalla nascita dell’ISIS. Ne è un famoso esempio l’uomo che, nei video delle esecuzioni, appare mascherato e con un coltello in mano, parlando inglese con un chiaro accento londinese.

Oltre che su Internet, dove numerosi siti web sono dedicati al processo di conversione all’Islam e a propagare la parola di Allah, anche città come Londra pullulano di predicatori dell’ISIS, impegnati nel  convincere i giovani musulmani ad aderire al progetto del gruppo terrorista e viaggiare in Siria e in Iraq per sostenere la causa.

Uno di questi predicatori, l’ex avvocato britannico Anjem Choudary, è stato recentemente arrestato con l‘accusa d’incoraggiare il terrorismo. Nell’arco degli incontri che organizzava in un seminterrato nella zona Est di Londra, Choudary ispirava i suoi seguaci a seguire il messaggio di Allah, più potente di qualsiasi democrazia. Appeso alle pareti del seminterrato, troneggiava un poster raffigurante Buckingham Palace trasformato in una moschea.

In un’intervista rilasciata a CBS News, il predicatore ha dichiarato che i suoi incontri, a Londra e all’estero, hanno convinto più di cinquecento persone ad abbracciare la causa dell’ISIS.

In una sconvolgente affermazione, uno dei seguaci convertiti da Choudary ha ammesso di non poter amare la sua stessa madre, poiché non musulmana; un combattente olandese, convertitosi alla religione islamica da adulto,  ha confessato che, se obbligato dalla causa, ucciderebbe persino il proprio padre.

Quando un cittadino europeo viene radicalizzato, accetta di rinunciare al proprio passato, alle proprie radici e ai propri affetti, adeguandosi a una realtà che sostiene di voler raggiungere il giusto equilibrio nel mondo in nome della religione, ma che cerca di raggiungere il proprio obiettivo tramite l’uso sconsiderato della violenza. Una realtà, quella dell’ISIS, che usa le guerre americane in Afghanistan e Iraq come pretesto per giustificare ogni tortura, omicidio e privazione dei più basilari diritti umani.

Cosa spinge i cittadini Occidentali, istruiti e abituati a una vita certamente più facile di quella che potrebbero avere nel Califfato, ad accorrere al fronte, per combattere una causa che non appartiene loro?

La risposta è più semplice di quanto si possa credere.

Potere. Fama. Gloria.

Le società occidentali, in particolare europee, vivono dall’inizio dell’ultima crisi economica in una situazione di costante precarietà (reale o percepita), in cui i giovani non hanno certezze per il futuro ed emergere è sempre più complesso. Quale opzione se non fuggire in direzione di un mondo che promette ricchezze, potere e immensi benefici per coloro che ne condividono i valori e gli obiettivi?

La vera minaccia dell’ISIS non è in Siria, o in Iraq. E’ molto più vicina, annidata nel cuore delle più evolute capitali occidentali, portata avanti da individui apparentemente integrati nel sistema in cui vivono, ma il cui progetto terrorista è pronto a esplodere da un momento all’altro.