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Finanza islamica: nuovi strumenti di finanza, inclusivi e sostenibili

Finanza islamica: nuovi strumenti di finanza, inclusivi e sostenibili – mercoledì 24 ottobre 2018 dalle ore 15:30 presso la sede della FEBAF – Via San Nicola da Tolentino 72 -Roma.

La finanza islamica di fronte al suo “turning point” decisivo: la sua compatibilità economico-finanziaria con i paesi di Civil Law verrà analizzata durante l’evento Finanza islamica: nuovi strumenti di finanza, inclusivi e sostenibili che, compreso nell’ambito di Diplomacy, il Festival della democrazia, si terrà  mercoledì 24 ottobre 2018 dalle ore 15:30 presso la sede della FEBAF a Roma in Via San Nicola da Tolentino 72.

Un argomento particolarmente attuale, basti pensare a quanto sostenuto da Visto già il 9 aprile del 2013: “finanza islamica, opportunità per l’Italia. Particolarmente interessante anche dal punto di vista dell’emittente italiano è infatti capire le modalità di sviluppo del mercato dei sukuk, i certificati finanziari islamici (l’equivalente delle nostre obbligazioni, comprese quelle pubbliche), che però, poiché la Sharia, la legge religiosa islamica, non consente il pagamento di interessi su un prestito, sono strutturati giuridicamente come titoli di proprietà di un attivo che genera flussi finanziari. «L’opportunità di attrarre capitali stranieri e l’intensità di legami commerciali e finanziari con la sponda Sud del Mediterraneo rende sempre più importante, per il nostro Paese e il suo sistema finanziario, essere preparato alla conoscenza e agli strumenti operativi per interagire con quei sistemi che obbediscono ai principi della finanza islamica» ha sottolineato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’introdurre i lavori del seminario. Ma Visco ha indicato anche tre aspetti che attualmente rappresentano un freno per lo sviluppo della finanza islamica nel nostro continente. Il primo è nel campo della politica monetaria ed è connesso al fatto che la struttura dell’Eurosistema si basa su strumenti finanziari fondati sul tasso di interesse. Il secondo elemento, ha spiegato il numero uno della banca centrale italiana, è che le banche europee hanno l’obbligo di garantire uno schema di assicurazione dei depositi, mentre la giurisprudenza islamica non lo permette. L’ultima questione ricordata dal governatore riguarda la corporate governance: da noi il consiglio d’amministrazione di una banca ha la responsabilità unica delle sue decisioni mentre nei paesi islamici c’è anche lo “Sharia board” che verifica la conformità delle scelte economiche alla legge religiosa.”

Da quel momento in poi la situazione non si è evoluta in senso positivo anche e soprattutto della particolare contingenza storica ed a una sorta di pregiudizio insito all’interno della società occidentale. Queste problematiche verranno discusse il prossimo mercoledì 24 ottobre.

PROGRAMMA DELL’EVENTO

Saluti: Rappresentante Febaf

Abd al-Sabur Turrini, Direttore COREIS, membro Shariah Board per la Finanza Islamica

Gabriele Mele, analista di politica internazionale e del medio oriente

Paolo Biancone, Prof. Ord. Business Administration Università di Torino, direttore Ercif, editor European Journal of Islamic Finance

Daniele Frigeri, Direttore CeSPI, Direttore dell’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti

Alberto Brugnoni, fondatore ASSAIF

Maurizio Bernardo, già Presidente Commissione Finanze Camera dei Deputati

Roberto Ciciani, Direzione V del Dipartimento Tesoro – Prevenzione dell’Utilizzo del Sistema Finanziario per Fini Illegali

Isabella Fontana dirigente Ufficio VIII,  Ministero del Tesoro

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

L’altra responsabile dell’attentato a Charlie Hebdo? L’informazione.

Il terribile attentato del 7 gennaio scorso contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo ha prodotto un fiume di reazioni. Oltre alla comprensibile commozione per l’accaduto, è ripartito il dibattito mediatico sull’importanza della libertà d’espressione. In tanti hanno elogiato pubblicamente la libertà assoluta di poter dire e di poter ridere di quello che si vuole; in molti hanno fatto notare che la satira “non deve essere politically correct, sennò non sarebbe satira”; altri hanno fatto invece ricorso al motto “Una risata vi seppellirà”. Il tutto è poi confluito nell’oceanica folla che ha riempito le strade di Parigi domenica 11 gennaio in una manifestazione di condanna al terrorismo e di esaltazione massima della libertà d’espressione nel paese di Voltaire: manifestazione bellissima, che ha unito un popolo dignitoso e fiero delle proprie origini, ma anche composto da cittadini musulmani o di origine araba, additati da alcuni spara-sentenze come i responsabili morali dell’attentato. Peccato solo che la manifestazione si sia svolta “solo” per questo attentato e non anche per ricordare le oltre 2.000 vittime di Boko Haram in Nigeria e gli oltre 130 bambini pakistani morti nella strage della scuola di Peshawar, compiuta dai talebani il 16 dicembre scorso. Ma si sa, ormai gli “inceneritori mediatici” non ricordano niente e smaltiscono gli eventi come fossero rifiuti. Ciò che è successo ieri non conta più, se poi il fatto accade a chilometri di distanza a chi vuoi che importi?

Tornando alla manifestazione, è opportuno ricordare come vi sia stata la partecipazione in prima fila anche di alcune personalità politiche non propriamente fulgidi esempi di laissez-faire verso la stampa come il re ʿAbd Allāh di Giordania, il ministro degli esteri Egiziano Sāmiḥ Šukrī, il primo ministro ungherese Viktor Orban, il primo ministro russo Sergej Lavrov e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in rappresentanza di un paese le cui forze armate l’anno scorso hanno causato la morte di 7 giornalisti nella Striscia di Gaza. Senza contare la partecipazione di Eric Holder, Procuratore Generale degli Stati Uniti – con annesse polemiche sull’assenza del Presidente Obama – un paese che, alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden e del premio Pulitzer Glenn Greenwald sul cosiddetto scandalo Datagate, avrebbe ben poco da insegnare in materia di rispetto dei diritti civili. Vogliamo parlare anche del ministro degli esteri dell’Arabia Saudita Nizār Bin ʿAbīd Madanī? Il ministro degli esteri di un paese che (solo per restare ai giorni nostri) ha condannato il blogger Rāʾif Badawī a ricevere 50 frustrate ogni venerdì santo per aver rivolto presunte “offese all’Islam” a causa di “pericolosi” messaggi postati sul suo sito Free Saudi Liberals come il seguente? «Abbiamo il diritto di dire e pensare ciò che vogliamo così come abbiamo il diritto di amare e odiare, di essere islamisti o liberali» Caspita, quanta libertà di espressione! Possibile che nessuna delle autorità presenti (francesi e non) abbia avuto qualcosa da ridire contro la partecipazione alla manifestazione di uno stato che calpesta così sfacciatamente il diritto alla libertà d’espressione?

LO SCONTRO DI CIVILTÀ – Ovviamente, insieme al dibattito sulla libertà di stampa, sono ripartiti i tuttologi di niente che tutto vogliono dare a bere di sapere, nel dire che “se non ce ne fossimo accorti, noi siamo in guerra”, che ragione da vendere aveva Papa Francesco quando faceva riferimento alla Terza Guerra Mondiale, che d’altronde anche loro l’avevano sempre detto e che chi non la pensa così “è un imbecille”. Però, che arguzia! Che profondità di pensiero! Eppure Giuliano Ferrara dovrebbe ricordare che parte di questa guerra l’abbiamo causata noi quando abbiamo assecondato e seguito la scriteriata politica mediorientale statunitense in Afghanistan e in Iraq con la risibile scusa della lotta al terrorismo (quando invece se proprio di guerra bisognava parlare, sarebbe stato necessario volgere lo sguardo allo Yemen e all’Arabia Saudita). Provocazioni a parte, chi scrive non vuole certo legittimare le formazioni integraliste e lo scompiglio che stanno creando in Medio Oriente; né, d’altronde, si vuole giustificare in alcun modo ciò che è accaduto il 7 gennaio, dal momento che la violenza è sempre sbagliata. Eppure, questo non dovrebbe essere un alibi per dover leggere sulla stampa nostrana articoli o titoli che provocano una vera e propria islamofobia, come denunciato da tutti i firmatari dell’appello “Basta, Khalas” lanciato dai curatori del sito osservatorioiraq.it.

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DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO – Leggere titoli come questo sui nostri organi d’informazione è uno schiaffo in faccia a quanti ogni giorno cercano di informarsi davvero e di non ragionare in base alle logiche di parte, semplificatrici e, tutto sommato, consolatorie che il nostro senso comune prova subito a suggerirci. Qui nessuno si deve “auto-assolvere”, in primis perché tutti sanno (o dovrebbero sapere) che la responsabilità penale è personale; in secondo luogo, perché attribuire all’intera classe degli Imam la responsabilità anche solo parziale dell’accaduto in un titolo (sia pure come provocazione) denota una certa forma di razzismo ed ignoranza. È innegabile, sicuramente alcuni Imam avranno mandato messaggi estremi usando come pretesto la predicazione dell’Islam. Ma alcuni, non tutti. Secondo questa logica, siccome alcuni preti e vescovi cattolici hanno commesso abusi sessuali e stupri su minori bisognerebbe intitolare “Stupri, i preti si auto-assolvono”.

E che dire di alcuni eminenti studiosi ed esperti nel proprio campo che decidono di indossare i panni dell’arabista per l’occasione? Ecco Bruno Tinti, ex magistrato, ora editorialista per Il Fatto Quotidiano che in un articolo che già si presenta bene con l’accattivante titolo “Si fa presto a dire dialogo tra culture” ci illumina così:« Le differenze tra occidentali sono in effetti profonde: nulla accomuna un norvegese e un italiano. Ma per gli arabi è diverso, per via della loro religione che tutti li unisce. E siccome è una religione intollerante (come lo era quella cattolica ai tempi dell’Inquisizione), anche in questo sono uguali: la laicità, per gli arabi, è incomprensibile.» Poi Tinti, magnanimo, aggiunge:«Tutto questo non ho detto ad alcuni conoscenti libanesi che commentavano la strage di Parigi.» E meno male che non l’ha detto, verrebbe da aggiungere! Peccato solo che abbia sentito il bisogno incontenibile di scriverlo su un quotidiano che esce a tiratura nazionale. Non occorrerebbe essere degli arabisti per sapere che il Libano è diviso sin dalla sua indipendenza in confessioni religiose, ma in ogni modo l’ex magistrato prima di discettare sul mondo arabo si sarebbe potuto leggere un bel libricino, Il Libano Contemporaneo (Carocci, Roma, 2009) di Rosita Di Peri, docente di Politiche, istituzioni e culture del Medio Oriente all’Università di Torino. Avrebbe scoperto che il Libano è diviso in 18 comunità religiose: 12 di estrazione cristiana, 5 di tipo musulmano oltre a quella ebraica. Ma Tinti questo non lo sa o non lo dice, quindi si riparte con la Rumba delle generalizzazioni e vai con il sempre verde «Tutti gli arabi sono musulmani». Che è un po’come dire che le bionde sono tutte stupide; o che gli italiani sono tutti mafiosi (e quanto ci rode a ragione quando qualcuno lo sostiene!). «Perché gli arabi non utilizzano le loro immense risorse economiche e finanziarie per avviare un processo di modernizzazione dei loro Paesi? Perché la massima aspirazione dei componenti la classe dirigente è quella di avere il palazzo più alto e il palmeto più rigoglioso invece che l’impiego della ricchezza nell’istruzione diffusa e nella creazione di strutture produttive che garantiscano qualificate opportunità di lavoro?» Tralasciando il fatto che in questo momento noi italiani siamo difficilmente in grado di impartire a chicchessia lezioncine sulle “qualificate opportunità di lavoro”, Tinti probabilmente pensa che tutti “gli arabi” abbiano le stesse disponibilità economiche degli sceicchi dei paesi del Golfo. E al povero lettore che mentre legge si chiede «ma che c’entra il dialogo tra le culture?» l’ex magistrato risponde nel finale:«Sarà per questo che vi state indignando [i libanesi di cui sopra ndr] per la presunta propaganda sionista invece che per l’ottusa intolleranza religiosa in cui i vostri governi vi mantengono? Si sono tutti arrabbiati. Ma non una signora che mi ha detto pacatamente:”Bravo, ha ragione”. Un’economista, laureata in Gran Bretagna.» Ah ecco, ora è tutto chiaro: i libanesi in questione che rappresenterebbero “gli arabi” sono degli squilibrati che, almeno a sentire il racconto di Tinti, si lamentavano della «presunta lobby giudaica che controllava l’informazione e che sfruttava l’avvenimento per rappresentare gli arabi come barbari sanguinari» (come se noi occidentali difettassimo di teorie complottiste); l’economista laureata in Gran Bretagna che “pacatamente” gli dava ragione – ora sì che possiamo dormire sonni tranquilli – è, guarda caso, occidentale, dunque ragionevole, non come quegli altri esaltati.

Semplificazioni come queste  – che ovviamente non si esauriscono a questo articolo e che non sono riconducibili solo a Tinti, contro cui non si ha niente di personale – non solo è aberrante che vengano pubblicate su un quotidiano che, piaccia o meno, è di stampo nazionale  ma sono totalmente scollegate dalla realtà. Il mondo arabo non è composto solo da musulmani integralisti e musulmani non integralisti, perlopiù ricconi che si crogiolano tra le loro palme: oltre che dalla presenza di altre comunità religiose, il mondo arabo, proprio come quello occidentale, è fatto anche di persone atee, agnostiche o che si professano musulmane più per convenienza sociale che per reale aderenza ai valori islamici tout court. Così come molte persone si professano cattoliche pur andando a messa (se ci vanno) solo il giorno di Natale. Le realtà nelle quali viviamo sono molto più complesse e diversificate di quanto non venga fatto passare in molti dei nostri organi di informazione, che saranno anche più liberi di esprimersi, almeno rispetto a quelli di altri paesi, ma che non approfittano della maggior libertà che hanno per presentare un’informazione non banale e che non ricada sui soliti luoghi comuni.

In Italia la maggior parte dei credenti è di religione cattolica; ma quanti di quelli che si professano cattolici vanno a messa tutti i giorni? Stesso discorso vale per la realtà araba, seppur con delle distinzioni da fare. È vero, il retaggio sociale e culturale dell’Islam nel mondo arabo è indubbio, maggioritario e più profondo di quanto non lo sia quello del cristianesimo attualmente da noi; non ci piove, molti paesi arabi non sono laici e hanno posto come basi dei propri regimi dittatoriali fondamenta religiose; ma occorrerebbe sempre essere attenti a non fare di tutta l’erba un fascio. Nella pur autoritaria monarchia saudita, la cui casa dinastica governante si rifà all’islamismo wahabita (scuola di pensiero, quella sì, integralista) e in cui una donna al volante è considerato un reato, per fortuna vi è anche chi riesce ad ironizzare su questi assurdi divieti come Hišām Faqīh e Fahad Al-Butayrī, che hanno riproposto online una versione ironica della celebre No Woman, No Cry di Bob Marley, ossia No Woman, No Drive.

E che dire del caricaturista siriano ʿAlī Farzāt -brutalmente pestato a Damasco da tre uomini col volto coperto nell’agosto del 2011 in seguito alla pubblicazione di vignette satiriche su Bašar al-Asad – che in riferimento all’attentato di Parigi ha recentemente scritto:«L’Islam e i musulmani non hanno colpa di tutto quest’orrore, di questa brutalità e ignoranza, il loro è un messaggio di luce e di amore, non un messaggio di morte.» Eppure non sembra un messaggio detto da uno la cui “religione è intollerante”. Persino il leader della formazione sciita libanese Ḥizballāh – considerata un’organizzazione terroristica sia da UE che da USA – Ḥasan Naṣr Allāh ha dichiarato che atti terroristici condotti dai “gruppi takfiristi” – takfīr in arabo vuol dire “apostasia” e il termine fa riferimento alla scissione tra sunniti e sciiti del 632 – come quelli di Parigi offendono il Profeta più delle vignette. Ma questo i vari Bruno Tinti della situazione non lo sanno o lo ignorano. E non lo sanno o lo ignorano perché forse scrivono su una realtà che conoscono poco. Non c’è niente di male in questo, non si può sapere tutto: ma proprio perché non è possibile magari sarebbe buona norma documentarsi prima di scrivere un articolo così superficiale su un quotidiano nazionale.

 

VIVA LA SATIRA! – Ora che Charlie Hebdo è diventato un’icona della satira e della risata dissacrante molti commentatori si sono messi a pontificare sul valore benefico e positivo per le nostre società laiche dello strumento della satira;  satira che, secondo Massimo Gramellini (La Stampa del 9 gennaio scorso), «non è mai blasfema, perché non si occupa dell’assoluto, ma del relativo. Non di spiritualità, ma di umanità. La satira non manca di rispetto a Dio, casomai agli uomini che usano Dio per dominare altri uomini.» Chissà se si tratta dello stesso Massimo Gramellini che qualche anno fa a Che Tempo che Fa ci ammoniva che no, non si può ridere di tutto, in riferimento ad una battuta molto cattiva sulla Shoah, come fatto notare su Linkiesta da Andrea Coccia.
Si è fatto l’esempio di Gramellini, ma qui il discorso è più ampio. Dal momento dell’attentato in poi si è voluto mitizzare il settimanale satirico francese, quando in precedenza nei canali della nostra informazione – notoriamente chiusi verso il mondo esterno – lo si ignorava palesemente. Ora tutto ciò che pubblica Charlie Hebdo è satira e fa ridere? Al parer di chi scrive, molti dei discorsi che si sono fatti risentono dell’onda emotiva che è inevitabilmente seguita agli attentati di Parigi. Chi di noi non si è sentito Charlie se ad essere messe in gioco sono la libertà di stampa e d’espressione? Eppure, questo non dovrebbe impedire di perdere del tutto il raziocinio e di fare dei distinguo che, lo si ripete ancora una volta a scanso di equivoci, non sono assolutamente finalizzati a giustificare l’uso della violenza. Tuttavia pubblicare una vignetta con su scritto sopra:«Le Coran c’est de la merde», seppur con intento ironico, è davvero satira?

Come ha dichiarato recentemente Vito Mancuso, docente di Storia delle Dottrine Teologiche dell’Università di Padova:«Tra il bianco e il nero esistono sfumature seppure nel caso della strage di Charlie Hebdo il nero stia tutto dalla parte degli assassini. Condivido però la critica di aver radicalizzato lo scontro, rivolta da Delfeil de Ton, uno dei fondatori del settimanale francese, ora a Le Nouvel Observateur, al defunto direttore Charb». Paradossale vero? Una delle poche voci critiche che si è levata in questi giorni contro il settimanale è quella di Henry Roussel, uno dei fondatori di Hara Kiri (poi divenuto Charlie Hebdo) che ha scritto recentemente un pezzo polemico sul Nouvel Observateur – sotto lo pseudonimo di Delfeil de Ton – dal titolo “Ce l’ho veramente con te, Charb” in cui accusa l’ormai ex direttore di Charlie Hebdo di aver trascinato l’intera redazione alla morte, radicalizzando le vignette satiriche pubblicate in questi anni in senso islamofobo. Ergo, se anche uno dei padri della rivista “osa” criticarla, forse il settimanale in questione non è perfetto e del tutto esente da critiche. E in alcuni casi bisognerebbe avere rispetto quantomeno dei credo delle persone. Questo lo si vede anche nella vita quotidiana: se mi siedo ad un tavolo con una persona profondamente credente, farò ben attenzione a cercare di non bestemmiare. Certo che sono libero di poter dire quello che voglio, ma la mia libertà personale dovrebbe cercare anche di non recare offesa alle credenze altrui. E questo non perché ci deve essere una legge a dovermelo impedire. Ancora Mancuso dice:« [Bisogna scrivere e disegnare  con il limite del rispetto] Della legge, certo. Ma si deve anche rispettare la sensibilità altrui, il patrimonio ideale degli altri. Da dove viene questa idea di laicità? Da un processo di pace e di tolleranza? No. Viene dalla Rivoluzione Francese che nei 17 mesi di terrore tra il 1793 e il 1794 causò 100.000 morti: una media di 200 al giorno. E tutto questo nel nome di “liberté, egalité, fraternité”, compresa, immagino, la libertà di stampa.[…] Il comico Dieudonné viene arrestato per apologia di terrorismo per aver scritto “Je suis Charlie Coulibaly” dalla stessa Francia laica che, a sua volta, riconosce che le parole hanno dei limiti.»

Ora tutti si scandalizzano quando le massime autorità religiose e teologiche islamiche condannano le vignette della rivista e raccomandano ai credenti di non comprarla: ma quando ad essere presi di mira da Charlie Hebdo erano il Papa o le figure divine cristiane, la CEI si sganasciava dal ridere fino ad offrire un aperitivo all’autore della vignetta o invece reagiva scandalizzata? Se abbiamo la memoria corta – e a quanto pare la abbiamo – la risposta sembra suggerircela niente popò di meno che il pur moderno Papa gesuita dei nostri tempi che ricorda sì come «non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio […] Ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune», ma aggiunge anche «senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri (l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice, ndr), che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri.»

Ora, andando anche oltre le parole del Papa, mettere in risalto con certosina malizia che i massimi organi teologici e religiosi islamici si offendono per le vignette di Charlie Hebdo, facendo passare neanche troppo sottotraccia il messaggio «Vedete? Non saranno tutti integralisti, ma i musulmani non sanno ridere di loro stessi!» è un’operazione mediatica di autentico sciacallaggio, in un momento come questo. Inoltre, anche se ovviamente la stragrande maggior parte dei musulmani condanna la violenza, probabilmente queste vignette non hanno offeso solo gli integralisti e i terroristi ma anche quella vasta porzione di credenti che non commetterebbe mai un omicidio in nome di Dio. Ci piace? Non ci piace? Siamo d’accordo? No? Siamo liberissimi di credere quello che vogliamo. Ma proprio perché sosteniamo la libertà di espressione non dovremmo stigmatizzare o stupirci di chi si lamenta (e si limita solo a quello, ovviamente) delle vignette sul Profeta. Proprio come ormai non ci stupiamo più – purtroppo – di un’autorità religiosa cristiana che pronuncia messaggi di chiusura verso gli omosessuali. Anche qui, possiamo non essere d’accordo, eppure nessuno prende le parole della CEI e le attribuisce ad una comunità intera di credenti, perché tra i cattolici praticanti sappiamo bene che vi sono omosessuali e anche coloro che non avrebbero nulla di male se un omosessuale si dichiarasse cattolico praticante.

 

CHARLIE SI PUÒ CRITICARE? – Un ultimo pensiero lo vorrei dedicare a Maurice Sinet. Per chi non sapesse o non ricordasse chi sia, Maurice Sinet era uno delle firme di punta di Charlie Hebdo. Il 15 luglio 2008 fu espulso “dall’irresponsabile” settimanale satirico francese con l’accusa di “antisemitismo” per aver pubblicato nel numero del 2 luglio di quell’anno questo testo che ironizzava sulla conversione all’ebraismo di Jean Sarkozy, figlio dell’allora Presidente della Repubblica Nicolas:« Jean Sarkozy, degno figlio di suo padre e già consigliere generale de l’UMP, è uscito praticamente applaudito dal processo per omissione di soccorso in scooter. Il pubblico ministero ha persino richiesto il suo rilascio! Bisogna dire, però, che colui che lo querela è un arabo! E non è tutto: lui [il figlio di Sarkozy, ndt] ha appena dichiarato di volersi convertire all’ebraismo prima di sposare la sua fidanzata, un’ebrea, ereditiera dei fondatori di Darty. Ne farà di strada, nella vita, il piccolo!»

Ora, il testo può piacere o meno, ma non è questo il punto. Dov’era la liberta di ridere di tutto in questo caso? Per quanto ancora potremo ironizzare su tutti i credo, ad esclusione di quello ebraico, senza che ci venga rinfacciato l’Olocausto? Non si tratta di essere antisemiti; ma una volta riconosciute le colpe, che si scindano una buona volta. Se un vignettista nel 2008 può sentirsi libero di ironizzare su tutte le religioni ma non su quella ebraica è evidente che abbiamo ancora un “complesso di Hitler” dal quale non riusciamo proprio a liberarci. E in questi giorni in cui Charlie Hebdo viene preso ad esempio come emblema della libertà di stampa e d’espressione solo in pochi hanno ricordato il caso di Sinet, cacciato per “antisemitismo” – o presunto tale – e mai più reintegrato nel settimanale. Per completezza d’informazione va detto che nel 2008 il direttore non era ancora Stephane Charbonnier, ma Philippe Val; tuttavia anche con il cambio alla guardia, Maurice Sinet non è mai tornato al suo posto, al punto che ora esiste il Siné Mensuel, il mensile (in origine un settimanale) che Sinet pubblica da quando fu licenziato da Charlie Hebdo.

Ma la domanda è: perché quasi nessuno lo ha ricordato? Probabilmente una delle spiegazioni è che eravamo tutti così indaffarati a twittare #JesuisCharlie sui nostri pc, tablet e smartphone fabbricati col sangue di bambini e ragazzi congolesi (e per loro quale capo dello stato scende in piazza?) che muoiono ogni anno a milioni mentre sono costretti a raccogliere il Coltan e la Cassiterite – minerali altamente radioattivi – che ci si è dimenticati la realtà più semplice: e cioè che una rivista deve essere libera di pubblicare quello che vuole ma che non si può pretendere possa piacere a tutti. Solo una cosa è certa: la violenza va sempre condannata. Ma a parer di chi scrive anche l’ipocrisia;  ha scritto giustamente il già citato Andrea Coccia:«È fondamentale ricordare l’umanità di quella rivista, un’umanità che si rivela nelle contraddizioni, nelle ombre, perché solo gli eroi non hanno ombre, solo le divinità sono senza contraddizioni». Io non mi sento Charlie perché, pur essendo un profondo sostenitore della libertà d’espressione e pur essendo ateo, sono convinto che per ridere si possa evitare di farlo sulle credenze altrui. Sono ancor più convinto che Charlie Hebdo – come tutti gli altri giornali – è ben lungi dal non sbagliare mai. E sarò lieto se qualcuno leggendo queste righe scuoterà la testa o si troverà in disaccordo: perché in fondo è anche questo ciò che è chiamato “libertà d’espressione”.

 

P.s. Il giorno seguente Bruno Tinti ha scritto un articolo davvero bello e incisivo sull’impunibilità del falso in bilancio, argomento nel quale è decisamente più ferrato, con un incipit volutamente provocatorio:«Ma perché nessuno glielo dice a Renzi che il suo ministro della Giustizia di Giustizia non capisce niente?». Caro Tinti, non me ne voglia, ma qualcuno deve pur dirglielo: lasci stare gli arabi e continui a scrivere di leggi e giustizia. Con profonda stima.

La moschea più bella d’Europa

La scena si svolge in un giardino racchiuso da un’alta siepe di mirto e attraversato da due stretti ruscelli che si intersecano al centro in uno specchio d’acqua rotondo. I personaggi sono due: l’imano Mohamed V, re di Granada che fece costruire il patio dei leoni nell’Alhambra e l’architetto Paolo Portoghesi, autore del progetto della moschea di Roma (insieme a Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi). […]

Patio de los Leones

Mohamed V: Cercherò di entrare nel gioco. […] Chiuderò gli occhi e fingerò di entrare nella tua sala di preghiera.

Paolo: Ecco accanto a te, come alberi di palma rivolti verso la luce, si innalzano pilastri fatti di quattro membrature riunite insieme che si avvicinano e si allontanano tra loro a seconda delle esigenze della struttura. Ecco, giunte alla sommità, le membrature ora attraversano una serie di anelli e si trasformano in archi; ogni linea si congiunge con le altre e tutto si allaccia in continuità…

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Mohamed V: Le tue parole dicono ancor meno dei disegni e dei modelli… l’architettura è materia ammaestrata, non parola ammaestrata… eppure adesso sono entrato anche io nel tuo palmeto, sto anche io sul tappeto volante, ritrovo nella immagine quella leggerezza, quella trasparenza che invocavo dai costruttori del mio patio dei leoni. […] Come hai fatto a trapiantare questa ombra di palme in un paese non solo occidentale ma nordico e così diverso per civiltà e religione?

Paolo: Prima di me altri avevano già ascoltato dall’Italia la voce dell’Islam, ne avevano appreso l’insegnamento: i maestri gotici per esempio. E poi gran parte dell’Italia, la Sicilia, la costa di Amalfi, la Liguria persino, hanno respirato la vostra cultura, i vostri labirinti riemergono nelle viuzze dei paesi, i vostri archi incatenati si inseguono attorno alle absidi e nei chiostri. Anche nel Seicento, in una di quelle rare epoche di libertà del pensiero visivo che giustamente si definiscono “oasi” pensando ai vostri deserti, Borromini e Guarini, Francesco e Guarino, hanno disobbedito, hanno tradito l’ortodossia dell’occidente per guardare i vostri giardini incantati. Borromini ha innestato sulla cupola di Sant’Ivo un ricordo della moschea di Samarra, Guarini ha ripreso direttamente da Cordoba, dal mihrab della grande moschea l’intreccio degli archi del San Lorenzo di Torino.

Mohamed V: Mi parli di cose che non conosco ma ne parli con passione e questo mi fa pensare al mio architetto di Granada che per modellare le sue colonne portava con sé una delle sue donne e parlando della sua architettura adoperava le parole che si adoperano per descrivere una passione amorosa, un corpo lungamente amato… (1)

 

Iniziata la costruzione nel 1984, terminata undici anni dopo nel 1995, la moschea di Roma è la più grande d’Europa. Opera di Paolo Portoghesi, Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi, viene raccontata da Giorgio Muratore come

“uno dei capolavori romani dal secondo dopoguerra ad oggi”.

Il risultato è stato ottenuto, come di rado accade, grazie a due azioni imprescindibili: lo studio e l’ascolto. Coadiuvato certamente da Mousawi, Portoghesi si dimostra profondo conoscitore della cultura islamica. Lo studio minuzioso dei grandi precedenti, europei e non, di spazi dedicati al culto islamico, al pari di un attento e straordinario coinvolgimento di maestranze provenienti dal Maghreb, ha consentito la progettazione prima, la realizzazione poi, di un’architettura fortemente islamica. Ma l’ascolto, come detto imprescindibile, si riferisce al luogo d’azione: Roma. Prendendo a prestito un commento dello stesso Giorgio Muratore, percepiamo l’effettivo dialogo che il team di progettisti è riuscito a stabilire con la città di Roma:

“agli occhi di noi romani potrebbe risultare come un impianto termale d’età imperiale”.

Questo è frutto di accorgimenti semplici perciò efficaci: la calibrata proporzione in alzato tra pieni e vuoti, di certo memore proprio dei grandi spazi coperti assembleari dell’antica Roma; un disegno attento delle aree all’aperto, dove linee rinascimentali ed elementi della tradizione islamica si raggiungono felicemente; l’utilizzo di materiali tipicamente romani, uno su tutti il travertino, sempre caro all’architetto Portoghesi. Scelte appropriate che sanciscono un inserimento silenzioso, quasi impercettibile nell’impianto urbano – quadrante nord della città – benché si agisca su vasta scala (30.000 metri quadri).

Ancora riguardanti i materiali, sono due aneddoti che ci fanno capire come queste azioni di studio e di ascolto siano state perfettamente eseguite: la corretta miscela di cemento bianco, imprescindibile per garantire quell’ atmosfera sospesa, di raccoglimento, nell’esecuzione della grande sala di preghiera, è stata ottenuta dopo più di sei mesi di esperimenti, un incedere tanto scientifico quanto alchemico (tra gli inerti vi è anche la sabbia del Tevere). Lo stesso cemento è stato successivamente gettato in casseformi rivestite internamente di perspex, per ottenere una sorta di effetto vellutato, ricercato dall’architetto.

Come dice Mohamed V, in un altro passo del brano di Portoghesi citato in apertura:

“l’architettura è materia, organizzata e sublimata, materia ammaestrata”.

 

 

 

(1) Paolo Portoghesi, Leggere e capire l’architettura, Newton Compton Editori, 2006, pp. 185-188.

ISIS: Sono i jihadisti occidentali la vera minaccia?

Sono sempre di più gli Europei che aderiscono al folle progetto espansionistico dell’ISIS, convertendosi all’Islam e adottandone i metodi sanguinari. Come avviene il processo di reclutamento in Europa? E, soprattutto, cosa spinge gli occidentali a radicalizzarsi? 
 
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Alla fine dello scorso giugno, l’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) proclamò la nascita del nuovo Califfato, riportando la lotta al terrorismo in cima alle priorità del mondo occidentale.

Da allora, in molti si sono uniti alla battaglia intrapresa dagli Stati Uniti contro gli estremisti dell’ISIS: a comporre la coalizione, sia alleati regionali, tra i quali Qatar, Egitto, e Kurdistan (Iraq), sia Paesi Occidentali, Europei e non (Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia, Canada…).

Sebbene la coalizione guidata dagli Stati Uniti sia riuscita a bloccare l’avanzata dell’ISIS nella città strategica di Kobane e a Erbil,  con incessanti bombardamenti aerei, il gruppo estremista non ha sino ad ora mostrato segni di cedimento, continuando a decapitare ostaggi occidentali a un ritmo sempre più allarmante: ultima vittima della furia omicida dei fondamentalisti, l’operatore umanitario Peter Kassig.

La decapitazione di Kassig, al pari delle precedenti esecuzioni, rappresenta l’ennesima dimostrazione di forza che l’ISIS ha voluto dare a Obama e ai suoi alleati: nonostante gli sforzi e i successi della coalizione anti-ISIS, i jihadisti perpetueranno la loro folle, sanguinaria crociata.

Nel video in cui è mostrata l’esecuzione di Kassig, insieme all’uccisione di alcuni soldati siriani, appaiono tra i jihadisti tre giovani europei: quale miglior propaganda mediatica avrebbe potuto usare l‘ISIS per presentarsi come un potente movimento internazionale, se non mostrare che persino i cittadini del “fronte nemico” intendono unirsi al suo progetto religioso, politico e sociale?

Nonostante la maggior parte dei combattenti dell’ISIS provenga dal Medio Oriente, sono molti gli europei che il gruppo estremista continua, ogni giorno, a reclutare.

I jihadisti inglesi, in particolare, hanno combattuto al fronte al fianco dei jihadisti mediorientali sin dalla nascita dell’ISIS. Ne è un famoso esempio l’uomo che, nei video delle esecuzioni, appare mascherato e con un coltello in mano, parlando inglese con un chiaro accento londinese.

Oltre che su Internet, dove numerosi siti web sono dedicati al processo di conversione all’Islam e a propagare la parola di Allah, anche città come Londra pullulano di predicatori dell’ISIS, impegnati nel  convincere i giovani musulmani ad aderire al progetto del gruppo terrorista e viaggiare in Siria e in Iraq per sostenere la causa.

Uno di questi predicatori, l’ex avvocato britannico Anjem Choudary, è stato recentemente arrestato con l‘accusa d’incoraggiare il terrorismo. Nell’arco degli incontri che organizzava in un seminterrato nella zona Est di Londra, Choudary ispirava i suoi seguaci a seguire il messaggio di Allah, più potente di qualsiasi democrazia. Appeso alle pareti del seminterrato, troneggiava un poster raffigurante Buckingham Palace trasformato in una moschea.

In un’intervista rilasciata a CBS News, il predicatore ha dichiarato che i suoi incontri, a Londra e all’estero, hanno convinto più di cinquecento persone ad abbracciare la causa dell’ISIS.

In una sconvolgente affermazione, uno dei seguaci convertiti da Choudary ha ammesso di non poter amare la sua stessa madre, poiché non musulmana; un combattente olandese, convertitosi alla religione islamica da adulto,  ha confessato che, se obbligato dalla causa, ucciderebbe persino il proprio padre.

Quando un cittadino europeo viene radicalizzato, accetta di rinunciare al proprio passato, alle proprie radici e ai propri affetti, adeguandosi a una realtà che sostiene di voler raggiungere il giusto equilibrio nel mondo in nome della religione, ma che cerca di raggiungere il proprio obiettivo tramite l’uso sconsiderato della violenza. Una realtà, quella dell’ISIS, che usa le guerre americane in Afghanistan e Iraq come pretesto per giustificare ogni tortura, omicidio e privazione dei più basilari diritti umani.

Cosa spinge i cittadini Occidentali, istruiti e abituati a una vita certamente più facile di quella che potrebbero avere nel Califfato, ad accorrere al fronte, per combattere una causa che non appartiene loro?

La risposta è più semplice di quanto si possa credere.

Potere. Fama. Gloria.

Le società occidentali, in particolare europee, vivono dall’inizio dell’ultima crisi economica in una situazione di costante precarietà (reale o percepita), in cui i giovani non hanno certezze per il futuro ed emergere è sempre più complesso. Quale opzione se non fuggire in direzione di un mondo che promette ricchezze, potere e immensi benefici per coloro che ne condividono i valori e gli obiettivi?

La vera minaccia dell’ISIS non è in Siria, o in Iraq. E’ molto più vicina, annidata nel cuore delle più evolute capitali occidentali, portata avanti da individui apparentemente integrati nel sistema in cui vivono, ma il cui progetto terrorista è pronto a esplodere da un momento all’altro.